DUE INTERVENTI SU RIFONDAZIONE COMUNISTA... E POI BASTA.

Due interventi su Rifondazione Comunista, provenienti da compagni che, nel corso degli anni, hanno seguito percorsi diversi. Il primo, Raul Mordenti, è ben conosciuto e stimato: protagonista del 1968, negli anni successivi dirigente di Democrazia Proletaria, confluisce nel PRC con la sua organizzazione; all'interno del PRC, ha sempre fatto parte della maggioranza bertinottiana, ma non senza una capacità di proposta e di critica che gli sono valse l'emarginazione nella Federazione di Roma del partito. Quanto a Marco Veruggio, si tratta di uno dei maggiori esponenti dell'area del PRC che faceva capo a Marco Ferrando, che ha deciso di rimanere all'interno del PRC e di non seguire lo stesso Ferrando e gli altri dirigenti e militanti che stanno abbandonando il partito di bertinotti e dando vita al Movimento per la costituzione del Partito Comunista dei Lavoratori.
E' importante leggere tutti e due i documenti, nel merito dei quali è giusto che ognuno si formi una propria opinione. Ciò che a noi preme sottolineare è un aspetto che ricorre pressoché identico in tutti e due i documenti, e cioè la denuncia dell'assenza di democrazia nel partito di bertinotti.
Scrive Mordenti. " A me pare che la democrazia nel Prc abbia raggiunto livelli talmente bassi che sarebbero apparsi scandalosi anche nel Pci (che noi accusavamo di stalinismo); si veda l'epurazione sistematica delle voci di critica e di dissenso, la totale chiusura di "Liberazione" alle critiche e, non da ultimo, la disinvolta violazione dello Statuto (non a caso!) proprio riguardo la non  rieleggibilità dei parlamentari e l'incompatibilità fra cariche istituzionali e cariche di Partito. Ricordo che un compagno come Gianni Alasia denunciò ripetutamente questa violazione dello Statuto senza ottenere neppure che la sua lettera fosse pubblicata da "Liberazione".
Il Prc insomma sembra essere uscito a destra, verso forme tipiche della socialdemocrazia, non a sinistra, dal centralismo democratico comunista, e la sua costituzione materiale vede ormai il dominio totale dei vertici istituzionali e burocratici, strettamente intrecciati fra loro in "famiglie", mentre gli organi di dibattito e direzione politica collettiva, dai CPC al CPN, sono umiliati e svuotati di ogni ruolo effettivo (il correntismo rafforza e legittima questa situazione).  Basti dire che non sono mancati, e non mancano, perfino fenomeni vistosi di leaderismo e di verticalizzazione, davvero insopportabili in un partito che si riempie quotidianamente la bocca della critica allo stalinismo: il centro comanda ormai stabilmente sulla periferia, il vertice sulla base, gli istituzionali comandano sul Partito, e non viceversa
".
Per parte sua, Marco Veruggio scrive (in quello che, per la verità, non è un vero e proprio documento, bensì un comunicato-stampa): "
Rifondazione ha paura del dissenso? La Segreteria nazionale di Rifondazione Comunista mi ha comunicato, in quanto unico dirigente nazionale dell’area del terzo documento congressuale rimasto nel partito, che nel corso del Comitato Politico nazionale di sabato si procederà alla cancellazione d’ufficio della rappresentanza del terzo documento congressuale negli organismi dirigenti nazionali, sostituendo con compagni provenienti da altre mozioni i posti lasciati liberi da Marco Ferrando e dagli altri 16 compagni che hanno abbandonato il partito. Sebbene il grosso dei compagni che votarono il terzo documento non stia aderendo – mi pare – alla scissione. Insieme agli altri sottoscrittori del testo “Perché continuiamo la nostra battaglia dentro il Prc” (...), apprendo quindi con sconcerto la decisione di azzerare così - di fatto - una posizione politica espressa allo scorso congresso e di considerarci da domenica come compagni che fanno politica nel Prc “a titolo personale”."
Ai compagni Mordenti e Veruggio ci permettiamo di rivolgere una semplice domanda: ma chi - o cosa - ve lo fa fare, rimanere a tutti i costi in una organizzazione che non solo di "comunista" ha ormai soltanto il nome (ed anche quello, crediamo, ancora per poco tempo), ma che nei fatti funziona come un ibrido fra il vecchio PSI di Craxi ed un comitato di affari? Ciò che i compagni Mordenti e Veruggio denunciano è la pura verità, ma è anche la realtà quotidiana e consolidata di un partito che ha condotto a compimento la propria mutazione politica ed anche antropologica: per chi non ha come massima ambizione nella vita quella di fare carriera e di liberarsi dall'incombenza di un lavoro (o della ricerca di un lavoro), restare in Rifondazione Comunista equivale ad un atto di masochismo.
I gusti sono gusti: per quanto ci riguarda, con gli interventi di Raul Mordenti e di Marco Veruggio, chiudiamo - dopo quattro anni e mezzo - la sezione di Arcipelago dedicata al PRC; eventuali notizie e interventi riguardanti quel partito, d'ora in avanti, le troverete nelle altre sezioni del sito.


LA RIFONDAZIONE COMUNISTA E' FINITA?

di Raul Mordenti

Abbiamo aspettato la conclusione delle tornate elettorali per evitare di danneggiare in qualsiasi modo, anche indiretto, il Partito impegnato nella battaglia del voto. Ma ora continuare a tacere equivarrebbe a rendersi complici di una gestione del Partito che sembra condurlo ogni giorno di più verso esiti preoccupanti, se non catastrofici.

Il punto di partenza non può non essere un'analisi politica del voto (di cui, francamente, si è avvertita la più totale mancanza da parte degli organi dirigenti, al di là delle dichiarazioni di circostanza).

Si apprende dai giornali di convinti festeggiamenti fra i dirigenti di Rifondazione. C'è in queste feste, e più in generale nell'atteggiamento dei gruppi dirigenti, come un appagamento per un fine conseguito. Questa sensazione è rafforzata dall'abbandono della segreteria da parte di Bertinotti (senza che la successione, peraltro del tutto prevista, sia stata minimamente preparata).

Ma il fine somiglia troppo alla fine.

Quale dei due concetti opera qui? Credo che di quelle feste di cui hanno parlato i giornali debbano interessarci meno le forme (in verità un po' da parvenus e forse anche poco rispettose della sensibilità del "popolo comunista") che le motivazioni. Cosa festeggiavano quelle feste?  

1.  I risultati elettorali

Francamente, non sembra sia da festeggiare il risultato elettorale del Prc in quanto tale; confrontiamo l'unico dato confrontabile: il 5,8% della Camera, contro il 6,1% alle europee del 2004, è sotto quel 6% che Bertinotti aveva definito come l'obiettivo minimo del Prc (al Senato il dato è migliore, ma non confrontabile mancando lì per il passato un voto proporzionale). Si registra, come è del tutto ovvio, un lieve incremento rispetto al 5% e rotti delle politiche del 2001, ma in quelle elezioni il Prc correva da solo (in un sistema maggioritario!) mentre nel 2006 si presentava (e con la proporzionale!) ben dentro l'alleanza di Prodi, anzi definendo se stesso come "la Sinistra, quella dell'Unione". Mi permetto di dire che per i marxisti i voti non si contano soltanto ma anche si pesano: e allora il risultato del 2001 indicava per il Prc, in una situazione difficilissima, un grado di autonomia politica (e dunque di radicamento sociale e di classe) incomparabilmente superiore rispetto a quello del 2006. Quali sono le cause di questo indebolimento? È almeno esso percepito, colto come problema, messo a tema di una vera e approfondita discussione autocritica all'interno del Partito? Chi conservi l'idea che la vicenda del Prc si era data come scopo la rifondazione in Occidente di un partito comunista di massa, non può peraltro trascurare un dato: resta lontanissimo l'8,6% delle politiche del '96 (che in verità non si raggiunge neppure sommando il 5,8% del Prc con il 2,3% del Pdci del 2006, ciò significa che neppure la scissione del 1998 è stata recuperata). Dieci anni sembrano essere passati invano, almeno dal punto di vista elettorale. Non dovrebbe bastare questo dato a spingerci a interrogarci se la rifondazione comunista sia fallita oppure no?

Il dato delle amministrative è ancora più negativo e, politicamente, ancora più preoccupante: a Roma il Prc arriva al 5,4% con 70.586 voti, cioè circa tre punti percentuali in meno rispetto al 10 aprile, e poiché per noi comunisti contano anche i votanti, non solo le percentuali (e il numero dei votanti alle amministrative è stato molto più basso che alle politiche), allora si deve notare che sugli oltre 200.000 elettori delle politiche Rifondazione ne perde a Roma 130.000; insomma che quasi due elettori su tre, un mese dopo, non ridanno il loro voto al Partito. Si tratta della riprova agghiacciante del fatto che il voto delle politiche è stato in sostanza un voto d'opinione, un voto (per dir così) "televisivo", trainato probabilmente dall'"immagine" di Bertinotti. Un fenomeno analogo lamenta Forza Italia per la mancanza di Berlusconi dalle televisioni in occasione delle amministrative: ma può un partito comunista assistere, senza preoccuparsi, al fatto che il suo rapporto con il popolo degli elettori è segnato da un fenomeno tipicamente berlusconiano?

Festeggiamo tutto questo? No, è evidente che il Prc festeggia un'altra cosa, non il numero dei voti ma quello degli eletti, reso cospicuo solo dalla legge elettorale e dal premio di maggioranza (due cose a cui in verità ci siamo sempre opposti, anche se, in verità, con scarsa convinzione). È allora questo, aver eletto molti parlamentari, il fine da conseguire/conseguito?

Ma eleggere (o piuttosto nominare, considerando l'abolizione delle preferenze) molti parlamentari, un po' di sottosegretari, consiglieri, assessori, etc., e relative mini-burocrazie stipendiate, può essere il fine di un partito comunista, la sua vera benché inconfessata "ragione sociale"? Per un partito comunista tutto ciò dovrebbe rappresentare non un fine, bensì uno strumento, utile solo se serve per fare politica da comunisti, cioè per difendere e fare avanzare la classe, per promuovere la pace, per costruire un nuovo internazionalismo, per rifondare un partito comunista di massa. Il problema è se questi obiettivi (che ci eravamo dati quindici anni or sono ponendo mano all'ambizioso processo della Rifondazione comunista) sono ancora, oppure no, i veri fini del Prc. Non sarebbe la prima volta che un'organizzazione complessa (come è un partito) modifichi progressivamente e molecolarmente i propri fini, cioè finisca per darsi di fatto, e per perseguire, dei fini assai diversi da quelli proclamati a parole. È forse questo anche il nostro caso?  

2. Lo stato della Rifondazione

Consideriamo come sono stati affrontati alcuni dei nodi decisivi del processo politico che chiamiamo rifondazione:

1) della costruzione del partito di massa e del radicamento sociale meglio non parlarne, e infatti nessuno ne parla più: il Prc continua a perdere iscritti (circa 5% in meno nel 2005) cioè, considerando il reclutamento di nuovi iscritti, conosce di fatto una continua emorragia di compagne e  compagni che dopo essersi avvicinati, e perfino iscritti, ci volgono le spalle. In quali sede, quando e come si è mai discusso un simile problema, che appare davvero cruciale?

2) Sembra completamente derubricato anche il problema della nuova composizione di classe, cioè il problema fondamentale di capire anzitutto e poi di organizzare il nuovo antagonismo di classe, il precariato, i nuovi lavori, mentre non c'è più alcuna traccia dello sforzo di radicamento del Partito nei luoghi di lavoro che aveva portato alla Conferenza di Treviso; non per caso l'inchiesta langue, ammesso che esista ancora (quella sull'Università, lanciata con la grancassa sotto Congresso, è stata una brutta beffa fatta al nostro Circolo di Tor Vergata); quel poco di ricerca sociale e teorica che il Prc compie è (davvero incredibilmente!) esternalizzato.

3) Il grande tema della ricomposizione unitaria della sinistra antagonista ha visto nel Prc non il motore propulsore ma addirittura il principale freno. È stato il Prc il primo partito a negarsi al processo ricompositivo proposto dalla "Camera di consultazione della Sinistra", che pure avevamo appoggiato (di nuovo: a parole) al momento della sua nascita.

Ancora più istruttiva, e grave, è la vicenda della Lista Arcobaleno a Roma, cioè del tentativo di settori del movimento antagonista di darsi una rappresentanza politica diretta in Consiglio comunale: il Prc romano ha prima rifiutato di partecipare a tale processo, poi l'ha addirittura osteggiato con tutte le sue forze, con il bel risultato di avere un Consiglio comunale del tutto spostato a destra, dove sono ora ampiamente rappresentati (nella maggioranza!) gli ex-forzitalioti e l'Opus Dei ma è invece assente un compagno come Nunzio D'Erme e, quel che più grave, sono assenti le lotte e i settori sociali che lo hanno espresso. In questo senso penso che si debba considerare la sconfitta di quella lista come una grave sconfitta dell'intera sinistra romana, e in primo luogo dei comunisti, e ripenso al fatto che in altri momenti altri comunisti (forse meno istituzionali di noi, o più gramsciani) seppero non solo tollerare, ma addirittura promuovere e favorire il successo di altre liste elettorali a sinistra, diverse dalla propria, perché consideravano in modo lungimirante quelle liste funzionali all'allargamento del fronte di alleanze (penso ad esempio al PSIUP, o ai cattolici nella Sinistra Indipendente, etc.). Esiste traccia in Rifondazione di una simile politica unitaria sul terreno delle istituzioni? Come si concilia il settarismo istituzionale con la proclamata a parole scelta del Prc a favore dei movimenti? Direi che si concilia in un solo modo: il Prc è disposto a lodare i movimenti (forse in modo anche troppo acritico e propagandistico) perché vuole averne la rappresentanza istituzionale, e in esclusiva. Insomma alla domanda posta a suo tempo da Rossanda "A cosa serve un Partito che appoggia davvero i movimenti ma non si vuole sciogliere in essi?", il Prc sembra avere una risposta, semplice e semplicistica: "Serve a rappresentarli nelle istituzioni". Ciò spiegherebbe perché, quando i movimenti rivendicano la propria autonomia e una pari dignità politica allora per il Prc (nonostante ciò che c'è scritto nei documenti congressuali o che si dice nei comizi) i movimenti diventano nemici, da eliminare.

4) La difficile, ma pure necessaria interlocuzione politica non solo con i movimenti ma anche con il Pdci, i Verdi, con la sinistra DS contraria allo scioglimento nel Partito democratico e con le sinistre  sindacali è stata di fatto abbandonata; essa viene sostituita con … l'offerta di seggi ai Folena, ai Falomi, ai Galeota, e anche ai Caruso (in piena coerenza con la linea ultra-istituzionalista di cui dicevamo). La Sinistra Europea sembra così essere giocata come il contenitore vuoto di una tale operazione. tutta (e solo) politicista, che non affronta nessuno dei nodi politici, teorici e programmatici veri che sono sul tappeto e attraverso i quali può passare un processo aggregativo autentico. Basterebbe fare un primo elenco di problemi su cui ci ha diviso in passato (e, forse, ci divide ancora oggi) qualcosa di assolutamente sostanziale da compagni come Folena: la guerra in Kossovo e in Afganistan, la difesa della Costituzione e del parlamentarismo contro il presidenzialismo e il maggioritario, la scuola pubblica e la lotta contro la Riforma Berlinguer-Zacchino-Moratti, il nostro rifiuto della Costituzione europea, e (come sempre assolutamente dirimente per la sua concretezza e urgenza) la questione della solidarietà a Cuba.

5) Di una rifondazione teorica del comunismo (per non dire di una ricerca originale sulla rivoluzione in  Occidente) non c'è traccia nessuna, se si escludono le innovazioni di Bertinotti, alcune convincenti altre francamente meno, ma tutte introdotte solo dall'alto, e quasi a strappi, senza nessuna discussione vera. Così anche il problema di un vitale rapporto critico con la storia comunista (da cui il nome stesso del Prc) è stato liquidato, o piuttosto rimosso. A sostituire una tale ricerca si sente troppo spesso pronunciare da dirigenti di Rifondazione il più sciocco dei ritornelli, quello del "superamento del Novecento", come se superare davvero non comportasse anzitutto capire, assumere criticamente la nostra storia e sapere così discernere il bambino dall'acqua sporca. Se così non fosse, se il comunismo rappresentasse davvero solo un errore e un orrore del Novecento di cui liberarsi, allora nel 1989 avrebbe avuto ragione Achille Occhetto. Ma se si pensa questo, allora occorre dirlo. Occorre cioè avere l'onestà intellettuale e politica di riconoscere le ragioni di Occhetto (e poi magari porre questo occhettismo più temperato e cauto a base di una nuova forza politica, da fondare assieme ai suoi eredi, naturalmente cancellando anche il nome "comunista").

3. Il Prc e la fase politica che si apre

La questione è come un simile partito possa affrontare la fase politica che si apre, una fase assai più difficile di quanto possa sembrare. Berlusconi non è più al Governo, e questo è un risultato di enorme portata politica che sarebbe sciocco sottovalutare; appartiene al peggior estremismo di marca bordighista (in verità presente anche nel Prc) ritenere che tutti i Governi della borghesia siano uguali, e invece non è affatto indifferente per il movimento operaio avere a che fare con Berlusconi o con Prodi. Ma il berlusconismo è vivo e vegeto, ed è ben lontano da essere sconfitto (e perfino analizzato e compreso) dalla sinistra. Cambiate le cose che sono da cambiare (è ovvio che Berlusconi non è Mussolini, anche se sono tanti i punti di contatto fra i due regimi reazionari), è  come se invece della Resistenza  della Liberazione e della Costituzione noi avessimo avuto, a far cadere il fascismo, solo un "incidente" tattico di Mussolini, una congiunzione di circostanze irripetibili e assolutamente favorevoli per gli antifascisti. Nel nostro caso tali circostanze favorevoli sono state: a) la crisi economica del capitalismo mondiale ed europeo, aggravata in Italia (ma non provocata) dalla politica di rapina del blocco sociale berlusconiano; b) la coincidenza di tale crisi con la scadenza della Legislatura; c) una legge elettorale iniqua, fatta dalla maggioranza berlusconiana a propria misura e che invece, per ironia della storia, ha fatto vincere l'Unione.

Non è il caso di dimenticare che, se fosse stata ancora in vigore la legge elettorale precedente, con gli stessi voti che ha preso il 10 aprile Berlusconi avrebbe vinto; e meno che mai è il caso di dimenticare che se Berlusconi avesse vinto, avrebbe conquistato la presidenza della Repubblica, affossato definitivamente la Costituzione e, insomma, avrebbe completato e consolidato il suo regime reazionario di massa, compiuto la sua "rivoluzione passiva" antipopolare. C'è insomma mancato poco che il movimento operaio e democratico conoscesse in Italia una sconfitta di portata epocale.

Quel che più conta è che il blocco sociale berlusconiano è intatto, e aggressivo, mentre quello del centro-sinistra appare assai variegato e composito e, soprattutto dal punto di vista degli interessi di classe, anche contraddittorio: esso comprende al suo interno la Confindustria e i sindacati, i più oltranzisti e filoatlantici radicali e i pacifisti,  i filo-vaticani à la  Rutelli e Fioroni e i rappresentanti politici del movimento gay, i sostenitori principali della privatizzazione della scuola e gli insegnanti e gli  studenti in lotta, e così via. È inoltre presente e forte dentro il centrosinistra una componente che punta ad un'alleanza strategica con il berlusconismo (magari privato di Berlusconi), un'alleanza da costruire anzitutto sul terreno delle "riforme" istituzionali (oltre che su quello della politica estera): chi ancora ne dubitasse dovrebbe rileggersi l'intervista rilasciata da Fassino al "Foglio" di Ferrara per sostenere la candidatura di D'Alema al Quirinale. Il ritardo del Prc nel mettersi alla testa della battaglia per il No al referendum costituzionale, impegnando al pieno delle sue energie il Partito, segnala (nel migliore dei casi) quanto scarsa sia nei gruppi dirigenti di Rifondazione la consapevolezza di questi rischi e della necessità di opporvisi.

Il centro-sinistra avrà dunque grandi difficoltà a governare, soprattutto perché le casse dello Stato sono state lasciate dalla destra davvero vuote, la crisi economica c'è, e anzi si aggraverà, anche per la subalternità del centro-sinistra italiano ai cosiddetti "dettami dell'Europa", cioè ai diktat del grande capitale finanziario (e non sarebbe la prima volta che un Governo di centrosinistra viene chiamato a rimettere a posto le finanze dello Stato dilapidate dalla destra). E dunque il ruolo del Prc nel Governo appare difficilissimo, dovendo oscillare continuamente fra il cedimento e la minaccia (impossibile) di una rottura. Per reggere una simile situazione, e anzi farla evolvere a sinistra, servirebbe una grande capacità egemonica, che sappia imporre come tema centrale del centro-sinistra la necessità di fuoruscire dal berlusconismo (non solo da Berlusconi); servirebbe una straordinaria capacità politica di intrecciare spinta di massa e mediazione politica, iniziativa di lotta e capacità tattica: insomma servirebbe un partito, un partito di massa, un partito comunista di massa. (Francamente non si riesce a capisce perché, in una situazione simile, si sia scelto di investire la forza politica di Bertinotti in un ruolo puramente istituzionale come la presidenza della Camera, riducendo così la presenza al Governo dei comunisti ai minimi termini, e non invece giocare la forza del Prc all'interno del Governo, con Bertinotti stesso e con altri Ministeri che ci sarebbero toccati).

4. L'auto-correzione e la ripresa del Prc sono possibili?

Domandiamoci: esistono all'interno del Prc possibili auto-correzioni dei processi degenerativi che sono sotto gli occhi di tutti? Può insomma funzionare nel Prc la democrazia interna che fallì nel Pci e, prima ancora, nel Pcus?

A me pare che la democrazia nel Prc abbia raggiunto livelli talmente bassi che sarebbero apparsi scandalosi anche nel Pci (che noi accusavamo di stalinismo); si veda l'epurazione sistematica delle voci di critica e di dissenso, la totale chiusura di "Liberazione" alle critiche e, non da ultimo, la disinvolta violazione dello Statuto (non a caso!) proprio riguardo la non  rieleggibilità dei parlamentari e l'incompatibilità fra cariche istituzionali e cariche di Partito. Ricordo che un compagno come Gianni Alasia denunciò ripetutamente questa violazione dello Statuto senza ottenere neppure che la sua lettera fosse pubblicata da "Liberazione".

Il Prc insomma sembra essere uscito a destra, verso forme tipiche della socialdemocrazia, non a sinistra, dal centralismo democratico comunista, e la sua costituzione materiale vede ormai il dominio totale dei vertici istituzionali e burocratici, strettamente intrecciati fra loro in "famiglie", mentre gli organi di dibattito e direzione politica collettiva, dai CPC al CPN, sono umiliati e svuotati di ogni ruolo effettivo (il correntismo rafforza e legittima questa situazione).  Basti dire che non sono mancati, e non mancano, perfino fenomeni vistosi di leaderismo e di verticalizzazione, davvero insopportabili in un partito che si riempie quotidianamente la bocca della critica allo stalinismo: il centro comanda ormai stabilmente sulla periferia, il vertice sulla base, gli istituzionali comandano sul Partito, e non viceversa.

Tutto ciò ha comportato fra l'altro una modalità di selezione dei gruppi dirigenti in base all'obbedienza e alla "fedeltà" alla corrente o alla "famiglia" (altra cosa, del tutto diversa, è la fedeltà al Partito), che mette in secondo piano il "saper fare" e la verifica delle capacità di ciascuno, distrugge la democrazia interna e che ha conseguenze gravi, ormai evidenti a tutti, sull'efficacia del nostro lavoro collettivo. Si è insomma confermato (ma non ci voleva molto a saperlo) che il comunista più obbediente non è quasi mai il comunista più capace e intelligente.

Tutto ciò è rafforzato e sanzionato, non certo contrastato, dal correntismo. Il correntismo garantisce a tutte l correnti la possibilità di partecipare al gioco istituzionale (attraverso una sorta di lottizzazione interna, peraltro squilibrata), rendendo in tal modo inesistente un vera dialettica politica, e i gravi danni che esso ha apportato sono ormai sotto gli occhi di tutti. La denuncia che alcuni di noi svolsero in sede congressuale purtroppo si è rivelata più che fondata. Il Prc è ormai di fatto una federazione di partitini tenuti insieme solo dal reciproco interesse (ma fino a quando questo perdurerà?).

5. Che fare?

Non siamo oggi, purtroppo, nella condizione di avanzare proposte, che non siano quelle di una franca discussione alla base del Partito, sapendo che una vera discussione di massa è sempre un modo di "far fuoco sul quartier generale", cioè in questo caso sull'alleanza organica istituzionalismo-burocratismo che sembra avere saldamente in mano il Prc.

Questa discussione dovrebbe vertere particolare su due punti:

a)      un'analisi politica approfondita del berlusconismo, come assetto del "capitalismo semiotico" contemporaneo ma anche come forma attuale della politica reazionaria delle classi dominanti italiane, da analizzarsi nel quadro dell'imperialismo e del quadro internazionale unipolare e della "guerra infinita";

b)      una discussione franca (anche in vista di un Congresso straordinario che sembra davvero inevitabile)  sulla forma-partito, a partire dalla necessaria critica del correntismo e dalla modifica del regolamento che permetta a tutte le energie presenti nel Partito, anche a quelle che rifiutano di organizzarsi in corrente, di partecipare alla vita politica, di conservare cioè il diritto di votare e di essere votati.

Per quanto mi riguarda non saprei neppure dire se siamo ancora in tempo, o, al contrario, se i processi degenerativi che denunciammo al Congresso (e che oggi sono sotto gli occhi di tutti) siano ormai talmente avanzati da apparire irreversibili. Non sarebbe, purtroppo, la prima volta che un'impresa politica comunista cambi in corso d'opera la propria natura.

 Ma se le cose stessero così occorrerebbe almeno diventarne consapevoli, per quanto doloroso possa essere e sia.

                Raul Mordenti

(Circolo Universitario 'Tor Vergata')


 COMUNICATO STAMPA: Rifondazione ha paura del dissenso?

La Segreteria nazionale di Rifondazione Comunista mi ha comunicato, in quanto unico dirigente nazionale dell’area del terzo documento congressuale rimasto nel partito, che nel corso del Comitato Politico nazionale di sabato si procederà alla cancellazione d’ufficio della rappresentanza del terzo documento congressuale negli organismi dirigenti nazionali, sostituendo con compagni provenienti da altre mozioni i posti lasciati liberi da Marco Ferrando e dagli altri 16 compagni che hanno abbandonato il partito. Sebbene il grosso dei compagni che votarono il terzo documento non stia aderendo – mi pare – alla scissione. Insieme agli altri sottoscrittori del testo “Perché continuiamo la nostra battaglia dentro il Prc” (che allego con le prime firme raccolte in questi giorni), apprendo quindi con sconcerto la decisione di azzerare così - di fatto - una posizione politica espressa allo scorso congresso e di considerarci da domenica come compagni che fanno politica nel Prc “a titolo personale”.

In una fase in cui il Prc e la sinistra sono posti sotto attacco all’interno della stessa Unione (vedi la vicenda di Lidia Menapace e le accuse di “folklorismo”) si sceglie una strada che rischia – questa sì – di favorire una vera e propria emorragia di preziose forze militanti. Ponendo di fatto ai margini iscritti e dirigenti di questo partito che hanno ricoperto un ruolo importante in alcuni dei movimenti e delle lotte più significativi di questi ultimi anni: dai compagni del Circolo Prc Fiat-Sata di Melfi ai compagni no Tav di Bussoleno fino al Circolo Prc Fincantieri di Genova.

Il messaggio che si rischia di mandare all’esterno è che pezzi di partito impegnati su fronti in cui si misurano le maggiori contraddizioni dello schieramento di governo domani vivranno dentro Rifondazione in uno stato di minorità. Mentre proprio oggi, sull’Afghanistan, si rischia di entrare in collisione con chi chiede a gran voce il no al rifinanziamento anche di quella missione. Fausto Bertinotti al penultimo Cpn ci esortò a rimanere nel partito facendosi garante della possibilità per tutte le posizioni politiche presenti nel partito di avere agibilità e rappresentanza. Continueremo il confronto con la segreteria nazionale augurandoci quell’impegno sia pienamente mantenuto. Se così non fosse sarebbe un problema. Non solo per noi. Per tutta Rifondazione Comunista. Per tutta la sinistra.

Genova, 14 giugno 2006
Marco Veruggio Collegio nazionale di Garanzia Prc-Se/Segreteria regionale Prc-Se Liguria