Reduce da una
brutta polmonite (tranquilli, adesso sto meglio di prima), ho fatto una scappata
a Roma, che resta la "mia" città anche se da qualche anno l'ho tradita per la
campagna toscana. Ho trovato la città invivibile come al solito, come era sotto
Giubilo e Carraro e come è rimasta sotto Rutelli e Veltroni. Tanto per dirne
una, dopo un'ora e mezza di attesa per un autobus, mi sono rassegnato a pagare
uno sproposito per un taxi, con annesso sproloquio fascistoide e razzista del
tassinaro. I taxi erano roba da ricchi dieci o venti anni fa, e lo sono tuttora.
I bar, invece, sono diventati roba da ricchi negli ultimi anni; ancora poco
prima del 2000, per un cappuccino e un cornetto te la cavavi anche con 1500 lire
(il "vecchio conio", come lo chiama il Bonolis), mentre adesso per la stessa
colazione ti partono minimo un euro e sessanta centesimi, che sarebbero più di
tremila svanziche del vecchio conio. E per farti dare lo scontrino devi
minacciare l'intervento di una forza multinazionale tipo Iraq. Eppure, un romano
del bar non può proprio fare a meno, e così mi sono ritrovato con tre vecchi
amici in uno di quei locali dove fino a ieri c'era il flipper con "il
Messaggero" appoggiato sul vetro - e se volevi fare una partita, dovevi litigare
con il vecchietto che leggeva attentamente ogni riga, comodamente puntellato con
i gomiti sul flipper medesimo - ed oggi, invece, fanno bella mostra di sé tre o
quattro macchinette mangiasoldi modello Las Vegas, e la differenza è che al
flipper al massimo potevi buttare qualche migliaio di lire, mentre con quelle
macchinette qualcuno ci si è rovinato. Potenza della modernizzazione.
Dunque, è in un bar che mi sono incontrato con tre vecchi e carissimi amici,
come nella bella canzone di Gino Paoli. Quattro amici al bar, tutti con una
lunga militanza politica alle spalle, tutti di buona cultura, tutti incazzati
come bestie per questa Italia governata da uno che in qualsiasi altro Paese
(tranne gli USA, ovviamente) sarebbe in galera o, se fortunato, latitante.
Questa Italia dove non gira un soldo (né del vecchio, né del nuovo conio), dove
tutti - destra e "sinistra" - ce l'hanno a morte con i pensionati, responsabili
del dissesto economico della Patria, quando servirebbero tanti soldini per
equipaggiare come si deve i nostri ragazzi in Iraq e portare velocemente a
termine la portaerei Conte di Cavour, iniziata da D'Alema e varata da Berlusconi.
Questa Italia dove i giovani restano a casa con i genitori fino ai quaranta ed
oltre, perchè nessuno li paga dignitosamente per il lavoro che fanno, e così mio
figlio, che di anni ne ha trenta, deve aspettare che io e sua madre gli lasciamo
la casa libera per poter scopare in santa pace con la morosa.
Breve: eravamo in quattro, e non ce n'erano due che la pensassero allo stesso
modo. Io mi nego sdegnosamente alla politica attiva, un altro si dedica
esclusivamente al sindacato (nel senso di Cobas) e gli altri due sono iscritti a
Rifondazione Comunista. Il sindacalista ce l'ha con me perchè, secondo lui, da
quando sono diventato un parassita latifondista (testuale), non mi frega più un
cazzo della lotta di classe, e non si smuove nemmeno quando gli faccio notare
che i miei centoventi ulivi e qualche filare di vite bastano appena per il
consumo famigliare, e comunque campo di pensione (buona, questo si, ma che devo
fare? Autoridurmela in solidarietà con i giovani precari?). I due rifondaroli,
invece, condividono l'idea che il loro Segretario sia un fetentone, ma
l'identità di vedute finisce lì: uno non vuole avere niente a che fare con il
centrosinistra e al prossimo congresso del partito voterà per Ferrando, l'altro
dice che si può rimanere comunisti anche insieme a Prodi e Fassino, se si
fissano alcuni "paletti" programmatici, e voterà la mozione dell'Ernesto. Tutti
e due sanno che vincerà Bertinotti, dunque ho la sensazione che si stiano
prendendo per i fondelli da soli.
Penso che, comunque vadano le cose, i "nostri ragazzi" resteranno in Iraq a fare
le truppe di occupazione e che i costi li pagheranno sempre i lavoratori e i
pensionati, anche se al governo ci andrà pure Bertinotti, che così risolverà il
problema delle migliaia di inetti che vivono solo grazie ad Assessori,
Presidenti di aziende privatizzate, portaborse, ecc. E leggo la stessa
consapevolezza negli occhi dei miei vecchi compagni, ma senza più nemmeno quel
lampo di ira che sempre si accendeva di fronte a qualunque ingiustizia. Anche
Arafat se ne è andato, e con lui un pezzo della nostra storia di gente che
voleva cambiare il mondo. Nonostante tutto lo zucchero che ci ho messo, il mio
cappuccino mi sembra amaro come il fiele.