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Interrotto lo sciopero della fame, Oreste Scalzone ha lanciato un nuovo appello, questa volta perchè si apra un dibattito su crimine e politica. Bisognerebbe fare un po' di storia sulle ricorrenti iniziative per un provvedimento che chiuda una volta per tutte con le conseguenze giudiziarie dei movimenti e del conflitto sociale degli anni 70 e 80, ma che ora deve fare i conti anche con le nuove emergenze prodotte dalle risposte repressive al nuovo ciclo di lotte manifestatosi negli ultimi anni.
Fra la fine degli anni 80 e i primi anni 90, sono state presentate molte proposte di legge, tutte finite nel dimenticatoio una volta liquidata la "Prima Repubblica"; fra i responsabili dell'affossamento delle proposte di legge, il vecchio PCI - nonostante la sensibilità di esponenti come Cesare Salvi e Nichi Vendola - ma anche il PSI, il PRI e la Democrazia Cristiana, anche qui nonostante le importanti aperture di dirigenti come Flaminio Piccoli e Francesco Cossiga, che ebbe un ruolo di rilievo nella battaglia civile per la scarcerazione di Prospero Gallinari, cui la malattia rendeva impossibile continuare a vivere in prigione. Un discorso analogo attraversò la destra politica, che si divise fra chi sosteneva le proposte di amnistia e indulto (Fragalà, Nania, contraddittoriamente lo stesso Gianfranco Fini) e chi preferiva cavalcare tradizionalmente le pulsioni forcaiole della società.
Nel corso della "Seconda Repubblica", il tema è stato completamente abbandonato, anche dal "movimento". Ora, grazie all'iniziativa assunta da Marco Pannella, qualcosa sembra nuovamente muoversi. Ci auguriamo di trovarci nuovamente impegnati sul terreno della fine dell'incubo del carcere o dell'esilio per tanti compagni e compagne che continuano a pagare per l'assalto al cielo cui tanti hanno preso parte, anche quelli che ora siedono nelle redazioni di Mediaset, della 7 o dei giornali come Panorama e il Foglio, e sono diventati - dietro lauto compenso - i più feroci denigratori delle lotte e delle speranze di un periodo storico che ha cambiato in profondità il nostro Paese.
Noi non siamo pentiti della nostra storia e non abbiamo nulla da cui dissociarci: daremo il nostro contributo ad una battaglia di libertà, di verità e di civiltà che riguarda le nuove generazioni molto più di quanto possano immaginare.   

3 maggio 2005