A Sandro Curzi, direttore
di “Liberazione”,
A Paolo Serventi Longhi,
Segretario Nazionale della Federazione Nazionale della Stampa,
al Comitato di Redazione di
“Liberazione”.
Direttore,
quella in calce è l’ultima puntata di Mondocane apparsa il 9 maggio su
“Liberazione”. Il giorno precedente tu me ne avevi annunciato la pubblicazione
e mi avevi raccomandato di restare in futuro nei limiti degli accordi relativi
ai contenuti della rubrica. Nel successivo articolo, non più pubblicato, mi
ero attenuto strettamente alle tue indicazioni. Cinque anni fa, all’inizio
della mia collaborazione con il giornale, mi avevi detto che avrei potuto
scrivere di tutto. Successivamente, mi era stato chiesto di confinare i miei
scritti a temi ecologici. Da esperto, per 40 anni, di questioni
internazionali, mi è sembrato lecito inserire le questioni ambientali nel più
vasto contesto della politica e delle devastazioni ecologiche, che non mi pare
siano limitate alla preservazione dei fringuelli, o alla denuncia di
inceneritori. Del resto, nei miei quasi quotidiani dibattiti con presentazione
dei miei video sulle aree di crisi, i compagni mi chiedono, da Bolzano a
Trapani, di esporre le mie esperienze in fatto di conflitti e questioni
geopolitiche, immancabilmente connessi a temi ecologici.
Il
giorno successivo alla pubblicazione del Mondocane su Cuba, in cui non ho
certo espresso opinioni più “devianti” di quante ne erano state già pubblicate
su Liberazione e financo sul Manifesto, mi hai fatto comunicare impropriamente
dall’ Amministratore del giornale, Mauro Belisario, che la mia collaborazione
era cessata. A prescindere che tale comunicazione mi sarebbe dovuta arrivare
da te e in modo formale, non mi sono state illustrate le motivazioni per un
simile “licenziamento in tronco” di un collaboratore dopo cinque anni di non
indifferenti contributi. Arguisco, comunque, che il mio trattamento
dell’argomento Cuba abbia provocato il dissenso e la censura del vertice del
Partito. Arguisco anche che quel Mondocane sia stato considerato la goccia che
ha fatto traboccare il vaso della mia “eterodossità” rispetto alla “linea” di
una parte della maggioranza del Partito. Lo deduco dalle infinite censure che
mi sono state inflitte, fin dai tempi dell’aggressione alla Jugoslavia,
quando, contro le illusioni e gli errori di altri, documentai fatti poi
divenuti di comune certezza, come l’assoldamento dell’organizzazione di
opposizione serba “Otpor” (da altri in Liberazione definiti “compagni del
Movimento”) da parte della CIA, il carattere diffamatorio e non corretto della
definizione di Milosevic come dittatore, il crollo dell’accusa di “pulizia
etnica” di fronte ai dati rilevati dagli investigatori Nato e ONU, pubblicati
addirittura su “L’Unità”. Una mia lunga e drammatica intervista con Milosevic,
l’ultima prima dell’arresto, venne pubblicata con grande interesse dal
“Corriere della Sera”, ma ritenuta impubblicabile da “Liberazione”. Altre
censure mi vennero imposte per aver intervistato a Bagdad, l’autunno scorso,
Tariq Aziz, e aver “confessato” di avere avuto da questo uomo di Stato
ripetute interviste, tanto che tutti i miei successivi reportage vennero
cestinati, per quanto non fossero per nulla “scandalosi”, o segnati da
esaltazioni di Saddam Hussein. Questa condotta si ripetè durante l’aggressione
imperialista all’Iraq, quando da Bagdad, tra difficoltà che si possono ben
immaginare, offersi di inviare articoli. L’offerta venne accettata, ma i miei
pezzi, scritti tra una bomba e l’altra, furono ridotti a “lettere al
direttore”, per quanto, anche in questo caso, non vi si potesse rilevare alcun
accento “scandaloso”.
A
questo punto, mi è dovuta una spiegazione dettagliata dei motivi per questo
allontanamento in tronco, spiegazione che, per la verità, meriterebbero anche
i lettori dei miei articoli dai quali mi risulta tu abbia ricevuto numerosi
apprezzamenti e ora denunce di inammissibile censura. Se una rubrica viene
cassata, spetta all’autore il diritto di salutare i suoi lettori, o a qualcun
altro il dovere di una spiegazione.
Pare davvero paradossale che, mentre Partito e Giornale sono impegnati con
grande energia nella difesa di giornalisti censurati ed epurati dalla RAI,
come Santoro e Biagi, per i quali si allestiscono addirittura clamorosi
“Sciuscià in piazza”, e si pone al centro della propria battaglia politica
l’estensione dell’art.18 e, dunque, della “giusta causa”, questa “giusta
causa” non venga attivata e nemmeno comunicata a un collaboratore a contratto
di un giornale che porta nella testata la dicitura “comunista”.
Rilevo anche che Liberazione si presenta come un giornale di partito, e
dovrebbe essere di TUTTO il partito, nelle sue diverse anime, ma afferma anche
di voler esser letto da chi comunista non è. Non credo che questo comporti che
chi comunista è non debba scriverci. Infine, nel quadro delle caratteristiche
che contrassegnano i materiali dei media, è norma consolidata che le rubriche
(con tanto di foto) non debbano essere disciplinatamente omogenee alla linea
del giornale, ma abbiano gli attributi della libertà d’espressione e del segno
personale dell’autore. Forse conviene ricordarsi del ricco e stimolante
pluralismo che vigeva su L’Unità.
In
attesa di una tua risposta a quanto sopra, ti saluto confortato dalla
solidarietà di tanti compagni e lettori.
Con
riserva di adire agli strumenti sindacali e legali a disposizione.
Fulvio Grimaldi.
Roma, 19 maggio 03
CUBA
FULVIO
GRIMALDI PER MONDOCANE O9/O5/O3
Lo fan
tutte e stavo per pronunciarmi anch’io su Cuba. Riflettevo che la pena di
morte non mi pare per niente buona, tanto meno se inflitta a democratici in
fuga (qualcuno vorrebbe farli passare per dirottatori a mano armata incaricati
di promuovere iscrizioni agli uffici di reclutamento della centrale
mafio-terroristica di Miami). Non godo delle prigioni (neanche quando
inflitte ad Adriano Sofri che scambia Trotzky per Bush e bagni di sangue per
semina di democrazia), specie se toccano a oppositori (integralisti
rossi li definiscono mercenari di Mr. Carson, incaricato USA della liberazione
del popolo, reclutati per l’ennesima campagna democratica: 70 miliardi di
dollari rubati dall’embargo, 3.478 cubani giustiziati con omicidi, invasioni,
bombe, guerre biologiche). Oppositori che vorrebbero per l’isola gli stessi
benefici goduti in passato da paesi come Cile, Guatemala, Argentina e,
ultimamente, Iraq. Stavo per esprimere tutta la mia fregola per i diritti
umani disattesi, quando, svaporata un po’ di lucidità grazie a un goccetto di
Havana Club, mi sono ritrovato su alcuni, obliati sentieri. Dalle parti
di Guantanamo, superate dieci gabbie per polli dove pastori e bambini afgani,
incappucciati e incatenati in ginocchio, venivano allevati a diritti umani,
gironzolavo in una landa resa verdissima e fronzuta, zeppa di bovini al libero
pascolo, ruscelli scalpitanti, uccelletti cinguettanti, pesticidi biologici
rampanti, grazie a un ciclopico lavoro di trasferimento d’acqua là dove prima
c’era un Sahara. Più in là, in quel di Bayamo, abitavo aule, dormitori,
basketdromi, mense e campi biologici, al seguito dialettico di minigonellate
fanciulle che acquistavano gratis conoscenza e coscienza. Mentre, allungato lo
sguardo oltremare, scorgevo donne ravanare nell’analfabetismo per il 78% della
popolazione centroamericana e caraibica. Impegnato nello scatarrare i residui
delle patrie emissioni di diritti umani via marmitte e ciminiere e ancora
fosforescente per piogge di casalingo elettrosmog, in cima alla sierra
risanavo a forza di medicina naturale, in uno dei mille ambulatori alimentati
da pannelli solari con i quali questi avanzi del realsocialismo arrivano al
35% di energia pulita. E allora, dilemma: come la mettiamo con quest’isola? Mi
soccorre il Tg: “In Israele roadmap di pace e governo anti-Intifada di Abu
Mazen inaugurati con strage di palestinesi a Gaza. I marines sparano sulla
folla a Falluja, Bassora, Mosul, Bagdad” e superano i 30 milioni di esecuzioni
extragiudiziarie di dissidenti dal 1945 ad oggi. QUESTA è serietà
professionale in democrazia.