CONGRESSO DEL PRC: interventi di Falcemartello e AMR Progetto Comunista
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Contro la svolta di Bertinotti
Se si vuole l’unità bisogna perseguirla
Risposta ai compagni di Progetto Comunista
I militanti di Rifondazione Comunista che si sono recati a Roma il 25 settembre per partecipare alla manifestazione nazionale del partito si saranno probabilmente imbattuti in un volantino di Progetto Comunista dal titolo: “Una proposta congressuale alternativa rivolta a tutti i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista, al di là di ogni vecchia divisione di mozione”.
Molti avranno pensato, con un titolo del genere, di trovarsi di fronte a una proposta unitaria rivolta a tutti coloro che si oppongono alla svolta governista di Fausto Bertinotti, pur rispettando e mantenendo le diversità di ciascuno.
Ma proseguendo nella lettura del testo le aspettative iniziali vengono immediatamente frustrate perché, come di seguito andremo a spiegare, le condizioni poste da Progetto Comunista non solo non allargano il fronte ma rischiano di non tenere assieme neanche quella che negli ultimi 6 anni è stata la sinistra del Prc.
Chi conosce la storia della sinistra del Prc sa che in passato accordi confusi e senza una base reale di principio non hanno fatto altro che aprire la strada a successive divisioni che hanno aumentato la confusione e la demoralizzazione nei settori più critici del partito. Questo non significa, come spiegheremo di seguito, che non sia possibile alcun accordo in vista del prossimo congresso, al contrario: ma ogni accordo deve essere trasparente e comprensibile: si deve rendere evidente agli occhi di ogni militante del partito in cosa consiste l’accordo, dove comincia e dove finisce. Per questo, prima di entrare nel merito, ci pare indispensabile analizzare il reale contenuto della proposta avanzata dai compagni di Progetto comunista.
Non di proposta unitaria si tratta, ma di una proposta che inevitabilmente genererà nuove divisioni approfondendo quel processo di frantumazione e crisi nella quale è entrata la seconda mozione, a nostro giudizio per gli errori di linea e i metodi sbagliati difesi da Ferrando, Grisolia e compagni.
Ma entriamo nel merito. Progetto Comunista ritiene “essenziale che il vasto sentimento comune del partito contro la svolta intrapresa, possa tradursi in una proposta congressuale chiara e inequivoca. Capace di raccogliere dal basso la domanda interna di unità contro la svolta ma al tempo stesso di evitare ricorrenti ambiguità, oscillazioni, pendolarismi. In questo senso avanziamo all’attenzione di tutti i compagni del nostro partito tre proposte di linea di valore strategico e tra loro intrecciate come base di un comune testo congressuale alternativo”.
Per raccogliere il vasto sentimento comune del partito contro la svolta Progetto Comunista propone a tutti i militanti di “unirsi” in Progetto Comunista.
La velleità della proposta “unitaria” si dimostra anche dal fatto che non è accompagnata da una indicazione di un percorso credibile all’interno della quale discutere democraticamente quello che dovrebbe essere il “comune testo congressuale alternativo”.
Resta il dato di fatto che i militanti che volevano aderire a Progetto Comunista potevano già farlo senza aspettare un congresso, altri potranno aderire se lo riterranno nel corso della discussione congressuale. In che consiste il testo comune? Comune con chi? Comune ai militanti che già sono di Progetto Comunista?
Ma allora perché si parla di andare al di là di ogni vecchia divisione di mozione? Per convincere chi era già convinto oppure per spiegare al militante che allo scorso congresso aveva sostenuto la maggioranza che a questo congresso se vuole può anche sostenere la mozione di Progetto Comunista?
Questo diritto a ogni militante non lo garantisce Ferrando o chi per lui, è un diritto ovvio che tutti hanno dal giorno in cui entrano in questo partito e cioè quello di discutere, confrontarsi e alla fine votare sulle opzioni strategiche che considerano più adeguate a garantire il rafforzamento del partito e il perseguimento degli obiettivi della rifondazione comunista.
Ci diranno i compagni: “Nei congressi deve prevalere la chiarezza delle posizioni, per cui i documenti si fanno solo con quelli che dal primo all’ultimo punto la pensano come noi”.
Bene, giusto, tanta intransigenza va certamente rispettata, ma su questo li aspetteremo alla coerenza dei fatti. Che non è certo quello che hanno dimostrato negli ultimi anni.
Come si generano divisioni dichiarandosi a favore dell’unità
In realtà i compagni Ferrando e Grisolia che come tutti sanno sono “uomini di principio” hanno sempre delle discriminanti strategiche da tirar fuori in funzione delle necessità del momento.
Nel testo di Progetto Comunista le tre discriminanti fondamentali che propongono, senza le quali qualsiasi accordo sarebbe un pasticcio opportunistico sono:
1) “La rottura immediata del Prc con la prospettiva di ingresso in un secondo governo Prodi”. Fin qui nulla da obiettare, ma ovviamente non può bastare per Progetto Comunista. La proposta, udite, udite è “combinata con la proposta più generale di un polo autonomo anticapitalistico e di classe”.
2) La difesa di un programma incompatibile con il capitalismo che necessariamente chiami la prospettiva di un’alternativa di potere per rifondare su basi socialiste la società italiana ed europea.
3) Nessun governo della borghesia, di centrodestra o di centrosinistra può essere privato di un’opposizione di classe e comunista. Ci si deve opporre, dunque, dunque a qualsiasi governo dell’alternanza e a qualsiasi tipo di desistenza verso il centrosinistra.
Tutti coloro che conoscono il dibattito che in questi anni ha attraversato il nostro partito sanno benissimo che queste discriminanti tagliano fuori non solo l’area Erre che ha rotto nel ’98 con la minoranza del partito, ma anche l’area Falcemartello (a cui appartiene chi scrive) che non ha mai condiviso la parola d’ordine del Polo autonomo di classe e non condivide la prospettiva di una scissione dal Prc, se nel 2006 il partito decidesse di entrare nel governo Prodi, che è quanto velatamente si afferma nella terza discriminante (Nessun governo della borghesia, di centrodestra o di centrosinistra può essere privato di un’opposizione di classe e comunista…) e che da tempo Ferrando e Grisolia vanno promettendo ai propri sostenitori.
Quando si tratta di principi e di convinzioni strategiche abbiamo tutto il rispetto di questo mondo, e di certo non possiamo obbligare nessuno a compromettersi con tendenze che i compagni considerano irrimediabilmente malate di opportunismo e centrismo.
Ma, se le cose stanno così, perché al terzo congresso del Prc l’allora gruppo Proposta di Ferrando e Grisolia era alleato all’interno di un’area e di un documento nel quale oltre all’attuale seconda mozione c’erano non solo Bandiera Rossa (l’antesignana di Erre) ma anche gli stalinisti di Bacciardi che di certo non rispettavano i requisiti che oggi vengono presentati come paletti irrinunciabili, principi a cui una marxista rivoluzionario non può rinunciare? Eravate opportunisti ieri o siete estremisti oggi? Delle due l’una.
Le diverse aree che componevano la vecchia seconda mozione al terzo congresso, su questo argomento non avevano posizioni fondamentalmente diverse da quelle di oggi, eppure dopo il terzo congresso nel 1996 fu proprio il gruppo Proposta che propose con maggior convinzione la formazione di un’associazione più ampia all’interno della quale entrassero tutti i militanti e le aree che avevano sostenuto il documento di minoranza. Si diceva inoltre nelle riunioni che ogni gruppo preesistente doveva cedere parte della propria “sovranità” per garantire il funzionamento e il successo della nuova associazione.
Il progetto naufragò perché Bacciardi si scisse poco dopo dal partito e Bandiera Rossa dopo la rottura col governo Prodi decise di entrare nella maggioranza del partito.
Ma a quel congresso in ogni caso si fece una battaglia unitaria contro la maggioranza di Bertinotti e Cossutta anche se Bandiera Rossa accettava la politica della desistenza verso il centrosinistra per battere le destre, Ferrando la rifiutava mentre noi di Falcemartello, allo scopo di aprire uno spazio per dialogare con la base dei Ds e della Cgil, proponevamo una desistenza rivolta ai soli Ds che non isolasse il partito ma allo stesso tempo non lo subordinasse a quelle forze organicamente borghesi e liberali del centro dell’Ulivo. La parola d’ordine della rottura al centro era ed è ancora oggi centrale nella linea politica che la nostra area ha sempre proposto all’insieme del partito.
Il terreno unitario e condiviso da tutta la minoranza congressuale era il rifiuto a sostenere in qualunque forma (da dentro il governo o dall’esterno) un esecutivo di centrosinistra. Questo era il punto determinante allora e ci pare lo sia anche oggi quando dalla base del partito viene una richiesta crescente di formare un fronte, il più ampio possibile che si opponga alla svolta governista di Fausto Bertinotti.
Hanno pienamente ragione i compagni quando dicono che vanno evitate le ambiguità e gli accordi senza principio, ma la loro applicazione si spinge molto oltre. Presentano per unitaria una proposta che sostanzialmente si limita a recintare i confini della propria area e chiudono qualsiasi terreno di convergenza con le altre aree d’opposizione.
L’applicazione “flessibile” dei principi
Tutto questo, che sembra molto coerente e genera rispetto in tutti noi, si scioglie come neve al sole quando i referenti cambiano. Vediamo il caso della federazione di Vibo Valentia.
Come è noto Progetto Comunista da diversi anni dirigeva la federazione di Vibo Valentia, federazione da cui provenivano una buona fetta dei voti della minoranza (280 all’ultimo congresso, corrispondenti a circa il 7% dei voti presi a livello nazionale).
Il segretario della federazione è il compagno Matteo Malerba, che oltre ad appartenere a Progetto Comunista è stato eletto negli ultimi due congressi nella Direzione nazionale del Prc, su proposta, ovviamente, dell’area a cui appartiene.
Malerba era fino a questa estate l’unico membro della Direzione che appartenesse all’Associazione marxista rivoluzionaria Progetto Comunista oltre a Ferrando e Grisolia. Si trattava dunque di una figura non secondaria.
Nonostante Malerba si sia sempre disciplinato alle posizioni che formalmente Progetto Comunista difendeva a livello nazionale sull’indipendenza di classe dal centrosinistra, nella realtà alle ultime elezioni provinciali ha non solo fatto un accordo con il centrosinistra, ma è diventato anche assessore all’ambiente in una giunta provinciale guidata da Bruni, un esponente della Margherita.
La cosa è rimasta sotto silenzio fino al giorno in cui è stata denunciata dai nostri compagni calabresi su FalceMartello e questo alla fine ha portato nel mese di luglio alla decisione di Malerba di abbandonare di sua iniziativa l’associazione Progetto Comunista.
E’ da notare che nella circolare inviata dal compagno Francesco Ricci alla newsletter di Progetto Comunista per informare dell’avvenuta separazione, quest’ultimo, dopo aver ribadito gli eterni principi, incredibilmente ha proposto a Malerba e ai compagni di Vibo che condividevano la linea dell’accordo di sostenere il documento di Progetto Comunista al prossimo congresso. Riportiamo:
“Caro Matteo, cari compagni, ci auguriamo possiate ricredervi. Per quanto ci riguarda restiamo aperti al confronto politico, anche in vista della imminente fase congressuale nella quale proporremo a tutti i militanti del Prc -e quindi a maggior ragione a voi, con cui abbiamo condiviso una lunga battaglia politica- di sostenere le posizioni della sinistra rivoluzionaria: posizioni che si esprimeranno, come sempre, in testi inequivoci, fondati sul concetto di indipendenza di classe del movimento operaio dalla borghesia dai suoi governi (e giunte) per l'alternativa socialista. Così pure nella collocazione interna al partito, in riferimento agli scontri organizzativi - ma non politici - tra le diverse anime della maggioranza dirigente (scontri particolarmente aspri in Calabria) continueremo a mantenere la piena autonomia della nostra azione, rifiutando ogni blocco con l'una o l'altra componente: cosa che auspichiamo continuerete a fare anche voi.”
Evidentemente le discriminanti ideologiche per il “documento comune” sono assolute nei confronti di chi pur opponendosi alla partecipazione del Prc in un governo (o giunta) borghese non sostiene la posizione del Polo autonomo di classe o ha proposto in passato forme di desistenza (nel nostro caso verso i Ds e le forze di sinistra) ma non sono tali per chi siede al tavolo di una giunta guidata da un esponente della Margherita e sostenuta da partiti come l’Udeur. Ecco quanto valgono i principi per Progetto Comunista.
In realtà la cosa che più conta è che Malerba non è impegnato in una battaglia per l’egemonia all’interno della sinistra del Prc, ha come si è visto altri obiettivi, mentre Falcemartello si è impegnata in questa battaglia. Tanto è sufficiente per spiegare la politica dei due pesi e delle due misure.
Inoltre sbaglia chi pensa che questa svolta a Vibo sia un fulmine a ciel sereno. Chi come noi dal ’97 al febbraio del 2001 (data della nostra espulsione da Progetto Comunista) ha partecipato ai dibattiti nazionali (quando nell’area potevano partecipare tutti i sostenitori della seconda mozione che lo desiderassero e non solo quelli che aderivano al Movimento per la Rifondazione della Quarta Internazionale), sa benissimo che Malerba ha sempre sostenuto l’idea che non si poteva applicare rigidamente a livello locale la linea che la minoranza difendeva a livello nazionale contro gli accordi con l’Ulivo, particolarmente nelle piccole città (come Vibo, appunto).
Ed è su questa base che venne coniato il termine, che è stato ricorrente per molti anni nei documenti della sinistra del Prc: “opposizione di classe alle giunte di centrosinistra a livello nazionale e a partire dalle grandi città”.
Si trattava di una mediazione sbagliata fatta per ragioni sbagliate e che ha avuto le conseguenze che conosciamo. E’ evidente che a un giudizio onesto i dirigenti di Progetto Comunista non possono sentirsi estranei rispetto a quello che è successo a Vibo. Non solo non hanno dichiarato da subito la loro contrarietà per quanto stava avvenendo, non solo propongono comunque a Malerba e ai compagni che hanno fatto quella scelta di aderire al loro documento contro gli accordi con l’Ulivo “senza sé e senza ma” ma hanno contribuito a rafforzare le tendenze opportuniste esistenti nella federazione cercando la via della mediazione e non con una discussione chiarificatoria che forse temevano potesse portarli a perdere il controllo della federazione.
Che coraggio ci vuole dopo tutto questo nel proclamarsi paladini dell’intransigenza e a dichiarare la propria indisponibilità a fare accordi senza principi!
Quale proposta unitaria?
Il punto vero della questione oggi non è se ciascun documento di opposizione prende un punto percentuale in più o in meno ma è impedire che Rifondazione Comunista venga coinvolta in una disastrosa esperienza di governo ripercorrendo la parabola del ’96-’98 avendo per di più dei ministri nell’esecutivo. E’ questa la discriminante di fondo su cui andrebbe aperto un confronto con l’obiettivo di costruire un documento comune delle opposizioni al prossimo congresso ed è su questo terreno che facciamo appello perché Progetto Comunista essendo l’area maggiormente rappresentata nel Cpn (tra quelle che verosimilmente possono essere disponibili a un percorso del genere) si faccia promotrice di un percorso democratico che vada in questa direzione.
Una proposta del genere potrebbe risvegliare nuove energie nella battaglia congressuale e darebbe maggiori motivazioni ai tanti militanti disorientati dalle svolte e dalle controsvolte del segretario. All’interno di un quadro comune poi ogni area difenderà le proprie tesi specifiche senza occultare opportunisticamente le differenze che esistono.
Questo potrebbe essere il contesto ideale per condurre la battaglia congressuale, a condizione che venga accettato da tutti.
Nel caso in cui tale proposta non andasse in porto, nei pochi mesi che restano da qui al congresso proponiamo almeno un’ipotesi subordinata, un obiettivo minimo che serva a dare un segnale a tutti quei militanti che chiedono l’unità delle opposizioni alla linea governista di Bertinotti: che noi tutti si vada al congresso pur con documenti distinti (se questo è inevitabile) ma ognuno di essi aperto da un preambolo comune che rifiuta l’accordo del Prc con il centrosinistra e l’entrata nel governo Prodi in caso di vittoria dell’Ulivo.
Si dia un segnale che esiste un’opposizione composita, articolata al suo interno quanto si vuole ma che è in grado di unirsi almeno su un punto decisivo prefigurando per il futuro l’embrione di una direzione alternativa a quella che attualmente dirige il partito.
Lo dobbiamo ai nostri militanti, lo dobbiamo ai lavoratori di questo paese.
Claudio Bellotti (Direzione Nazionale PRC) Alessandro Giardiello (Comitato Politico Nazionale PRC)
Milano, 1 ottobre 2004.
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POLO DI CLASSE O
FRONTE UNICO CON D'ALEMA?
PROPOSTA
CONGRESSUALE ALTERNATIVA CHIARA E UNITARIA RIVOLTA A MIGLIAIA DI
COMPAGNI E COMPAGNE DEL PRC O UNITA' PASTICCIATA CON FALCEMARTELLO?
Una doverosa risposta a Bellotti e Giardiello
di Francesco Ricci
Circola su Internet
da alcuni giorni un testo firmato dai due dirigenti del piccolo
gruppo di Falcemartello ("Se si vuole l'unità bisogna perseguirla")
che costituirebbe, secondo gli autori, una "risposta" alla proposta
congressuale unitaria avanzata da Progetto Comunista a tutti i
compagni del Prc, al di là di ogni vecchia divisione di mozioni.
Il testo di
Falcemartello si compone essenzialmente di due parti: in una prima
si riesumano necrotiche polemiche di diversi anni fa circa la
presunta "espulsione" di Falcemartello dall'allora area
programmatica Progetto Comunista; in una seconda parte si sostiene
che -oggi come ieri- Progetto Comunista non avanzerebbe una proposta
realmente unitaria. Ad amalgamare questi due ingredienti c'è un
continuo ricorso all'invettiva, con toni altalenanti tra l'attacco
personale offensivo a singoli compagni di Progetto Comunista (con
oscure battute sugli "uomini di principio" e altre piacevolezze
simili) e un sarcasmo tanto grezzo quanto inefficace.
Tralasciamo
volutamente questo amalgama indigesto perché -a differenza dei
dirigenti di Falcemartello- non crediamo che sia corretto (o utile)
mischiare la polemica politica e il dileggio.
In realtà la rozza
accentuazione polemica con cui i compagni Bellotti e Giardiello
hanno rivestito la loro "risposta" -con toni insoliti che hanno
lasciato perplessi diversi compagni- è, ancorché scorretta, non
priva di una sua ragione. Lo scopo della lettera è infatti quello di
motivare il rifiuto della proposta congressuale di Progetto
Comunista (cosa in sé ovviamente legittima) tentando di sfuggire a
un confronto di merito per imbastire invece una diatriba infinita
(almeno nelle loro intenzioni, noi decliniamo da subito l'invito) su
chi è unitario e chi non lo è.
Esaminiamo allora le
due parti della "risposta" ignorando i toni.
1) L'ETERNA
POLEMICA SUL PASSATO
Il rilancio della
storia sulla cosiddetta "espulsione" di Falcemartello da quella che
era allora l'Area programmatica Progetto Comunista (di cui
l'Associazione marxista rivoluzionaria Progetto Comunista
costituisce l'evoluzione, decisa a larga maggioranza in una serie di
assemblee democratiche) è l'aspetto più grottesco del testo dei due
compagni.
Si tratta infatti di
una polemica vecchia di alcuni anni che non aveva già senso quando
fu innescata da Giardiello e Bellotti. Come sanno infatti i compagni
che parteciparono a quella stagione del dibattito nella sinistra del
Prc, Falcemartello non fu mai "espulsa" da Progetto Comunista per la
semplice ragione... che non aderì mai all'area programmatica, non
votando nemmeno i suoi atti costitutivi (a Bellaria, nel 1999). E'
vero invece che Falcemartello pretese -per un certo periodo- di "far
parte" dell'area programmatica: rifiutandosi contemporaneamente di
sostenere e diffondere i suoi strumenti di stampa; di partecipare
alla costruzione delle sue iniziative; di sostenerne le posizioni
decise a maggioranza (sia localmente che nel Cpn presentavano
documenti contrapposti a quelli dell'Area). La loro "partecipazione"
all'area programmatica consisteva nel rivendicare il "diritto" di
partecipare a tutte le fasi della discussione (in genere per
impartire ai compagni lezioni di marxismo "autentico") rifiutando
poi di praticare in qualsiasi modo le scelte democraticamente
assunte. Una posizione di comodo, insomma, comprensibile da parte di
un piccolo gruppo alla ricerca di singoli militanti da reclutare.
Altrettanto comprensibilmente vi fu a un certo punto una "presa
d'atto" -da parte del 95% dei compagni dell'Area presenti nel Cpn-
della volontà di Falcemartello di non partecipare in alcun modo alla
costruzione di quell'area programmatica, per costruirne -del tutto
legittimamente- una propria. Si trattò di una separazione obiettiva.
Che senso ha, allora, anni dopo, rilanciare di nuovo questa ridicola
polemica? A chi mai può interessare (a parte Bellotti e Giardiello)?
Fummo proprio noi,
all'epoca, a proporre ai compagni di Falcemartello una relazione
diversa e più seria, tra aree distinte: proseguire il confronto
politico (anche aspro, se condotto in termini rispettosi di tutti) e
l'eventuale convergenza laddove se ne presentasse la possibilità.
Inutile dire -specie
a chi legge talvolta il giornale di Falcemartello- che Bellotti e
Giardiello non accettarono mai questa relazione con Progetto
Comunista: preferendo continuare a lanciare periodici attacchi del
tutto privi di una base politica e piccole campagne diffamatorie (da
ultimo quella su Vibo Valentia, su cui -a differenza di quanto
scrivono con un certo egocentrismo Bellotti e Giardiello- abbiamo
assunto da subito un atteggiamento chiaro e nettissimo, non certo
perché "incalzati" da qualche articolo calunnioso pubblicato sulla
loro rivistina).
Ma tant'è. Ognuno si
costruisce sulle sue basi e coi suoi metodi.
2) POLO DI
CLASSE O FRONTE UNICO CON D'ALEMA E FASSINO?
Più interessante è
invece leggere gli elementi di "risposta" che i dirigenti di
Falcemartello danno alla proposta unitaria avanzata da Progetto
Comunista per il VI Congresso.
Una proposta che
risale almeno all'agosto scorso con l'intervento del compagno Marco
Ferrando nel dibattito estivo ospitato da Liberazione. Già in
quell'articolo ("Una lotta radicale di massa per cacciare
Berlusconi", del 17 agosto) si proponeva la costruzione di un
documento congressuale a partire da alcuni assi fondamentali: la
rottura del Prc col centro liberale dell'Ulivo (maggioranza Ds e
Margherita); la prospettiva di costruzione di un polo di classe da
avanzare da parte del Prc a tutti i soggetti politici e sociali che
hanno partecipato ai movimenti di questi anni (Sinistra Ds, Pdci,
Verdi, Cgil, Sindacalismo di classe, Movimento antiglobalizzazione);
la salvaguardia dell'opposizione di classe. Il testo che abbiamo
diffuso il 25 settembre (e che è a sua volta una sintesi di un testo
più ampio, pubblicato sul nostro giornale e sul sito) precisa
ulteriormente quella che è una proposta aperta per avviare un
percorso democratico che, attraverso passaggi di discussione in ogni
federazione, sbocchi in una Assemblea nazionale (il 13-14 novembre)
in cui compagni delegati da ogni situazione sulla base della
condivisione di questi assi generali possano definire un testo
congressuale alternativo.
E' appunto il nucleo
di questa proposta che i compagni Bellotti e Giardiello non
condividono: il polo di classe anticapitalistico. Non è una novità:
è l'elemento principale (in aggiunta a un innegabile settarismo) che
portò anche negli anni scorsi Falcemartello a distanziarsi dal resto
della sinistra del partito.
In sintesi, i
compagni di Falcemartello partono da una diversa analisi della
relazione tra le classi e i due poli dell'alternanza (da anni
sostengono che la grande borghesia priviligerebbe un rapporto con il
Polo berlusconiano); da una diversa valutazione dei Ds (che
rimarrebbero, secondo loro, un partito socialdemocratico che la
borghesia vorrebbe "sciogliere"); da una diversa linea politica (il
fronte unico per spostare a sinistra i Ds); da una diversa
prospettiva.
Nella mozione
alternativa, presentata da questi compagni al Cpn del luglio scorso,
si può leggere che: "La vicenda del voto per il ritiro delle truppe
dimostra la difficoltà crescente dei dirigenti dei Ds, spinti a
oscillazioni sempre più evidenti dalla pressione contrapposta dei
movimenti di massa da un lato, e della classe dominante dall’altro
(...)". I Ds vengono quindi analizzati come una forza in preda alle
tipiche contraddizioni di una socialdemocrazia.
Ciò che rivela una
clamorosa incomprensione dell'evoluzione liberale della maggioranza
dirigente Ds in un rapporto di intreccio crescente con i poteri
forti che mirano a sostituire, in un processo di alternanza, il poco
affidabile governo Berlusconi con un governo Prodi-Fassino.
Falcemartello da
anni nega la rottura dell'apparato maggioritario dei Ds con la
propria antica funzione socialdemocratica in direzione di un
compiuto approdo liberale. E per questo continua a indicare come
obiettivo non quello della rottura delle forze del movimento operaio
dal centro liberale (maggioranza Ds, Margherita) ma piuttosto quello
di una separazione dei Ds (supposti "socialdemocratici") dal centro
liberale (che sarebbe riconducibile alla sola Margherita). Volendo
tradurre questa posizione fantastica (solo nel più ristretto senso
etimologico) la prospettiva sarebbe quella di una separazione di
D'Alema e Fassino dal centro liberale... cioè da sé stessi!
Non solo: il tutto
in funzione di una concezione strategica subalterna e "frontista"
nei confronti di una presunta socialdemocrazia -che socialdemocrazia
non è più; con la conseguente rimozione del significato stesso del
fronte unico leninista (una tattica per smascherare e politicamente
distruggere -attraverso la sfida all'unità d'azione su obiettivi di
classe- gli "agenti della borghesia in seno al movimento operaio",
per sottrarre così alla socialdemocrazia l'egemonia tra le masse)
per sostituirlo con un disegno di fronte unico strategico -per di
più avanzato ai liberali Ds invece che alle sole forze
socialdemocratiche- che individua nelle burocrazie una
rappresentanza, seppur distorta, della classe, che le lotte
dovrebbero spostare a sinistra...
Non c'è da stupirsi
(si fa per dire) se a partire da questo caos politico-teorico
Falcemartello durante il primo governo Prodi -mentre i ministri
liberali Ds gestivano il violentissimo attacco anti-operaio (a base
di finanziarie giganti, Pacchetto Treu, ecc.)- proponeva l'unità
con... D'Alema e Bersani "contro il centro liberale".
Come si vede non ci
divide da questi compagni soltanto una analisi delle classi e del
loro ruolo in Italia. Ci divide la proposta generale da avanzare in
contrapposizione a quella governista della maggioranza dirigente del
Prc.
L'analisi di
Falcemartello e la sua linea si scontrano non solo e non tanto con
l'analisi e le concezioni di Progetto Comunista: ma con
l'implacabile evidenza quotidiana dei fatti.
Se D'Alema e Fassino
-come pretendono Bellotti e Giardiello- sono dirigenti di un partito
socialdemocratico costretti quindi nella contraddizione (classica
per ogni classica socialdemocrazia) tra il rapporto con i lavoratori
e quello con la borghesia, come si spiega il fatto che su ogni
questione fondamentale e persino minimale (l'articolo 18) non
abbiamo assistito al classico zig-zag socialdemocratico da parte
loro? Perché D'Alema e Fassino si schierano sempre dall'altra parte
della barricata di classe? Se Bellotti e Giardiello si fossero mai
posti questa domanda, probabilmente avrebbero capito quanto è
evidente ai più: e cioè che ogni lotta degli ultimi anni (quella
sull'articolo 18 è un esempio chiaro) ha portato alla rottura netta
tra le forze comuniste e socialdemocratiche (Sinistra Ds, Cgil, Pdci,
Verdi, ecc.) da un lato e forze liberali dall'altro (maggioranza Ds,
Margherita, ecc.).
E ancora: non è
sufficiente leggere la stampa per vedere come una larga maggioranza
della grande borghesia (compresi oggi i settori minoritari che
sostennero con entusiasmo inizialmente Berlusconi) puntano sul
cambio di cavallo? Vi siete accorti, verrebbe da chiedere a Bellotti
e Giardiello, di quanto è successo in Confindustria? Avete sentito
parlare di Montezemolo? Non sapete nulla della relazione tra D'Alema
e Fassino e i settori industriali, la grande impresa, le grandi
concentrazioni bancarie (Monte dei Paschi, SanPaolo) ecc.? Non vi
riesce proprio di capire il ruolo diverso da quello di una
socialdemocrazia che oggi svolge la maggioranza Ds, la sua funzione
materiale in questo nuovo contesto storico? Non cogliete il valore
del progetto dalemiano di partito democratico come candidatura
sottoposta alla grande borghesia (e da essa favorita) per un
ricambio di alternanza borghese?
PRENDIAMO ATTO
DELLA RISPOSTA NEGATIVA DI BELLOTTI
Quanto detto sopra è
indispensabile per individuare il nocciolo della lettera di Bellotti
e Giardiello. I due compagni ci sfidano a dimostrare una reale
volontà unitaria rimuovendo dagli assi della nostra proposta il suo
significato: la costruzione di un polo di classe fondato
sull'autonomia del movimento operaio. Ci propongono insomma un
"fronte del no" congressuale privo di una credibile alternativa alla
linea e allo sbocco che propone la maggioranza bertinottiana
(l'assorbimento di fatto del Prc in uno dei due poli
dell'alternanza).
E perché mai
dovremmo fare questo? Perché dovremmo sostituire il polo di classe
con il fronte unico con D'Alema? Perché dovremmo rinunciare a una
proposta che è al contempo unitaria e chiara, a favore di un
pasticcio privo di reale alternatività alla scelta bertinottiana?
Secondo Bellotti e
Giardiello dovremmo sacrificare il senso di una proposta alternativa
per essere unitari... con Falcemartello, in una logica settaria di
tutela di spazi di componente. Una logica che non ci è mai
appartenuta e che troviamo ancora più inaccettabile di fronte
all'importanza strategica per la rifondazione comunista del VI
Congresso del Prc.
Cari Bellotti e
Giardiello: il problema che si pone Progetto Comunista e
migliaia di compagni del Prc in questo VI Congresso (compresi
diversi compagni provenienti dalle vostre file) non è quello di
acquisire lo 0,8 o 0,9% di voti in più che ci verrebbe da un'unità
senza basi politiche con Falcemartello, ma di sviluppare una
battaglia per la difesa intransigente dell'opposizione comunista
come presupposto della costruzione di un polo autonomo di classe per
l'alternativa di sistema. Scusateci quindi, compagni Bellottti e
Giardiello, se essendo impegnati in questa difficile battaglia non
dedicheremo altro tempo alle vostre piccole polemiche di bottega.
15 ottobre 2004
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