DAL CASO FERRANDO ALLA QUESTIONE COMUNISTA

 

Crediamo che il "caso Ferrando" meriti una discussione approfondita e partecipata, aldilà - molto aldilà - delle motivazioni contingenti e pretestuose che lo hanno scatenato. Ciò che è in gioco, ci pare, è il definitivo approdo moderato ed antipopolare del partito nato dalla volontà di rifondare il Comunismo dopo il crollo dei sistemi più o meno socialisti e dell'URSS, l'esaurimento dei movimenti, l'affermazione del pensiero unico capitalista e della "democrazia" come orizzonte ultimo dell'umanità. Si tratta, in tutta evidenza, di questioni non di poco conto, che non possono essere liquidate sbrigativamente e che impongono una profonda riflessione, propedeutica ad un'assunzione di responsabilità, a tutti gli uomini e le donne che non intendono piegare la schiena di fronte alla rimozione manu militari dall'agenda politica italiana della "questione comunista", poiché è questo, e non altro, il vero oggetto del dibattito in corso.
Guerra, imperialismo, colonialismo, sionismo, onnipotenza dell'impresa e del mercato, maggioritario, revanche del fondamentalismo cattolico versus resistenza, autodeterminazione, diritti dei lavoratori, proporzionale e laicità dello Stato: è attorno a queste contraddizioni che si deve sviluppare un dibattito vero, soprattutto fra chi - i Comunisti - ha il diritto e il dovere di costruire un altro mondo, necessario prima ancora che possibile.
Non saremo certo noi a trarre conclusioni, ma mettiamo a disposizione questo spazio per pubblicare tutti gli interventi che vorrete inviare.

Per inviare gli interventi, cliccare sulla bandiera  

LO SCONTRO SULLA CANDIDATURA FERRANDO:

CONTRO LA DERIVA MODERATA DI RIFONDAZIONE,

PER IL MANTENIMENTO DI UN’OPPOSIZIONE COMUNISTA NEL NOSTRO PAESE.

 

L’ attacco di questi giorni alla candidatura di Marco Ferrando ha un preciso significato politico. A partire da un articolo su Libero, che recuperava vecchie dichiarazioni su Israele nel suo libro-intervista di qualche anno fa (edito dalla giovanetalpa), si è sviluppata una vera campagna, guidata dal direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e da ambienti liberali dell’Unione, tesa a far saltare la sua candidatura al Senato. Più precisamente una campagna tesa a spingere Bertinotti a ritirare la candidatura, cosa che si è puntualmente verificata.

 

Questa campagna è stata mossa anche, naturalmente, da fattori particolari, ma la ragione prioritaria e vera è un’altra: evitare in Senato una presenza “scomoda” per Prodi e per l’Unione. Tanto più scomoda nella previsione di un possibile scarto minimo al Senato tra le due coalizioni. Questa campagna si colloca in un’azione generale di pressione sul PRC: una volta incassato il coinvolgimento governativo di Fausto Bertinotti sul programma degli industriali e dei banchieri, il Centro liberale e la sua stampa vogliono che il PRC presidi il fronte alla sua sinistra, svolgendo da subito un ruolo di contenimento delle lotte e di disciplinamento dei movimenti. Le pressioni sul PRC attorno alla questione TAV, alle contestazioni olimpiche, alle lotte per la casa, si pongono in questo quadro: mirano a misurare, a futura memoria, il grado di affidabilità del PRC come sinistra del centrosinistra. Questo non solo sul versante parlamentare, ma anche sul versante sociale.

 

Il pressing sulle candidature “irregolari” è parte di questa campagna. Sia per la pressione della propaganda reazionaria delle destre, sia per uno specifico interesse proprio, il Centro dell’Unione chiede a Bertinotti la ripulitura delle liste del PRC dagli elementi inaffidabili e ingovernabili, o almeno da quelli che tali appaiono. La difficoltà di Bertinotti, in questo quadro, è evidente: da un lato deve rassicurare la borghesia sulla serietà della propria scelta di governo (e della propria aspirazione alla presidenza della Camera); dall’altro non può scaricare personaggi come Caruso o Luxuria che sono espressioni reali e simboliche di realtà di movimento o associative con cui il PRC, e Bertinotti in particolare, ha costruito una relazione politico-identitaria.

 

La presenza nelle liste del PRC di Marco Ferrando trova la sua ragione nella rappresentanza di una componente storica della sinistra del Partito, ma proprio per questo è paradossalmente più esposta al rischio di un intervento discriminatorio e censorio del suo gruppo dirigente. Soprattutto è una candidatura più invisa agli ambienti politici liberali dell’Unione, che ne conoscono o ne intuiscono l’intransigenza politica. Così non è un caso che dopo il primo articolo del quotidiano Libero (9-2) e soprattutto l’articolo e il corsivo di Mieli sul Corriere del 10-2 (che apertamente incoraggiava Bertinotti a liquidare la candidatura Ferrando), sia intervenuto sul tema Piero Fassino: che in una nota d’agenzia del 12-2 ha pubblicamente esortato il PRC a rimuovere la candidatura di Marco Ferrando “in quanto non accetta il programma dell’Unione sul Medio Oriente” (!). Il secondo articolo del Corriere, sotto forma di intervista a Ferrando (13-2) ha cercato di rilanciare l’affondo di Fassino con un titolo scandalistico dal punto di vista borghese sul caso Nassirya.

 

Di fronte a ciò, Progetto Comunista ha tenuto un comportamento coerente. Da un lato stiamo lottando con le nostre forze per difendere una candidatura rivoluzionaria dalla campagna borghese e dalla capitolazione ad essa di Bertinotti. Dall’altro, come sempre, non siamo stati disponibili a mercanteggiare riconoscimenti politici con la rinuncia alle nostre posizioni programmatiche e di principio. Le stesse per cui siamo oggi combattuti. Le stesse che vogliamo difendere e valorizzare in ogni sede in cui avremo voce e presenza.

 

Questo ha portato alle conosciute scelte della Segreteria Nazionale che ha deciso di cassare la candidatura aprendo una consultazione e-mail dei componenti del CPN su un testo che, appunto, chiede l’esclusione di Ferrando dalla liste elettorali del Prc. In questo quadro ci pare molto grave non solo il merito della scelta, ma anche il metodo: le candidature sono state votate, come da statuto, in una riunione plenaria del Comitato Politico Nazionale (20 e 21 gennaio 2006). La scelta di rimozione è stata di fatto effettuata dalla Segreteria Nazionale, ed imposta al CPN con una procedura inedita di consultazione telefonica. L’intento della Segreteria Nazionale del PRC, evidentemente, è quello di mostrare la propria rapidità di intervento alle forze dell’Unione, chiudendo la vicenda il più velocemente possibile anche per evitare il coagularsi dentro e fuori il PRC di un consenso alle posizioni espresse sulla lotta palestinese ed irakena.

 

Nel merito delle questioni sollevate, infatti, come Progetto Comunista-sinistra del Prc rivendichiamo tutti i contenuti espressi da Marco Ferrando nelle recenti interviste.

 

Sosteniamo senza riserve la lotta popolare del popolo palestinese contro l’oppressione sionista. L’intifadah vede il nostro più ampio e incondizionato sostegno, con il rifiuto delle soluzioni di com­promesso come gli accordi di Oslo e la Road Map e la loro negazione del diritto al ritorno dei fuoriusciti palestinesi. Le soluzioni prospettate di “due popoli due stati”, infatti, oltre che mantenere l’esistenza di un artificiale stato confessionale che in questi decenni è stato il principale artefice di politiche imperialistiche e neocoloniali nel medioriente, rappresentano la negazione del diritto al ritorno dei profughi, il mantenimento di una condizione di apartheid interno per la crescente quota della popolazione palestinese con cittadinanza israeliana, il perpetuarsi di un regime centrato sulla logica dell’assedio religioso e della potenza militare costruito sulle spalle della classe lavoratrice ebraica. Questa posizione antisionista, patrimonio anche della sinistra rivoluzionaria israeliana con la quale condividiamo la comune appartenenza al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale (Socialist Workers League), non può assolutamente essere scambiata con una posizione antisemita. La recente vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi è giudicata con preoccupazione da Progetto Comunista: questo partito, pur avendo l’appoggio delle fasce popolari più diseredate e degradate, rappresenta principalmente la borghesia clericale palestinese. In Italia come in Medioriente, in Israele come in Palestina siamo contro ogni integralismo e fondamentalismo religioso, utile solamente a compattare la popolazione dietro gli interessi ed ai progetti politici della propria borghesia nazionale. Al contrario, davanti alla vittoria elettorale di Hamas, salutiamo i 3 seggi conquistati nel Parlamento palestinese dal Fplp, forza della sinistra palestinese con cui è in solidarietà in Italia l’Unione Democratica Palestinese, il cui segretario è iscritto al Prc e, pur non appartenendo a Progetto Comunista, ha votato il nostro documento all’ultimo congresso del Partito.

 

Con la stessa forza rivendichiamo il diritto di Resistenza, anche armata, del popolo iracheno contro l’occupazione neocoloniale del suo paese. Il diritto a sparare anche contro le truppe italiane, guidate non da interessi umanitari ma da ben più concreti interessi petroliferi dell’ENI nell’area di Nassiriya, è il diritto della popolazione irakena a difendere la propria sopravvivenza ed il proprio autogoverno. Il sostegno alla lotta popolare dei lavoratori e della masse irakene non ha mai voluto dire, per Progetto Comunista, l’appoggio al regime nazional-militare di Saddam, a suo tempo principale protagonista degli interessi imperialisti francesi ed americani nell’area, che si è sempre contraddistinto per la feroce repressione dei movimenti dei lavoratori del suo paese. Con la stessa fermezza con cui sosteniamo la resistenza irakena, ci battiamo contro le sue componenti integraliste e fondamentaliste, lì come in Palestina veicoli principali di una nuova dominazione della borghesia nazionale. E come nella tradizione della sinistra marxista rivoluzionaria sin dall’inizio della sua storia, ci battiamo contro ogni deriva terroristica delle lotte sociali e di liberazione nazionale, soprattutto quando colpisce indiscretamente la popolazione civile.

 

Queste posizioni rappresentano la nostra proposta ed il nostro profilo, come la critica alla linea del PRC di alleanza con il centrosinistra e di sostegno al futuro governo Prodi. In Rifondazione Comunista ci siamo battuti, ci battiamo e ci batteremo per rompere con le forze liberali rappresentate da Prodi e dall’Unione e per mantenere un’opposizione comunista nel nostro paese. Queste posizioni sono espresse nei nostri documenti congressuali, nel nostro giornale, negli interventi negli organismi dirigenti di Rifondazione e nella nostra pratica politica. Come tali sono ed erano ben conosciute da Bertinotti e da tutto il gruppo dirigente del PRC ben prima della scelta di candidare Marco Ferrando nelle sue liste: la scelta di dichiararle oggi incompatibili con il Partito è semplicemente figlia della pressione politica di Fini, di D’Alema e dell’Unione.

 

Queste posizioni crediamo rappresentino un’area ed una componente della sinistra, dei movimenti e delle lotte sociali in questo paese, che va ben oltre la nostra militanza e la nostra influenza. Queste posizioni crediamo debbano essere rappresentate nel prossimo Parlamento e per questo invitiamo tutte i compagni che le condividono a chiedere al gruppo dirigente nazionale del PRC di mantenere la candidatura di Marco Ferrando alle prossime elezioni politiche, a partire dalla sottoscrizione dell’appello che alleghiamo.

 

AMR Progetto Comunista

 

 

 

 

CONTRO LA DERIVA MODERATA DI RIFONDAZIONE,

per il diritto alla resistenza del popolo irakeno, a fianco dell’intifadah palestinese

 

Le accuse rivolte in questi giorni a Marco Ferrando di criticare la natura dello stato di Israele o di rivendicare il diritto di rivolta della popolazione irakena contro le truppe di occupazione potrebbero essere rivolte a molti di noi. Sono posizioni di ampia parte del Prc e largamente presenti nei movimenti di lotta di questi anni. Tanto più inaccettabili risultano queste accuse quando provengono da forze promotrici di missioni militari e di guerra nell’ultimo decennio, contro cui Rifondazione Comunista e i movimenti si sono sempre battuti. Per questo noi, lavoratori e militanti impegnati nei movimenti, respingiamo l’aggressione scatenata da ambienti reazionari di centrodestra e dal centro dell’Unione contro la sua candidatura e chiediamo al Partito della Rifondazione Comunista che sia mantenuta:

 

PRIMI FIRMATARI: Nicoletta Dosio (Comitato anti TAV Valsusa), Piero Acquilino  (rsu Fincantieri); Massimo Busnelli (AEB Monza); Antonio D’Andrea (rsu Fiat Melfi);  Daniele Debetto (rsu Pirelli Settimo Torinese); Bruno Manganaro (segr Fiom-Cgil Genova, Com. Centrale Fiom); Letizia Mancusi (Forum Palestina); Michele Melilli (segr prov Cub Trasporti Ragusa); Gino Mirabelli (segr Fnle-Cgil Genova); Alfonsina Palumbo (dir Cgil Benevento);  Renato Pomari (rsu IBM Vimercate); Luigi Sorge (Rsu Sincobas Fiat Cassino, Coordinamento naz Sincobas); Germano Monti (Forum Palestina); Roberto Spagnolo (esecutivo Cobas scuola TO); Aldo Romaro (Pane e rose - Padova)…

 

Per ulteriori adesioni: amr@progettocomunista.it

 

Siamo tutti incompatibili

 

Quanto successo con la rimozione dalle liste elettorali del candidato scomodo Ferrando, da parte di Rifondazione Comunista,  apre degli inquietanti interrogativi circa l’effettiva natura della coalizione di centrosinistra.

Il tutto, in un momento certamente poco opportuno, vista l’imminente scadenza elettorale: con un colpo solo, si sta rischiando di vanificare quanto di buono la nuova legge elettorale può comportare in termini di risultato finale per l’intera coalizione e, quindi, per la sconfitta di Berlusconi.

Per gl’incerti verso la coalizione vista nel suo complesso, infatti, con la nuova legge elettorale vi è ora la possibilità di poter esprimere un voto per indirizzare-correggere il programma dell’Unione attraverso la preferenza a questo o a quel partito della coalizione. Un meccanismo, questo, che si dovrebbe cercare di valorizzare appieno proprio per cercare di recuperare quelle fasce di elettorato inclini all’astensione perché deluse.

Sempre che, beninteso, gli obblighi da adempiere per battere Berlusconi siano condivisi e praticati da tutti, ognuno con il proprio prezzo da pagare per la riuscita dell’impresa.

Ancora una volta, però, si sta assistendo al solito giochino, per cui la colpa dell’eventuale sconfitta ricadrebbe solo su alcuni e non su altri. Da una parte quelli che sanno solo chiedere; dall’altra chi deve invece dire sempre e solo di sì a tutto.

Come del resto avvenne per la scorsa legislatura, con la criminalizzazione del PRC (l’apice fu raggiunto con le esternazioni dell’attore-regista Nanni Moretti) e della Lista Di Pietro per i mancati accordi: colpa loro se l’Ulivo non riuscì a battere Berlusconi.

Ma proprio perché a nessuno oggi può interessare la vittoria di Berlusconi, neanche a chi, alla luce degli ultimi eventi, potrebbe decidere di astenersi dal voto, sarebbe quanto mai opportuno un atteggiamento responsabile da parte di tutti i leader del centrosinistra.

Il caso Ferrando, infatti, non può essere sbrigato velocemente come una questione che riguardi il singolo candidato o il singolo partito.

Se si assumono posizioni incompatibili con il programma della coalizione quando si afferma quanto c’è di più ovvio circa “la legittimità della resistenza armata nei confronti di forze armate di occupazione”, con tutto ciò che ne consegue, allora “siamo tutti incompatibili”, persino i giudici della Corte di Appello di Milano che proprio in queste ore hanno giustamente ribadito che L’instradamento di volontari verso l’Iraq per combattere contro i soldati americani non può essere considerato sotto alcun aspetto un’attività terroristica” (http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=47472).

 

Siamo quindi tutti incompatibili, compresa la GAD che soltanto nell’ottobre 2004 chiese, con una mozione unitaria, la “sostituzione delle forze di occupazione con forze multinazionali sotto egida Onu”; e compreso il candidato Premier Romano Prodi che ha definito i soldati italiani in Iraq “truppa di occupazione”.

Visto, però, che tra i candidati incompatibili ad essere cacciato è stato il solo Ferrando, delle due l’una: o c’è chi tira il sasso e poi nasconde la mano; o, come è più plausibile, su alcuni temi l’Unione si sta proponendo come forza di Governo con contenuti diversi di quando era all’opposizione.

Non soltanto, quindi, una semplice strategia elettorale che non consente di essere tolleranti verso le posizioni “poco opportune”, ma un vero e proprio mutamento di rotta.

 

Alla luce di tutto ciò, certamente, la sconfitta di Berlusconi è e deve rimanere un obiettivo da conseguire. Non può però essere ammissibile essere chiamati a pagare un prezzo troppo alto. E non tanto per rimanere idealmente, ma ingenuamente, coerenti con se stessi; quanto per evitare che dalla confusione possa ripetersi, ad esempio, un altro “Governo D’Alema” che vada alla guerra.

Mentre l’esclusione del candidato Ferrando, infatti, arriva con un’efficienza a dir poco sospetta e senza un reale confronto democratico, nulla è stato fatto e si fa per chiedere conto dei crimini di guerra compiuti dal Governo D’Alema, anche soltanto formalmente, con la richiesta di esclusione dalle liste del solo D’Alema.

Mentre, cioè, il PRC fa fatica a comprendere e tollerare la “diversità Ferrando”, in quanto avrebbe insultato il pacifismo di Rifondazione”; per gli stessi “pacifisti” i responsabili dei bombardamenti sulla Serbia non costituiscono o non debbono costituire il pur minimo motivo di riflessione e d’indignazione per la loro presenza nelle liste della coalizione.

 

Di fronte a tanta ipocrisia, con la scadenza elettorale alle porte, non resta quindi che sperare in un comportamento responsabile che la finisca con gli aut aut e con la discriminazione nei confronti delle posizioni anche più minoritarie.

Altrimenti, neanche la nuova legge elettorale riuscirà a far votare il popolo degl’incompatibili.

 

Franco Ragusa

 

 

Iraq/Ferrando: comunicato stampa delle minoranze del Prc di Padova

Le minoranze del PRC di Padova solidarizzano con il compagno Marco Ferrando sia per la ignobile canea alimentata nei suoi confronti ( che accomuna i fascisti di AN alla segreteria di Rifondazione comunista) sia per la probabile sua esclusione dalle liste dei candidati.
Si tratta in entrambi i casi di comportamenti e decisioni gravi che si inseriscono in un processo già negativo di formazione delle liste condotto in modo arbitrario e proprietario da parte della maggioranza sia nazionalmente che nel Veneto e a Padova.
Il compagno Ferrando ha nella sostanza espresso i seguenti concetti:
a) la missione italiana in Iraq non è una missione di pace ma di supporto all’invasione ed occupazione anglo-americana per interessi politici ed economici;
b) la resistenza armata agli invasori- occupanti è diritto legittimo di un popolo e quindi anche di quello iracheno come fu in Italia la lotta partigiana contro l’occupante tedesco: diritto riconosciuto dall’Onu ed anche da recenti sentenze della magistratura italiana;
c) In Iraq esiste una resistenza armata non terroristica che è perfino riconosciuta dagli americani e con la quale essi stanno perfino trattando;
d) I morti di Nassyria vanno considerati come vittime di guerra alla stregua dei soldati morti nella prima e seconda guerra mondiale. Ad essi ed alle loro famiglie va il massimo di cordoglio e la massima solidarietà
e) Politicamente la loro morte va ricondotta alla responsabilità del governo Berlusconi e alla violazione dell’art. 11 della nostra Costituzione
Noi condividiamo questi concetti che in passato sono stati più volte ribaditi anche dagli stessi dirigenti del Partito, ampiamente illustrati nel giornale “Liberazione” in più occasioni e che hanno fatto parte ed ancora fanno parte del comune sentire della stragrande maggioranza dei militanti di Rifondazione.
L’ attuale posizione della segreteria espressa da Bertinotti e da Gennaro Migliore, stravolge invece, arbitrariamente ed opportunisticamente queste posizioni in quanto:
a) fa proprie, nella sostanza, le motivazioni del governo Berlusconi sulle finalità della missione;
b) sancisce di fatto, la sudditanza del partito alle posizioni moderate ed ambigue dell’Unione sulla questione irachena come è risultato evidente nel corso degli anni;
c) tradisce la passione con la quale migliaia di militanti comunisti hanno manifestato contro la guerra americana anche con azioni di disobbedienza civile
Fausto Bertinotti e la sua maggioranza, colpendo Ferrando, intende così colpire il dissenso interno che è vasto e che è destinato a crescere a seguito della degenerazione riformista impressa al partito negli ultimi due anni che ha comportato la svendita di quel patrimonio di lotte di cui i militanti di Rifondazione sono stati protagonisti nelle fabbriche e dentro e fuori i movimenti che si sono sviluppati dal ’98 in poi. L’accettazione del programma moderato e liberista dell’Unione e la prossima costituzione della sezione italiana della sinistra europea rappresentano il suggello a questo percorso riformista, approdo conclusivo della svolta occhettiana della bolognina.
Alla luce di queste considerazioni, le minoranze del PRC di Padova ritengono che qualora dovesse consumarsi la revoca di Ferrando, verrà meno l’obbligo militante di impegnarsi nel sostegno e nel voto alle liste di Rifondazione comunista pur lavorando per la sconfitta di Berlusconi.
Decidono altresì di organizzare nel breve periodo a Padova una iniziativa sull’Iraq e contro la guerra senza se e senza ma, con la presenza anche del compagno Ferrando.

Desidero esprimere tutta la mia solidarietà al Compagno Marco Ferrando, lo faccio tramite voi perché non ho la sua mail.
Sono d’accordissimo con quanto detto dal Compagno Ferrando, ma da uno stalinista come Bertinotti, cosa ci potevamo aspettare??
Da uno che si lusinga per i plausi del Corriere….
Bah! Lasciamo perdere che cado nel turpiloquio!
Compagno Marco, ti sono vicina, ti comprendo e ti sostengo!
Un saluto a pugno chiuso a tutti!
Simona


...a muso duro

Ferrando e …dintorni

Marco Ferrando non gode certo della mia simpatia. I suoi limiti e i suoi errori sono tutti iscritti nella storia del lento e inesorabile declino di ‘Progetto Comunista’, ridotto ormai a pallido fantasma dell’area che, per un periodo seppur breve, era riuscita a intercettare le simpatie di una fetta consistente (quasi il 20%) degli iscritti al Prc.
Non mi ha entusiasmato, ieri, il ‘tormentone’ sul suo ‘impegno’ a votare o meno (una volta eletto) la fiducia al governo Prodi, e non mi entusiasmano, oggi, le chiacchiere indignate di chi grida allo scandalo per la revoca della sua candidatura.
E, anche se non si può accettare il linciaggio mediatico che lo vede paragonato alla feccia neonazista (vera e propria porcheria avallata dai comunicati stampa delsuo’ stesso partito), verrebbe solo voglia di ricordare al mancato senatore che, a fare da copertura a sinistra di un partito ormai organico al centrosinistra prodiano, si rischia di perdere la faccia o di prendere sonori schiaffoni (su mandato del fogliaccio di Feltri), o l’uno e l’altro assieme.

Ma la vicenda che lo riguarda ha un valore emblematico. Fulgido esempio di dove porta la strategia di ‘condizionamento a sinistra del centrosinistra’.
Cartina di tornasole per misurare il livello di opportunismo del gruppo dirigente bertinottiano e il grado di servilismo verso le suggestioni del ‘mercato’ del voto che caratterizza quello che, una volta, era un partito che aveva la presunzione di rifondare – nientepopodimeno - che il comunismo.

Che cosa ha detto di tanto eversivo Marco Ferrando da fargli perdere il posto in parlamento? Quali sono state le esternazioni così impudenti da fargli rischiare perfino l’espulsione dal partito?
In forma pacata e argomentata (non è certo lo stile di Caruso le cui intemperanze verbali meritano comunque l’indulgenza del ‘capo’ e solo qualche rimbrotto dato che, in fondo, la sua ‘disobbedienza’ è tutta interna al progetto riformista) Marco Ferrando ha affermato (udite-udite) che Israele è una creazione artificiale (il che è un dato di fatto riportato in qualsiasi libro di storia contemporanea), che la politica dei “due popoli, due stati è fallita” (valutazione comune a parecchi osservatori non necessariamente comunisti), che la pace in Medio Oriente passa per la creazione di uno stato non confessionale, laico, democratico, dove ebrei e musulmani possano convivere, e - in ultimo - che non si può negare il diritto al ritorno di quei milioni di palestinesi cacciati dalle loro terre e dalle loro case.
Che tutto questo passi attraverso la distruzione dello stato confessionale sionista razzista e del suo apparato militare imperialista (cosa che comunque Ferrando non ha detto) può scuotere la sensibilità di Migliore ma fa parte di un’analisi condivisibile e condivisa dai comunisti,  anche dai tanti che non si sentono vicini a Ferrando.
Così come sono condivisibili le affermazioni sull’Iraq e sulla lotta armata - altra cosa del terrorismo - sul diritto alla resistenza all’oppressore, sulla necessità di opporre alla guerra imperialista la guerra di liberazione.
E’ giusto affermare che gli iracheni hanno il diritto di resistere con le armi all’occupazione militare straniera – anche quando gli occupanti sono italiani. Ed è pure giusto – anche se in tempi di alleanza organica col capitale ‘progressista’ può dare fastidio - ricordare che a Nassiriya ci si è andati per difendere le commesse e i pozzi dell’Eni (c’è un vecchio, e noto, documento riservato prodotto dal ministero delle Attività produttive che spiega tutta la faccenda).
Ed è giusto denunciare il carattere imperialista del nostro intervento in Iraq  anche di fronte al ciarpame patriottardo che cerca di mascherarlo per intervento umanitario. Come erano umanitarie le bombe su Belgrado ai tempi del governo D’Alema. Come è umanitario l’invito ad ‘annichilire’ un resistente (pardon un terrorista!) ferito e ormai moribondo o sparare su un’ambulanza e ammazzare una donna incinta (tutto documentato e facilmente reperibile sul sito di Rainews24 che notoriamente ha poco a che fare coi comunisti).

Cianciare di pacifismo e non violenza è un lusso che i popoli massacrati e violentati dagli aggressori non possono permettersi. Continuare a predicarne gli effetti taumaturgici è, nella migliore delle ipotesi, stupidità - la stupidità di chi non vede la violenza del nemico perché ha gli occhi rivestiti di verdi banconote e le chiappe al calduccio - nella peggiore delle ipotesi, complicità - la complicità di chi tenta di disarmare ideologicamente e politicamente gli oppressi per aiutare gli oppressori a perpetuare il proprio dominio. Ruolo quest’ultimo assolto egregiamente dalla chiesa e dai suoi preti e per il quale non c’è proprio necessità di arruolare nuovi crociati della tempra di un Migliore o di una Gagliardi.
Dichiarare, come fa Bertinotti e la sua corte di corifei, che le affermazioni di Ferrando sono incompatibili con la linea di Rifondazione è, di fatto, una dichiarazione di guerra aperta nei confronti di quanti (pochi ormai) dentro il Prc continuano a illudersi della reversibilità del processo di trasformazione ‘genetica’ di questo partito: da partito comunista, seppur con i limiti e i difetti di una direzione opportunista, a partito liberal-radical-borghese con una direzione che è ormai passata armi e bagagli nel fronte avverso.
Il messaggio è chiaro. Nessuna opposizione è possibile tranne quella da operetta di un Luxuria o di un Caruso, ottime comparse di un copione che vedrà, lentamente ma inesorabilmente, Rifondazione sciogliersi nel neonato Partito della Sinistra Europea, nuovo soggetto su cui si concentrano le attenzioni del segretario.
E’ un messaggio chiaro nei confronti degli alleati ai quali si da la prova provata della capacità del ‘capo’ di controllare le opinioni e il comportamento del futuro gruppo parlamentare rifondarolo.
Lo stesso modo vergognoso con cui si è sacrificato quello che in fondo è ancora un dirigente del Prc - dopo una ‘consultazione telefonica’ e senza neanche il coraggio di una aperta discussione – quasi si trattasse di cacciare via dalle proprie file un appestato o un ‘traditore’, nella fretta di compiacere i salotti televisivi e di recuperare a Prodi è Mastella qualche elettore moderato è un chiaro messaggio ‘mafioso’ nei confronti di qualche altro eventuale ‘dissidente’ che si illudesse di poter utilizzare ‘pro domo sua’ le opportunità date dalla presenza nelle liste del Prc.
Grassi e gli altri sono avvisati. Se non vogliono perdere poltrone e prebende,zitti e mosca’. E soprattutto, attenti, un altro mezzo punto recuperato da Berlusconi nei sondaggi, e potrebbero essere loro le prossime vittime da sacrificare sull’altare dell’immagine di un partito ‘responsabile’in grado di governare’.
 
Eppure, per quanto poco possa contare e rappresentare Ferrando nel panorama elettorale e nello stesso partito, la sua esclusione – per i motivi e per il modo in cui è stata attuata – avrà un forte valore simbolico.
Così come avrà un forte valore simbolico l’assenza dei rifondaroli dalla manifestazione del 18 marzo in difesa della Resistenza palestinese e irachena.
Nella sua ‘marcetta trionfale’ verso i paludosi lidi della governabilità, Bertinotti non ne ha azzeccata una. Dalle primarie che avrebbero dovuto indicarlo come interlocutore determinante e che, invece, hanno incoronato Prodi indiscusso leader della coalizione relegandolo al ruolo di comparsa, al programma,  i cui contenuti hanno poco a che spartire con le battaglie dei comunisti e le aspirazione delle classi subordinate.
E anche questa volta la scelta del segretario pare dettata, più che dalla razionalità, dalla debolezza e dalla difficoltà di gestire politicamente le contraddizioni del suo stesso partito, dal nervosismo di chi vuole ‘bruciare le tappe’ e dimentica che spesso la fretta è una cattiva consigliera.
Scoprirsi il fianco sinistro non è una scelta intelligente soprattutto quando ci sono ancora giorni e giorni di campagna elettorale in cui si dovrà spiegare al proprio elettorato – che in fondo, nella sua maggioranza, si sente ancora comunista - la bontà del pacchetto Treu e della riforma Dini, la necessità della Tav e la funzione progressista dei contributi alla scuola privata, il valore umanitario delle bombe targate Onu, tutte cose scritte a chiare lettere nel programma di Prodi e da lui tante volte ripetute fino alla nausea.
Con quale dignità può presentarsi alle elezioni un partito a sovranità limitata che lascia decidere a Fini e D’Alema la composizione delle sue liste?
Con quale credibilità può chiedere ‘un voto di sinistra’ un gruppo dirigente succube e corresponsabile della canea anticomunista che – prendendo a pretesto il caso Ferrando - si è scatenata nel paese?

Alla fine non è neanche detto che il tanto agognato bottino venga portato a casa, così come non è detto che in fondo al percorso ci sia la comoda poltrona di un ministero o non, invece, le monetine che accolsero Craxi alla conclusione della sua carriera.
 

16 febbraio 2006

mario gangarossa


http://www.sottolebandieredelmarxismo.it/

I compagni del circolo Energia di Civitavecchia (tutti seconda mozione essere comunisti), protestano vivamente per la decisione assunta in merito all' esclusione alla candidatura del compagno Marco Ferrando, che giudicano, gravemente lesiva del diritto di espressione sancito dallo statuto.
 
                                                   Antonio De Paoli
                                                Segretario del Circolo


L'esclusione del compagno Ferrando dalle liste del partito è una scelta gravissima, che ha il suo corrispettivo solo negli atti del peggiore dispotismo e della più iniqua arroganza della storia politica comunista: quella stalinista.
Qual è, infatti, la colpa di Ferrando? Quella di aver detto ciò che solo un po' di tempo fa pensava l'intero corpo del partito (che in gran parte lo pensa ancora) e buona parte della dirigenza. E cioè che l'imperialismo del mondo capitalistico, e degli Stati Uniti in particolare, sta aggredendo tutti coloro che in qualche modo limitano, o potrebbero limitare, lo spazio vitale necessario all'accumulazione della ricchezza da parte del capitale internazionale. Che chiunque subisca una tale violenza ha il diritto di resistere in ogni modo, anche armandosi, come fecero i padri della repubblica italiana e della sua Costituzione, molti dei quali facevano parte della migliore tradizione politica comunista. Che lo stato israeliano è una creazione artificiale e che solo il trascorrere del tempo ha ormai imposto come realtà, voluta e sostenuta dagli interessi capitalistici statunitensi, realtà che, però, occupa terre che neppure i suoi creatori gli aveva assegnato e che lo fa versando da sempre un fiume di sangue palestinese. Che l'attacco al quartier generale delle truppe italiane in Iraq è un atto di guerra, per nessun motivo paragonabile ad un atto terroristico, perché compiuto da uomini in armi appartenenti ad un paese occupato contro uomini in armi di un esercito occupante. Che il cordoglio umanamente necessario per tutte le vittime di qualsiasi guerra, va accompagnato assolutamente dall'individuazione precisa delle responsabilità politiche e militari delle morti di soldati e civili a Nassirya, responsabilità da addebitare per intero al governo di centro-destra che in questa guerra ci ha condotto. In realtà il compagno Ferrando ha semplicemente fotografato la realtà così come essa è, e non come vogliono farci apparire coloro che hanno grandi interessi economici da difendere a costo della cancellazione della democrazia e della giustizia nel mondo.
Qual è allora la colpa del compagno Ferrando? Quella di aver dichiarato qualcosa che al centro-sinistra non piace, che non si accorda col pensiero di Prodi-D'Alema-Fassino-Rutelli, che smaschera la reale natura della politica internazionale delle forze borghesi guidate da demosinistri e fiori di campo, che non cambierebbe quasi per nulla da quella di questo becero centro-destra, e, soprattutto, che chiarisce che le dichiarazioni di "radicalismo" del gruppo dirigente meno che socialdemocratico del PRC sono una bufala tremenda, al punto che si decide l'estromissione di un compagno dirigente nazionale dalle liste del partito su imposizione di altri partiti.
Questo è il frutto velenoso del percorso che Bertinotti ha intrapreso all'indomani della vittoria politica sul referendum sull'articolo 18, che invece di essere trasformata in strumento di lotta sociale e politica contro il governo Berlusconi, è stata gettata alle ortiche prefigurando un accordo col centro-sinistra che quel referendum ha osteggiato e fatto fallire dal punto di vista istituzionale. Il percorso bertinottiano è stato costellato da una costante e sempre più intensa riduzione della democrazia interna, culminata con un congresso che giocava sulla mascheratura delle scelte codine del segretario nazionale e del gruppo dirigente mediante uno slogan -alternativa di società- che molti compagni hanno ritenuto indicasse una scelta per lo spostamento a sinistra del centro-sinistra, ma che la cacciata dalle liste del compagno Ferrando dimostra essere assolutamente vuoto.
Al punto in cui sono le scelte all'interno del gruppo dirigente del PRC è evidente che ai militanti comunisti del partito -a qualsiasi area congressuale essi abbiano aderito un anno fa- restano solo due strade: o riaprire con forza la ridiscussione delle linee politiche di fondo del PRC, molto snaturate dall'ultimo congresso, ma ancor più dal percorso del gruppo dirigente di questi ultimi dodici mesi, che ha sconfessato anche quelle linee, come dimostra la pochezza del programma elettorale del centro-sinistra; oppure si avvii immediatamente un percorso di riorganizzazione dei comunisti -quelli che sono nel PRC e quelli (moltissimi) che sono fuori da questo partito, sempre più codino e sempre meno socialdemocratico e nient'affatto comunista- sfidando per l'ennesima volta il sistema capitalistico nazionale e internazionale che ritiene che questo in cui vivviamo sia il mondo migliore possibile.
Per il comunismo, fino alla vittoria, ribellarsi è giusto.

Brunello Fogagnoli
iscritto al PRC di SanDonà di Piave
componente del Comitato Politico Regionale veneto

 


Conosciamo tutti le regole elettoralistiche, fanno schifo. Allora decidiamo: vogliamo partecipare alle elezioni, o vogliamo continuare a parlarci addosso, a giocare a fare i puri, a essere "pochi ma buoni" e continuare comunque a subire oppure vogliamo provare ad intaccare questo sistema in qualche modo e in qualche misura? Credo che Ferrando, accettando la candidatura contro la maggioranza della sua area, abbia già risposto, salvo poi cadere nella trappola. Allora ridecidiamo o continuiamo? Cioè al diavolo le schifose regole elettoralistiche, oppure ci hanno fregato? Io dico: ci hanno fregato e non possiamo permetterci di non fare la campagna elettorale sui temi veri del paese per occuparci della fregatura che abbiamo preso con Ferrando. Mi dispiace e dispiace ancor di più vedere il compattamento allo sfascio intorno alla sua persona, dopo le aspre critiche rivoltegli per la sua candidatura. Ora decidiamo al primo bivio se vogliamo svoltare a sinistra o restare fermi a guardare, se svoltiamo, dopo potremmo continuare a chiedere ulteriori svolte a sinistra, nel partito e nella coalizione, ma se vince la destra o se comunque Rifondazione esce ridimensionata rispetto ai centristi dell' Unione che forza avremmo nel futuro governo? Una curiosità mi assale, se M. Bulgarelli fosse stato candidato con Rifondazione, avrebbe prevalso il fattore Ferrando o il fattore Bulgarelli? Spero sia la seconda che ho detto, masochisti si, ma con grande piacere.  Ultima considerazione, Andreotti ha affermato che se fosse nato in oriente sarebbe stato anche lui un terrorista, cosa sarebbe successo se l' avesse detto Caruso? Si torna cosi alla domanda originaria di cui sopra.  M. Scarinci (segr. circolo Forano -Ri-)  
        


Non è essenziale, ma dato che l’ultimo intervento ha ripreso il “motivo conduttore” della dirigenza nazionale del PRC da Ferrara in giù, fino all’ultima federazione bertinottiana, nonostante le puntuali spiegazioni di chi era sicuramente meglio informato (della serie in tanti posti c’entra ma in testa no).
Non è che progetto comunista sia un’associazione di massa, ma nel suo piccolo ha subito un scissione capeggiata da Francesco Ricci che dopo aver tentato inutilmente di chiedere ai dirigenti nazionali del PRC di sostituire Marco Ferrando , quale  candidato per la minoranza del terzo documento congressuale, non ha trovato niente di meglio che opporsi alla candidatura e votare poi a favore della sua cancellazione nel referendum telefonico del CPN, dopo le note vicende dell’esclusione che teoricamente dovrebbero concludersi soltanto nel prossimo CPN, che approverà o meno la decisione della segreteria nazionale del PRC.
In realtà questa piccola frazione ladra (si è impossessata della cassa dell’associazione), oltre ai dieci membri del CPN può contare su altre poche decine di membri distribuiti tra: Cremona, Barletta, Roma e poco più.
Quindi di questo si tratta e non della maggioranza dell’associazione come amano ripetere i dirigenti del PRC da Ferrara in giù.
Il problema è un altro, il caso Ferrando non esiste, non è determinante un senatore in più o in meno (anche se una sua importanza ce l’ha), qui si tratta del caso RIFONDAZIONE, cioè della questione comunista.
Se il PRC dovesse perdere l’1,7% del consenso elettorale previsto, cioè andare sotto il 5% del risultato elettorale complessivo (dato questo che resta confinato, per ora, nei meandri dell’Esecutivo Nazionale del PRC) sarà interessante vedere con quale oscura ragione la mente feconda del segretario nazionale riuscirà a giustificare il fatto.
Il problema è che del partito della rifondazione comunista resta, forse, la prima parola: partito, ma di rifondazione e di comunismo non c’è più traccia, purtroppo.    

Mario Tommasi - Comitato Politico Regionale del Lazio

 


LA GROSSE KOALITION ITALIANA E I COMUNISTI

A poche settimane dalle elezioni politiche, il "caso Ferrando" e la dissociazione della maggioranza bertinottiana del PRC (unita a quella dei Verdi di Pecoraio Scanio) dalla manifestazione per la Palestina del 18 febbraio hanno contribuito a rendere più chiari gli indirizzi lungo i quali si muoverà la politica italiana nel prossimo futuro, naturalmente a condizione che si realizzi l’ampiamente prevista vittoria elettorale della coalizione di centrosinistra. In primo luogo, abbozziamo un’analisi della natura della coalizione che si appresta a raccogliere il testimone dal governo Berlusconi.
Per definire le caratteristiche politiche dell’Unione, possiamo a buon diritto parlare di Grosse Koalition all’italiana, nel senso che siamo di fronte ad un raggruppamento all’interno del quale sono presenti le rappresentanze politiche del "centro" e della "sinistra", laddove per "centro" intendiamo i partiti eredi della Democrazia Cristiana e delle altre forze moderate e, per "sinistra", intendiamo le organizzazioni derivate dai partiti della sinistra comunista, socialista e socialdemocratica, e tutto questo aldilà delle fantasiose denominazioni assunte dalle forze politiche italiane negli ultimi anni.
Come in Germania, l’unione fra forze moderate e riformiste è una necessità dettata dalla complessità della situazione generale, che richiede un ampio consenso sociale per portare a termine – tanto sul piano economico che su quello istituzionale - la transizione liberista avviata negli anni scorsi, posto che sia moderati che riformisti concordano sugli elementi fondamentali di questa transizione. Affermare definitivamente il primato dell’impresa privata sul carattere pubblico e collettivo della gestione dell’economia e in relazione a questo ridefinire stabilmente gli assetti istituzionali del Paese è il compito che attende il prossimo governo italiano, non differentemente da quello tedesco, chiamato a portare a compimento le riforme avviate da Schroeder e Fischker.
La differenza fra la situazione italiana e quella tedesca è vistosamente costituita dall’esistenza, nel nostro Paese, di una destra di massa non riconducibile – almeno nell’immediato – alla semplificazione del modello germanico, articolato da sempre su due grossi partiti di centrosinistra (i socialisti) e di centrodestra (i democristiani), con le altre forze relegate al ruolo di comprimari, anche in virtù di un sistema elettorale che penalizza i partiti minori, fissando al 5% la soglia minima per accedere alla rappresentanza parlamentare.
Allo stato attuale, in Italia centrosinistra e centrodestra sono entrambi collocati all’interno dell’Unione, persistendo un consistente blocco di destra che ha trovato rappresentanza nelle forze della Casa delle Libertà e che raccoglie le pulsioni populiste e schiettamente reazionarie che nella Prima Repubblica si esprimevano in piccola parte nel MSI e, in massima parte, confluivano nel sostegno alla Democrazia Cristiana, stante la necessità di un partito che fosse in grado di contrapporsi al più grande partito comunista dell’Occidente.
La transizione malamente avviata fra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 ha fatto sì che non si realizzasse – come era nel desiderio dei vari Occhetto e Segni – quel bipolarismo convergente al centro che caratterizza i sistemi occidentali, indipendentemente dal sistema elettorale, tanto è vero che un sostanziale bipolarismo esiste da sempre sia in Paesi dove si vota con il maggioritario (USA, Gran Bretagna e Francia in primo luogo), sia in Paesi dove il sistema elettorale è in vario modo proporzionale, come in quasi tutta Europa. L’illusione di allineare l’Italia attraverso la modifica della legge elettorale, senza tenere conto della complessità della storia e dell’attualità del Paese, ha prodotto la situazione che viviamo da quasi un quindicennio e che nessuna ingegneria istituzionale può a sua volta illudersi di semplificare: il risultato politico più evidente è che i poteri forti italiani e internazionali oscillano dal sostegno alla Grosse Koalition a quello alla destra, a seconda della convenienza del momento. Ci sembra evidente che ora il sostegno di Confindustria, della finanza e quello degli USA si vadano orientando sempre più marcatamente verso la Grosse Koalition, se non altro perché ritenuta in grado – e a ragione, visti i precedenti – di garantire la normalizzazione sociale e politica molto più di una destra per molti versi irresponsabile e, soprattutto, troppo legata alle fortune di un singolo personaggio, l’attuale Primo Ministro Silvio Berlusconi.
Bisogna dare atto alla Grosse Koalition di aver fatto e di continuare a fare tutto il possibile per rassicurare i poteri forti circa la propria affidabilità, sul piano interno e su quello internazionale. Si fatica a trovare nel programma dell’Unione qualche traccia di discontinuità radicale rispetto all’operato del governo Berlusconi: a parte qualche vago accenno a politiche sociali un po’ meno brutali, la continuità nella politica economica e in quella estera è addirittura sfacciata, per certi versi addirittura rivendicata, come nel caso del legame a doppio filo con Israele introdotto da Berlusconi e Fini e rivendicato da Rutelli e Fassino, in aperta e approfondita rottura con la tradizionale politica di equilibrio della vecchia DC.
Nel contesto che vedrà la Grosse Koalition al governo, la destra ridimensionata e confinata ai margini della vita politica, con i sindacati e le associazioni collaterali ingessati per non disturbare il governo amico, chi si opporrà al "rigore necessario per risanare i conti pubblici"? Qualcuno ha dei dubbi su quali saranno i soggetti chiamati a sacrificarsi in nome del risanamento? E chi si opporrà alla complicità italiana con la guerra preventiva e permanente di Bush e con l’annientamento del popolo palestinese? E la flessibilità, le pensioni, la TAV, i CPT, la riforma Moratti, la privatizzazione di tutto il privatizzabile, il rafforzamento del maggioritario?

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Bertinotti è riuscito nell’intento di omologare Rifondazione Comunista al progetto della Grosse Koalition. Consolidando il collaborazionismo con il centrosinistra negli Enti Locali e svuotando di senso e di significato il proprio stesso partito – ridotto a poco più di un comitato elettorale e di affari – Bertinotti ha inferto il colpo più duro ad ogni ipotesi di alternativa anticapitalistica dopo la sconfitta dei movimenti degli anni 70 e la Bolognina di Occhetto, del quale può a buon diritto vantarsi di essere il legittimo successore. Di strappo in strappo, dalla critica della Resistenza e del Novecento all’approdo alla mistica della nonviolenza, Bertinotti ha distrutto dall’interno il Partito della Rifondazione Comunista, ricorrendo ad ogni mezzo per spazzare via ogni controtendenza. Ha ragione Marco Ferrando quando afferma di essere stato sacrificato sull’altare dell’inciucio con i poteri forti interni ed internazionali, anche se limitarsi a denunciare l’indecorosa prostituzione politica bertinottiana non è certo sufficiente, e appaiono francamente anacronistici gli appelli alla mobilitazione di un corpo del partito che non c’è più. Per sparare sul quartier generale, è necessario che esista qualcuno in grado di impugnare un’arma, e dentro il PRC, ormai, c’è quasi solo gente che ambisce impugnare un libretto degli assegni.
Nel corso degli anni e particolarmente dopo il 1998, si contano a decine di migliaia i militanti che hanno silenziosamente abbandonato i circoli e le federazioni, il cui svuotamento è stato peraltro teorizzato da autorevoli esponenti dell’establishment bertinottiano. Lo svuotamento del partito, inteso come organismo di formazione collettiva e partecipata delle decisioni, ha reso possibile il fatto che ogni decisione venga assunta direttamente dal segretario che, attraverso la cerchia dei fedelissimi, la trasmette ai livelli inferiori, che non devono fare altro che ratificarla; in cambio della fedeltà, arrivano assessorati, incarichi, consulenze, prebende di vario genere: una riedizione del vecchio PSI di Craxi, più che del vecchio PCI.
La mistica della nonviolenza non è un vezzo intellettualistico, e nemmeno una bizzarra eccentricità da animale da salotto: attraverso l’assunzione dell’assoluto della nonviolenza, Bertinotti e i suoi vogliono tagliare ogni rapporto con il conflitto, sia interno che internazionale. Lo sciacallaggio di Bertinotti sulla manifestazione per la Palestina del 18 febbraio ha mostrato chiaramente che al PRC la resistenza delle masse oppresse palestinesi ed irachene non solo non interessa, ma che la considera un impaccio, una negatività, un ostacolo alla ormai mitica "innovazione" (che nessuno ha ancora capito in cosa concretamente consista, ma che torna sempre utile per liquidare come "vetero" qualunque dissenso).
Non è un caso che nei confronti di Bertinotti e del PRC il coro degli elogi abbia raggiunto dimensioni esorbitanti, dal buon Mastella all’ambasciatore israeliano, lo stesso che a più riprese taccia di "nazismo" i pacifisti nei cui cortei si vedono anche kefie e bandiere palestinesi. D’altra parte, il Bertinotti che ha liquidato Ferrando dicendo che, con le sue parole sulla resistenza irachena, ha ferito l’anima pacifista del PRC, è lo stesso che non avverte il minimo imbarazzo a stipulare un’alleanza politica con chi – non a parole, ma a suon di bombe – ha ferito e ucciso qualche migliaio di Jugoslavi, come non ha avvertito il minimo imbarazzo nello schierarsi a difesa del sistema elettorale maggioritario, tradendo anche la storica battaglia dei Comunisti per il proporzionale.
La mistica della nonviolenza, dunque, non è altro che la garanzia del ripudio di ogni conflitto e di ogni antagonismo rispetto allo stato di cose esistenti; un esercizio di cinismo finalizzato esclusivamente all’approdo nei salotti buoni del potere, che hanno già conferito al PRC il ruolo di propria quinta colonna nei movimenti. Quando – come nel caso delle mobilitazioni a fianco della resistenza palestinese – il PRC non riesce a svuotare il movimento, partecipa a criminalizzarlo. Oggi tocca agli amici del popolo palestinese, domani sarà il turno dei lavoratori che lotteranno contro la politica di "rigore" e degli studenti che cercheranno di opporsi all’avanzamento della privatizzazione di scuola e università (del resto, Bertinotti si è già dichiarato contrario all’interruzione degli scandalosi finanziamenti pubblici alle scuole private).
In questo contesto, e soprattutto in vista delle future evoluzioni del quadro politico interno e internazionale, la scomparsa di un’opposizione politica di sinistra sarebbe un disastro sotto molti punti di vista. Non si tratta di una questione che riguarda esclusivamente soggettività politiche (più o meno residuali) e nemmeno le sensibilità più avanzate, come il movimento contro la guerra e l’associazionismo solidale: la scomparsa di un’opposizione politica di sinistra sarebbe una tragedia per milioni di lavoratori e di cittadini privati di un riferimento politico generale e quindi costretti ad autoconfinarsi in battaglie di settore, per quanto importanti, senza alcuna prospettiva di sviluppo e generalizzazione.
La stessa democrazia rappresentativa è messa a rischio. La proclamata volontà dei leader dell’Unione di rimettere mano alla legge elettorale per ripristinare il maggioritario uninominale dimostra come l’obiettivo sia quello di stringere nuovamente i lacci della camicia di forza che – senza dubbio con motivazioni meramente tattiche – le forza della destra si sono viste costrette ad allentare, pur mantenendo l’impianto maggioritario e bipolarista del sistema.
Nella vicenda della riforma elettorale, Bertinotti ha toccato il fondo. Anziché contribuire a promuovere una campagna politica che, facendo leva sulle contraddizioni esistenti anche a destra, ponesse con forza l’obiettivo di una legge elettorale veramente proporzionale, Rifondazione Comunista si è allineata sull’insulso arroccamento dell’Unione in difesa dell’osceno "Mattarellum", piuttosto che rilanciare – anche in sede parlamentare – in direzione dell’abbattimento della soglia di sbarramento, dell’eliminazione del premio di maggioranza e della possibilità di indicare preferenze personali. Impugnare nuovamente la bandiera del proporzionale è un obiettivo che la sinistra di opposizione non potrà non assumere, se non altro per tentare di contrastare l’ulteriore deriva autoritaria del Paese.
Mi fermo qui, anche se mi rendo conto di avere appena sfiorato alcuni temi del dibattito che dovrà accompagnare la ricostruzione della sinistra di opposizione. Il compito che attende i compagni e le compagne è più che proibitivo, perché per troppi anni ci si è illusi che la deriva collaborazionista del PRC fosse arrestabile dall’interno, ed ora ci troviamo tutti di fronte all’evidenza di un disastro annunciato ed a quella di un’altrettanto annunciata necessità. Probabilmente, questo compito avremmo dovuto iniziare ad assolverlo perlomeno dall’esito del VI Congresso, ma in troppi hanno preferito continuare a vivacchiare all’ombra di un partito che di comunista non aveva già più nulla; ora, però, non è tempo di polemiche retrospettive. E’ tempo di passare all’iniziativa politica.

Germano Monti – Circolo PRC "Rachel Corrie" di Roma