DAL CASO FERRANDO ALLA QUESTIONE COMUNISTA
|
Crediamo che il
"caso Ferrando" meriti una discussione approfondita e partecipata,
aldilà - molto aldilà - delle motivazioni contingenti e pretestuose
che lo hanno scatenato. Ciò che è in gioco, ci pare, è il definitivo
approdo moderato ed antipopolare del partito nato dalla volontà di
rifondare il Comunismo dopo il crollo dei sistemi più o meno
socialisti e dell'URSS, l'esaurimento dei movimenti, l'affermazione
del pensiero unico capitalista e della "democrazia" come orizzonte
ultimo dell'umanità. Si tratta, in tutta evidenza, di questioni non
di poco conto, che non possono essere liquidate sbrigativamente e
che impongono una profonda riflessione, propedeutica ad
un'assunzione di responsabilità, a tutti gli uomini e le donne che
non intendono piegare la schiena di fronte alla rimozione manu
militari dall'agenda politica italiana della "questione comunista",
poiché è questo, e non altro, il vero oggetto del dibattito in
corso. |
Per inviare gli interventi,
cliccare sulla bandiera

![]()
|
LO SCONTRO SULLA CANDIDATURA FERRANDO: CONTRO LA DERIVA MODERATA DI RIFONDAZIONE, PER IL MANTENIMENTO DI UN’OPPOSIZIONE COMUNISTA NEL NOSTRO PAESE.
L’ attacco di questi giorni alla candidatura di Marco Ferrando ha un preciso significato politico. A partire da un articolo su Libero, che recuperava vecchie dichiarazioni su Israele nel suo libro-intervista di qualche anno fa (edito dalla giovanetalpa), si è sviluppata una vera campagna, guidata dal direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e da ambienti liberali dell’Unione, tesa a far saltare la sua candidatura al Senato. Più precisamente una campagna tesa a spingere Bertinotti a ritirare la candidatura, cosa che si è puntualmente verificata.
Questa campagna è stata mossa anche, naturalmente, da fattori particolari, ma la ragione prioritaria e vera è un’altra: evitare in Senato una presenza “scomoda” per Prodi e per l’Unione. Tanto più scomoda nella previsione di un possibile scarto minimo al Senato tra le due coalizioni. Questa campagna si colloca in un’azione generale di pressione sul PRC: una volta incassato il coinvolgimento governativo di Fausto Bertinotti sul programma degli industriali e dei banchieri, il Centro liberale e la sua stampa vogliono che il PRC presidi il fronte alla sua sinistra, svolgendo da subito un ruolo di contenimento delle lotte e di disciplinamento dei movimenti. Le pressioni sul PRC attorno alla questione TAV, alle contestazioni olimpiche, alle lotte per la casa, si pongono in questo quadro: mirano a misurare, a futura memoria, il grado di affidabilità del PRC come sinistra del centrosinistra. Questo non solo sul versante parlamentare, ma anche sul versante sociale.
Il pressing sulle candidature “irregolari” è parte di questa campagna. Sia per la pressione della propaganda reazionaria delle destre, sia per uno specifico interesse proprio, il Centro dell’Unione chiede a Bertinotti la ripulitura delle liste del PRC dagli elementi inaffidabili e ingovernabili, o almeno da quelli che tali appaiono. La difficoltà di Bertinotti, in questo quadro, è evidente: da un lato deve rassicurare la borghesia sulla serietà della propria scelta di governo (e della propria aspirazione alla presidenza della Camera); dall’altro non può scaricare personaggi come Caruso o Luxuria che sono espressioni reali e simboliche di realtà di movimento o associative con cui il PRC, e Bertinotti in particolare, ha costruito una relazione politico-identitaria.
La presenza nelle liste del PRC di Marco Ferrando trova la sua ragione nella rappresentanza di una componente storica della sinistra del Partito, ma proprio per questo è paradossalmente più esposta al rischio di un intervento discriminatorio e censorio del suo gruppo dirigente. Soprattutto è una candidatura più invisa agli ambienti politici liberali dell’Unione, che ne conoscono o ne intuiscono l’intransigenza politica. Così non è un caso che dopo il primo articolo del quotidiano Libero (9-2) e soprattutto l’articolo e il corsivo di Mieli sul Corriere del 10-2 (che apertamente incoraggiava Bertinotti a liquidare la candidatura Ferrando), sia intervenuto sul tema Piero Fassino: che in una nota d’agenzia del 12-2 ha pubblicamente esortato il PRC a rimuovere la candidatura di Marco Ferrando “in quanto non accetta il programma dell’Unione sul Medio Oriente” (!). Il secondo articolo del Corriere, sotto forma di intervista a Ferrando (13-2) ha cercato di rilanciare l’affondo di Fassino con un titolo scandalistico dal punto di vista borghese sul caso Nassirya.
Di fronte a ciò, Progetto Comunista ha tenuto un comportamento coerente. Da un lato stiamo lottando con le nostre forze per difendere una candidatura rivoluzionaria dalla campagna borghese e dalla capitolazione ad essa di Bertinotti. Dall’altro, come sempre, non siamo stati disponibili a mercanteggiare riconoscimenti politici con la rinuncia alle nostre posizioni programmatiche e di principio. Le stesse per cui siamo oggi combattuti. Le stesse che vogliamo difendere e valorizzare in ogni sede in cui avremo voce e presenza.
Questo ha portato alle conosciute scelte della Segreteria Nazionale che ha deciso di cassare la candidatura aprendo una consultazione e-mail dei componenti del CPN su un testo che, appunto, chiede l’esclusione di Ferrando dalla liste elettorali del Prc. In questo quadro ci pare molto grave non solo il merito della scelta, ma anche il metodo: le candidature sono state votate, come da statuto, in una riunione plenaria del Comitato Politico Nazionale (20 e 21 gennaio 2006). La scelta di rimozione è stata di fatto effettuata dalla Segreteria Nazionale, ed imposta al CPN con una procedura inedita di consultazione telefonica. L’intento della Segreteria Nazionale del PRC, evidentemente, è quello di mostrare la propria rapidità di intervento alle forze dell’Unione, chiudendo la vicenda il più velocemente possibile anche per evitare il coagularsi dentro e fuori il PRC di un consenso alle posizioni espresse sulla lotta palestinese ed irakena.
Nel merito delle questioni sollevate, infatti, come Progetto Comunista-sinistra del Prc rivendichiamo tutti i contenuti espressi da Marco Ferrando nelle recenti interviste.
Sosteniamo senza riserve la lotta popolare del popolo palestinese contro l’oppressione sionista. L’intifadah vede il nostro più ampio e incondizionato sostegno, con il rifiuto delle soluzioni di compromesso come gli accordi di Oslo e la Road Map e la loro negazione del diritto al ritorno dei fuoriusciti palestinesi. Le soluzioni prospettate di “due popoli due stati”, infatti, oltre che mantenere l’esistenza di un artificiale stato confessionale che in questi decenni è stato il principale artefice di politiche imperialistiche e neocoloniali nel medioriente, rappresentano la negazione del diritto al ritorno dei profughi, il mantenimento di una condizione di apartheid interno per la crescente quota della popolazione palestinese con cittadinanza israeliana, il perpetuarsi di un regime centrato sulla logica dell’assedio religioso e della potenza militare costruito sulle spalle della classe lavoratrice ebraica. Questa posizione antisionista, patrimonio anche della sinistra rivoluzionaria israeliana con la quale condividiamo la comune appartenenza al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale (Socialist Workers League), non può assolutamente essere scambiata con una posizione antisemita. La recente vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi è giudicata con preoccupazione da Progetto Comunista: questo partito, pur avendo l’appoggio delle fasce popolari più diseredate e degradate, rappresenta principalmente la borghesia clericale palestinese. In Italia come in Medioriente, in Israele come in Palestina siamo contro ogni integralismo e fondamentalismo religioso, utile solamente a compattare la popolazione dietro gli interessi ed ai progetti politici della propria borghesia nazionale. Al contrario, davanti alla vittoria elettorale di Hamas, salutiamo i 3 seggi conquistati nel Parlamento palestinese dal Fplp, forza della sinistra palestinese con cui è in solidarietà in Italia l’Unione Democratica Palestinese, il cui segretario è iscritto al Prc e, pur non appartenendo a Progetto Comunista, ha votato il nostro documento all’ultimo congresso del Partito.
Con la stessa forza rivendichiamo il diritto di Resistenza, anche armata, del popolo iracheno contro l’occupazione neocoloniale del suo paese. Il diritto a sparare anche contro le truppe italiane, guidate non da interessi umanitari ma da ben più concreti interessi petroliferi dell’ENI nell’area di Nassiriya, è il diritto della popolazione irakena a difendere la propria sopravvivenza ed il proprio autogoverno. Il sostegno alla lotta popolare dei lavoratori e della masse irakene non ha mai voluto dire, per Progetto Comunista, l’appoggio al regime nazional-militare di Saddam, a suo tempo principale protagonista degli interessi imperialisti francesi ed americani nell’area, che si è sempre contraddistinto per la feroce repressione dei movimenti dei lavoratori del suo paese. Con la stessa fermezza con cui sosteniamo la resistenza irakena, ci battiamo contro le sue componenti integraliste e fondamentaliste, lì come in Palestina veicoli principali di una nuova dominazione della borghesia nazionale. E come nella tradizione della sinistra marxista rivoluzionaria sin dall’inizio della sua storia, ci battiamo contro ogni deriva terroristica delle lotte sociali e di liberazione nazionale, soprattutto quando colpisce indiscretamente la popolazione civile.
Queste posizioni rappresentano la nostra proposta ed il nostro profilo, come la critica alla linea del PRC di alleanza con il centrosinistra e di sostegno al futuro governo Prodi. In Rifondazione Comunista ci siamo battuti, ci battiamo e ci batteremo per rompere con le forze liberali rappresentate da Prodi e dall’Unione e per mantenere un’opposizione comunista nel nostro paese. Queste posizioni sono espresse nei nostri documenti congressuali, nel nostro giornale, negli interventi negli organismi dirigenti di Rifondazione e nella nostra pratica politica. Come tali sono ed erano ben conosciute da Bertinotti e da tutto il gruppo dirigente del PRC ben prima della scelta di candidare Marco Ferrando nelle sue liste: la scelta di dichiararle oggi incompatibili con il Partito è semplicemente figlia della pressione politica di Fini, di D’Alema e dell’Unione.
Queste posizioni crediamo rappresentino un’area ed una componente della sinistra, dei movimenti e delle lotte sociali in questo paese, che va ben oltre la nostra militanza e la nostra influenza. Queste posizioni crediamo debbano essere rappresentate nel prossimo Parlamento e per questo invitiamo tutte i compagni che le condividono a chiedere al gruppo dirigente nazionale del PRC di mantenere la candidatura di Marco Ferrando alle prossime elezioni politiche, a partire dalla sottoscrizione dell’appello che alleghiamo.
AMR Progetto Comunista
CONTRO LA DERIVA MODERATA DI RIFONDAZIONE, per il diritto alla resistenza del popolo irakeno, a fianco dell’intifadah palestinese
Le accuse rivolte in questi giorni a Marco Ferrando di criticare la natura dello stato di Israele o di rivendicare il diritto di rivolta della popolazione irakena contro le truppe di occupazione potrebbero essere rivolte a molti di noi. Sono posizioni di ampia parte del Prc e largamente presenti nei movimenti di lotta di questi anni. Tanto più inaccettabili risultano queste accuse quando provengono da forze promotrici di missioni militari e di guerra nell’ultimo decennio, contro cui Rifondazione Comunista e i movimenti si sono sempre battuti. Per questo noi, lavoratori e militanti impegnati nei movimenti, respingiamo l’aggressione scatenata da ambienti reazionari di centrodestra e dal centro dell’Unione contro la sua candidatura e chiediamo al Partito della Rifondazione Comunista che sia mantenuta:
PRIMI FIRMATARI: Nicoletta Dosio (Comitato anti TAV Valsusa), Piero Acquilino (rsu Fincantieri); Massimo Busnelli (AEB Monza); Antonio D’Andrea (rsu Fiat Melfi); Daniele Debetto (rsu Pirelli Settimo Torinese); Bruno Manganaro (segr Fiom-Cgil Genova, Com. Centrale Fiom); Letizia Mancusi (Forum Palestina); Michele Melilli (segr prov Cub Trasporti Ragusa); Gino Mirabelli (segr Fnle-Cgil Genova); Alfonsina Palumbo (dir Cgil Benevento); Renato Pomari (rsu IBM Vimercate); Luigi Sorge (Rsu Sincobas Fiat Cassino, Coordinamento naz Sincobas); Germano Monti (Forum Palestina); Roberto Spagnolo (esecutivo Cobas scuola TO); Aldo Romaro (Pane e rose - Padova)…
Per ulteriori adesioni: amr@progettocomunista.it
|
![]()
|
Siamo tutti incompatibili
Quanto successo con la rimozione dalle liste elettorali del candidato scomodo Ferrando, da parte di Rifondazione Comunista, apre degli inquietanti interrogativi circa l’effettiva natura della coalizione di centrosinistra. Il tutto, in un momento certamente poco opportuno, vista l’imminente scadenza elettorale: con un colpo solo, si sta rischiando di vanificare quanto di buono la nuova legge elettorale può comportare in termini di risultato finale per l’intera coalizione e, quindi, per la sconfitta di Berlusconi. Per gl’incerti verso la coalizione vista nel suo complesso, infatti, con la nuova legge elettorale vi è ora la possibilità di poter esprimere un voto per indirizzare-correggere il programma dell’Unione attraverso la preferenza a questo o a quel partito della coalizione. Un meccanismo, questo, che si dovrebbe cercare di valorizzare appieno proprio per cercare di recuperare quelle fasce di elettorato inclini all’astensione perché deluse. Sempre che, beninteso, gli obblighi da adempiere per battere Berlusconi siano condivisi e praticati da tutti, ognuno con il proprio prezzo da pagare per la riuscita dell’impresa. Ancora una volta, però, si sta assistendo al solito giochino, per cui la colpa dell’eventuale sconfitta ricadrebbe solo su alcuni e non su altri. Da una parte quelli che sanno solo chiedere; dall’altra chi deve invece dire sempre e solo di sì a tutto. Come del resto avvenne per la scorsa legislatura, con la criminalizzazione del PRC (l’apice fu raggiunto con le esternazioni dell’attore-regista Nanni Moretti) e della Lista Di Pietro per i mancati accordi: colpa loro se l’Ulivo non riuscì a battere Berlusconi. Ma proprio perché a nessuno oggi può interessare la vittoria di Berlusconi, neanche a chi, alla luce degli ultimi eventi, potrebbe decidere di astenersi dal voto, sarebbe quanto mai opportuno un atteggiamento responsabile da parte di tutti i leader del centrosinistra. Il caso Ferrando, infatti, non può essere sbrigato velocemente come una questione che riguardi il singolo candidato o il singolo partito. Se si assumono posizioni incompatibili con il programma della coalizione quando si afferma quanto c’è di più ovvio circa “la legittimità della resistenza armata nei confronti di forze armate di occupazione”, con tutto ciò che ne consegue, allora “siamo tutti incompatibili”, persino i giudici della Corte di Appello di Milano che proprio in queste ore hanno giustamente ribadito che “L’instradamento di volontari verso l’Iraq per combattere contro i soldati americani non può essere considerato sotto alcun aspetto un’attività terroristica” (http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=47472).
Siamo quindi tutti incompatibili, compresa la GAD che soltanto nell’ottobre 2004 chiese, con una mozione unitaria, la “sostituzione delle forze di occupazione con forze multinazionali sotto egida Onu”; e compreso il candidato Premier Romano Prodi che ha definito i soldati italiani in Iraq “truppa di occupazione”. Visto, però, che tra i candidati incompatibili ad essere cacciato è stato il solo Ferrando, delle due l’una: o c’è chi tira il sasso e poi nasconde la mano; o, come è più plausibile, su alcuni temi l’Unione si sta proponendo come forza di Governo con contenuti diversi di quando era all’opposizione. Non soltanto, quindi, una semplice strategia elettorale che non consente di essere tolleranti verso le posizioni “poco opportune”, ma un vero e proprio mutamento di rotta.
Alla luce di tutto ciò, certamente, la sconfitta di Berlusconi è e deve rimanere un obiettivo da conseguire. Non può però essere ammissibile essere chiamati a pagare un prezzo troppo alto. E non tanto per rimanere idealmente, ma ingenuamente, coerenti con se stessi; quanto per evitare che dalla confusione possa ripetersi, ad esempio, un altro “Governo D’Alema” che vada alla guerra. Mentre l’esclusione del candidato Ferrando, infatti, arriva con un’efficienza a dir poco sospetta e senza un reale confronto democratico, nulla è stato fatto e si fa per chiedere conto dei crimini di guerra compiuti dal Governo D’Alema, anche soltanto formalmente, con la richiesta di esclusione dalle liste del solo D’Alema. Mentre, cioè, il PRC fa fatica a comprendere e tollerare la “diversità Ferrando”, in quanto avrebbe “insultato il pacifismo di Rifondazione”; per gli stessi “pacifisti” i responsabili dei bombardamenti sulla Serbia non costituiscono o non debbono costituire il pur minimo motivo di riflessione e d’indignazione per la loro presenza nelle liste della coalizione.
Di fronte a tanta ipocrisia, con la scadenza elettorale alle porte, non resta quindi che sperare in un comportamento responsabile che la finisca con gli aut aut e con la discriminazione nei confronti delle posizioni anche più minoritarie. Altrimenti, neanche la nuova legge elettorale riuscirà a far votare il popolo degl’incompatibili.
Franco Ragusa
|
![]()
| Iraq/Ferrando: comunicato stampa delle minoranze del Prc di
Padova Le minoranze del PRC di Padova solidarizzano con il compagno Marco Ferrando sia per la ignobile canea alimentata nei suoi confronti ( che accomuna i fascisti di AN alla segreteria di Rifondazione comunista) sia per la probabile sua esclusione dalle liste dei candidati. Si tratta in entrambi i casi di comportamenti e decisioni gravi che si inseriscono in un processo già negativo di formazione delle liste condotto in modo arbitrario e proprietario da parte della maggioranza sia nazionalmente che nel Veneto e a Padova. Il compagno Ferrando ha nella sostanza espresso i seguenti concetti: a) la missione italiana in Iraq non è una missione di pace ma di supporto all’invasione ed occupazione anglo-americana per interessi politici ed economici; b) la resistenza armata agli invasori- occupanti è diritto legittimo di un popolo e quindi anche di quello iracheno come fu in Italia la lotta partigiana contro l’occupante tedesco: diritto riconosciuto dall’Onu ed anche da recenti sentenze della magistratura italiana; c) In Iraq esiste una resistenza armata non terroristica che è perfino riconosciuta dagli americani e con la quale essi stanno perfino trattando; d) I morti di Nassyria vanno considerati come vittime di guerra alla stregua dei soldati morti nella prima e seconda guerra mondiale. Ad essi ed alle loro famiglie va il massimo di cordoglio e la massima solidarietà e) Politicamente la loro morte va ricondotta alla responsabilità del governo Berlusconi e alla violazione dell’art. 11 della nostra Costituzione Noi condividiamo questi concetti che in passato sono stati più volte ribaditi anche dagli stessi dirigenti del Partito, ampiamente illustrati nel giornale “Liberazione” in più occasioni e che hanno fatto parte ed ancora fanno parte del comune sentire della stragrande maggioranza dei militanti di Rifondazione. L’ attuale posizione della segreteria espressa da Bertinotti e da Gennaro Migliore, stravolge invece, arbitrariamente ed opportunisticamente queste posizioni in quanto: a) fa proprie, nella sostanza, le motivazioni del governo Berlusconi sulle finalità della missione; b) sancisce di fatto, la sudditanza del partito alle posizioni moderate ed ambigue dell’Unione sulla questione irachena come è risultato evidente nel corso degli anni; c) tradisce la passione con la quale migliaia di militanti comunisti hanno manifestato contro la guerra americana anche con azioni di disobbedienza civile Fausto Bertinotti e la sua maggioranza, colpendo Ferrando, intende così colpire il dissenso interno che è vasto e che è destinato a crescere a seguito della degenerazione riformista impressa al partito negli ultimi due anni che ha comportato la svendita di quel patrimonio di lotte di cui i militanti di Rifondazione sono stati protagonisti nelle fabbriche e dentro e fuori i movimenti che si sono sviluppati dal ’98 in poi. L’accettazione del programma moderato e liberista dell’Unione e la prossima costituzione della sezione italiana della sinistra europea rappresentano il suggello a questo percorso riformista, approdo conclusivo della svolta occhettiana della bolognina. Alla luce di queste considerazioni, le minoranze del PRC di Padova ritengono che qualora dovesse consumarsi la revoca di Ferrando, verrà meno l’obbligo militante di impegnarsi nel sostegno e nel voto alle liste di Rifondazione comunista pur lavorando per la sconfitta di Berlusconi. Decidono altresì di organizzare nel breve periodo a Padova una iniziativa sull’Iraq e contro la guerra senza se e senza ma, con la presenza anche del compagno Ferrando. |
![]()
|
Desidero
esprimere tutta la mia solidarietà al Compagno Marco Ferrando,
lo faccio tramite voi perché non ho la sua
mail. |
![]()
|
![]()
|
I compagni del circolo Energia di
Civitavecchia (tutti seconda mozione essere comunisti),
protestano vivamente per la decisione assunta in merito all'
esclusione alla candidatura del compagno Marco Ferrando, che
giudicano, gravemente lesiva del diritto di espressione sancito
dallo statuto.
Antonio De
Paoli
Segretario del
Circolo
|
![]()
|
Brunello Fogagnoli |
![]()
Conosciamo tutti le regole elettoralistiche, fanno schifo. Allora decidiamo: vogliamo partecipare alle elezioni, o vogliamo continuare a parlarci addosso, a giocare a fare i puri, a essere "pochi ma buoni" e continuare comunque a subire oppure vogliamo provare ad intaccare questo sistema in qualche modo e in qualche misura? Credo che Ferrando, accettando la candidatura contro la maggioranza della sua area, abbia già risposto, salvo poi cadere nella trappola. Allora ridecidiamo o continuiamo? Cioè al diavolo le schifose regole elettoralistiche, oppure ci hanno fregato? Io dico: ci hanno fregato e non possiamo permetterci di non fare la campagna elettorale sui temi veri del paese per occuparci della fregatura che abbiamo preso con Ferrando. Mi dispiace e dispiace ancor di più vedere il compattamento allo sfascio intorno alla sua persona, dopo le aspre critiche rivoltegli per la sua candidatura. Ora decidiamo al primo bivio se vogliamo svoltare a sinistra o restare fermi a guardare, se svoltiamo, dopo potremmo continuare a chiedere ulteriori svolte a sinistra, nel partito e nella coalizione, ma se vince la destra o se comunque Rifondazione esce ridimensionata rispetto ai centristi dell' Unione che forza avremmo nel futuro governo? Una curiosità mi assale, se M. Bulgarelli fosse stato candidato con Rifondazione, avrebbe prevalso il fattore Ferrando o il fattore Bulgarelli? Spero sia la seconda che ho detto, masochisti si, ma con grande piacere. Ultima considerazione, Andreotti ha affermato che se fosse nato in oriente sarebbe stato anche lui un terrorista, cosa sarebbe successo se l' avesse detto Caruso? Si torna cosi alla domanda originaria di cui sopra. M. Scarinci (segr. circolo Forano -Ri-) |
![]()
|
Mario Tommasi - Comitato Politico Regionale del Lazio
|
![]()
|
A poche settimane dalle elezioni politiche, il
"caso Ferrando" e la dissociazione della maggioranza bertinottiana
del PRC (unita a quella dei Verdi di Pecoraio Scanio) dalla
manifestazione per la Palestina del 18 febbraio hanno contribuito a
rendere più chiari gli indirizzi lungo i quali si muoverà la
politica italiana nel prossimo futuro, naturalmente a condizione che
si realizzi l’ampiamente prevista vittoria elettorale della
coalizione di centrosinistra. In primo luogo, abbozziamo un’analisi
della natura della coalizione che si appresta a raccogliere il
testimone dal governo Berlusconi. ***** Bertinotti è riuscito nell’intento di omologare
Rifondazione Comunista al progetto della Grosse Koalition.
Consolidando il collaborazionismo con il centrosinistra negli Enti
Locali e svuotando di senso e di significato il proprio stesso
partito – ridotto a poco più di un comitato elettorale e di affari –
Bertinotti ha inferto il colpo più duro ad ogni ipotesi di
alternativa anticapitalistica dopo la sconfitta dei movimenti degli
anni 70 e la Bolognina di Occhetto, del quale può a buon diritto
vantarsi di essere il legittimo successore. Di strappo in strappo,
dalla critica della Resistenza e del Novecento all’approdo alla
mistica della nonviolenza, Bertinotti ha distrutto dall’interno il
Partito della Rifondazione Comunista, ricorrendo ad ogni mezzo per
spazzare via ogni controtendenza. Ha ragione Marco Ferrando quando
afferma di essere stato sacrificato sull’altare dell’inciucio con i
poteri forti interni ed internazionali, anche se limitarsi a
denunciare l’indecorosa prostituzione politica bertinottiana non è
certo sufficiente, e appaiono francamente anacronistici gli appelli
alla mobilitazione di un corpo del partito che non c’è più. Per
sparare sul quartier generale, è necessario che esista qualcuno in
grado di impugnare un’arma, e dentro il PRC, ormai, c’è quasi solo
gente che ambisce impugnare un libretto degli assegni. Germano Monti – Circolo PRC "Rachel Corrie" di Roma
|