PALESTINA: L'INSOSTENIBILE AMBIGUITA' DEL PRC.

A cura della redazione di ARCIPELAGO

Il motivo che ha spinto ad impegnare la redazione della rivista in questo lavoro è costituito dalla considerazione di quanto negli ultimi anni sia mutata la posizione del Partito della Rifondazione Comunista nei confronti della questione palestinese. Sono in molti, ormai, quelli che osservano come il Segretario del PRC, Fausto Bertinotti, sia il solo leader della sinistra italiana che non si sia mai recato a trovare il Presidente Arafat, confinato dagli occupanti israeliani nei suoi uffici di Ramallah. Alla luce della dichiarata volontà israeliana di delegittimare il simbolo stesso dell'identità e della resistenza palestinese, il comportamento di Bertinotti ha assunto una connotazione ancora più inquietante.
Per la verità, va osservato che l'atteggiamento del PRC verso la questione palestinese è tutt'altro che univoco: alla palese insofferenza del gruppo dirigente bertinottiano, infatti, fa da riscontro il sostegno alla causa palestinese manifestato a più riprese non solo dalle componenti interne al PRC rappresentate dall'area della rivista L'Ernesto e dalla sinistra di Progetto Comunista, ma anche da tanti dirigenti e militanti espressione della maggioranza bertinottiana. Tuttavia, è innegabile il fatto che la linea perseguita dal gruppo dirigente di Rifondazione Comunista abbia concretizzato una rottura sempre più netta con il pluridecennale patrimonio di solidarietà della sinistra italiana con la lotta di liberazione del popolo palestinese. Emblematico di questa svolta il passaggio dedicato da Fausto Bertinotti alla questione palestinese ed ai suoi drammatici sviluppi nella conclusione dei lavori del Comitato Politico Nazionale del PRC del 3 - 4 maggio 2003: in quell'occasione, infatti, il Segretario del PRC dedicò alla questione esattamente sette (7) parole: "Il conflitto tra Palestina ed Israele continua".
Quello che ha indignato non solo gli amici del popolo palestinese, ma chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale è stato l'assurdo lapsus che ha equiparato, nelle parole di Bertinotti, lo Stato di Israele ad un inesistente Stato di Palestina, rendendo l'idea che quello cui stiamo assistendo non sia lo scontro ineguale fra una potenza occupante e la disperata resistenza di un piccolo popolo, ma un conflitto fra due Stati egualmente belligeranti.
Ad un'analisi più attenta, il lapsus di Bertinotti appare qualcosa di diverso da una semplice svista, in ogni caso inaccettabile da parte del massimo dirigente di una forza politica di sinistra; la storia degli ultimi anni ci parla di un Partito della Rifondazione Comunista che sulla questione palestinese si è letteralmente lacerato, più o meno come è avvenuto in relazione a Cuba. Ripercorriamo, con l'aiuto di alcuni documenti, le tappe più significative di questa lacerazione e dell'evoluzione del PRC.

Il Forum Palestina nasce ufficialmente a Roma nell'ottobre 2001, mentre il mondo è ancora sotto choc per l'attentato alle Twin Towers e i bombardieri statunitensi scaldano i motori per l'Afghanistan. Ad animare l'associazione sono principalmente esponenti della comunità palestinese, del sindacalismo di base, di Rifondazione Comunista e di alcuni centri sociali romani. Nei mesi precedenti, sempre dal sindacalismo di base - precisamente, dalle lavoratrici delle RdB - era partita un'iniziativa di informazione e sottoscrizione per la Palestina sui posti di lavoro, ma nei fatti da circa un anno in Italia sulla questione palestinese non si muoveva quasi nulla, nonostante la Seconda Intifada e la recrudescenza della violenza degli occupanti israeliani contro le città e i villaggi palestinesi. Di seguito, il primo appello pubblico del Forum Palestina, con le prime adesioni.

Appello per la Palestina

La posta in gioco nel principale conflitto del Medio Oriente sta diventando decisiva per le sorti della pace e della guerra nel mondo. A nessuno sfugge che le bombe e i missili che cadono oggi sull'Afganistan e che potrebbero colpire anche altri paesi arabi o islamici, rappresentino l'inizio di una escalation che investirà le relazioni tra i paesi occidentali, i paesi islamici e il mondo arabo.
Sono molte, troppe, le ferite aperte che invocano giustizia e che continuano a provocare massacri, disperazione e ribellione nei popoli. Tra queste spicca la repressione israeliana della resistenza palestinese che arriva ad equiparare l'Intifada, un movimento di liberazione nazionale, con il terrorismo.
Non è più rinviabile l'applicazione di ben 268 risoluzioni dell'ONU sul diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato indipendente e pienamente sovrano, sul ritorno dei profughi disseminati nei campi in molti paesi mediorientali (basti pensare a Sabra e Chatila ), sulla cessazione dell'occupazione militare e lo smantellamento degli insediamenti coloniali israeliani.
Il grido della Palestina, amplificato dalla conferenza mondiale di Durban e dalla resistenza quotidiana della popolazione all'occupazione israeliana, va raccolto e rilanciato in ogni paese. Questa occupazione deve cessare subito, così come devono cessare gli assassinii dei dirigenti e dei militanti della resistenza palestinese; i prigionieri politici palestinesi vanno liberati; l'attuale primo ministro israeliano Sharon deve essere giudicato in un tribunale per i crimini di guerra di ieri (Sabra e Chatila) e di oggi.
Come associazioni, comitati, sindacati che lavorano da tempo sulla Palestina ed anche in progetti di solidarietà nei territori palestinesi occupati tesi a dotare la popolazione e le organizzazioni popolari di servizi scolastici, sanitari e sociali devastati dalle incursioni militari e dall'occupazione israeliana, riteniamo che la solidarietà con il popolo palestinese non possa più essere un compito di alcuni, ma debba diventare una priorità di tutti e permeare le mille forme di iniziativa e di comunicazione messesi in moto prima e dopo Genova. E' una questione che deve rientrare con forza dentro l'elaborazione e la mobilitazione dei Social Forum, dei comitati contro la guerra, del sindacalismo di base e della sinistra nel suo complesso.
Lanciamo un appello a riprendere il confronto e la mobilitazione sulla Palestina attraverso la costituzione del FORUM PALESTINA che mantenga e valorizzi le iniziative già in corso e si attivi per promuovere ovunque sia possibile dibattiti, incontri, delegazioni, campagne di concreta solidarietà, informazioni sulla situazione palestinese, solleciti ed incalzi anche iniziative parlamentari.
Invitiamo tutti a lavorare affinché al più presto nel nostro paese si giunga ad una grande manifestazione nazionale a sostegno dell'Intifada e della causa palestinese.

Prime adesioni: Convoglio di Solidarietà Internazionalista "Giorgiana Masi", Tribunale Clark, Radio Città Aperta, CUB/Scuola, Centro Sociale "Intifada", Associazione "Radici", Coord. Donne delle RdB, Unione Popolare, Giovanni Russo Spena (deputato PRC), Paolo Cento (deputato Verdi), Adriana Spera (Consigliera Comune di Roma PRC), Associazione Progetto Diritti, Laboratorio Hurriya (Università di Roma), Fulvio Grimaldi (giornalista di Liberazione), Vauro (giornalista del Manifesto), Bassam Saleh (Comunità Palestinese di Roma), Alì Samhan (Comunità Palestinese del Veneto), Campo Antimperialista, Associazione Italia-Cuba (Valle del Tevere),Comitato di Solidarietà con l'Intifada, Collettivo di Economia "La Sapienza"Roma, Federazione di Ancona del PRC, Nunzio D'Erme (consigliere comunale PRC, Roma), Ramsey Clark (ex Ministro della Giustizia USA), Centro Sociale "Ex carcere" (Palermo), Centro Sociale "Zonarossa" (Palermo), Collettivo autonomo studentesco "la pietra" (Palermo), Giacomo Cirrincione (Palermo), Aine Cavallini (Firenze), Vainer Burani (giornalista, Reggio Emilia), Claudio Moffa (docente Università di Teramo), Luciano Vasapollo (docente Università di Roma – La sapienza), Collettivo formazione marxista di Roma, Associazione Pane e Rose

Il rapporto fra il neonato Forum e la Federazione romana del PRC diventa subito difficile; il responsabile esteri della Federazione, Nando Simeone, infatti, pone una serie di veti e paletti, accusando il Forum di essere un'organizzazione settaria e velleitaria, lontana dal "movimento dei movimenti" e quindi minoritaria, lamentando ripetutamente l'assenza dal Forum di realtà importanti. Il Forum, dal canto suo, non nega di non rappresentare la totalità del "movimento", ma rivendica il diritto di agire politicamente e, soprattutto, punta esattamente ad allargare il confronto e la partecipazione nei fatti, non solo a parole. Fra l'altro, nello stesso periodo vengono diffuse le bozze delle tesi di maggioranza del V Congresso del PRC, che si svolgerà fra il marzo e l'aprile 2002: in merito alla questione palestinese, il documento della maggioranza del PRC conteneva solo una frase sulla necessità di trovare una "composizione del conflitto israelo - palestinese". Nel Congresso romano verrà presentato un emendamento, approvato a larghissima maggioranza, che, inserito nel documento congressuale nazionale approvato a maggioranza, trasformerà così il testo: "Vanno risolti i punti di crisi presenti nella situazione internazionale, a partire dalla composizione del conflitto palestinese-israeliano, per avviare la quale sono indispensabili l'immediato ritiro da tutti i territori occupati delle truppe israeliane, il rapido smantellamento degli insediamenti coloniali israeliani e l'invio di una forza di interposizione internazionale, come chiede da più di un anno l'Autorità Nazionale Palestinese, al fine di realizzare il diritto di entrambi i popoli ad avere uno stato proprio" (in rosso, l'emendamento approvato). La domanda è: perché è stato necessario proporre un emendamento per chiarire che nel "conflitto israelo-palestinese" esistono truppe di occupazione e insediamenti coloniali, con le relative responsabilità? E' mai possibile una tale, indifferente equidistanza fra gli aggressori e gli aggrediti?

Fino alla fine del 2001, il Forum Palestina da vita a Roma ad alcune piccole iniziative, analogamente a quanto avviene spontaneamente in altre città; alcuni esponenti del Forum, fra i quali il giornalista di Liberazione Fulvio Grimaldi, prendono parte alla missione di Action for Peace nei Territori occupati fra il dicembre 2001 e il gennaio 2002.
Il 19 gennaio 2002 si svolge la prima assemblea nazionale convocata dal Forum Palestina. La partecipazione alla riunione nazionale va aldilà di ogni previsione: almeno un centinaio fra compagni e compagne provenienti da tutta Italia prendono parte alla riunione, portando contributi, proposte e analisi. Elemento importantissimo, la partecipazione di compagni e compagne palestinesi di Roma, Napoli, Torino e altre città, che animano un dibattito vivo e a tratti anche aspro, ma comunque finalizzato alla determinazione di costruire una manifestazione nazionale ed una campagna di boicottaggio delle merci e degli interessi israeliani nel nostro Paese.
Nel pomeriggio, un'enorme bandiera palestinese viene portata nel grande corteo contro il decreto Bossi-Fini, raccogliendo intorno a sé centinaia e centinaia di compagni e compagne, al grido di slogan sull'Intifada e sulla Palestina libera. Nei giorni successivi, viene diffuso in tutta Italia un breve documento che riassume la riunione.

Documento della riunione nazionale sulla Palestina tenutasi a Roma il 19 gennaio

Il 19 gennaio, si è tenuta a Roma una riunione nazionale in solidarietà con la Palestina. Erano presenti compagne e compagni di associazioni e organizzazioni provenienti da Torino, Padova, Napoli, Bari, Milano, Perugia, Firenze, Pesaro, Palermo, Catania, Taranto, Bergamo, Frosinone, Roma.
Nel contesto delle mobilitazioni contro la "guerra infinita" di cui sono prevedibili nuove escalation soprattutto in Medio Oriente, la riunione ha deliberato di promuovere una manifestazione nazionale a Roma (proponendo la data di sabato 9 marzo) per il ritiro immediato delle truppe e degli insediamenti coloniali israeliani dai territori palestinesi occupati; per il diritto all'autodeterminazione e la fondazione di uno Stato Palestinese indipendente con Gerusalemme capitale; per il diritto al ritorno dei profughi, per l'invio di osservatori internazionali come richiesto dai Palestinesi.
Il Forum Palestina, le associazioni e le organizzazioni presenti rivolgono un appello all'Autorità Nazionale Palestinese affinché vengano rilasciati il Segretario Generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, Amhed Saadat, e gli altri militanti dell'Intifada arrestati sotto la pressione dei governi di Tel Aviv, Washington e dell'Unione Europea e affinché si rafforzi in ogni modo l'unità dell'Intifada palestinese contro l'occupazione israeliana.
Dalla riunione è emersa la decisione di raccogliere l'appello internazionale per il boicottaggio delle merci israeliane e delle relazioni economiche con Israele. A tale scopo verrà attivato un gruppo di lavoro.
Riteniamo sia urgente che le piazze del nostro Paese vengano riempite dalla solidarietà con il popolo palestinese animando iniziative locali e arrivando ad una grande ed unitaria manifestazione nazionale che prepari e rilanci una massiccia presenza della solidarietà internazionale in Palestina alla fine di marzo in occasione della Giornata della Terra.

Roma, 19 gennaio 2002

I contenuti su cui si invita a scendere in piazza sono gli stessi del primo appello del Forum Palestina e coincidono con le più importanti Risoluzioni adottate dalle Nazioni Unite e mai rispettate dallo Stato di Israele. Sin dai primi giorni dopo la diffusione dell'appello, cominciano ad affluire le adesioni alla manifestazione, a conferma di quanto sia diffuso il bisogno di testimoniare la solidarietà ad un popolo sottoposto ad un'occupazione che si fa di giorno in giorno più feroce. Agli inizi di febbraio, la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio rilancia, con un proprio documento, la manifestazione del 9 marzo, che va assumendo sempre di più le caratteristiche di una manifestazione autoconvocata. In tutto il Paese si moltiplicano le iniziative, piccole e grandi, in preparazione della manifestazione; spesso queste iniziative sono promosse da circoli e federazioni di Rifondazione Comunista ma il quotidiano di Rifondazione, Liberazione, censura sistematicamente tutte le notizie riguardanti queste iniziative. In compenso, Liberazione dedica pagine intere ad una serie di articoli sfacciatamente filosionisti firmati da Guido Caldiron, che ben presto viene soprannominato "Ariel", come Sharon. Al contrario, la redazione del Manifesto si schiera per la manifestazione.
Man mano che si avvicina la scadenza del 9 marzo, le adesioni crescono impetuosamente: collettivi, associazioni, comitati, social forum di piccoli e grandi centri, intellettuali, parlamentari, circoli e intere federazioni del PRC, consigli comunali (come quello di Reggio Emilia). Si organizzano pullman e treni speciali.
Da Viale del Policlinico, cioè dalla Direzione Nazionale del PRC, tutto tace.
Siamo ormai a fine febbraio, quando Liberazione pubblica la notizia della manifestazione del 9 marzo. Il giorno seguente, su Liberazione compare un duro intervento di Gennaro Migliore, responsabile esteri del PRC, che addirittura attacca il giornale del suo partito per aver pubblicato la notizia. Di seguito, l'articolo di Gennaro Migliore. 

Palestina, una precisazione sul corteo del 9 marzo

Una piattaforma più avanzata

Gennaro Migliore
Responsabile Dipartimento esteri Prc
 

Cara "Liberazione", ieri ho appreso dalla vostra controcopertina che il nostro giornale, nella sua ovvia autonomia, ha deciso di indicare il "Forum Palestina" come unico riferimento per l'organizzazione della manifestazione che si terrà a Roma il 9 marzo. Vorrei argomentare brevemente le ragioni di un netto dissenso con questa vostra scelta. Innanzitutto va ricostruito il contesto nel quale questa manifestazione nasce e il ruolo che il nostro partito ha avuto affinché questo appuntamento risultasse efficace per la lotta del popolo palestinese per la pace e l'indipendenza. Il contesto è quello, drammatico, dell'escalation militare voluta dal governo Sharon contro la popolazione civile e dell'impotenza, colpevole, della comunità internazionale. Il terrorismo di stato voluto da Sharon non ha finora incontrato una reale censura da nessuna autorità istituzionale, anzi è stato apertamente avallato dagli Stati Uniti nel nome della "comune" lotta contro il terrorismo, ovvero contro ogni forma di fuoriuscita dalla sottomissione al nuovo ordine mondiale voluto dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Sharon ha promosso una campagna sistematica che ha come obiettivo l'eliminazione della questione palestinese, intesa come eliminazione fisica e politica del gruppo dirigente dell'autorità palestinese e come repressione sistematica delle popolazioni occupate. In questo quadro si è avviata una campagna di diplomazia dal basso, denominata Action For Peace, che non a caso ha visto la partecipazione degli stessi soggetti che hanno dato vita al Gsf (Arci, Rifondazione comunista, Assopace, Fiom, Ics, Disobbedienti, Donne in Nero, Ya Basta, Giovani comunisti ecc.) e che ha saputo allargarsi alla Cgil a singole esperienze interne ai Ds e ad altri. Questa campagna, inaugurata da una missione di alcune centinaia di osservatori di pace nei territori occupati all'inizio di quest'anno, è proseguita con centinaia (senza esagerazioni!) di iniziative nelle città italiane (molte delle quali promosse direttamente dai Social forum) con l'indizione di una manifestazione europea a Bruxelles per il 27 febbraio e che proseguirà con l'invio di osservatori di pace direttamente nei territori occupati in stretto contatto con le popolazioni palestinesi, ma anche con i movimenti pacifisti (vecchi e nuovi) in Israele. Questa coalizione di forze stava preparando inoltre una manifestazione nazionale legata alla manifestazione europea su una piattaforma che ricalcasse, in accordo innanzitutto con le comunità palestinesi gli obiettivi storici delle rivendicazioni palestinesi nel processo di pace (ritiro dell'occupazione militare e civile israeliana dei territori occupati nel '67; riconoscendo di Gerusalemme come capitale dei due stati sovrani di Israele e di Palestina; applicazione delle risoluzioni Onu e rientro dei profughi) aggiungendovi la richiesta di osservatori internazionali e di forze di interposizione per impedire le violenze sulle popolazioni civili e l'immediata cessazione delle operazioni belliche. Fuori da questo percorso, e per certi versi contro, un "Forum Palestina" ha inteso convocare direttamente una manifestazione nazionale raccogliendo firme su un appello parziale nei contenuti e assolutamente deficitario per l'ampiezza e l'unitarietà dei promotori. Ciononostante i soggetti che stanno lavorando da tempo al fianco delle popolazioni palestinesi si sono assunti la responsabilità di tentare di recuperare un terreno unitario su una piattaforma più avanzata. Per questo motivo la direzione nazionale del 21 febbraio si è conclusa con l'impegno ad aderire a tutte le manifestazioni per la Palestina, compresa quella del 9 marzo, presentando una piattaforma caratterizzante i contenuti che riteniamo debbano essere sottolineati. La formalizzazione della piattaforma sarà avanzata nella riunione della segreteria nazionale del 25 febbraio. E' sorprendente che tali conclusioni siano state ignorate (ma ovviamente il nostro giornale ha una sostanziale autonomia), ma è ancora più sorprendente che un giornale sempre attento ai percorsi unitari e all'efficacia delle nostre iniziative politiche decida di indicare un "Forum Palestina" come promotore unico della manifestazione. Siamo tutti convinti che oggi la mobilitazione sia sempre più indispensabile, ma proprio per questo il nostro lavoro di partito sarà sempre orientato ad ottenere i migliori risultati, magari rinunciando a un po' di visibilità a favore delle cause comuni. Spero che queste considerazioni possano costituire motivo comune di riflessione e occasione per rilanciare i percorsi di mobilitazione per la pace e per il popolo palestinese.

Il Forum Palestina è costretto a rispondere all'intervento di Migliore, e lo fa con una lettera aperta che Liberazione non pubblica, ma che circola ampiamente nelle reti di movimento e sui siti internet.

Lettera aperta

Al compagno Gennaro Migliore (responsabile dipartimento esteri PRC)
e alla redazione di Liberazione

Caro compagno Migliore,
Abbiamo letto con un certo stupore il tuo intervento su Liberazione di sabato 23 febbraio, così come avevamo accolto con piacere l'ultima pagina di Liberazione sulla Palestina di venerdì 22 febbraio che si chiudeva dando l'appuntamento della manifestazione nazionale del 9 marzo per la Palestina.
Ci sembra che le cose da chiarire e da discutere siano di natura diversa.
1) Esiste un problema politico sui contenuti della piattaforma di convocazione della manifestazione del 9 marzo? I quattro punti che rappresentano il minimo comune denominatore sul quale si sono riconosciuti tutti coloro che parteciperanno sono piuttosto chiari: No all'occupazione militare e coloniale israeliana, Stato palestinese indipendente, diritto al ritorno dei profughi palestinesi, invio di osservatori internazionali in Palestina. Si tratta a ben vedere del programma storico della resistenza palestinese e dell'Intifada e sono punti contenuti - in larga parte - nelle risoluzioni dell'ONU sulla
Palestina tuttora disattese. Che siano contenuti parziali è possibile, che siano dei contenuti sui quali si è registrata una amplissima unità è altrettanto vero. Che a fianco a questi, ogni associazione, partito, sindacato, collettivo porti in piazza anche i suoi contenuti "aggiuntivi" ci sembra legittimo, per cui se la segreteria del PRC prevista per il 25 febbraio vorrà aggiungere i suoi contenuti qualificanti nella partecipazione alla manifestazione non pensiamo che sia un problema per nessuno. In tutti gli incontri abbiamo ribadito il concetto della pari dignità e del diritto di parola alla fine della
manifestazione per tutti coloro che vorranno portarvi un contributo.
2) Il Forum Palestina ha operato in questi mesi affinché si giungesse ad una grande manifestazione di solidarietà con la Palestina spinto da una valutazione degli avvenimenti che ha continuato ad essere sottovalutata politicamente per moltissimi mesi dalla sinistra italiana ed anche da una parte del movimento no global.
In questo senso, con un appello, abbiamo sollecitato da ottobre dello scorso anno una "scossa" in tale direzione. Un appello e una convocazione di un incontro nazionale il 19 gennaio scorso su questi temi, dovrebbe essere anche nelle tue mani da dicembre, ossia dall'iniziativa di "Action for Peace" nella quale erano presenti anche alcuni compagni del Forum Palestina che già in quella sede hanno sollecitato una presa di iniziativa in Italia, pubblica e chiara, a sostegno della lotta del popolo palestinese.
3) Dalla riunione nazionale del 19 gennaio è stata proposta la data del 9 marzo per la manifestazione e qui si è messo in moto un processo sul quale sia tu che altri compagni farebbero bene a riflettere con serenità. E' stato infatti sufficiente indicare una data per assistere ad "movimento dal basso" impressionante di adesioni ed interesse che configurano quella del 9 marzo come una manifestazione - de facto - autoconvocata. Ciò significa che questa esigenza di mobilitarsi apertamente e chiaramente in solidarietà con la Palestina, era diffusa e sentita assai più di quanto la sottovalutazione della "politica" lasciasse intendere. In questi giorni, in decine di incontri che si stanno tenendo in tutta Italia abbiamo ripetuto che la manifestazione sarebbe riuscita anche se l'avesse convocata un comitato di quartiere.
Il fatto che fosse un'istanza piccola e priva di mezzi come un Forum Palestina, è e diventa un dettaglio.
4) E' apparso evidente a noi ed a tutti, che la complessità politica e organizzativa di una manifestazione nazionale non poteva essere assolta da una singola struttura come il Forum Palestina che aveva ed ha avuto la funzione di "spingere dal basso" affinché entrassero in campo organizzazioni politiche e sindacali più forti. In questo senso, nei giorni scorsi è stato discusso e concordato che fosse un appello della comunità palestinese a rappresentare la base di convocazione della manifestazione nazionale del 9 marzo e alla quale tutti, incluso il Forum Palestina, potessero aderire. Su questo non c'è e non c'è stato alcun problema. Di questo sviluppo abbiamo subito informato (via rete e telefonicamente) tutti coloro che avevano aderito e gli organi di informazione che stanno seguendo con più attenzione la preparazione della manifestazione.
In conclusione, pensiamo che il tuo intervento contenga qualche considerazione ingenerosa e difetti di qualche informazione importante.
Qualche problema nella gestione di una manifestazione nazionale è sempre prevedibile, ma la volontà di farla e di farla riuscire con successo è enorme. L'elenco delle adesioni ci sembra già ora piuttosto ampio e includente, nulla impedisce che possa ancora crescere (come sta avvenendo di ora in ora). Servono un atto di maturità ed uno di coraggio politico. Sulla Palestina si è perso fin troppo tempo. Il 9 marzo a Roma, il 30 marzo in Palestina e nelle settimane successive, occorre mandare un segnale forte da parte delle forze che pur con esperienze e percorsi diversi praticano da maggiore e minore tempo la solidarietà con la lotta del popolo palestinese.

Cordiali saluti
Il Forum Palestina

La polemica aperta da Migliore non ferma la crescita delle adesioni alla manifestazione. Oltretutto, pochi giorni prima dell'infelice "uscita" di Migliore, a Roma si era svolta una importante iniziativa di dibattito a cui avevano partecipato i parlamentari Mauro Bulgarelli (Verdi), Gabriella Pistone (PdCI), Giovanni Russo Spena (PRC) e Cesare Salvi (DS); tutti avevano aderito con forza alla manifestazione.
Nonostante la valanga di adesioni, un pugno di irriducibili romani non si arrende: il 25 febbraio, nel corso della riunione del Roma Social Forum (praticamente l'unico in Italia che non abbia aderito alla manifestazione), Nando Simeone proclama la non adesione al corteo e il 28 febbraio, in un'assemblea nella sede della Comunità Palestinese, Ali Rashid (Primo Segretario dell'Ufficio dell'ANP in Italia) tenta - insieme a Simeone ed alla dirigente del PRC Chicca Perugia - di ottenere un rinvio della manifestazione, ricorrendo a fantasiosi pretesti che non convincono nessuno... anche perché ormai sono stati stampati i manifesti e da tutta Italia sono pronti per partire decine e decine di pullman e cinque treni speciali, una macchina organizzativa tanto poderosa quanto assolutamente spontanea. Gli stessi tentano anche di stravolgere l'impianto della mobilitazione, opponendosi alla decisione di fare intervenire tutti i partecipanti che lo abbiano chiesto, ma anche questo viene respinto dall'assemblea.
Nel frattempo, la Consigliera del PRC Adriana Spera, insieme ad ad altri firmatari (Della Portella, Foschi e Gasparri dei DS, la capogruppo del PRC Patrizia Sentinelli e Giovanna Cau, della Lista Civica Veltroni), aveva proposto un ordine del giorno per l'adesione del Consiglio Comunale di Roma alla manifestazione, seguendo l'esempio del Consiglio di Reggio Emilia e di altri centri minori. Le pressioni della comunità ebraica romana ottengono però il risultato di non far mettere ai voti l'ordine del giorno. Il Sindaco Veltroni pensa bene di non presentarsi affatto in Consiglio, ma di presenziare alla commemorazione di un giovane militare israeliano di origine romana ucciso nei combattimenti nei Territori Occupati, legittimando con la sua presenza gli appelli antiarabi dei leader della comunità ebraica, che annunciano anche di voler tenere una contromanifestazione il 9 marzo.
48 ore prima della manifestazione, i promotori vengono invitati presso la Direzione Nazionale del PRC per un incontro a cui è presente anche l'Ambasciatore dell'ANP in Italia, Nemer Hammad. Nel corso dell'incontro, Migliore e gli altri esponenti di Rifondazione presenti non aprono quasi bocca; l'esito è la decisione di lanciare dalla manifestazione una lettera di solidarietà al Presidente palestinese Arafat, assediato nei suoi uffici di Ramallah. A questo punto - vale a dire a meno di due giorni dal corteo -  l'adesione del PRC alla manifestazione del 9 marzo è ufficiale.
Il 9 marzo 2002 sfila per le strade di Roma una manifestazione imponente. I partecipanti sono più di 100.000, nonostante il boicottaggio dei gruppi dirigenti dei DS e del PRC. Mentre il corteo sfila pacificamente per le vie del centro, una squadraccia di estremisti sionisti tenta la provocazione (l'annunciata "contromanifestazione"), ma la presenza del servizio d'ordine li induce a ripiegare su una aggressione contro due compagni ai margini della manifestazione. Al comizio finale, in una Piazza Navona stracolma, intervengono, come previsto, i rappresentanti dei comitati e delle associazioni che hanno promosso la mobilitazione; sul palco, anche la pacifista israeliana Neta Golan, che invita al boicottaggio dell'economia di guerra israeliana. 

 Uno spezzone alla partenza della
 manifestazione nazionale del 9
 marzo 2002.

Nei giorni seguenti, la polemica non si placa, mentre continuano le uccisioni di Palestinesi nei Territori Occupati; le lobby sioniste si scatenano, accusando di antisemitismo tutti gli avversari della politica del governo Sharon - Peres; il quotidiano Libero scrive addirittura di presenze filobrigatiste nella manifestazione. Dal canto suo, il Forum Palestina interviene, con una lettera aperta al Sindaco Veltroni, sulle aggressioni perpetrate dai sionisti.

LETTERA APERTA AL SINDACO VELTRONI

Caro Sindaco,
nel pomeriggio di sabato scorso, 9 marzo, si è svolta a Roma una grande e pacifica manifestazione per il rispetto delle risoluzioni dell'ONU, per la cessazione dell'occupazione militare israeliana nei territori della Cisgiordania e di Gaza e il diritto del popolo palestinese al proprio Stato indipendente a fianco di quello israeliano; alla manifestazione hanno partecipato centinaia di associazioni, forze politiche e sociali e molte personalità, compresi diversi Consiglieri comunali, a fianco delle comunità palestinesi in Italia e dei cittadini ebrei contrari all'occupazione e alla politica del governo Sharon.
Nei pressi di Largo Arenula un folto gruppo di persone che rivendicavano la loro appartenenza alla comunità ebraica romana, armate di caschi e bastoni, hanno insultato e provocato i dimostranti e, al termine della manifestazione, alcuni giovani sono stati aggrediti e uno di loro è stato accoltellato e versa tuttora in serie condizioni.
La gravità di questi episodi non può essere sottaciuta, anche perché ricorda sinistramente lacerazioni già vissute nella nostra città e che, nel momento attuale, assumerebbero connotati ancora più gravi che in passato. Per questi motivi, riteniamo urgente una condanna esplicita da parte dell'amministrazione comunale delle aggressioni subite dai pacifisti e la convocazione - prima dell'annunciata manifestazione del prossimo 20 marzo - di un incontro pubblico fra gli organizzatori della manifestazione del 9 marzo e i rappresentanti della comunità ebraica romana, incontro presieduto dal Sindaco a nome dell'amministrazione comunale, al fine di impedire che gli episodi di violenza verificatisi il 9 marzo abbiano a ripetersi.
Roma, 11.3.2002

FORUM PALESTINA

Naturalmente, il Sindaco Veltroni si guarda bene dal rispondere alla lettera ed ancor più dal convocare l'incontro richiesto.
Le settimane successive sono caratterizzate da altre manifestazioni in tutta Italia, molte delle quali promosse o partecipate anche da circoli di Rifondazione Comunista, tranne che a Roma.
Il 27 marzo, centinaia di volontari italiani partono per la Palestina occupata, nell'ambito della delegazione internazionale ACTION FOR PEACE; fra loro, anche gli esponenti del Forum Palestina.
I volontari italiani (e belgi, francesi e svizzeri) arrivano a Tel Aviv contemporaneamente al verificarsi dell'attentato di Netanya che segna l'inizio dell'operazione "Muraglia di difesa", la rioccupazione totale delle città autonome palestinesi da parte delle truppe israeliane; i volontari europei cercano di interporsi a difesa della popolazione civile a Ramallah - dove la loro presenza probabilmente salva la vita di Arafat - a Betlemme e nelle altre città prese d'assalto dai carri armati di Sharon e Peres. Non è esagerato dire che in quei giorni sono state scritte alcune fra le pagine più importanti della solidarietà internazionalista degli ultimi anni.

 Marzo 2003: gli internazionali sulla Piazza
 della Natività di Betlemme.


Mentre i volontari internazionali sono impegnati in Palestina, la mobilitazione si sviluppa in tutta Europa, Italia compresa; a Roma, in particolare, viene allestito un presidio unitario in Piazza San Marco, sotto la sede italiana dell'ONU. Il presidio raccoglie centinaia di compagni, fra cui molti Palestinesi.
Il 1° aprile, lunedì di Pasqua, nonostante la presenza delle forze dell'ordine, un gruppo di estremisti sionisti tenta di assaltare il presidio; il giorno successivo, alcune centinaia di esponenti della comunità ebraica romana assaltano la Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista. Non riuscendo a penetrare nell'edificio che ospita sia gli uffici del partito che quelli del quotidiano Liberazione, i sionisti se la prendono con i fotografi e i (pochi) esponenti delle forze dell'ordine presenti, danneggiando anche alcune automobili in sosta.
Le aggressioni sioniste non si fermano, anzi salgono di livello: il 5 aprile, l'auto su cui si trovano l'europarlamentare Luisa Morgantini e il deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli viene assaltata a calci e pugni all'uscita della trasmissione Sciuscià di Michele Santoro.
Il 6 aprile, un enorme corteo in solidarietà con il popolo palestinese attraversa nuovamente Roma; i partecipanti sono almeno 40.000, nonostante la dissociazione di CGIL,CISL,UIL, DS e Margherita. Nuova aggressione sionista, stavolta ai danni di alcuni militanti del Social Forum Roma Nord Ovest, aggrediti mentre volantinano al mercato Trionfale.
Nei giorni successivi, un'abile campagna stampa presenta la manifestazione come una dimostrazione di sostegno ai "kamikaze", sfruttando la presenza nel corteo di alcune persone addobbate con la bandiera palestinese e con simboli dell'Islam. Secondo i maggiori quotidiani, si trattava di arabi "vestiti da kamikaze", e saranno in pochi a far notare che gli attentatori non sono soliti presentarsi sul luogo delle loro azioni conciati in quel modo, ma di solito cercano di camuffarsi da cittadini comuni o addirittura da militari israeliani. Un comunicato del Forum Palestina ci restituisce il significato di quella mobilitazione.

ANCORA IN PIAZZA IN SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO PALESTINESE

A Roma, sabato pomeriggio, 40.000 persone sono di nuovo scese in piazza per protestare contro l’escalation militare del governo israeliano, per chiedere la cessazione immediata dell’assedio alle città palestinesi e per lanciare la campagna di boicottaggio delle relazioni economiche tra Italia e Israele.
Un colpo di scena ha visto CGIL CISL UIL, DS e Margherita ritirare in piazza la loro adesione alla manifestazione che pure avevano convocato, ha segnato l’ultimo passaggio di una ambiguità irrisolta che la manifestazione del 9 marzo era servita ampiamente a chiarire.
Tra lo sconcerto dei loro militanti e la decisione della FIOM, del PRC, dei Verdi dei Comunisti Italiani di sfilare comunque in corteo (ma solo fino a Trinità dei Monti, senza entrare nè parlare dal palco di piazza del Popolo gremita di gente), il popolo della solidarietà che è stato continuamente in piazza in questi giorni non ha esitato a riconoscersi nella piattaforma della Comunità Palestinese che ha introdotto contenuti di chiarezza rispetto a quella che il cartello CGIL CISL UIL, DS etc. voleva imporre come piattaforma del corteo di sabato.
Nella piattaforma della Comunità Palestinese, è stato risistemato il controverso e malposto punto sul terrorismo che – ribadiamo – è un regalo alla campagna mediatica con cui il governo israeliano cerca di giustificare la politica della terra bruciata nei territori palestinesi occupati. In secondo luogo, veniva aggiunto il punto decisivo e qualificante del congelamento delle relazioni economiche e diplomatiche tra Italia e Israele.
A questo punto 40.000 persone hanno manifestato pacificamente da piazza della Repubblica a Piazza del Popolo dove sono intervenuti Mons. Capucci, una compagna di Ya Basta tornata dalla missione in Palestina, il deputato dei Verdi Paolo Cento, Emidia Papi – anch’essa rientrata dalla Palestina - con un intervento unitario a nome del Forum Palestina, del Comitato di solidarietà con l’Intifada e dei sindacati di base, Nemer Hammad rappresentante dell’ANP.
Nell’assemblea successivamente tenuta al presidio permanente di Piazza S. Marco, alcuni settori hanno valutato negativamente la rottura con i sindacati confederali e i DS ma la gran parte delle strutture e la stessa Comunità Palestinese danno invece una lettura positiva della riuscita della manifestazione e della chiarezza dei contenuti che sono emersi.

LA CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO

Venerdì, sempre a Roma, si era tenuta una affollatissima assemblea (assai superiore alle aspettative) del Forum Palestina in cui è stato presentato il dossier sul boicottaggio delle relazioni economiche tra Italia e Israele ed in cui i compagni del Forum che erano stati in Palestina hanno fatto un resoconto della loro esperienza.
La parola d’ordine del boicottaggio corrisponde ormai ad una esigenza estremamente ampia. Occorre preparare al meglio questa campagna costituendo un Comitato per il boicottaggio più ampio possibile cercando anche di includervi i sindacati (di base o pezzi di quelli confederali) per operare concretamente sul traffico di merci da Italia a Israele e viceversa. Il Comitato dovrà agire sia sul piano nazionale che locale, invitiamo pertanto tutte le organizzazioni che hanno reso possibile la manifestazione del 9 marzo ad adoperarsi per la nascita dei comitati locali con uno spirito più unitario possibile. Chi ancora non avesse a disposizione il dossier sul boicottaggio ce lo segnalasse.
Ricordiamo infine a tutti l’appuntamento dell’ASSEMBLEA NAZIONALE PER LA SOLIDARIETA’ CON LA PALESTINA DI SABATO 27 APRILE A FIRENZE.
Cerchiamo di arrivare a questa assemblea con proposte concrete ed esperienze maturate su cui confrontarci.

Roma, 6 aprile

Buon lavoro a tutte e a tutti

Il Forum Palestina

 Uno degli striscioni esposti a Piazza del   Popolo durante la manifestazione romana  del 6 aprile 2002.

La schizofrenia del PRC diviene sempre più manifesta: il 10 aprile, in un'assemblea del presidio di Piazza San Marco, riappare Nando Simeone e, in sintonia con il premier israeliano Sharon, pone come condizione per la presenza di Rifondazione Comunista al presidio un'esplicita condanna del "terrorismo". La Consigliera comunale del PRC Adriana Spera, invece, in un comunicato stampa chiede il ritiro dell'ambasciatore italiano da Tel Aviv e l'applicazione da parte della Comunità Europea di "pesanti sanzioni economiche nei confronti di Israele, così come accadde in passato con l'allora Stato razzista della Repubblica del Sudafrica".
Siamo ormai prossimi alla storica ricorrenza del 25 aprile; il Forum Palestina, il Comitato di Solidarietà con l'Intifada, la Confederazione Cobas e le Rappresentanze di Base propongono di caratterizzare la manifestazione a sostegno della lotta di liberazione del popolo palestinese. Ecco come, a pochi giorni dalla scadenza, il Manifesto annuncia l'iniziativa.

Un 25 aprile a Roma con la resistenza palestinese

Corteo per la liberazione dei territori occupati e la nascita di uno stato palestinese accanto ad Israele


S.CH.


Un 25 aprile dedicato alla Palestina ed in particolare alla resistenza del popolo palestinese e contro ogni equidistanza tra oppressori e oppressi, tra esercito di occupazione e coloro che combattono per la libertà del loro paese, che lottano per una pace giusta basata sulla nascita di uno stato palestinese nella West bank e Gaza con capitale Gerusalemme est. Questo il senso della manifestazione indetta quest'anno a Roma, nella storica piazza di Porta San Paolo, alle ore 10, per ricordare la liberazione e allo stesso tempo manifestare a favore della liberazione della Palestina, da un vasto arco di forze politiche e sociali dal Forum Palestina a Indymedia, dai centri sociali a Rifondazione, a settori dei Verdi, che animano il presidio permanente di Piazzetta San Marco (piazza Venezia) davanti alla sede delle Nazioni unite. Presidio divenuto in questi giorni un punto di riferimento per la mobilitazione e la controinformazione con la raccolta di oltre 20.000 firme a favore di un intervento internazionale in Palestina, incontri-dibattiti con esponenti palestinesi e del dissenso israeliano e punto di riferimento per le campagne di solidarietà partite in questi giorni a Roma. Tra queste la richiesta di corridoi umanitari per portare aiuti alla popolazione palestinese e quella per un congelamento del trattato di associazione di Israele alla Unione europea, per aver violato la clausola sui diritti umani, e per il boicottaggio delle merci israeliane che oggi alle 16 vedrà la sua prima uscita pubblica con una manifestazione davanti ai grandi magazzini Auchan di Casalbertone. Purtroppo proprio in coincidenza del 25 aprile, il presidio di p.zza San Marco è ora minacciato di sfratto dal sindaco Ds Veltroni che ha ospitato pochi giorni fa in Campidoglio la manifestazione a sostegno di Israele e della politica del governo Sharon così lucidamente espressa dall'ambasciatore israeliano Ehud Gol nel suo intervento conclusivo. Una «neutralità» quella di Veltroni e di Fassino che, non pronunciandosi sulle responsabilità del governo Sharon-Peres e impedendo qualsiasi forma di pressione politica, economica e diplomatica su Israele perché si ritiri dai territori occupati, in pratica vanifica la giusta parola d'ordine «due stati per due popoli», non contribuendo a creare le premesse necessarie perché possa realizzarsi: rispetto dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra, delle risoluzioni dell'Onu, ritiro dell'esercito e dei coloni. Una giusta parola d'ordine diventa così uno slogan vuoto di ogni significato se non si fermano al più presto il governo Sharon-Peres e la colonizzazione che privano una soluzione negoziata del terreno stesso sul quale dovrebbe nascere uno stato palestinese sovrano.

Il giorno dopo, viene diffusa una nota della Federazione Romana di Rifondazione Comunista che si dissocia dalla manifestazione, accusandone i promotori di antisemitismo, in quanto avrebbero operato una "analogia esplicita tra occupazione nazista nell’Europa dei primi anni 40 e quella coloniale e militare di Israele dal 67 ad oggi, tra l’operato degli autori della Shoah e quello del popolo che più di altri ne ha subito la ferocia". A Liberazione, che ha pubblicato la nota, giungono le lettere indignate di alcuni dirigenti romani del partito, che contestano il merito del comunicato (l'analogia fra nazisti ed ebrei non è stata fatta da nessuno) e il metodo (essendo in corso il Congresso, gli organismi direttivi sono tutti sciolti, tranne il Comitato Politico Federale che non ha minimamente discusso la questione). Successivamente, il Segretario uscente, Paolo Carrazza, e il solito Simeone rivendicheranno la paternità della nota.
Comunque, effettuando l'ennesima piroetta, il PRC finisce con l'aderire alla manifestazione, che parte dal piazzale di Porta San Paolo. I partecipanti sono circa 10.000, in testa la Comunità Palestinese insieme al Forum Palestina e in coda un drappello di Disobbedienti insieme ad una striminzita rappresentanza del PRC romano (viceversa, molti compagni del PRC sono nel corteo). All'altezza del Colosseo, i Disobbedienti - aizzati da un camion da un noto dirigente del PRC - tentano di passare in testa, inquadrati tipo servizio d'ordine; la reazione spontanea dei manifestanti, che gli si parano davanti, li blocca. Si sfiora la rissa. A Piazza Venezia, il corteo si conclude con l'intervento di Abu Khalil, dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, mentre Disobbedienti e PRC abbandonano la piazza.
Il giorno dopo, sul Manifesto compare la cronaca della giornata.

Roma, la Palestina divide il corteo

Sfilano in cinquemila fino a piazza Venezia. Ma il Social forum si stacca prima della fine.


ANGELO MASTRANDREA

ROMA

Un corteo, anzi due. Aperto dallo striscione, «unitario», con su scritto semplicemente «Fermiamoli». Fermiamo chi? Le destre al potere, come in Italia, o avanzanti, come in Francia. E poi ancora le bombe americane sull'Afghanistan e le stragi del governo Sharon. Per il resto, la manifestazione che ieri mattina ha sfilato da porta San Paolo a piazza Venezia, a Roma, aveva una connotazione ben precisa, negli slogan e negli striscioni: per la Palestina e l'Intifada («La resistenza è la nostra storia, Intifada fino alla vittoria», recitava uno dei cartelli più in vista, firmato dal collettivo antagonista Primavalle, simbolo un miliziano con kefiah e mitra), contro il governo israeliano. E contro le intenzioni del Roma social forum, che intendeva dedicare sì il corteo «alla lotta del popolo palestinese» e «al massacro di Jenin», ma con le parole d'ordine più ampie di «resistenza sociale contro le guerre e il liberismo». Unico riferimento al 25 aprile e alla resistenza partigiana, una «Bella ciao» riproposta in salse diverse, dalla versione «moderna» firmata Modena city ramblers a quella «tradizionale» mandata in loop dal camion dei Cobas. Risultato: tre quarti delle oltre cinquemila persone in marcia (in testa la comunità palestinese, a seguire i kurdi) con bandiere palestinesi e slogan contro «Sharon boia» (ma senza quei cartelli con il capo del governo israeliano coperto da una svastica che tanto avevano fatto discutere alla vigilia e senza che nessuno si travestisse da guerrigliero); poi, dopo un vuoto di un centinaio di metri a marcare anche fisicamente la differenza, il tir sound system dei Disobbedienti, dietro uno striscione rosso con su scritto «Libertà». E ancora, la federazione romana di Rifondazione comunista e lo striscione del Roma social forum. Una situazione molto simile a quella già sperimentata alle precedenti manifestazioni per la Palestina, testimonianza di una difficoltà nei rapporti tra il Roma social forum e il Forum Palestina, che con i sindacati di base aveva indetto la manifestazione.«Il fatto è che abbiamo approcci diversi, nelle forme, nei contenuti e nelle modalità comunicative», spiega Nando Simeone del Rsf. Diversità che è apparsa evidente nel modo di stare in piazza ieri e che era già evidenziata dalla partecipazione al corteo con due diverse piattaforme programmatiche, sia pur non molto dissimili fra loro. Al punto che, arrivati a piazza Venezia, è divenuto naturale per il Social forum sciogliersi senza aspettare gli interventi finali, davanti alla sede dell'Onu di piazzetta San Marco, dove sono state consegnate alla delegazione Onu e alla Commissione europea le ventimila firme raccolte al presidio negli ultimi venti giorni per chiedere l'invio in Palestina di una «forza internazionale di interposizione e di delegazioni istituzionali di alto livello» e «l'applicazione allo stato d'Israele di tutte le sanzioni diplomatiche ed economiche previste per quei paesi che violino i diritti umani e la legalità internazionale». Oggi le stesse firme saranno consegnate anche alla presidenza del Consiglio.

I mesi successivi al 25 aprile saranno segnati da altre scaramucce polemiche, motivate più che altro dal perdurante immobilismo del PRC e dagli articoli filosionisti pubblicati su Liberazione da Guido "Ariel" Caldiron, che intervista un rabbino dietro l'altro e arriva a pubblicare un'intera pagina dedicata alla giornata della cultura ebraica, con l'elenco degli appuntamenti in tutte le sinagoghe italiane.
Non si ferma la violenza sionista, di cui fa le spese Vittorio Agnoletto, aggredito il 9 giugno - insieme ad altri esponenti dei social forum - nelle vie dell'ex Ghetto, da cui è costretto ad allontanarsi scortato dalla polizia in assetto antisommossa.

 Vittorio Agnoletto mentre viene scortato
 dalle forze dell'ordine dopo l'aggressione
 sionista.
 Nel corso dell'aggressione, Marco Bersani
 di ATTAC ed un'altra compagna riportano
 lesioni e ferite.

A settembre, parte per il Libano la delegazione italiana del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila; è il ventesimo anniversario delle stragi del 1982 volute da Sharon. La numerosa delegazione italiana - insieme a quelle francese, belga, spagnola e di altri Paesi - visiterà diversi campi profughi, incontrerà le forze politiche palestinesi e libanesi e renderà omaggio alle vittime della violenza israeliana, da Qana (dove sotto il governo di Shimon Peres oltre cento Palestinesi e tredici militari dell'ONU vennero massacrati dalle bombe) al lager di Kiam, dove gli occupanti israeliani rinchiudevano e torturavano i patrioti. Nella delegazione italiana, oltre a molti esponenti di associazioni e comitati di solidarietà, erano presenti il deputato verde Mauro Bulgarelli e la deputata del PdCI Katia Bellillo; nessun parlamentare dei DS e di Rifondazione Comunista.

 Settembre 2003: la delegazione
 italiana nel campo di Chatila.


Proprio da Beirut la delegazione italiana lancia un appello per una nuova manifestazione a fianco del popolo palestinese e contro la guerra all'Irak, che dall'osservatorio libanese appare imminente; si propone la data del 26 ottobre, in concomitanza con altre manifestazioni annunciate in tutto il mondo e in particolare negli USA, dove a promuoverle è la coalizione pacifista ANSWER.
All'inizio di ottobre, quando l'appello di Beirut ha già raccolto numerose adesioni,
la Comunità Palestinese di Roma - fra i promotori dell'iniziativa - chiede un incontro con il PRC in merito alla manifestazione. Nei giorni successivi non giunge da Viale del Policlinico alcuna risposta. Lunedì 7 la richiesta viene reiterata e nella riunione di Segreteria Nazionale che si tiene il giorno stesso viene deciso di aderire alla manifestazione con un documento politico del partito e di incontrare la Comunità Palestinese. Per diversi giorni, però, a Viale del Policlinico continua a non succedere nulla, mentre continuano ad affluire altre adesioni alla manifestazione.
Finalmente, il 10 ottobre il PRC contatta il portavoce della Comunità Palestinese, che viene invitato per un incontro il martedì successivo, 15 ottobre. Dal momento della richiesta a quello dell'incontro saranno dunque passate quasi due settimane, nel corso delle quali - nonostante il silenzio del quotidiano del PRC - si sono moltiplicate le adesioni di circoli, federazioni e dirigenti del partito. All'incontro non può partecipare il Responsabile Esteri del PRC, Gennaro Migliore, ma sono presenti Chicca Perugia (da poco Segretaria della Federazione Romana e Responsabile nazionale per l'area medio orientale) e Fabio Amato, i quali comunicano alla Comunità Palestinese che il partito prenderà una decisione entro un paio di giorni.
Invece, nei giorni successivi, a Viale del Policlinico continua a regnare il silenzio, nonostante al Comitato Politico Federale di Roma - che si svolge mercoledì 16 - Patrizia Sentinelli, della Segreteria Nazionale, rispondendo ad un intervento di Fulvio Grimaldi, affermi che il 26 ottobre il PRC "non può non aderire", aggiungendo anche che la piattaforma iniziale è stata allargata.
A parte il fatto che la piattaforma della manifestazione è sempre la stessa (i due appelli della delegazione italiana a Beirut e della Comunità Palestinese di Roma e del Lazio), anche dopo il 16 ottobre non giunge alcuna comunicazione ai promotori della manifestazione e Liberazione continua ad ignorare la questione.
L'ultimo contatto fra i promotori della manifestazione e la dirigenza del PRC avviene telefonicamente lunedì 21 ottobre: è ancora Patrizia Sentinelli a confermare l'adesione del partito alla manifestazione. Ciononostante, Liberazione continua a passare l'iniziativa sotto silenzio e dalla Federazione romana (che dovrebbe essere la più coinvolta) non giunge alcun segnale di mobilitazione... anzi, il 23 ottobre i delegati del Lazio eletti dai Congressi federali ricevono la comunicazione della convocazione del Congresso Regionale (che avrebbe dovuto svolgersi nel giugno passato) proprio per la giornata del 26 ottobre.
Anche il quotidiano Liberazione sembra riflettere le difficoltà del PRC su questo terreno: ad un'informazione abbastanza puntuale sugli avvenimenti in Palestina (curata principalmente da Giancarlo Lannutti e Paola Pittei), fa pressoché giornalmente riscontro l'articolo o l'intervista compiacente di Guido "Ariel" Caldiron a questo o quell'esponente sionista, compreso un rappresentante dell'americana Anti Defamation League, famigerata organizzazione sionista impegnata, fra l'altro, nell'ottenere l'illegalizzazione delle campagne di boicottaggio dell'economia di guerra israeliana, così come negli anni 50 si impegnava nella denuncia maccartista degli ebrei "comunisti". La stessa organizzazione, alcuni mesi dopo, conferirà un'alta onoreficenza ebraica al premier italiano di destra, Silvio Berlusconi.
Sabato 26 ottobre, nonostante il boicottaggio dei media, circa 15.000 persone partecipano al corteo che si snoda fra Piazza della Repubblica e Valle Giulia, giungendo a ridosso di una blindatissima ambasciata israeliana.
La manifestazione ha visto l'adesione di numerose realtà locali e nazionali, di associazioni di solidarietà come Gazzella e Salaam - Ragazzi dell'Olivo, di una dozzina di parlamentari di tutti i gruppi della sinistra (esclusi quelli del PRC), di circoli e dirigenti del PRC che hanno partecipato autonomamente, delle Donne in Nero, dei sindacati di base (RdB, CUB, Cobas e USI), di giuristi democratici ed esponenti del mondo dell'informazione: fra gli striscioni, spiccava quello dell'emittente romana Radio Città Aperta in ricordo di Raffaele Ciriello, il reporter italiano assassinato a Ramallah dai soldati israeliani nel marzo 2002.   
A Valle Giulia, Fulvio Grimaldi legge un messaggio di Ramsey Clark, a nome della coalizione pacifista americana ANSWER, che nelle stesse ore portava in piazza a Washington almeno 100.000 persone, in quella che è stata definita "la più grande manifestazione pacifista negli U.S.A. dalla fine della guerra del Vietnam". Dal palco, su cui erano presenti il deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli e la Consigliera comunale di Roma del PRC Adriana Spera, si succedono molti interventi: Stefano Chiarini, a nome del Comitato "Per non dimenticare Sabra e Chatila", Bassam Saleh della Comunità Palestinese, Sergio Cararo per gli organizzatori romani, Vincenzo Miliucci  della Confederazione Cobas, Franco Grisolia a nome di Progetto Comunista - sinistra rivoluzionaria del PRC e molti altri.

Il giorno dopo, i quotidiani romani riportano le proteste dell'associazione dei commercianti romani, che sostengono - per bocca del noto stilista Gattinoni - di essere stati danneggiati dalla manifestazione, che avrebbe tenuto lontani i romani dal consueto shopping del sabato.
Quelle dei commercianti non sono state le uniche critiche rivolte alla manifestazione: nel corso del suo Congresso Regionale, il PRC del Lazio respinge la richiesta della minoranza di Progetto Comunista di sospendere i lavori per consentire ai delegati di partecipare alla manifestazione e un esponente degli "Ebrei contro l'occupazione" attacca duramente la manifestazione, definendola "unilaterale". Nei giorni successivi, la polemica nel PRC raggiungerà le pagine di Liberazione, dove alcuni esponenti ebraici attaccano il volantino diffuso il 26 ottobre da Progetto Comunista. Incalzato da numerosi interventi, Fausto Bertinotti promette solennemente l'apertura nel partito di un ampio dibattito sulla questione palestinese; il dibattito promesso non vedrà mai la luce.

 Un'immagine della manifestazione del 26
 ottobre 2002.


Il 2003 si caratterizza sin dai primi mesi per le grandi mobilitazioni contro la guerra all'Irak ed è in questo contesto che si inseriscono le ulteriori iniziative in solidarietà con il popolo palestinese. Fra gli episodi da segnalare in questo periodo, una pesante campagna diffamatoria ed intimidatoria condotta dalla comunità ebraica pisana contro il locale circolo ARCI (Agorà), "colpevole" di aver aderito ad una campagna internazionale per il boicottaggio dell'economia di guerra israeliana ed un'importante iniziativa a Roma, dove la mobilitazione di intellettuali, giornalisti e semplici cittadini, promossa dal Forum Palestina, costringe il Comune a sospendere un accordo commerciale per lo sfruttamento delle acque fra l'azienda di proprietà comunale - ACEA s.p.a. - e aziende israeliane. In quest'ultima vicenda, risultano determinanti le nette prese di posizione della Consigliera del PRC Adriana Spera e dell'Assessore, sempre del PRC, Luigi Nieri. Nel corso dell'anno, peraltro, gli esponenti del PRC più schierati con la resistenza palestinese divengono oggetto di attenzioni particolari: il giornalista Fulvio Grimaldi viene bruscamente licenziato da Liberazione (dove invece continua ad imperversare Guido "Ariel" Caldiron), altri compagni e compagne sono presi di mira - con vari pretesti - da provvedimenti disciplinari, la Consigliera comunale romana Adriana Spera viene completamente "cancellata" dalle Feste di Liberazione della sua città. Coincidenze? Almeno nel caso di Grimaldi, certamente no: il giornalista, infatti, accusa ripetutamente Gennaro Migliore di essersi compiaciuto in più occasioni dell'allontanamento dal giornale del partito dell'antisemita Grimaldi. Ed anche Paola Pittei è da un po' di tempo scomparsa dalle pagine di Liberazione.
Altra vicenda degna di nota è il silenzio assoluto del PRC sull'inclusione nella "lista nera"  - quella delle organizzazioni considerate "terroriste" dall'Unione Europea - del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, storica organizzazione laica e marxista della resistenza palestinese, seconda per importanza solo ad Al Fatah.
Infine, va segnalato il veto posto dalla Segretaria romana del PRC, M. C. Perugia, alla presenza di "certi personaggi" ad un eventuale stand palestinese all'interno della Festa Nazionale di Liberazione di settembre: dato che i "personaggi" interdetti sono i più noti esponenti della comunità palestinese e i compagni romani più attivi nella solidarietà, è finita che stand palestinesi sono stati presenti alla Festa dell'Unità ed alla Festa
de La Rinascita (settimanale del PdCI), ma non a quella di Liberazione.
La polemica fra il gruppo dirigente del PRC e il movimento di solidarietà con il popolo palestinese esplode nuovamente nell'autunno 2003, questa volta in maniera esplicita e senza possibilità di equivoci. Il motivo scatenante è la manifestazione nazionale contro il Muro dell'Apartheid che Sharon sta facendo costruire all'interno dei Territori Occupati, manifestazione proposta da un Comitato Promotore che raccoglie l'appello lanciato nell'estate dalla società civile palestinese.
La "cronaca" che segue è già stata pubblicata da ARCIPELAGO nei giorni immediatamente successivi la manifestazione nazionale tenutasi a Roma lo scorso 8 novembre.  

8 novembre 2003: un momento del comizio conclusivo della manifestazione nazionale
contro il Muro dell'Apartheid.
Da sinistra, si riconoscono Claudio Ortale (CUB Scuola); la Consigliera Comunale romana del PRC Adriana Spera; i dirigenti nazionali del PRC Franco Grisolia, Claudio Grassi e Marco Ferrando; Fadwa Barghouti; Germano Monti e Sergio Cararo del Forum Palestina; dietro Sergio Cararo, Oliviero Diliberto e Marco Rizzo del PdCI.

Vuoto storico concettuale e teorico: la polemica del PRC sull'8 novembre.

La manifestazione nazionale contro il Muro dell'Apartheid dello scorso 8 novembre non ha visto la partecipazione del Partito della Rifondazione Comunista, che anzi se ne è apertamente dissociato. Gli attacchi di esponenti del PRC sono continuati anche dopo la manifestazione. Partendo dalla lettera inviata da un militante del PRC romano - che a nostro avviso esprime bene il disagio di tanti compagni di quel partito - cerchiamo di fornire una ricostruzione degli avvenimenti politici e delle prese di posizione prima e dopo la manifestazione.

Decine di migliaia di persone, scolaresche, donne in nero, striscioni di gruppi omosessuali, pacifisti, antimperialisti, deputati e dirigenti dei Verdi e del PCdI,militanti del sindacalismo di base: nel corteo dell'8 Novembre contro il muro di Sharon era vistosa e pesante solo l'assenza del Prc, nonostante la presenza di non pochi iscritti e dirigenti.
Nessuna esaltazione della pratica kamikaze, nessun antisemitismo. Le uniche "smagliature"di questa manifestazione sono state la presenza di uno striscione anonimo appeso che su via Cavour ("solidarietà con Israele"...) e la presenza silenziosa di Adel Smith, del resto a malapena tollerata dagli organizzatori.
Alla luce di tutto ciò la mancata adesione del Prc appare incomprensibile, tanto più in presenza di una piattaforma "minima": personalmente, mi son trovato più volte in imbarazzo a sentirmi chiedere "...e Rifondazione?".
Ora, domando, come mai il Prc (giustamente) non partecipa alla manifestazione di  Firenze "contro il terrorismo" nostrano rifiutando tale discriminante, per poi invocarla a proposito dell'8 Novembre?   
Chi si sarebbe mai sognato di chiedere ai combattenti algerini, aldilà del dolore per ogni vittima innocente, di "ricusare" il terrorismo ?    

(Veramente, il PRC - a differenza del PdCI - parteciperà alla manifestazione "contro il terrorismo" a Firenze, insieme a Forza Italia e AN... ma il compagno che ha scritto la lettera non immaginava che sarebbe successo anche questo. NdR ).

In realtà, da un po' di tempo alcuni esponenti del PRC hanno avviato una accelerata revisione anche del giudizio sulle guerre di liberazione dal colonialismo, compresa quella algerina, (...). Rispetto alla manifestazione dell'8 novembre, c'è da dire che la dissociazione del PRC è consequenziale all'atteggiamento che quel partito, o meglio il suo gruppo dirigente bertinottiano, ha sempre tenuto dall'inizio della seconda Intifada... (...).
(...) All'inizio di settembre, il Forum Palestina lancia un invito a costruire anche in Italia un'iniziativa che raccolga l'appello lanciato dai Palestinesi. L'invito viene raccolto da alcune situazioni e singoli esponenti politici, che si confrontano in un'assemblea tenutasi a Roma il 26 settembre.
Nell'assemblea del 26 settembre, si decide per una manifestazione nazionale per sabato 8 novembre, dalle esplicite caratteristiche unitarie, da costruire insieme a chiunque voglia prendervi parte. Nella stessa assemblea si costituisce un Comitato Promotore incaricato di lavorare per la manifestazione. Del Comitato Promotore fanno parte, oltre al Forum Palestina, il Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, il Comitato di Solidarietà con l'Intifada, la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio, l'associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese in Italia, il Deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli, il giornalista de La Rinascita ed esponente del PdCI Maurizio Musolino, e due dirigenti del PRC: Bruno Steri, del Dipartimento Esteri, e Letizia Mancusi, del Comitato Politico Nazionale.  
Nelle settimane che seguono, mentre iniziano ad arrivare le adesioni alla manifestazione nazionale, dal PRC non arriva alcuna risposta o proposta alternativa. Solo il 18 ottobre, nel corso di un'assemblea a Roma di Action for Peace, il Responsabile Esteri del PRC, Gennaro Migliore, si pronuncia contro la manifestazione. Il 25 e 26 ottobre è convocato il Comitato Politico Nazionale (CPN) del PRC; in quella sede, viene presentato un ordine del giorno che chiede l'adesione del partito alla manifestazione. Oltre a Gennaro Migliore, anche Fausto Bertinotti proclama la propria contrarietà, con la motivazione che nella convocazione manca un'esplicita condanna del "terrorismo palestinese" e non vi sono riferimenti all'azione dei pacifisti israeliani, oltre che a sostenere - contro ogni evidenza, peraltro - che il PRC stesso non è stato coinvolto nella preparazione della manifestazione. Si va al voto, e l'ordine del giorno viene respinto con 63 voti contrari, 35 a favore e un paio di astenuti. Votano contro tutti i bertinottiani, compreso il gruppuscolo trotskista di Livio Maitan e il Direttore di Liberazione Sandro Curzi, mentre si schierano a favore della manifestazione la minoranza di sinistra di Marco Ferrando e l'area della rivista l'Ernesto, che fa capo a Claudio Grassi, della Segreteria Nazionale.
La decisione del CPN suscita non poco sconcerto fra iscritti e simpatizzanti; persino Liberazione è costretta a darne in qualche modo conto (...).
La risposta è affidata a Gennaro Migliore, che sostanzialmente ripete quanto detto al CPN per motivare la contrarietà alla manifestazione: "Action for Peace ha indetto una due giorni di iniziative in tutta Italia. Un altro comitato, con un percorso più escludente che inclusivo, ha già da settembre convocato una manifestazione per sabato 8, con una piattaforma che non condanna le azioni contro i civili e non cita il sostegno a quella parte della società israeliana che, come i refusnik, si batte per la pace e la fine dell'occupazione". Come era già avvenuto  prima del 9 marzo 2002, poi, Migliore sostiene l'esigenza di una "scadenza veramente nazionale" (come se quella dell'8 novembre non lo fosse) e rinvia a dicembre, quando si terrà in Italia l'incontro dei governi europei e del Mediterraneo, compreso quello israeliano.
Le argomentazioni di Migliore non devono suonare molto convincenti, perché l'8 novembre i militanti del PRC in piazza sono diverse migliaia e nelle prime file del corteo, assieme agli altri promotori, sfilano Claudio Grassi, Marco Ferrando, Franco Grisolia e altri dirigenti del PRC, oltre, naturalmente, a Bruno Steri e Letizia Mancusi. Insieme a tutti gli altri, salutano la compagna israeliana Michal Schwartz, dell'Organization for Democratic Action, e Fatwa Barghouti, compagna e avvocato di Marwan, il leader dell'Intifada prigioniero degli Israeliani.


Ma, come abbiamo già visto, nemmeno l'evidenza costituisce un deterrente per il livore di Gennaro Migliore, che il 9 novembre pubblica sul Manifesto una lettera in cui se la prende con Stefano Chiarini - giornalista del quotidiano di Via Tomacelli e animatore del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila - accusandolo, nientepopodimeno, di aver compiuto un "tentativo maldestro, disinformato e prigioniero di riflessi minoritari", lanciandosi poi in un confuso ragionamento sull'inopportunità della "contestualizzazione" delle azioni terroristiche o, peggio - dice lui - della loro equiparazione a gruppi di terrorismo sionista. Dopo aver ricordato che Action for Peace ha promosso una campagna con decine di manifestazioni contro il muro dell'apartheid - di cui, come era prevedibile, nessuno si è accorto, n.d.r. - Migliore precisa con puntiglio che "Rifondazione Comunista, non la sua componente bertinottiana, ha deciso, nel Com. pol. nazionale del 26 ottobre, di non aderire".
In soccorso di un Migliore e di un Bertinotti in evidente affanno, l'11 novembre arriva anche un intervento su Liberazione di Ali Rashid, primo segretario della delegazione generale palestinese in Italia. Si tratta di una struggente lettera di ringraziamento a Fausto Bertinotti, che inizia con un altro veemente attacco al povero Stefano Chiarini, prosegue con una serie di accuse ai promotori della manifestazione e si chiude con una "riflessione" sugli aspetti negativi della "violenza nelle lotte anticoloniali", con un richiamo - guarda caso - proprio alle recenti dichiarazioni di Bertinotti sugli "aspetti più violenti dell'esperienza algerina contro il colonialismo francese".
L'indignazione per la posizione di Rifondazione Comunista sulla questione palestinese e gli attacchi a Stefano Chiarini si esprime nei messaggi di solidarietà che quest'ultimo riceve dalle Comunità Palestinesi e, in maniera evidente e articolata, nella lettera che Joseph Halevi invia il 12 novembre al PRC e che riproduciamo:

Trovo sinceramente incomprensibile la non adesione di Rifondazione alla manifestazione contro il muro di annessione ed espulsione che il Governo di Israele va costruendo. La storia della Palestina ha comportato la trasformazione del popolo palestinese in un popolo di espulsi e di oppressi ben prima dell'11 giugno 1967. Tale consapevolezza storica renderebbe tutti consapevoli del significato del terrorismo sionista. La validità contemporanea del riferimento al terrorismo sionista e' dimostrata dal fatto che il governo di Israele ed i partiti sionisti fanno di tutto per cancellare la memoria della presenza palestinese del 1948. Eppure il 48 e' assolutamente presente nell'Intifada di oggi. La presenza del 48 e la non volontà dell'establishment israeliano di accettarla e' stata riconosciuta da Meron Benvenisti in un articolo su Ha-Aretz da me commentato su il manifesto. La prova del nove che il 48 e' tabù nei circoli dominanti in Israele e nei circoli sionisti è venuta recentemente dal tentativo di espellere dall'Università' di Haifa il professor Illan Pappe' per aver difeso la tesi di uno studente che mostrava il massacro della popolazione di un villaggio arabo sulle cui rovine oggi sorge un kibbutz. Pappe' denunciò altresì l'.annullamento del titolo di studio (Master) conferito in base a quella tesi allo studente. Ne nacque un tentativo sistematico di cacciare Pappe' dall'università' di Haifa, che fu respinto solo grazie ad una durissima petizione internazionale di solidarietà con Pappe'. Non voler contestualizzare il terrorismo significa una cosa sola: non rendersi conto del processo che ha portato al'oppressione del popolo palestinese ed accettare quindi che si sviluppino operazioni come quella contro l'israeliano Pappe'.
Se lo riconosce Benvenisti che il nodo e' il 1948 , lui che era il vicesindaco di Gerusalemme quando c'era Teddy Kollek che iniziò l'espansione a tentacoli della città per soffocare i palestinesi, se lo riconosce l'ex vicesindaco perché non lo deve riconoscere il movimento di solidarietà in Italia? Trovo pertanto del tutto inappropriata la lettera inviata da Gennaro Migliore al manifesto apparsa sul numero del 9 novembre che si lamenta della assenza di un esplicito sostegno al dissenso in Israele. Alla manifestazione ha parlato Michal Schwartz, scusate ma da dove viene? Così voi di Rifondazione (o meglio l'ala che ha fatto passare la decisione di non aderire ufficialmente) vi state coprendo di ridicolo e implicitamente stabilite un' arbitraria simmetria in primo luogo sul piano morale.
Nessuno si sognava durante le manifestazioni di solidarietà per il Vietnam di porre sullo stesso piano la resistenza dei vietnamiti e l'opposizione negli Usa a tale guerra. La prima riceveva priorità assoluta e la seconda veniva applaudita, appoggiata ed incoraggiata quando si manifestava apertamente con coraggio. Ovviamente tanto più tale opposizione cresceva tanto più essa acquistava spazio. Ma questo dipende dall'attività' delle forze coinvolte e non deve costituire un assegno in bianco che, altrimenti significherebbe: "non se ne fa nulla se non si fa riferimento alle forze pacifiste israeliane" (o americane nel caso del Vietnam). Esattamente lo stesso principio deve guidare la campagna di solidarietà nei confronti dei palestinesi.
Dovreste essere più umili ed imparare dai comunisti israeliani soprattutto dai grandi dirigenti del PCI (Israele) come Meir Vilner e Toufik Toubi. Nella loro lotta di solidarietà con i palestinesi, ben prima del 1967, essi non hanno mai mai mai aspettato che i palestinesi o, come si diceva allora, "gli arabi" li contraccambiassero. L'ordine di priorità era preciso. In primo luogo solidarietà con il popolo oppresso anche se i suoi rappresentati non ci riconoscono esplicitamente. Il criterio valido perfino in una situazione di profonda asimmetria in cui il popolo oppresso non aveva gran fiducia nei suoi sostenitori in Israele (per una serie di validissime ragioni tra l'altro legate al ruolo dell'URSS nell'intera vicenda del 1948-9) vale ancor più oggi dal momento che i palestinesi riconoscono totalmente le forze di solidarietà israeliane. Rimane comunque il fatto che l'imperativo morale e politico di manifestarsi ricade sulle forze di solidarietà che operano nel paese aggressore (siete d'accordo spero che il 1967 fu un'aggressione unilaterale: validissima e' ancora la posizione che presero allora il PCI ed il PSIUP) che poi si e' trasformato in paese oppressore di tutto il popolo palestinese. Spetta alle forze progressiste israeliane dire "siamo con voi" esattamente come ha fatto mi sembra Michal Schwartz che non viene dall'Alaska. Assurdo che Migliore ignori questo fatto, cioè il fatto che la Schwartz provenisse da Israele, che rende totalmente inutile la sua lettera.
Senza addentrarmi nelle contorsioni della politica italiana mi sembra che la lettera di Migliore al manifesto testimoni del vuoto storico concettuale e teorico della dirigenza di Rifondazione e del fatto che per rilanciare un movimento di ispirazione comunista è necessario un approccio meno politicistico e meno contingente. Quindi non posso che esprimere le mie simpatie a Stefano Chiarini sia in quanto giornalista de il manifesto che in quanto intellettuale sistematicamente impegnato contro l'occupazione ed il lento genocidio (come e' stato scritto pubblicato sul manifesto riprendendo un intervento di Tanya Reinhart) cui e' sottoposta la popolazione palestinese.

Cordiali saluti - Joseph Halevi

"Vuoto storico concettuale e teorico della dirigenza di Rifondazione": solo un intellettuale della levatura di Joseph Halevi poteva sintetizzare con tanta efficacia la realtà.

La manifestazione dell'8 novembre segna uno spartiacque con il periodo precedente, probabilmente anche a causa dell'indignazione suscitata in tutto il mondo dalla costruzione del Muro dell'Apartheid, che rende sempre più arduo il sostenere posizioni di sostanziale equidistanza. Anche in Italia si registra un maggiore interesse verso la questione palestinese da parte di forze politiche importanti, come i DS e la Margherita, che iniziano a prendere qualche (timida) posizione contro il governo Sharon. Non è così per il PRC, che naturalmente non costruisce alcuna mobilitazione "veramente nazionale" in occasione dell'incontro di dicembre dei governi europei e mediterranei. Anzi, ricompare Guido "Ariel" Caldiron, che il 29 novembre - giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese indetta dall'ONU - pubblica su Liberazione una sua intervista a Victor Magiar, ex Consigliere comunale diessino, notissimo esponente sionista, che afferma (fra l'altro) che il conflitto fra arabi ed ebrei " (...) è nato quando ha preso piede l'idea della costruzione di una grande nazione araba che tendeva a cacciare tutti coloro che considerava "stranieri", non solo gli ebrei" e osserva come " (...) il conflitto tra israeliani e palestinesi sia anche un conflitto tra ebrei e arabi, sviluppatosi in seguito all'emergere dell'idea del panarabismo". Non una parola sulle responsabilità del colonialismo sionista e dei governi israeliani e nemmeno sulle sofferenze dei Palestinesi, né da parte dell'intervistato, né da parte dell'intervistatore.

Il nostro lavoro di ricostruzione si conclude qui. Ci auguriamo che questa panoramica retrospettiva su due anni di storia e di storie possa risultare utile alla comprensione di quanto avvenuto e di quanto avverrà ancora. La stragrande maggioranza dei militanti e dei simpatizzanti del Partito della Rifondazione Comunista sono sinceramente e profondamente amici del popolo palestinese, come ha testimoniato la massiccia partecipazione a tutte le iniziative di questi anni; non così, evidentemente, una cospicua parte dei gruppi dirigenti di quel partito.
Saranno i prossimi eventi a dirci se e quanto la posizione assunta da Rifondazione Comunista sulla questione palestinese (e non solo: pensiamo a Cuba ...) sia un altro passo verso il definitivo abbraccio con il centrosinistra di Fassino e Rutelli, in vista di quell'accordo di governo che il gruppo dirigente del PRC sta perseguendo senza sosta. Di certo, per ora, c'è il fatto che la disperata resistenza del popolo palestinese e la sua lotta per la sopravvivenza è meglio non facciano affidamento sulla maggioranza dei dirigenti di Viale del Policlinico.