I DOCUMENTI PRESENTATI ALLA DIREZIONE NAZIONALE DEL 17.6.2003

 

Il documento approvato

 

 

La direzione esprime il proprio ringraziamento per lo sforzo eccezionale profuso dal Partito in questi mesi: la raccolta delle firme per i referendum, la costituzione dei comitati per il Sì nelle realtà territoriali e nei posti di lavoro per giungere fino alla tornata elettorale delle amministrative e alla campagna per i referendum condotta in una condizione difficilissima di oscuramento; Bilancio politico del referendum sull'articolo 18: Il referendum ha perso. Non ha sfondato nel profondo della condizione sociale del Paese e su questo occorre interrogarsi a fondo. Per questo, anche in vista del Comitato Politico Nazionale del 28 giugno, invitiamo i circoli tutte le strutture del partito a tenere riunioni per la valutazione dell'esito del referendum. Questo è il dato saliente del voto del 15 e 16 giugno che non dobbiamo oscurare. Sul voto del referendum ha, inoltre, pesato duramente la scelta del governo di osteggiare in tutti i modi lo svolgimento della consultazione con l'indicazione di una data al termine di varie tornate elettorali amministrative e regionali e a ridosso dell'estate, nonché l'oscuramento scientifico operato dal servizio pubblico e dalla gran parte del sistema informativo, nonché la campagna astensionistica senza precedenti condotta da un fronte di oltre il 90% delle forze politiche, tutte le organizzazioni del padronato e il maggior numero delle organizzazioni sindacali. In questo contesto, particolarmente grave risulta l'orientamento assunto dai gruppi dirigenti dei Democratici di Sinistra e della Margherita. Malgrado tutto ciò, oltre 10 milioni di Sì, testimoniano l'esistenza di una base materiale forte di resistenza e di proposizione di una nuova politica economica e sociale. Ricordiamo che oltre 10 milioni di Sì, rappresentano i due terzi dell'insieme dei voti dell'Ulivo e Rifondazione Comunista alle elezioni politiche del 2001. Essi rappresentano, assieme al complesso delle forze che hanno dato vita e aderito al referendum, una risorsa fondamentale per combattere le nuove battaglie sociali che ci aspettano, prime fra tutte l'annunciato attacco alla Previdenza pubblica, rispetto alla quale dobbiamo lavorare per una risposta articolata ed unitaria a livello europeo, l'opposizione ai progetti di estremizzazione della precarizzazione del lavoro e l'attacco all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori contenuto nel progetto di legge 848 bis. Contestiamo radicalmente, infatti, la valutazione, avanzata in particolare dal padronato e dalle destre, secondo la quale il dato delle urne affermerebbe il consenso del popolo italiano alle misure del governo. Non è vero in quanto loro stessi hanno rifiutato il confronto democratico, hanno rinunciato a contrapporre il No a Sì, sapendo che il raggiungimento del quorum avrebbe portato certamente la vittoria del fronte referendario.

In questo quadro complessivo, senza nascondere il dato della sconfitta, riteniamo che la scelta del referendum sia stata giusta: ha tentato di proporre uno sbocco politico a un grande movimento di lotta, ha riproposto, dopo oltre 20 anni, il capitolo delle conquiste sociali, ha riproposto, anche criticamente, il tema cruciale dell'efficacia dell'opposizione alle destre e alla loro politica, tema che è comunque squadernato drammaticamente, anche di fronte più tradizionali forme dell'azione sindacale e politica e quindi interroga criticamente tutte le opposizioni politiche e sociali. Bilancio delle elezioni amministrative: il dato più evidente consiste nell'erosione del consenso delle destre e nel successo delle opposizioni. In questo quadro, posiamo valutare positivo agli effetti dei processi politici il risultato del Partito perché di incoraggiante tenuta del suo livello di consenso, con alcune elementi particolarmente incoraggianti (il voto nelle grandi città) e alcune zone d'ombra (la difficoltà più marcata nelle periferie, la difficoltà di rompere il meccanismo del voto utile allorché ci siamo presentati da soli, il permanere di situazioni di conflittualità interna in alcune realtà territoriali);
Apertura di una nuova fase politica: c'è una spinta all'unità delle forze di opposizione alle destre che va assunta non acriticamente. Convive, infatti, con un'altra spinta che va nella direzione di una politica di alternativa alle destre sul terreno proprio delle politiche economiche e sociali. Il punto dinamico che dobbiamo mettere all'ordine del giorno della nostra iniziativa è come connettere queste due spinte. Dobbiamo sottolineare, il referendum ne è una esemplificazione emblematica, le difficoltà e le divisioni che permangono (sulle politiche strutturali che riguardano le scelte economiche, le condizioni sociali, le politiche sul lavoro, in primo luogo). Nessuna lettura è così lontana dalla realtà come quella che vede una precipitazione politicista del rapporto tra Rifondazione e il centro sinistra. La prospettiva che noi lanciamo è tutt'altra.

Qualificare l'opposizione: si deve aprire, in un dibattito aperto, con le forze sociali ed il movimento, il tema di come qualificare e rendere efficace l'opposizione al governo delle destre. Le scorciatoie politiciste sono illusorie e non servono. Il toro va preso per le corna: come affrontare il tema decisivo di prospettare un'alternativa programmatica alle destre. Ne esistono le condizioni? Pensiamo di si, anche se l'esito non è scontato. Il nostro punto è sviluppare un'offensiva in questa direzione.

Le novità dello scenario:
1. C'è una crescita nei movimenti, che interviene fin dentro il centro sinistra e rende permeabili almeno alcune sue componenti alla sua influenza. Ma questa crescita, che è una crescita di militanza e di partecipazione attiva importante, ancora non riesce a radicarsi nel cuore profondo delle condizioni sociali del Paese, non si è ancora fatta coscienza critica di massa, non ha ancora una proposta di alternativa convincente;
2. La pace e un modello sociale di alternativa al neoliberismo, grazie alla crescita del movimento e al riaffacciarsi del conflitto di classe, sono i due assi su cui occorre fondare la possibilità medesima di radicamento;
3. Il combinarsi di questi fattori possono determinare una modificazione della cultura prevalente delle opposizioni e permettere lo sviluppo del confronto tra le opposizioni politiche e sociali;
Come è cambiato il rapporto tra di noi e il centro sinistra: è fallita l'ipotesi di metterci fuori gioco e di articolare una dialettica tra centro sinistra e movimenti tutta all'interno di quello schema di riferimento. Il centro sinistra, come realtà politica unitaria non esiste più. A ogni contenuto programmatico forte, si disarticola e sue parti sono attratte dall'influenza del movimento e del conflitto sociale. Anche quello che possiamo definire il "centro sinistra materiale", ovvero l'insieme del mondo delle associazioni, delle realtà sociali che vi si riferiscono, si autonomizzano e vengono attratte dalla dinamica del movimento e del conflitto (basti pensare alla Cgil e all'Arci), la stessa periferia del centro sinistra, almeno parzialmente e in particolare nel Sud, si rende più permeabile e disponibile a una diversa assonanza con i movimenti e propone linguaggi e accenti diversi dal passato (in particolare in alcune componenti più avanzate del mondo cattolico). Insomma, il punto di novità è il seguente: il rapporto non è più a due (Rifondazione/centro sinistra) ma si dinamizza in un rapporto più ampio con il movimento e il conflitto in cui i medesimi confini del centro sinistra si fanno terreno friabile. E', quindi, possibile, aprire un confronto programmatico in campo aperto, in cui la questione dell'estensione dei diritti sociali e del lavoro, diviene elemento centrale.

La costruzione della sinistra di alternativa: quello descritto è, anche, il nuovo terreno per la costruzione della sinistra di alternativa. Sulla maturità di questa prospettiva politica, sulla quale noi scommettiamo, occorre promuovere e sviluppare un forte dibattito di confronto e ricerca. E' necessario, comunque, non disperdere la rete di relazioni e di rapporti costruiti in questi mesi nel fronte referendario, nelle relazioni di movimento, nella costruzione delle vertenze, a partire dal rilanciare l'opposizione ai provvedimenti di precarizzazione totale dei rapporti di lavoro e dall'attacco al sistema previdenziale. Occorre porsi l'obiettivo, a partire dalle singole realtà regionali e territoriali, di sperimentare forme originali di relazioni che possono prefigurare la costruzione della sinistra di alternativa.

Lo sforzo generoso e poderoso del Partito in questi mesi, non deve oscurare le carenze ancora esistenti sul tema decisivo dell'autoriforma e dell'innovazione, del radicamento, della costruzione di esperienze concrete di quello che possiamo definire "partito-società". Su questi temi, dedicheremo una sessione specifica del Comitato Politico Nazionale, preceduta da una nuova riunione della Direzione del Partito.

21 voti a favore, 11 astensioni e 5 contrari 

 


 

 

Il documento respinto

 

 

La Direzione nazionale del Prc esprime il più radicale dissenso verso l'apertura di un negoziato di governo tra Prc e Ulivo per la prossima legislatura.

Il referendum per l'estensione dell'art. 18 è stato sconfitto dal fronte unico di Berlusconi, Confindustria, Rutelli, Fassino, D'Alema, contro i diritti del lavoro e in rappresentanza degli interessi sociali dominanti.

Tanto più ora le preziose ragioni di classe che il Prc ha sostenuto nella campagna referendaria richiedono un investimento coerente di prospettiva: lo sviluppo di un autonomo polo di classe anticapitalistico basato in primo luogo sui milioni di lavoratori e lavoratrici che hanno votato SI' ai diritti del lavoro, e proiettato alla conquista della maggioranza delle classi subalterne per un'alternativa di società.

Viceversa una prospettiva negoziale di governo col centro liberale dell'Ulivo disperderebbe - essa sì- senso e ragioni della battaglia referendaria e del voto di 11 milioni di lavoratori. Sarebbe - essa sì- la vera sconfitta del referendum.

Più in generale, la nuova svolta è priva del benché minimo presupposto di classe. Non solo prospetta un'impossibile alleanza programmatica con una rappresentanza politica del grande capitale e dei suoi interessi strategici, qual è il centro liberale dell'Ulivo. Ma avanza paradossalmente questa prospettiva nel momento stesso in cui il centro liberale si è schierato con Berlusconi e Confindustria contro il referendum sull'articolo 18, apre a Berlusconi sulle pensioni su commissione di Fazio e Bankitalia, ha votato con Berlusconi la spedizione militare in Irak, ha negoziato con Berlusconi l'operazione del Corriere, è disposto a negoziare con Berlusconi persino il Lodo Maccanico, contro ogni elementare coerenza democratica.

La tesi secondo cui l'Ulivo è cambiato grazie ai movimenti e quindi sarebbe possibile un governo comune tra Prc e liberali rovescia esattamente la realtà. Mai come oggi è evidente che solo una rottura col centro liberale può consentire al movimento operaio e a tutti i movimenti un'opposizione vera a Berlusconi e il necessario rilancio di una lotta generale unificante. Mai come oggi l'unità di lotta tra i lavoratori è incompatibile con l'unità con forze borghesi. Mai come oggi la necessaria cacciata del governo reazionario di Berlusconi va perseguita nel nome di un'alternativa dei lavoratori e delle lavoratrici, non di un governo concertativo con la borghesia liberale.

La tesi secondo cui le contraddizioni interne al centrosinistra consentirebbero al Prc e ai movimenti di contaminare un governo dell'Ulivo capovolge logica e necessità di una politica di classe: proprio quelle contraddizioni richiedono ai comunisti una proposta di rottura con i liberali rivolta a tutte le forze del movimento operaio e dei movimenti in una logica di egemonia alternativa tra le masse. E viceversa ogni alleanza programmatica di governo con i borghesi liberali copre le contraddizioni della sinistra Ds e subordina Prc e movimenti alla borghesia italiana.

Nei fatti, dopo aver rifiutato ogni battaglia alternativa al cofferatismo nei movimenti di massa, oggi ci candidiamo a occupare il posto vacante di Cofferati nel negoziato di governo con Prodi, Rutelli, D'Alema.

La DN considera inaccettabile questa logica e questa prospettiva.

La nuova svolta verso un negoziato di governo con l'Ulivo smentisce infine nel modo più clamoroso il vecchio annuncio della "rottura col governo Prodi" come avvio di una "svolta a sinistra" del Prc quale fu espresso formalmente al V Congresso del Prc. Di fatto la nuova svolta ripropone il ritorno del Prc su un sentiero già battuto e già fallito: quello che vide il nostro partito votare il "pacchetto Treu", le privatizzazioni, le leggi anti-immigrati, le finanziarie "lacrime e sangue", in alleanza con la borghesia italiana.

Ed anzi si prospetta, con l'esplicita candidatura del Prc al governo, un livello subalterno ancora più stringente di quello che segnò l'esperienza del Prc nella maggioranza Prodi.

Nulla è più lontano di questa prospettiva dalla domanda di un altro mondo possibile e dalle potenzialità di quella giovane generazione che dopo tanto tempo si è affacciata alla lotta.

Nei fatti dunque questa svolta mette a rischio le ragioni sociali e politiche del Prc e, quindi, il suo futuro e la sua esistenza.

Per tutte queste ragioni, ritenendo indispensabile un'opposizione comunista sia al centrodestra che al centrosinistra, la Direzione nazionale impegna la Segreteria a interrompere il cammino intrapreso, a revocare gli atti già compiuti in tal senso (v. le commissioni programmatiche con Treu e Mastella), ad avviare immediatamente un congresso straordinario del Prc come sede democratica e sovrana per la definizione della prospettiva del partito.

Marco Ferrando, Franco Grisolia, Matteo Malerba

26 voti contrari, 3 a favore e 2 astenuti 

 


 

 

Il documento respinto

 

 

Nonostante l'esiguità delle risorse e la modestia delle forze, il partito ha dimostrato nella iniziativa referendaria e nelle elezioni amministrative una abnegazione e un impegno davvero eccezionali. E' doveroso quindi, prima di trarre un bilancio rigoroso delle iniziative attivate, esprimere un ringraziamento alle tante compagne e ai tanti compagni senza i quali non sarebbe stato possibile sostenere questo sforzo.

E' il segno di un partito che, comunque provato, costituisce tutt'ora la risorsa più preziosa di cui disponiamo. Non dimentichiamo che spesso (anche in occasione del referendum) Rifondazione ha rappresentato in molte realtà l'unica o una delle poche forze effettivamente impegnate nella propaganda per il Sì.


I referendum:
una battaglia giusta su cui riflettere
Il risultato negativo del referendum deve indurci a una riflessione approfondita. Ad essa deve contribuire tutto il partito. Per questo proponiamo che nei prossimi giorni si riuniscano i nostri circoli, i comitati federali e i comitati regionali per fare un esame del risultato e per capire cosa è avvenuto. Abbiamo il dovere di farlo perché il risultato è stato inferiore a qualsiasi nostra aspettativa, anche la più pessimistica. Ognuno di noi era consapevole della difficoltà rispetto al raggiungimento del quorum, ma nessuno di noi, neanche i meno ottimisti, poteva ipotizzare un risultato percentualmente inferiore al 30%. Perché è avvenuto? Come mai nelle città ad alta densità di lavoro dipendente o di presenza di piccola impresa, non vi è stata una adesione significativamente più alta rispetto alle altre città? Su questo proponiamo di aprire senza reticenze una discussione, assieme alle forze che con noi hanno condotto la battaglia referendaria, per capire cosa è successo e per fare meglio nel futuro.

Certo, sulla scarsa affluenza alle urne, hanno indubbiamente pesato vari fattori: dalla data scelta all'oscuramento televisivo, per arrivare alla scelta astensionista di quasi tutto lo schieramento politico, oltre alla crescente disaffezione dalla politica e dal voto già verificata in passato. Non possiamo accontentarci di queste spiegazioni. Evidentemente non siamo stati capaci di fare percepire agli elettori il collegamento tra difesa ed estensione dell'art. 18 e l'attacco più complessivo alla condizione sociale delle classi subalterne: dalla riduzione dei salari e degli stipendi reali (dopo il passaggio dalla lira all'euro), alla messa in discussione delle pensioni e dei contratti nazionali.

Dobbiamo prima di tutto rispondere ai 10 milioni che hanno votato Sì tenendo alta la nostra proposta politica. Il nostro compito dovrà essere quello di tenere unito questo arco di forze. Per Rifondazione Comunista è importante dare continuità a questa convergenza poiché essa può consentirci di mantenere aperta una dialettica anche all'interno dell'Ulivo su contenuti per noi avanzati: dalla difesa di importanti conquiste sociali alla lotta per la pace, poiché, non dimentichiamocelo, la scelta del governo americano - rafforzata dalla vittoria in Iraq - è quella della guerra preventiva e permanente.

Non possiamo, tuttavia, sottovalutare la prevedibile offensiva politica che si svilupperà da parte di chi si è opposto a questo referendum. In particolare ci sarà l'affondo della Confindustria e del governo delle destre che cercheranno di far passare l'848 bis, cioè la progressiva eliminazione dell'art. 18 anche sopra i 15 dipendenti, e un ulteriore attacco alla previdenza pubblica. Ma ci sarà anche l'attacco di Cisl, Uil e sinistra moderata alla Cgil, alla Fiom e all'Arci per la posizione assunta di appoggio al referendum. Respingere questi attacchi e allargare il fronte della lotta saranno i primi impegni che dovremo assumerci.


Il risultato
delle elezioni amministrative
Il risultato delle amministrative va interpretato con grande attenzione. Nel confronto con le precedenti amministrative (in particolare le comunali) Rifondazione registra una flessione dello 0,4% ma, considerato che in diversi casi il raffronto si faceva con le amministrative pre-scissione (è il caso per esempio della Sicilia), tale flessione in verità è più contenuta. Il confronto con le politiche (-1,7%) non è in questo caso particolarmente appropriato data la peculiarità del voto comunale. Per quanto riguarda il voto politico fanno testo soprattutto i risultati delle provinciali (dove la flessione è dello 0,3% rispetto alle politiche del 2001, ma vale anche qui quanto sottolineato in merito ai limiti del confronto con le precedenti elezioni in Sicilia) e, a livello regionale, quelli del Friuli V. G. dove si ha un'avanzata dello 0,5% sempre sulle politiche. Il confronto con le amministrative precedenti (-1.3% nelle provinciali) è in questo caso poco significativo dato il valore prevalentemente politico di questa consultazione.

Se si considera l'insieme di questi dati, il risultato complessivo può essere letto come l'effetto, da un lato, della debolezza del partito in alcune aree (Sicilia in primis) e, dall'altro, di scelte tattiche discutibili compiute in alcuni centri, specie sotto il profilo delle alleanze. Nel complesso, presi in considerazione tutti gli elementi si può considerare il risultato complessivo come una sostanziale tenuta non priva di alcune difficoltà.

Il punto più problematico sta tuttavia nella evidente disparità fra questi risultati e l'impegno, davvero eccezionale, che il partito ha profuso nel corso dell'ultima fase sul piano dei movimenti. Ciò vale per i no global, per il sostegno alla battaglia della Fiom, per l'impegno contro la guerra, come per l'iniziativa sull'articolo 18. La discrepanza fra questo impegno del partito e i risultati ottenuti resta significativa, specie se si considera che contemporaneamente i maggiori benefici dal punto di vista elettorale (specie nelle provinciali e regionali) vanno alle forze della sinistra moderata. Nasce da qui l'esigenza non solo di consolidare il partito sui territori, di avere una gestione più accorta delle politiche locali, ma anche di riflettere sui nostri rapporti con i movimenti, sull'efficacia e sulle modalità di tali rapporti, e più in generale sulla complessiva capacità di attrazione del partito, sulla effettiva incidenza della nostra iniziativa di massa.


Rapporti col centro-sinistra
e prospettiva politica
La sconfitta delle destre nella tornata amministrativa ci dice che attraverso la costruzione di programmi avanzati e con l'unità delle forze di opposizione è possibile battere Berlusconi.

Questo percorso va consolidato nelle prossime scadenze elettorali che, a meno di elezioni anticipate, e a parte le elezioni europee che si terranno con il sistema proporzionale, si svolgeranno nella primavera 2004 (numerosi comuni, province e la regione Sardegna) e nella primavera 2005 (elezioni regionali: vero e proprio test prima delle elezioni politiche).

Ma ciò non è sufficiente per farci ritenere che è possibile un accordo di programma e quindi di governo per le elezioni politiche. Abbiamo sempre, giustamente, tenuto distinto il piano locale da quello nazionale, consapevoli della diversità dei problemi in campo e coscienti delle divergenze strategiche su alcune questioni di fondo esistenti tra Rifondazione Comunista e le componenti più moderate del centro-sinistra. Ora, proprio perché è giusto porsi il problema di battere Berlusconi e proprio perché per farlo ci sarà bisogno della convergenza di tutte le forze di opposizione, occorre evitare l'assunzione di decisioni affrettate. Sono passaggi delicatissimi che il partito deve poter discutere senza trovarsi di fronte a fatti compiuti.

Su questo argomento la domanda che dobbiamo porci oggi è la seguente: sono maturate nello schieramento di centro-sinistra, sui nodi di fondo su cui ci siamo divisi in passato, delle posizioni diverse? Sulle politiche economiche, per esempio, c'è la disponibilità a rivedere le scelte di privatizzazione e di precarizzazione del mondo del lavoro? Sulle questioni istituzionali si è disposti a riconoscere i danni causati dalla deriva maggioritaria e presidenzialista? E sulle questioni internazionali saremmo in grado di scrivere nel programma che in caso di vittoria dello schieramento progressista si osserverebbe il rispetto rigoroso dell'art. 11 della Costituzione? O si accetterebbe di rimettere in discussione la presenza di basi militari straniere e di armi di sterminio sul territorio italiano?

La consapevolezza delle profonde divergenze che permangono su questi punti impone di aprire la discussione più ampia nel corpo del partito anche sul negoziato con il centrosinistra e sulla questione delle alleanze elettorali e politiche.


Rilanciare l'opposizione
e consolidare il partito
Da qui nasce l'esigenza di costruire un percorso che, a partire dalla unità già oggi possibile con le forze che con noi hanno sostenuto i referendum, si cimenti nella costruzione di un programma comune qualificante, con il quale poi confrontarsi con il resto dell'Ulivo e delle forze di opposizione. Questi soggetti, partiti, forze sociali, culturali, associazioni assieme ai movimenti che hanno già maturato in questi ultimi anni un proprio programma di alternativa non solo alle destre, ma anche alle politiche neoliberiste, sono un patrimonio prezioso su cui lavorare prioritariamente.

Le questionie sulle quali questa unità potrà consolidarsi sono già di fronte a noi: attacco alle pensioni, legge finanziaria, minacce alla libertà di informazione (come hanno dimostrato anche le successive dimissioni di alcune grandi firme del giornale, attestate su posizioni politiche avanzate la vicenda del Corsera è stato tutto fuorché un "normale" avvicendamento di direttori), privatizzazioni della scuola e della sanità.

Questo impegno unitario va condotto nella consapevolezza delle difficoltà che incontrano oggi settori di movimento, a partire da quello contro la guerra che dopo l'occupazione militare dell'Iraq conosce momenti di marcato disorientamento.

Nel contempo è necessario investire di più sul partito, sul suo radicamento sociale e in particolare nel mondo del lavoro, sulla formazione dei suoi quadri, sul rafforzamento della sua organizzazione. Ciò non solo non contraddice l'impegno nei movimenti, ma è condizione essenziale del loro sviluppo e della loro maturazione politica.

Ma è altresì chiaro che tutto ciò richiede anche un mutamento dello stile di lavoro e del clima interno del partito, con il superamento di elementi esasperati di conflittualità che nuociono alla sua crescita; è quindi necessario che nelle situazioni dove ancora persistono tensioni determinate dalla discussione congressuale si vada ad una ricomposizione unitaria che tenga effettivamente conto di tutte le posizioni in campo.

Claudio Grassi, Bianca Bracci Torsi, Guido Cappelloni, Bruno Casati, Alessandro Curzi, Gianni Favaro, Rita Ghiglione, Damiano Guagliardi, Gianluigi Pegolo, Fausto Sorini, Giuseppina Tedde

24 voti contrari, 11 favorevoli e 1 astenuto