Una riflessione sulla rifondazione comunista
 
SEMPLICEMENTE, ANCORA COMUNISTI
 
Quando Rifondazione Comunista nacque uno slogan primeggiava sui manifesti che recavano il nuovo antico simbolo della falce e martello e della stella. Lo slogan diceva: "Liberamente comunisti". In piena, assoluta libertà di sentirsi, di essere comunisti. Oggi potremmo coniare un nuovo slogan del tipo: "Semplicemente comunisti". Con una semplicità che diviene l'arma migliore per evitare fughe in avanti verso un indefinibile ruolo del PRC e, al contempo, anche settarismi di ogni sorta. Un antidoto contro la forza del verticismo leaderistico e contro autoreferenzialità interne prive di uno sbocco verso la base iscritta, simpatizzante, votante e semplicemente la nostra gente!
Un pericolo non è defenestratore dell'altro, ma di certo oggi la principale preoccupazione di molti compagni e di molte compagne è il perseverante allontanamento della dirigenza bertinottiana dal linguaggio, dalle pratiche politiche dei comunisti. Non è una questione di mera glottologia, ma è di più una rivisitazione in blocco di tante, troppe cose e persone: si sbeffeggia il marxismo e il leninismo non di meno e li si bolla di anacronismo sia come base culturale per un partito comunista oggi, sia come metodo interpretativo del capitalismo odierno.
Pensare di poter affermare che possediamo nuove categorie interpretative del capitale è tanto falso quanto utopico: per analizzare il sistema produttivo capitalistico abbiamo a disposizione ancora Marx ed Engels, per l'imperialismo possiamo rifarci opportunamente anche a Lenin e per il colonialismo di nuovo modello forse farebbe bene la lettura di Rosa Luxemburg. Invece si preferisce, da parte del compagno Bertinotti, abbarbicare il partito su concettualità come il "neoliberismo" o la "globalizzazione capitalistica" (semmai si dovrebbe parlare di "capitalismo globalizzato" poichè il capitale resta la struttura economica putroppo ancora oggi dominante e la globalità di estensione su tutto il Pianeta è una tragica conseguenza dell'affarismo mondiale - multinazionali, ecc. - che si è preso tutto ciò che poteva anche attraverso il transito velocissimo dei capitali con la finanziarizzazione speculativa) oppure i "no-global", i "disobbedienti". Questi ultimi sono da poco caduti in disgrazia presso la dirigenza bertinottiana che ha preferito ai metodi di Casarini e Caruso la scelta della "nonviolenza". Un altro fronte aperto, un altra polemica molto forte: il comunismo nuovo di oggi, dice Bertinotti, vive grazie a questa nuova forma di opposizione e lotta al capitalismo. E la lotta di classe? Archiviata in nome di un principio etico tendente al ghandismo?
La nonviolenza è un concetto negativo che vorrebbe essere positivo: nell'essere "nonviolenza" impone comunque qualcosa e diviene essa stessa una forma di "violenza". Ma senza volermi disperdere nell'esegesi delle parole, dirò che i comunisti, per tradizione, per cultura e per ispirazione libertaria, sono da sempre avversi alla violenza come forma di lotta sociale: certamente non si può invocare la nonviolenza per tutto e per tutti in ogni parte del mondo, per ogni lotta sociale che vi in atto: che cosa dovremmo fare con l'Intifada palestinese? E con la lotta dei curdi assediati ogni giorno da turchi, iraniani e siriani? Cosa dovremmo fare con Cuba? Beh, forse con quest'ultima abbiamo anche per ora fatto fin troppo: abbiamo espresso come Rifondazione Comunista una netta condanna della pena di morte applicata verso delle persone che avevano dirottato una imbarcazione, uccidento e ferendo innocenti civili. Otto attentati e dirottamenti in un mese. Venti anni di moratoria della pena di morte. La magistratura cubana decide un giro di vite forte. Noi possiamo permetterci di giudicare pilatescamente tutto questo? Con l'embargo mortale che ultraquarantennalmente uccide la speranza cubana di un futuro libero dall'imperialismo americano? Eppure noi di Rifondazione Comunista abbiamo sentenziato che Cuba ha sbagliato e, che no, la pena di morte andava evitata. Certamente sarebbe stato meglio evitarla, e questo vale in qualsiasi frangente umano: la pena di morte è comunque sempre un omicidio di Stato. Ma sulla sponda dell'etica non si giudicano i problemi contingenti di una società.
Forse i partigiani avrebbero dovuto risparmiare i gerarchi fascisti catturati? Forse avrebbero dovuto consegnare Mussolini agli anglo-americani? Il piano di discussione aperto sulla nonviolenza porta nel terribile vicolo cieco del revisionismo storico e della stortura dell'analisi sociologica odierna, non appunto su fondamenta sociali e pragmatiche di vita di un popolo, ma sulla mera analisi secondo l'etica che ci fa più piacere adottare.
Circa il nostro Partito, poi, è fin troppo stancante e disarmante il cammino di continuo avvilimento dell'identità comunista del PRC. L'identità non è una visione meravigliosa di simbologie, bandiere o emblemi. E' un riconoscersi in quanto tali, in quanto diversi dagli altri: quando mi sono iscritto a Rifondazione Comunista, nel lontano gennaio 1994, i comunisti erano gli unici ad essere differenti da tutti gli altri partiti politici. La distinzione che esiste ancora oggi è tra chi accetta il punto di vista del mercato e il capitalismo come regolatore della vita umana e chi, invece, pensa che il capitalismo vada superato e non crede che l'umanità sia sul baratro della storia, sul suo limitare.
Liberali e comunisti. Questa era la divisione. Oggi siamo alle prese con una eterna galassia di sigle. Ma questo di per sè non mi preoccuperebbe se non fosse per la voglia di caratterizzarsi il meno possibile mantenendo comunque sempre una distinzione di "sinistra" rispetto agli altri e, magari, anche "alternativa". Caratterizzarsi il meno possibile per "contaminarsi" sempre più con il movimento "dei movimenti" e quindi l'essere, rimanere semplicemente comunisti è forse troppo per il compagno Bertinotti che, dal suo punto di vista, muove una nuova pedina dall'alto del suo potere di Segretario nazionale: il Partito della Sinistra Europea. Calato come un dio alato sul palcoscenico delle prossime elezioni europee, il Partito della Sinistra Europea dovrebbe essere la larva del futuro partito che riunisce sempre più tanti soggetti comunisti, ecologisti, socialisti, femministi, no-global, ecc.
Sciacquarsi la bocca con buoni propositi è anche giusto, ma si deve stare attenti a ciò che oggi si ha tra le mani: il Synaspismos greco è una "coalizione" che non produce grandi risultati politici ed è superata dal ben più radicato Partito Comunista Greco (KKE); Izquierda Unida è in mare aperto: ha perso ben 3 dei solo 8 seggi che possedeva nelle Coortes spagnole e si avvia a percentuali sempre più da lumicino.
Queste sono due delle nove forze che compongono il Partito della Sinistra Europea. Entrambe sono frutto di un esperimento di amalgama di diverse componenti di sinistra: socialiste, comuniste, ecologiste, femministe, no-global... proprio come nei propositi del nostro Segretario nazionale con la "Sinistra Alternativa".
Il deficit di democrazia interna nel Partito è sotto gli occhi di tutti i compagni e le compagne: il partito "di Bertinotti" si avvia sulla scia dell'inconoscibilità politica a perdere consensi in sempre più vasti settori sociali.
Personalmente mi sono battuto, mi batto e mi batterò ancora perchè si possa riconsegnare a Rifondazione Comunista il suo ruolo di classe, di partito comunista, di riferimento politico per il movimento che stia CON il movimento e non NEL movimento. Una distinzione, a parer mio, di non poco conto.
Non aspettiamo di veder passare nel fiume il cadavere del PRC: bisogna salvare il partito. Non è un'esagerazione, è una semplice constatazione di un comunista che vede nella federazione di Savona crescere il malumore, soprattutto tra i giovani, che non comprendono dove si sta andando, dove "ci stanno portando".
E' proprio vero quello che diceva Bertolt Brecht: "...il Comunismo è la cosa semplice che è difficile fare.".
 
Marco Sferini