La Bad Godesberg di Bertinotti
L'articolo che segue è stato pubblicato su "La Repubblica" di sabato 28 dicembre 2003 a firma di Goffredo De Marchis. Il giorno successivo, l'articolo di De Marchis è stato ripubblicato - senza alcun commento - su Liberazione, che ne ha pudicamente modificato il titolo originale, che su Repubblica è: Dal proletariato ai no global - la Bad Godesberg di Bertinotti. Le evidenziazioni sono nostre.
| Da "La Repubblica". La lunga marcia del segretario di Rifondazione |
| Bertinotti dal proletariato ai no global |
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Anche abbandonare una storia,
rimanere comunisti di nome ed esserlo sempre meno di fatto, è una lunga
marcia. E lenta, e problematica, a volte noiosa nello sforzo di
essere una cosa seria, non una "svolta" da annunciare in tv e basta. Fausto
Bertinotti scrive, risponde, puntualizza, corregge spostando sempre un po'
più in alto l'asticella, magari solo di qualche centimetro alla volta ma a
lui sembra l'unico modo per saltarla davvero. Niente abiure, nel frattempo
continuiamo a dirci comunisti, avverte. Si può? Lui dice di sì, declinando
in maniera nuova il concetto, la storia, contagiandola con la realtà. E' una
Bad Godesberg allungata, una corsa a tappe, non uno sprint, che si
arricchisce ogni giorno di ragionamenti, lettere, interviste, convegni, di
tante «svolte». E' il «confronto delle idee» nel solco dell'unica parte
della tradizione comunista, quella intellettuale, che il segretario di Prc
ha deciso di salvare. Ovviamente il comunismo è stato qualcosa di più del
confronto delle idee. E' stato culto, ideologia, «religione», si è fatto
tragicamente Stato per milioni di uomini. E qui il segretario di
Rifondazione non ha dubbi: la statua deve lentamente ma inesorabilmente
venire giù.
In questi ultimi due anni, Rifondazione ha scattato alcune nuove fotografie della storia comunista condannando il massacro di Kronstadt e i gulag, «15-20 milioni di persone sterminate». Cancellando dal suo Statuto i richiami allo stato leninista e agli insegnamenti di Gramsci. Rileggendo la Resistenza «per lavorare sui nostri errori». Scoprendo le foibe e ammettendo che sono state per tanto tempo «minimizzate». Impegnandosi quindi a sciogliere il legame con il Novecento e scegliendo l'adesione a una logica totalmente non-violenta della politica. Non a caso Bertinotti ha «ripudiato» gli episodi più cruenti della storia comunista. L'approdo è quello del pacifismo assoluto, è il suo indirizzo offerto ai movimenti, alla piazza, ai no-global. Durante il cammino, la domanda è sempre stata la stessa: bene, allora siete pronti a cambiare nome, ad abbandonare la «ragione sociale» comunista? Anche la risposta di Bertinotti è rimasta uguale: «Noi siamo comunisti». Ma con mille punti interrogativi, critici, problematici. Non quelli del secolo scorso. Oggi il comunismo di Bertinotti è un «processo aperto e indefinito», come ha scritto in una lunga lettera di risposta a Adriano Sofri sull'Unità. Una definizione di per sé rivoluzionaria visto che il comunismo non aveva niente di indefinito, era regola, disciplina, autoritarismo. Basta rileggere, 64 anni dopo, "Buio a mezzogiorno" di Koestler. Se è così, se il comunista di oggi dev'essere tanto diverso da quello di ieri per stare nel mondo del terzo millennio, Sofri chiede al segretario di Prc se sia giusto usare la falce e martello solo come bandiera o nostalgia. Bertinotti parla di nuovi obiettivi, di un cambio di soggetto politico dal proletariato al «movimento dei movimenti». Ma alla fine allarga le braccia: «Non saprei come chiamare questo compito se non comunismo». Eppure sempre di più di comunista Bertinotti lascia che nella vicenda il Prc rimanga soltanto il nome. Viene reciso il cordone ombelicale con l'ideologia, con il «grande cambiamento promesso» nel nome del quale il comunismo ha perpetrato i suoi «orrori». Nell'intervista a Repubblica sul dibattito aperto da Sergio Segio a proposito delle possibili infiltrazioni Br nel movimento, Bertinotti ha usato le forbici della memoria: «Non mi appartiene più il Brecht che diceva: "Vogliamo un mondo gentile ma per averlo non possiamo essere gentili". Oggi la scelta non può essere altra che respingere ogni atto di violenza». Dopo quelle parole ha aperto un confronto con Marco Revelli e Paolo Mieli sui rapporti tra comunismo e violenza politica. E ha rialzato l'asticella organizzando a metà dicembre a Venezia un convegno sulle foibe, «minimizzate», esempio di come anche «dalla parte dei giusti c'è stata oppressione e soppressione di umanità», l'occasione per «estirpare la violenza entrata in noi». Quell'appuntamento ha celebrato anche la rivisitazione di alcuni passaggi che il comunismo italiano aveva trasformato in bandiere indelebili. «C'è stata un'angelizzazione della Resistenza. Sarà pure un problema se Pavese scrive del suo orrore per il sangue e Pintor ci racconta del ribrezzo per le armi», ha detto a Venezia il leader di Prc. E lì ha unito gulag, lotta di liberazione italiana, il massacro di migliaia di italiani per mano dei partigiani fedeli a Tito, per condannarli, per «non giustificarli». Lo ha fatto nel nome dell'anticomunismo? No, lo ha fatto perché è «comunista davvero». Il travaglio personale e collettivo è accompagnato da una prudente ed elaborata «operazione politica», il lento avvicinarsi ai movimenti, soggetto politico che «non ha niente a che vedere con la storia del Novecento», diffidente verso i partiti, verso il Palazzo, verso il passato compreso quello comunista che fu più partito di tutti fino a trasformarsi in partito-stato. Nel collegamento con la piazza l'iconografia comunista appare dunque un peso e quello spazio lasciato libero dall'uscita di scena di Sergio Cofferati candidato a Bologna va guidato con parole d'ordine chiare (la non violenza) ma con il massimo di apertura e indefinitezza. La prossima tappa è dietro l'angolo: il 10 e l'11 a Berlino Rifondazione, i comunisti francesi, gli spagnoli di Izquierda unida e il Pds tedesco firmano un protocollo d'intesa per le elezioni europee. Si presenteranno con i loro simboli ma sotto l'insegna di «partiti della sinistra alternativa». Dopo il crollo della statua, vacilla anche la targa, il richiamo al comunismo. Goffredo De Marchis |