Il "mistero" della mia temporanea assenza, come qualcuno si è premurato di osservare, è presto spiegato: io scrivo come mi pare, quello che mi pare e quando mi pare.... in altre parole, quando non ho di meglio e di più urgente da fare. E in questo periodo ho molto e di meglio da fare che sfogarmi via mail. Tranne che oggi. E infatti, rieccomi.
Sto vedendo qualcosa di
nuovo e di bello, accompagnato da inquietanti dejà vu. Un movimento grandioso,
di respiro mondiale, che mette in moto energie sopite e insospettabili, accomuna
armonicamente generazioni e percorsi diversi in una critica radicale
all'esistente come non si vedeva dagli anni 60.
Centinaia di milioni di uomini e donne, un nuovo proletariato che non sarà
ancora tanto consapevole di sé ma, ad ogni buon conto, vuole già farsi sentire.
E questa guerra infame che un alcoolista fanatico e corrotto vuole fare a tutti
i costi, in combutta con i suoi amici gangster di Tel Aviv, è l'esemplificazione
più chiara di ciò che attende il nostro pianeta, se qualcosa non inceppa il
maledetto meccanismo. Un'esemplificazione talmente chiara che l'hanno capita
persino le sonnolente cancellerie europee, ed anche questa è una bella novità.
Ma vedo, anzi sento anche levarsi qualcosa di già visto, qualcosa che rischia di
intorbidare le acque, e di inquinarle.
La ricomparsa del "terrorismo", innanzitutto. Ma che c'entra un pugno di
alienati con questo movimento? E come si fa a dire che esiste un qualche
rapporto fra queste pistole in libertà e le sacrosante azioni di opposizione
concreta alla guerra? Eppure, si è finito col dare molto più spazio alle "nuove
BR" che al rinnovato protagonismo operaio, senza il quale non sarebbe stato
possibile intralciare i treni e le navi della morte... chi avrebbe mai pensato
che, a quasi quaranta anni di distanza, i portuali di Livorno conservassero
ancora l'orgoglio militante che spinse i loro padri a issare la bandiera dei
vietcong su una nave americana in rada? E chi avrebbe mai detto che sarebbero
stati proprio i ferrovieri ad animare i blocchi e le proteste contro i "treni
della morte"?
Invece, abbiamo parlato molto di una sparatoria su un treno periferico, su un
uomo che ha perso la vita per fare il suo mestiere e su un altro che l'ha persa
e basta, inseguendo un sogno a mano armata. Qualcosa su questo devo dirla, su
chi sono questi "nuovi brigatisti", tanto nuovi che quelli d.o.c. non li
riconoscono nemmeno come figli degeneri.
Il brigatista morto si chiamava Mario Galesi e non sembra che venisse dal nulla:
a vent'anni, era uno dei tanti giovani irrequieti della periferia metropolitana,
un "compagno" senza bisogno di tante etichette. Ad un certo momento della sua
vita, dentro di lui scatta qualcosa, qualcosa che ancora nessuno è riuscito a
spiegare e che lo spinge a tagliare ogni ponte con i compagni, la famiglia, con
sé stesso, con la realtà. Io non sono in grado di capire e meno che mai di
spiegare nulla dei motivi e dei ragionamenti che possono avere indotto Mario
Galesi a credere che il proletariato avesse assoluto bisogno della sua
rivoltella, così come non credo esista alcuna connessione fra la realtà del
conflitto di classe e l'omicidio politico. Sono rimasto esterrefatto - come
tutti, credo - dall'immagine di quel corpo che nessuno ha reclamato per dargli
sepoltura, dal fatto che le sole parole di "umana pietà" siano state pronunciate
dal Ministro degli Interni (mentre su Indymedia hanno impazzato insulti e
oltraggi indegni persino di un fascista) e, infine, da un particolare che forse
in pochi hanno ascoltato al telegiornale: Mario Galesi è stato sepolto, come da
sua richiesta, con la kefiah, il simbolo dei combattenti palestinesi. Forse,
questo particolare spiega più di ogni analisi sofisticata il corto circuito
scattato nella mente di un compagno che pensava di combattere nelle strade di un
Paese occidentale e democratico (più o meno) la stessa guerra degli shebab per
la sopravvivenza. Una follia ideologica in piena regola, dunque, ma anche
qualcosa che induce al rispetto.
Per chiudere, mi vengono in mente solo le parole di Forrest Gump: "E questo è
tutto quello che ho da dire su questa faccenda".
Ho molto da dire,
invece, su un altro sgradevole dejà vu di questi giorni: le "brillanti" manovre
di Fausto Bertinotti, il novello Fregoli della sinistra italiana.
Come era ampiamente previsto, tutta la manfrina congressuale di Rifondazione
Comunista, con tutte le sue roboanti "innovazioni" e "autoriforme", si sta
risolvendo nell'ingresso con tutti gli onori nel salotto buono dell'Ulivo, con
buona pace di quei tanti che, in buona fede, avevano abboccato all'amo della
"svolta a sinistra" del partito. Mi si potrà dire che non è una novità, tanto è
vero che il PRC non ha mai smesso di mendicare alleanze a tutti i costi,
acconciandosi a sostenere ogni candidato sindaco o presidente di altri partiti
(perlopiù democristiani) in cambio degli indispensabili assessorati, tanto cari
ai rifondatori innovati e autoriformati quanto ai più conservatori. Eppure, il
pateracchio combinato da Bertinotti sulla RAI, in rinnovato tandem con
Cicciobello Rutelli, avrebbe dovuto far gridare allo scandalo.
Ma come? Ma non si vergogna questo signore a trafficare a spese del servizio
pubblico con il solo obiettivo di fare le scarpe a Sergio Cofferati? E' un
peccato che solo il Manifesto abbia mostrato un po' di (moderata)
indignazione per il cinismo dell'omino in cachemire, che non stava più nella
pelle all'idea di essere stato più furbo di quello che ritiene il suo peggior
nemico perché potrebbe portargli via un bel po' di voti e, quindi, di
sottopotere.
Peccato che l'astuto Bertinotti avesse dimenticato che le elezioni le ha vinte
Berlusconi, che non ha faticato molto per indurre alla ritirata un Paolo Mieli
che sarà pure un serio professionista liberale ma è anche uno attento al
borsellino e, visto che l'astuto Fausto non gli avrebbe certo versato la
differenza fra lo stipendio che prende con la RCS e quello (inferiore di due
terzi) che avrebbe preso in RAI, ha fatto garbatamente marcia indietro.
Meglio così, perché solo uno spregiudicato traffichino poteva concepire
un'operazione tanto indecente, degna delle peggiori lottizzazioni. Il fatto che
da questa vicenda Cofferati esca ancora più limpido e Bertinotti ancora più
inzaccherato è uno dei tanti autogol messi a segno da questo professionista del
fallimento. Peccato che le sue cazzate e quelle dei suoi scherani le paghino
tanti bravi compagni, che nel giro di pochi mesi si ritroveranno a portare acqua
ai mulini dei compagni Mastella, Rutelli, Boselli e Di Pietro... nello spirito
di Seattle e Porto Alegre, naturalmente, e magari pure con Carlo Giuliani nel
cuore.
Dejà vu, dejà vu...
Casarini cacciato a calci in culo da Livorno, non dalla polizia o dai
carabinieri, ma da "ultras" della locale squadra di calcio (che milita
dignitosamente in serie B), nonché a loro volta militanti no global. Brutta
storia, e non perché Casarini non meriti di essere ridimensionato: in fondo, è
un Bertinotti più giovane, con qualche capello e molti chili in più. Parolaio
come lui, cinico come lui, opportunista come lui.
Il brutto è che l'aggressione a Bertinottino è una notizia ghiotta, mentre le
tante aggressioni simili compiute o tentate da Disobbedienti molto obbedienti al
loro capetto non hanno mai avuto audience: bisogna andarsele a cercare su
internet, e si scopre che, dal 1999 in poi, non sono state mica poche. Anzi,
statisticamente, i Casarini boys se la sono presa molte più volte con altri no
global che con le forze dell'ordine. Insomma, chi la fa, l'aspetti.
Sono troppo avanti con gli anni per entusiasmarmi di fronte a certi esercizi
muscolari, che poi non mi piacevano nemmeno quando ero giovane. Penso, da
matusalemme quale sono, che il mondo sia ad un passo da un'orrenda carneficina,
che le nuove sturmtruppen a stelle e strisce (e con la stella di david) si
preparano a marciare con i loro scarponi in un'immensa pozzanghera di petrolio e
di sangue, che mai come ora sul mondo abbia soffiato il vento gelido
dell'olocausto nucleare... cari "ultras" del Livorno, non c'è qualcosa di più
urgente da fare che prendere a pedate Casarini?
P.S. Naturalmente,
l'allusione all'oculatezza economica di Paolo Mieli costerà al sito che si
ostina a voler ospitare le mie tirate la solita accusa di "antisemitismo". Poco
male, ormai ci si è fatta l'abitudine.