Fra i tanti record nazionali, l'Italia deve
essere il Paese dove i partiti cambiano con maggiore frequenza. Prendiamo il
caso del vecchio Partito Comunista Italiano (PCI) , che diventa Partito
Democratico della Sinistra (PDS) all'inizio degli anni 90, poi Democratici di
Sinistra (DS) qualche tempo dopo e semplicemente Partito Democratico (PD) oggi.
Insomma, prima hanno tolto il comunismo, poi il partito, ora hanno rimesso il
partito ma hanno tolto la sinistra. E che dire della vecchia Democrazia
Cristiana (DC)? Si trasforma in Partito Popolare Italiano nel 91, poi si clona
in Centro Cristiano Democratico, Popolari, Udeur, Margherita, nuova DC, senza
contare i robusti insediamenti in Forza Italia e in Alleanza Nazionale, partito
a sua volta nato dallo scioglimento del MSI, insieme alle sue varianti più
rudemente cameratesche come la Fiamma Tricolore. Oggi, la gran parte della
vecchia DC confluisce nel PD, in una sorta di compromesso storico post mortem.
Non dimentichiamo il caro (nel senso di quanto ci è costato) Partito Socialista
Italiano: dalle sue ceneri sono nati lo SDI di Boselli e il Partito Socialista
di Craxi e De Michelis, poi lasciato solo dall'illustre rampollo della dinastia
Craxi, che ha
preferito accasarsi da qualche parte sotto l'Ulivo, mentre la sorellina ed altri
(Cicchitto, Boniver) hanno chiesto ed ottenuto asilo politico dal vecchio amico
di famiglia, Silvio Berlusconi. Tralasciamo le formazioni minori - Repubblicani,
Liberali, Socialdemocratici - che, peraltro, ritroviamo un po' in tutte le
coalizioni, come i Radicali, in parte al governo (di centrosinistra adesso, con
quello di centrodestra prima), in parte all'opposizione.
Alcuni personaggi sono
diventati il simbolo stesso del trasformismo. Prendiamo Cicciobello Rutelli:
radicale pannelliano negli anni 70, lo ritroviamo poi nei Verdi Arcobaleno,
formazione nata dall'incontro con una parte di Democrazia Proletaria.
L'arcobaleno evapora presto e restano solo i Verdi, nelle cui file Cicciobello
diventa sindaco di Roma. Smessi i panni troppo stretti dell'ambientalista e
colto da un'opportuna crisi religiosa (anticipando, in questo, fausto bertinotti),
Cicciobello diventa il leader della Margherita, in condominio con Romano Prodi,
candidandosi a raccogliere - lui, ex radicale! - una parte consistente
dell'eredità della vecchia Democrazia Cristiana.
Se non vi è ancora venuto il mal di testa, parliamo dei comunisti che non
seguirono Achille Occhetto e gli altri demolitori del vecchio PCI. Dopo alcuni
anni di convivenza nel nuovo Partito della Rifondazione Comunista (PRC), una
prima pattuglia di parlamentari e amministratori locali emigrò verso il PDS (o
era già DS?), dopo un'effimera stagione vissuta come Comunisti Unitari. Nel
1998, una parte del PRC seguì Armando Cossutta e Oliviero Diliberto nella
scissione da cui nacque il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), tanto
ferocemente governista quanto appariva - allora - movimentista la fazione che
faceva capo a fausto bertinotti. PdCI e PRC sono rimasti più o meno gli stessi,
in quanto a nome, ma il primo ha mantenuto le sue caratteristiche di formazione
interna senza se e senza ma alla coalizione di centrosinistra, mentre il secondo
- sotto la guida illuminata di bertinotti - si è riavvicinato al primo,
rientrando nella coalizione di centrosinistra e diventando a sua volta
governista senza se e senza ma. Tutti e due non hanno nulla a che fare con il
comunismo, ma si tengono stretto il simbolo con la falce ed il martello perchè
garantisce una cospicua rendita elettorale.
Adesso il mal di testa vi viene davvero, perchè l'entrata al governo del PRC ha
prodotto a sua volta alcuni nobili tentativi di mantenere o ricostruire per i
comunisti un ruolo diverso da quello di spazzolino da denti della coalizione di
centrosinistra. Delle aree critiche esistenti nel PRC, tre sono ancora lì:
quelli dell'Ernesto hanno votato tutte le schifezze che si potevano votare, dal
finanziamento alla guerra a quelli ai padroni (leggi: Finanziaria, scippo
del T.F.R., ecc.) e probabilmente l'Ernesto cui si ispirano dall'aldilà sta
urlando "not in my name, please!"; quelli di Sinistra Critica hanno anche loro votato tutto, poi
il loro senatore Franco Turigliatto non ce l'ha fatta più e non ha votato a
favore della politica estera di Massimo D'Alema. bertinotti si è incazzato
moltissimo e lo ha fatto sbattere fuori dal partito (solo lui, gli altri sono
ancora lì, come quelli dell'Ernesto, pur solidali con Turigliatto). L'altra area
critica rimasta nel PRC - Falce e Martello - non ha votato niente perchè non ha
nemmeno un parlamentare e si occupa più del Venezuela che delle vicende
italiane: li capisco, è sempre meglio occuparsi delle rivoluzioni altrui che
delle proprie miserie.
L'area di Marco Ferrando, invece, dal PRC si è decisa ad uscire da qualche mese,
ma non prima di aver perso una sua parte (che è rimasta nel PRC, non si sa bene
a fare cosa) e di essere abbandonata da un'altra, che ha dato vita (si fa per
dire) ad un gruppuscolo trotzkista, che ha naturalmente trovato subito anche la
IV Internazionale di riferimento, una delle tantissime che si costituiscono, poi
si scindono, poi si ricostituiscono, in un Risiko infinito di cui la storia e i
popoli nemmeno si accorgono. Altrettanto naturalmente, anche Ferrando ha deciso
che rischiava di diventare credibile come riferimento per una nuova forza
politica, ed ha pensato bene di espellere tutti quelli che avevano preso sul
serio i suoi appelli all'unità sui contenuti, e non sulle ideologie o sulle
appartenenze, così adesso potrà fare il leader indiscusso di un gruppuscolo
insignificante, si, ma proprio tutto suo. Da queste parti si dice di quelli come
Ferrando che sono talmente bischeri che, se trovano uno più bischero di loro, lo
ammazzano per mantenere il primato. Anche questo, in fondo, è un record
nazionale.