IL COMMISSARIAMENTO DEL PRC CALABRESE

Mettiamo a disposizione alcuni materiali in merito al commissariamento di tutte le federazioni del PRC in Calabria, provvedimento senza precedenti e che ha scatenato forti polemiche. Oltre a quanto pubblicato dal quotidiano del PRC - la relazione per il commissariamento di Francesco Ferrara e le dichiarazioni di voto in Direzione, con il durissimo intervento di Claudio Grassi - riportiamo due contributi giunti ad Arcipelago da parte di Franco Guerra (Collegio Federale di Garanzia di Roma) e Marco Sferini, segretario del circolo PRC "Nanni Rebagliati" di Savona.  
Un intervento di Franco Ragusa (a seguire)

Calabria, perchè il commissariamento
 
 
Sulla situazione del Partito in Calabria, la segreteria nazionale ha svolto una discussione tanto lunga quanto complessa, che ha impegnato più di una riunione. Al termine di questo itinerario, la decisione assunta a maggioranza è quella di commissariare la struttura regionale e di proporre come commissario il compagno Stefano Zuccherini: presidente del Comitato politico nazionale e in quanto tale figura per eccellenza di garanzia, ma anche dirigente politico riconosciuto del Prc, dotato di un profilo di forte autonomia. Una decisione, quella sulla quale la Direzione nazionale dovrà pronunciarsi, certo autoritativa e dolorosa, ma anche necessaria. Per sua natura, del resto, ogni commissariamento è un atto estremo. Perché, dunque, ci siamo persuasi che questo è l'unico tentativo che dobbiamo mettere in atto?

Innanzi tutto, e prima di rispondere a questo legittimo interrogativo, una premessa. Il commissariamento non è, in nessun caso, rivolto contro un'area del Partito, quella che oggi è in maggioranza nella regione e alla quale fa riferimento il segretario Rocco Tassone. So bene che questa è l'interpretazione che una parte del Partito darà di questa decisione: ma davvero essa non è fondata. Se un obiettivo ci sta a cuore, esso è precisamente l'interesse generale del nostro
Partito: il nostro giudizio, in effetti, è che in Calabria, tutte le anime del partito sono attraversate da una pratica politica e una cultura politica discutibili. E' l'insieme del partito che ha bisogno di un rinnovamento radicale di pratiche politiche, di cultura politica profonda, di modalità di relazioni. Si tratta di ristabilire - ed è un compito di straordinaria difficoltà - la certezza di alcune regole basilari ed essenziali, come per esempio quella del tesseramento. Si tratta di sradicare non solo e non tanto una tendenza alla litigiosità interna, diffusa certo in altri luoghi del nostro partito, ma la riduzione dello scontro politico ad esclusione e marginalizzazione reciproche dei gruppi dirigenti e militanti. Quel che è avvenuto e continua ad avvenire in Calabria, insomma, configura una degenerazione che non può più essere tollerata a cuor leggero: per questo sarebbe bene che una scelta così impegnativa come il commissariamento fosse assunta unitariamente dal gruppo dirigente nazionale. Perché l'esito non è garantito - io stesso, l'anno scorso, ho operato a Reggio Calabria come commissario e sono riuscito a risolvere la crisi di quella Federazione soltanto provvisoriamente. Ma se ci provassimo insieme aumenterebbero le probabilità di successo.


Una scelta politica e statutaria
La proposta di commissariare la regione Calabria, dunque, ha una base statutaria, l'articolo 53 del nostro Statuto, secondo il quale è possibile procedere al commissariamento di una struttura per tre ragioni (il mancato rispetto della vita democratica del Partito e delle sue norme, l'inadempienza statutaria, l'esistenza di un «grave pregiudizio dell'immagine esterna del partito»). La verifica di queste condizioni è stata fatta, e infatti la Commissione nazionale di garanzia ha dato, a maggioranza, parere favorevole alla proposta di commissariamento. Non sarebbe giusto, però, nascondere il carattere politico, nel senso che mi sono sforzato di argomentare, della decisione.

Bastino alcuni fatti. Nella federazione di Reggio Calabria, lo scontro interno è arrivato al punto tale che sono state raccolte le firme per un congresso straordinario che hanno coinvolto oltre la metà, cioè la maggioranza assoluta degli iscritti alla Federazione. Il 21 febbraio scorso una riunione si è conclusa con l'intervento della polizia che è entrata nei locali della Federazione per sedare i tumulti. Nella Federazione di Crotone il Comitato politico federale non viene convocato da mesi e la stessa gestione della campagna elettorale amministrativa è stata condotta senza un esplicito mandato del comitato politico federale anche nella decisione che si è assunto sulla responsabilità di una presenza del partito nella giunta provinciale. In più sono stati allontanati con procedure discutibili alcuni compagni dal partito per due anni, sanzione, peraltro, non prevista dallo Statuto. A Cosenza, viene denunciata una modalità di gestione del rapporto tra circoli e federazione del tutto discutibile: e comunque, proprio qualche giorno fa, una riunione del Cpf si è conclusa, anch'essa, con l'intervento della polizia. In tutte le federazioni calabresi, inoltre, il tesseramento è gestito con criteri impropri: in concreto, le tessere vengono distribuite o negate ai circoli a seconda delle appartenenze. Non mi soffermo altrimenti sui fatti accaduti. Vi assicuro che esiste in proposito una documentazione ahimè ricchissima.

Che cosa vuol dire, tutto ciò? Che nel partito calabrese si è affermata una cultura politica personalistica e consociativa, ivi compreso l'uso delle risorse a fini di consenso e rafforzamento del proprio potere: la negazione del carattere collettivo della nostra impresa politica. Che chi è fuori dalla logica di fazione, non ha diritto di cittadinanza. Che l'organizzazione non ha alcun carattere "attrattivo" per tutti quei soggetti, singoli o aggregati, che vorrebbero far politica in termini diversi. Che tutto questo è "trasversale" rispetto alle aree o, se preferite, alle correnti. Che, in definitiva, il problema che ci troviamo di fronte è la natura del partito in Calabria, non chi attualmente la governa.


Altre scelte?

In queste condizioni, come è possibile pensare che si tenga un congresso vero e regolare agli inizi del 2005? Noi, prima di tutto, dobbiamo ripristinare le regole "minime": 1) la possibilità effettiva di accesso al partito; 2) la legittimità degli organismi dirigenti; 3) la nascita di un clima normale, oltre le risse e gli scontri, che consenta a tutti - e a tutte - la partecipazione. Questo è ciò che si può definire il «problema ambientale» del Prc della Calabria.

Proprio sulla base di queste considerazioni, abbiamo ritenuto di intervenire sulla struttura regionale anziché sulle singole federazioni: perché, prima di ogni altra cosa, è essenziale tentar di rimettere in moto un nuovo processo politico. E perché, appunto, i problemi non riguardano i singoli compagni, questo o quel dirigente, questa o quell'altra responsabilità, ma una situazione diffusa di «sospensione della democrazia» in quasi tutte le realtà federali. Il punto, insomma, non è l'attuale segretario regionale, eletto da poco più di due mesi. Il punto è, come dicevamo, la situazione ambientale che, in troppi luoghi, rende oggi oggettivamente impossibile risolvere i contenziosi che vengono posti.

In secondo luogo, non siamo intervenuti sulle singole federazioni proprio perché non volevamo dare adito a un intervento che prefigurasse uno stravolgimento degli equilibri interni visto che saranno i congressi di federazione a stabilire la platea del congresso nazionale.

Per tutte queste ragioni, domando alla Direzione di votare la proposta che vi presentiamo, completa di dispositivo. Essa è difficile, chiede tempi lunghi di realizzazione, ma è, come dicevo, necessaria.

Francesco Ferrara   

 


FAVOREVOLI E CONTRARI IN DIREZIONE NAZIONALE
 
 
Milziade Caprile
Sono d'accordo con la relazione del compagno Ferrara e con il dispositivo di commissariamento della Calabria. Si tratta certo di un passaggio difficile e delicato. E' stato detto: estremo. Non c'è dubbio che il commissariamento è sempre un atto estremo, un passaggio ultimo dopo che si sono esperiti tutti i tentativi possibili, si sono percorse tutte le strade percorribili.

Anche per questo è passato tanto tempo (troppo, secondo alcuni compagni) da quando i fenomeni di degrado si sono andati pericolosamente accumulando.

Il commissariamento - sarà bene ripeterlo - non mette in discussione il lavoro buono di molte compagne e molti compagni della Calabria, anzi: vorrebbe cercare di ridare utilità a quel lavoro, di impedire che sia costantemente messo in discussione con pratiche politiche assolutamente negative e, per questa via, ripristinare una immagine del partito capace di attrarre forze nuove.

Si è detto che in realtà altri regionali e federali sarebbero nelle stesse condizioni della Calabria. Il compagno Ferrara ( ed insieme a lui l'esperienza concreta di molti di noi che in questi anni hanno frequentato questa regione) ci ha detto di come per la Calabria si ponga il problema di arginare una sorta di degrado democratico, di come per continuità, per intensità, per atti certi documentabili e documentati, per lo stato dei rapporti, per il grave pregiudizio dell'immagine esterna del partito, di come tutto questo ponga il problema di un intervento che ristabilisca regole condivise. Ad iniziare dal tesseramento che non può essere sottoposto ad arbitri di questa o quella parte dell'organizzazione nazionale. Diciamoci la verità: sono serviti a poco: una volta terminati sono andati riorganizzandosi quanti hanno del partito un'idea padronale per cui se si "vince" un congresso o un Comitato Federale si tende ad escludere - anche forzosamente - gli altri, con buona pace del partito plurale. La strada che questa volta tentiamo (e non è detto che ci si riesca) è quella di un intervento che trova ragioni, che trova abbondanti ragioni, nella norma dello Statuto che regolano i commissariamenti e che nel contempo cerca di lavorare sul ristabilimento di un clima generale nelle regione Calabria tale da rendere e da far percepire come "corpi estranei" scelte, atteggiamenti, rapporti, concrete pratiche politiche improntate ad una visione del Partito come luogo chiuso di conquista.

Tutto - ed altro ancora di cui ci ha parlato il compagno Ferrara - risulta difficile tanto più partendo dalle difficoltà riscontrate in Calabria. Sarebbe stato di aiuto, avrebbe molto giovato al raggiungimento di un risultato positivo l'adesione costruttiva di tutte le componenti della direzione. Così non è stato e ce ne rammarichiamo. Come non possiamo che rammaricarci del tono e delle argomentazioni che qualche compagno ha ritenuto di usare; tono ed argomentazioni pretestuose perché incapaci di misurarsi con il merito delle cose in discussione. Sarà invece certamente di aiuto il sostegno di compagni che pure hanno svolto interventi anche critici come sarà certamente di aiuto l'aver indicato come compagno chiamato a garantire il commissariamento Stefano Zuccherini. La storia politica di Zuccherini all'interno del partito - prima ancora che il suo essere presidente del Comitato Politica nazionale - dice del suo equilibrio e della sua completa autonomia di giudizio. Equilibrio e autonomia di giudizio, che, ne siamo certi, ritroveremo nel lavoro delicato e difficile che auspichiamo gli venga affidato con un largo voto della Direzione.


Claudio Grassi
Il commissariamento della regione Calabria è un fatto grave. Mai nella storia di Rifondazione Comunista si era proceduto al commissariamento di una intera regione. Questo crea un precedente preoccupante, viene colpita la democrazia interna del partito. Nessuno degli addebiti specifici che sono stati sollevati per proporre il commissariamento riguardano l'operato del segretario regionale che questo commissariamento fa decadere. Sono addebiti che concernono singole federazioni o singoli circoli e in quanto tali andavano affrontati, secondo quando prevede lo statuto del Partito. Tra l'altro, gli elementi specifici che qui sono stati evocati per giustificare il provvedimento (rissosità, problemi di tesseramento, ecc.) sono purtroppo presenti, con identiche modalità, anche in molte altre federazioni di altre regioni, senza che mai - ripeto - si sia pensato di procedere al commissariamento della regione di appartenenza.

La verità è che siamo di fronte a un commissariamento politico che avviene a Congresso nazionale avviato e dopo che, due mesi fa, in quella regione era stato legittimamente eletto dal comitato politico regionale, alla presenza del compagno Francesco Ferrara, un segretario regionale, il compagno Rocco Tassone, che al congresso precedente aveva votato i 4 emendamenti alle Tesi presentate dall'area dell'Ernesto. La verità è questa: in pieno percorso congressuale viene commissariata una regione nella quale i compagni dell'Ernesto sono maggioranza. E' come se due mesi prima dello svolgimento dello scorso congresso, i Democratici di Sinistra avessero commissariato la Campania dove il Correntone aveva la maggioranza. Come avremmo giudicato noi una scelta simile se non come la dimostrazione del fatto che si voleva penalizzare una minoranza interna?

E' stato detto che in Calabria il Partito della Rifondazione Comunista non è più un presidio democratico: le parole in questo caso sono pietre.

In questi anni sono stato in Calabria molte volte, ben prima dell'ultimo Congresso, quindi ben prima dell'articolazione politica dell'attuale maggioranza. Il mio legame forte con quei compagni si è prodotto nel 1998, quando contrastammo sul campo una scissione durissima (guidata dai Tripodi, da Brunetti e De Paola) che sembrava dovesse spazzare via il Partito. Non fu così. Il Partito resistette proprio grazie a quei compagni che oggi - a giudizio della maggioranza della maggioranza - non costituirebbero più un presidio democratico. Non nego difficoltà, problemi ed errori. Ho avuto modo di constatarli direttamente andando spesso in Calabria. Ma questi problemi non si risolvono con un atto autoritario e repressivo qual è un commissariamento. Al contrario, un commissariamento li aggrava.

D'altra parte, se vogliamo essere onesti, problemi ci sono anche in altre situazioni e potrei fare un lungo elenco. Ma devo dire, conoscendo bene la situazione calabrese, che, assieme alle difficoltà, ho visto anche un partito che lotta, attivo, impegnato in battaglie assai aspre contro i poteri forti, contro la mafia, contro i neofascisti. In condizioni di grandi difficoltà e con mezzi inadeguati. Diversamente da quanto oggi si sostiene, Rifondazione Comunista in Calabria è un grande presidio democratico.

Infine sulle mie dimissioni dalla Segreteria nazionale.

I compagni e le compagne che all'ultimo congresso hanno determinato le condizioni perché io fossi in quel posto, mi chiedono di rimanere e io lo farò. Li ringrazio per quello che hanno fatto e detto in queste giornate per me difficili. Non "mollare", mi è stato detto. Non "mollerò". Ma vorrei chiarire che le mie dimissioni non sono state un colpo di testa e nemmeno un ricatto. Sono in segreteria nazionale da nove anni e mai ho posto - nemmeno in passaggi difficilissimi - questo problema. L'ho fatto in questa circostanza perché ho vissuto e vivo la scelta della maggioranza della maggioranza come una scelta grave, che colpisce la nostra democrazia interna. Vivo come un sopruso, come un'angheria, come un'ingiustizia. Una di quelle cose che ti spinge - almeno a me capita così - a ribellarti istintivamente.

La scelta che si sta compiendo oggi è un grave errore. Ci sono problemi in Calabria come in altre regioni. Ma gli interventi autoritari non solo non li possono risolvere ma, al contrario, li acuiscono.


Franco Grisolia
Quando nell'ottobre dello scorso anno affrontammo il dibattito che portò all'ingiusto e ingiustificabile commissariamento della federazione di Salerno - "colpevole" di aver avviato con un voto a maggioranza del suo Cpf il processo di rottura con la giunta di centrosinistra del capoluogo - ho indicato che a mio giudizio altre erano le realtà su cui il partito avrebbe dovuto intervenire, di fronte a situazioni di conflittualità inaccettabile, scontri fisici, denunce reciproche di dirigenti del partito alla magistratura, contenziosi su tessere non consegnate o "inesistenti". Citai i casi della Sardegna, della federazione di Reggio Calabria e della Calabria in generale. Ciò tra l'altro nel momento in cui segretario regionale di quest'ultima regione era un compagno di area politica diversa da quella a cui appartiene l'attuale segretario. Non ritengo che gli ultimi mesi abbiano visto un mutamento fondamentale nella situazione della regione e penso, quindi, che, a prescindere dall'azione specifica del nuovo segretario, un intervento nazionale abbia un suo fondamento oggettivo.

Tuttavia le modalità di tale intervento hanno un importanza fondamentale.

In primo luogo dobbiamo dare risposta alla situazione di Reggio Calabria. Qui non solo il 30% richiesto dal nostro statuto, ma addirittura la maggioranza assoluta degli iscritti ha firmato la richiesta di un congresso straordinario della federazione. Lo statuto del partito assurdamente non rende automatica l'assunzione della richiesta, ma la demanda ad una decisione della Direzione Nazionale. Tale decisione è dovuta e ricordo che la raccolta di firme si è conclusa quattro mesi fa. Naturalmente essendo alla vigilia del congresso nazionale del partito è logico che ci sia una unificazione tra i due momenti, dando però garanzie democratiche ai firmatari della richiesta di congresso straordinario.


Per questo avevo presentato un ordine del giorno che proponeva di commissariare la federazione reggina, dando nel contempo garanzie a tutti/e con la proposta di affidare la gestione del congresso non ad un singolo commissario ma ad una commissione di tre compagni/e in rappresentanza paritaria delle tre aree (maggioranza della maggioranza congressuale, emendatari, minoranza congressuale-Progetto Comunista) presenti nella federazione. E' grave a mio giudizio che, con argomentazioni formali, si sia negato di votare sulla proposta avanzata, venendo meno al rispetto di fatto nei confronti di quella maggioranza assoluta di iscritti della federazione, che, in evidente contrasto con l'attuale gestione locale del partito, avevano, come detto, richiesto il congresso straordinario della federazione.

Tali concetti democratici e di garanzia devono valere anche rispetto al commissariamento della regione Calabria. Questa scelta tardiva può apparire derivata da preoccupazioni congressuali della "maggioranza della maggioranza" del partito. Per realizzare il necessario intervento nella situazione calabrese, dando nel contempo il massimo di garanzie a tutti i settori del partito è anche in questo caso necessario non scegliere, come proposto dalla maggioranza della segreteria, di affidarsi ad un solo commissario, ma costituire una commissione plurale di tre compagni/e, in rappresentanza paritaria delle tre aree politiche del partito presenti significativamente nella regione. In questo senso ho presentato un Ordine del Giorno.

La modalità di voto scelta implica di votare in primo luogo sulla questione del commissariamento in sé e solo successivamente sulle sue modalità. Poiché il giudizio sulla correttezza del commissariamento è per me legato al carattere democratico e plurale della sua realizzazione mi astengo sulla prima questione (commissariamento in sé) e contrappongo la mia proposta di commissione plurale alla proposta di commissario unico della maggioranza della segreteria.


Gigi Malabarba e Franco Turigliatto
Sosteniamo la proposta avanzata di commissariamento della Calabria pur con molte preoccupazioni.

La prima preoccupazione deriva dal fatto, che di fronte alla gravità della situazione, l'efficacia della misura resta incerta; la seconda nasce dalla considerazione che la misura, inedita e straordinaria, se pur necessaria di fronte alla gravità dei fatti riscontrati, produce comunque un precedente che potrebbe essere utilizzato per riproporre soluzioni analoghe anche di fronte a casi di minore gravità che non la giustificherebbero in alcun caso.

Il sostegno alla proposta deriva invece dalla consapevolezza che ci troviamo di fronte a comportamenti altamente negativi e sedimentati nel tempo, qualitativamente diversi da altre situazioni di conflitto prodottesi.

E' infatti pratica sistematica e consolidata dei gruppi dirigenti "vittoriosi", qualsiasi sia il loro riferimento politico, di utilizzare il tesseramento come forma di discriminazione, negando la tessera a una parte dei richiedenti allo scopo di preservare la loro "egemonia". In questo modo si nega la possibilità e la libertà di adesione al Prc di tutti coloro che vogliono partecipare alla vita e all'attività di Rifondazione; si altera la composizione del partito e quindi la stessa base democratica del nostro dibattito e della stessa discussione congressuale. Occorre garantire la possibilità a tutte e tutti coloro che lo vogliono di contribuire alla costruzione di Rifondazione; per questo oggi è necessario un garante che se ne faccia carico. E tutte le componenti del partito debbono contribuire a questo obbiettivo.    


 


LA QUESTIONE CALABRESE

Ho letto e riletto con crescente perplessità la relazione del compagno Ferrara (Liberazione del 17 us). Non entro nel merito se la “base statutaria “ della sanzione sia contenuta nell’interpretazione che viene data della lettera dell’artic.53. Ritengo comunque che in materia sia buona norma quella di individuare e perseguire responsabilità individuali, derivanti da atti specifici.Certo quando con disinvoltura lessicale si legge che la decisione è “autoritativa” e l’organizzazione non ha carattere “attrattivo” posso pensare che “la situazione ambientale” che costituirebbe il contesto del malcostume da reprimere sia la conseguenza, come dire, di una improntitudine semantica per cui il relatore non si riferisce a quanto propriamente di competenza dell’Antimafia e della magistratura. Meno che mai vorrei pensare ad un curioso pregiudizio “razziale” da parte di Ferrara che del resto, mi dicono, d’origine calabrese. Non me ne voglia il compagno e mi si perdoni  il paradosso: non vorrei che l’antico errore del georgiano Giugasvili quando affrontava con “metodi amministrativi” la questione georgiana si riproponga, sia pure come eterogenesi dei fini (direbbe un prete),  coinvolgendo in tal modo la direzione di un  partito che fa della professione di fede antistalinista l’assillo quotidiano.             

 Franco Guerra (CFG Roma).

 

 

Cari compagni,

mi sento di dover scrivere queste righe per protestare in merito a quanto è avvenuto e sta avvenendo circa la situazione del PRC in Calabria. Da osservatore della vicenda, e assunte le pur scarse informazioni dal nostro giornale, davvero mi sembra che vi sia stata una estrema superficialità di trattamento della vicenda: quanto vi sono delle querelle che riguardano il tesseramento, la vita politica del Partito e la sua espressione poi esterna, ebbene tutte queste problematiche non possono essere affrontate a colpi di commissariamenti o provvedimenti disciplinari estremi. Mi meraviglia molto che l'intero partito calabro sia stato posto dalla Direzione sotto una tutela speciale, prevista dallo Statuto ma che va comunque usata nei casi contemplati dallo Statuto medesimo.
Invece oggi dello Statuto del Partito o si violano in modo grossolano le norme o lo si usa come una clava per far scemare il dissenso politico interno. Aspetto ancora oggi di sapere perchè, violando l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il compagno Fulvio Grimaldi sia stato cacciato da "Liberazione". Parlava troppo? Di cose "politicamente non corrette"? Certo molti si spaventerebbero, come accade in buoni salotti borghesi, a sentir dire che le Twin Towers sono un infelice prodotto delle politica americana imperialista, o che la Resistenza irachena e i tagliagole che si vedono in tv sono due cose dicotomiche e che la CIA ci sguazza a iosa in quel triste pantano che è la tragedia della guerra. Molti si spaventerebbero, si indignerebbero. Una volta ci indignavamo spesso come comunisti, andavamo fino in fondo alle questioni del mondo. Oggi ci basta lavorare per la costruzione di un "mondo migliore". Manca sempre un termine di paragone: migliore rispetto a cosa? Al capitalismo odierno? Ma tutto ciò che faccia sentire un pò di male in meno è migliore, è comunque migliore. Ma il male resta, c'è, esiste e non si cancella.
Ho l'impressione che questo nostro Partito soffra di alcune sindromi che però rintengo curabili: la prima che vedo è una sindrome che ci conduce a riconsiderare con una critica spesso spietata verso il movimento comunista stesso. Troppo spesso sento parlare di un "nuovo comunismo": mi viene da pensare che se fosse solamente il comunismo finalmente liberato dallo stalinismo sarei io stesso il primo a non scorgere la sindrome di cui parlo. Invece ci troviamo innanzi ad un "a-comunismo" che porta con sè concetti liquidazionisti: il nostro Segretario nazionale ha detto che è molto difficile immaginare qualcuno che oggi voglia dare vita ad un partito che faccia riferimento al marxismo ed al leninismo. Ironicamente dico: ma il nostro che cos'è? Un partito di sinistra alternativa. Risposta molto bella, ma in quell'aggettivo ("alternativa") si cimentano ad essere rappresentate le culture più disparate: sinistra rosso-verde, pacifisti e basta, umanitaristi, chiesa di base, movimentisti noglobal, ecc.
Questo conduce ad una progressiva, lenta e terribile assunzione di una indicibile identità, imperscrutabile, non definibile nitidamente.
La seconda sindrome da curare è quella che attacca il nostro Partito nel campo della democrazia interna: le differenze interne che esistono tra diverse aree del Partito sono state prese molto spesso ad elemento di forza per costruire degli assetti definiti, strutturati ed articolati, con tanto di tesseramento autonomo (mi riferisco all' "AMR Progetto Comunista"). Altri gruppi di compagni hanno scelto una libera adesione ad idee, programmi e proposte politiche, senza vincoli altri che non fossero la comune appartenenza al PRC. Credo che questa impostazione sia decisamente migliore rispetto all'edificazione di piccoli fortini interni al Partito: la libera espressione di ogni compagno, la libertà di adesione o meno ad un'area di pensiero e di sviluppo del medesimo in pratica politica determina lo status poi generale della prospettiva di lungo e breve termine della rifondazione comunista.
E' sempre stato chiaro a me, come a numerosissimi compagni, che l'interesse del Partito viene prima d'ogni altra cosa. Ma questo non può essere sacrificato sotto il peso di un accentuato leaderismo che tende ad identificare il PRC con la figura del Segretario, che pure è persona, compagno il cui lavoro è indispensabile per tutti noi. Così come non si può trattare lo Statuto del Partito a proprio piacimento. Una inezia (o forse no?): il simbolo del Partito viene modificato con approvazione del CPN per le sole elezioni europee. Il CPN non stabilisce ciò per le amministrative. Tuttavia la Segreteria stabilisce che venga usato il simbolo dei cerchi eccentrici anche per le amministrative. E' una forzatura, ma può essere benissimo compresa come esigenza di riconoscibilità del contrassegno sulle varie schede in cui sarà chiamato ad esprimersi l'elettore. Ma ora, terminato il tempo elettorale vero e proprio, si continua ad usare il simbolo con i cerchi eccentrici. E' mio parere che se dobbiamo rispettare lo Statuto, e quindi rispettare il Partito nel suo insieme, ebbene non si possa dare per scontato nulla. Il simbolo del Partito può solamente modificarlo il Congresso nazionale. Ciò non è avventuo, dunque si deve tornare all'utilizzo del vero contrassegno del Partito, quello privo di "eccentricità". Questo non significa affatto che il Congresso nazionale del prossimo anno non decida una parziale modifica del simbolo, ma questo non può essere imposto con la logica dell' "abitudine"... Così facendo finiremo per abituarci a troppe cose e a considerare normale tutto quello che dall'alto ci viene calato.
Nessuno ha pensato di sentire le opinioni dei compagni sulla vicenda della fondazione del partito della Sinistra Europea. Metodologicamente sono stati commessi errori così grossolani che mi risulta difficile pensare ad una ammissione di buona fede in merito. Su questa scia non si comprende più il valore della singola iscrizione, adesione al PRC. Su questa scia si è oltre la delega della rappresentanza partitica stabilita dal Congresso nazionale e dalle altre istanze del Partito. Il superamento di una corresponsione di dibattito e di assunzione di responsabilità in merito a questioni come la Sinistra Europea, il già dato per scontato accordo di governo con il centrosinistra, sono elementi dirompenti per un invece corretto percorso di elaborazione, a sinistra, di nuove piattaforme di lotta sociale e politica.
Termino questo lungo scritto, e mi scuso per la lunghezza medesima, chiedendo con grande pacatezza e con grande fiducia che si cerchi d'ora in poi di riconsegnare al Partito la sua funzione, rispettando la sua storia, le sue tradizioni, il suo cammino umano e politico. E' un pò paradossale che questo appello venga rivolto ai massimi dirigenti del Partito medesimo, ma è l'effetto di una causa. Tutto qui.
Grazie per l'attenzione.
 
Marco SFERINI
Segretario circolo PRC "Nanni Rebagliati" Savona centro

 

Cari Compagni di Rifondazione (e mi rivolgo a tutti, commissariati e commissari, eletti e non eletti sulla base di scelte più o meno comprensibili ma certamente discutibili),

 

scrivo per esprimere le ovvie perplessità di chi, spettatore esterno delle vicende interne di un partito che, anche se soltanto da elettore, ritiene che in qualche modo gli appartenga, fa fatica nel vedere applicate regole statuarie che mai accetteremmo di vedere applicate laddove il rapporto fra maggioranza e minoranza, tra maggioranza e dissenso, dovesse riguardare la vita istituzionale di tutti i giorni.

Il giorno dopo un buon risultato elettorale, purtroppo, l'impressione è quella di trovarsi di fronte ad una vera e propria resa dei conti.

Chi vince ha sempre ragione e squadra che vince non si cambia, sono le regole. Ma nell'"economia politica" di un partito democratico, ho sempre pensato che a vincere non siano soltanto un segretario o un gruppo dirigente monotematico, bensì la pluralità dei contributi, anche e soprattutto in dissenso, nella quale gli elettori, i non iscritti, possono riconoscersi e attraverso la quale la proposta politica può arricchirsi.

Del resto, su un altro piano, questo è quello che Rifondazione Comunista chiede e pratica da sempre sul piano più generale della democrazia istituzionale e del rapporto con gli altri partiti del centrosinistra.

Atti eclatanti e critica dura fanno parte della proposta politica di tutti i giorni (o altrimenti non si spiegherebbe la candidatura del disobbediente Nunzio D'Erme), ed è facile immaginare cosa potrebbe succedere se per un atto di disobbedienza il Presidente della Camera o del Senato decidessero di sospendere dei parlamentari per 9 mesi, così come successo al compagno Grimaldi per aver "disturbato" la presentazione del congresso fondativo del Partito della sinistra europea e per aver messo indirettamente in discussione i modi di scelta dei candidati indipendenti.

Insomma, per essere chiari: disobbedienti in casa d'altri sì; disobbedienti in caso nostra no, per statuto e "così sia"!

 

Ma l'aspetto più grave di tutto questo fervore "regolamentare" a tutela del partito, è certamente quanto avvenuto con il commissariamento dell'intera Calabria.

Ancora una volta, mi viene d'inquadrare la questione trasferendola sul piano dei rapporti istituzionali, tra istituzioni con pari dignità.

Non si tratta di una trasposizione arbitraria.

Le dimensioni dei soggetti sono tali da rendere doverose alcune considerazioni di principio.

O si riconosce in modo pieno, infatti, una dimensione di autonomia alle realtà locali, in modo particolare se estese ad un'intera regione; o, evidentemente, ci troviamo di fronte ad un potere discrezionale tale da mettere in dubbio qualsiasi certezza di democraticità.

Certamente, il mancato rispetto della vita democratica di un partito è cosa grave. Ma quali le soluzioni per impedire che ciò avvenga?

Come si può apparire giudici imparziali se la contestazione è rivolta ad un'area politica che esprime orientamenti diversi dalla maggioranza nazionale che decide e adotta i provvedimenti di "rimozione"?

Tutto questo, per altro, in coincidenza con un recentissimo cambio di segreteria a livello regionale e senza che il nuovo segretario abbia avuto il tempo sufficiente per affrontare le questioni per le quali, a livello nazionale, si è decisa la rimozione di fatto.

E che questa coincidenza appaia quanto mai anomala, è confermato dalla mancanza di addebiti nei confronti del breve operato del nuovo segretario.

Quali le ragioni, infatti, per questa mancanza di fiducia preventiva nei confronti di una segreteria regionale con appena due mesi di vita?

Per decisioni tanto gravi non possono esservi ragioni preventive, evidentemente.

Come anche non possono esservi ragioni di "diritto" per un intervento a posteriori senza aver prima assolto al doveroso onere di dimostrare l'illegittimità della nuova segreteria, tanto più vista la decisione di agire contro l'intera regione senza aver prima sottoposto le questioni riguardanti le singole federazioni ai nuovi organi regionali.

 

Mi permetto di concludere, infine, sulle questioni riguardanti il tesseramento.

Su questo aspetto, più volte sollevato nella decisione di commissariare la Calabria, credo si debbano dire parole chiare.

Se difetto di democrazia c'è, questo è imputabile all'intero partito laddove sono ancora possibili:

- criteri di discrezionalità riguardo all'effettiva possibilità di accesso al partito;

- ma anche e soprattutto, gl'improvvisi spostamenti o rafforzamenti di maggioranza in coincidenza delle scadenze congressuali.

 

Che possa piacere o no, anche Rifondazione non appare immune ai giochini delle correnti di democristiana memoria.

Se sono certamente censurabili comportamenti che in qualche modo potrebbero limitare il tesseramento (limiti in ogni caso applicabili perché previsti e, quindi, se del caso, da rivedere), non meno dannose per la democrazia della vita del partito sono le poco chiare concentrazioni di iscritti a ridosso delle scadenze congressuali denunziate, dati incontestabili alla mano, da più parti.

In un partito come Rifondazione, sono sufficienti poche centinaia di iscritti dell'ultima ora per influenzare la linea politica di intere federazioni; e continuare a far finta di nulla di fronte a questo problema significa soltanto che questa situazione fa comodo così com'è.

Ma a chi è che può far comodo una tale situazione di potenziale degrado della moralità interna al partito? E per quanto?

 

Non dimentichiamo, infatti, tanto per ricondurci alla più ampie battaglie per la difesa dei diritti delle minoranze, che le elezioni si vincono e si perdono; che un giorno si è maggioranza ed un altro minoranza e che quelle stesse regole che oggi possono farci comodo, il giorno dopo potrebbero essere usate per impedirci di "partecipare".

 

Franco Ragusa