ABU PINOCHET

Quello che mi sta toccando in sorte di leggere sugli ultimi eventi in Palestina sembra scritto da un maestro del surrealismo. Meglio, da un'intera scuola di surrealisti.
Un popolo colto, fiero e laborioso è vittima da quasi un secolo di una delle più odiose e brutali forme di colonizzazione che la storia ricordi, la cui particolarità è data dal fatto che i colonizzatori non vogliono sfruttare i colonizzati, ma semplicemente eliminarli, in nome dell'edificazione di uno Stato per soli Ebrei, culturalmente e religiosamente omogeneo. La colpa dei Palestinesi è quella di trovarsi da alcune migliaia di anni esattamente su quella terra che una setta fanatica e fondamentalista, che va sotto il nome di Movimento Sionista, ritiene appartenere, esclusivamente e per diritto divino, ad un solo popolo, religiosamente identificato, che a quella terra deve fare ritorno dopo un esilio durato all'incirca venti secoli. Ci sarebbe da ridere, se non si trattasse di una drammatica realtà, fatta di soprusi e violenze quotidiane contro uomini, donne, vecchi e bambini di cui non si riconosce nemmeno l'esistenza, come predicavano i padri della patria sionista, da Ben Gurion a Golda Meir.
Ebbene, la forza della lobby sionista è tale che, ormai, sembra che i Palestinesi non siano un popolo come tutti gli altri, ma una razza inferiore, geneticamente violenta, insomma bestie feroci da sterminare o, almeno, allontanare il più possibile.
Naturalmente, i Palestinesi non hanno accettato di farsi massacrare come capretti o deportare come una mandria di vacche: hanno resistito, combattuto, con le armi e con la cultura, difendendo la propria terra palmo a palmo e la propria identità poesia per poesia, canzone per canzone. Non deve stupire che il popolo dei campi profughi in Libano o della diaspora in mezzo mondo non abbia rinunciato a coltivare la propria memoria ed a rivendicare il proprio diritto al ritorno: non hanno fatto così anche i milioni di emigranti italiani che, nei sottoscala degli slums di New York o nelle baracche di legno e lamiera delle miniere di carbone in Belgio, si riunivano per cantare le nostre canzoni tradizionali, da Calabresella a La porti un bacione a Firenze? Tanti giovani globalizzati potranno anche trovare tutto questo irresistibilmente buffo, ma chi ha vissuto o vive sulla propria pelle lo sradicamento - qualunque ne sia la causa - non ci troverà niente da ridere.
Se tanti Italiani hanno dovuto abbandonare il proprio Paese per fame e miseria, tanti Palestinesi hanno dovuto andarsene sospinti dalle baionette israeliane. E quelli che ancora resistono sono vittime ogni giorno di quella che un libro piuttosto diffuso da quelle parti definisce "una perfidia quale non si può nemmeno immaginare". Come si può definire diversamente da perfidia l'abbattimento degli ulivi, l'inquinamento dei pozzi, il tiro a segno sui bimbi che vanno a scuola, la demolizione delle case, per non parlare dei bombardamenti e dei rastrellamenti? E come si può definire il rinchiudere un milione e mezzo di esseri umani in uno scatolone di sabbia privo di risorse?
Eppure, c'è di peggio. I crimini commessi dagli occupanti sono sempre un'infamia, ma non la peggiore: il peggior infame è da sempre colui che tradisce la propria gente e si vende al nemico. Tutti gli storici italiani concordano sul fatto che gli occupanti nazisti erano delle carogne, ma che più carogne di loro erano i collaborazionisti repubblichini, i Pavolini, i Carità, gli Almirante. E fu così in tutti i Paesi schiacciati dal tallone di ferro nazista, rinforzato da volenterosi ciabattini come Quisling in Norvegia, Pètain in Francia, Pavelic in Jugoslavia e tanti altri. Ed è stato così in anni più recenti e sotto altri talloni di ferro, in Vietnam, nelle colonie portoghesi, in tutti i regimi militari che hanno insanguinato l'America Latina in nome e per conto della democrazia a stelle e strisce, sintetizzati dal volto osceno del generale-truffatore-assassino Augusto Pinochet, purtroppo morto serenamente nel proprio letto anziché sotto il piombo vendicatore, come il suo collega nicaraguense Anastasio Somoza (si, sono un sostenitore del tirannicidio, sin dai tempi del liceo e dei miei studi sull'antica Grecia... qualcosa in contrario?).
In Palestina, ora c'è di peggio dell'occupazione sionista, e questo peggio si chiama Abu Mazen, il Pinochet di Bush e di Olmert. Lui e la sua fazione - Al Fatah - non combattono contro gli invasori, ma arrestano, torturano e uccidono quelli che lottano e resistono; sono armati e finanziati dagli occupanti, come le SS italiane erano armate dai colleghi teutonici.
Io credo che Yasser Arafat si stia rivoltando nella tomba. Con tutti i suoi limiti e le sue ambiguità, Arafat è stato e rimarrà Mr. Palestine, il simbolo stesso della Palestina (e per questo i sionisti lo hanno assassinato e il loro amico Veltroni si rifiuta di intitolargli una strada di Roma). Abu Mazen, Mohamed Dahlan e tutti gli scagnozzi che, dopo gli accordi di Oslo, si sono arricchiti mentre i loro connazionali continuavano a subire la ferocia sionista, non sono degni di essere chiamati Palestinesi, e quello che oggi si rappresenta come Al Fatah non ha nulla a che vedere con l'organizzazione che ha risollevato la Palestina ed il suo popolo dall'umiliazione e dall'oblio. Per la mia generazione, cresciuta a poster del Che in soggiorno e kefiyah al collo, è un altro duro colpo, anche perchè - con tutto il rispetto assolutamente dovuto - trovo qualche difficoltà ad entusiasmarmi per Hamas. Però, Hamas è un'organizzazione della resistenza, non inciucia con il nemico, è fatta di uomini onesti, disposti a morire per liberare la propria terra... non è colpa loro se non sono comunisti come mi piacerebbe.