Nella marea umana che ha attraversato Firenze c'ero anch'io. Non potevo mancare, o almeno così ho pensato, e devono essere stati tanti quelli che hanno pensato come me.
Ho visto di tutto. Ho visto una specie di fiera, di Porta Portese alternativa nella splendida Fortezza da Basso, dove centinaia di stand offrivano libri, video, gadget, magliette; ho visto vecchiotti come me e giovanissimi come i miei nipoti, e questa è stata la visione più bella; ho visto una città che ha dimostrato di essere una città vera, con i suoi bottegai combattuti fra la paura di vedersi sfasciata la bottega e la tentazione di aprirla per non perdere quegli strani clienti (e alla fine ha avuto ragione chi ha alzato la saracinesca e l'unico rischio che ha corso è stato quello di finire le scorte) e la gente dei quartieri popolari che ci applaudiva e ballava e cantava con noi l'Internazionale. Ho visto una grande e radicale maturità politica, come non avevo visto dall'anno che ha segnato indelebilmente la mia e tante altre esistenze, quel 1968 quando scoprimmo che si poteva vivere senza la cravatta e che gli Americani e i padroni non erano invincibili.
Si, cari miei, il solo paragone che regge il confronto con quello che ho visto è proprio il 1968, gli anni che l'hanno preceduto e quelli che l'hanno seguito: allora, nel nostro sangue vivevano il Che, le magliette a strisce, i Beatles, le Pantere Nere, la Rivoluzione Culturale e il Vento di Shangai, i Vietcong, poi ci piacquero di più i Rolling Stones e poi ancora i Pink Floyd e i Jefferson's Airplane (chissà se si scrive così, non me lo ricordo più), mentre il Vietnam vinceva e gli Yankees scappavano, ma Mao moriva e Chang Ching veniva arrestata e la Cina si consegnava a Deng, il topo sordo, e Allende veniva assassinato, i generali felloni sgozzavano l'Argentina e i condor affondavano il becco e gli artigli nella carne di migliaia di giovani e di indios. Ma non poteva bastare per fermarci, avevamo vinto in Vietnam, in Cambogia, nel Laos, in Angola, e Cuba resisteva orgogliosa, e nelle nostre fabbriche i padroni e i capetti avevano paura e noi guadagnavamo diritti e la Rivoluzione sembrava solo questione di tempo: "Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi"... lo abbiamo detto per anni, senza sentirci ridicoli.
Poi, si sono presi la rivincita. Ci hanno tolto i diritti e la speranza, e i miei capelli sono diventati grigi. Ogni amico che perdevo per colpa dell'eroina, della galera o della carriera, una ruga in più. E quando mi guardavo allo specchio la mia faccia mi sembrava una ragnatela.
Dopo la manifestazione di Firenze, pigiato in un treno pieno di facce stanche e felici, mi sono visto riflesso nel finestrino... sarà stata la poca luce, ma mi è sembrato che le rughe non ci fossero più. Ho rivisto il volto che vedevo nello specchio di casa mia quando, mentre mio padre e mia madre dormivano ancora, mi alzavo prima dell'alba per andare a volantinare davanti ad una fabbrica, per poi andare a scuola.
Ho pensato che la vita è strana: vicino ai venti anni, dovevo assolutamente cambiare il mondo ed ero fermamente convinto che ribellarsi è giusto e possibile; ora che sono vicino ai (non ve lo dico), non ho fatto carriera e non vedo in giro Che Guevara o Huey P. Newton, scopro con piacere che sono fermamente convinto che ribellarsi è giusto e possibile. In piena luce, le rughe sul mio volto si vedono benissimo, ci sono e non le posso cancellare... sono le rughe che avevo nell'anima che non ci sono più.

P.S. Non ho fatto in tempo a spedire la mia riflessione ad ARCIPELAGO, che apprendo dell'arresto di Francesco Caruso e degli altri compagni dei COBAS e del movimento. Di nuovo, il mio naso (e sapete che naso ha Cyrano!) sente puzza di mostro sbattuto in prima pagina e di 7 aprile, e di strategia della tensione, e di terrorismo di Stato. Le bombe di oggi sono i servizi televisivi.
Ragazzi, non fatevi fregare: riempiamo ancora strade e piazze di tutta Italia, insieme agli operai della FIAT e a tutti quelli che non vogliono la guerra, quella che ci sarà contro l'Irak e quella che c'è già contro i Palestinesi.