CONTRIBUTI AL DIBATTITO PER IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

In questa pagina iniziamo a pubblicare gli interventi sul Movimento per il Partito Comunista dei lavoratori.

DUNQUE RICAPITOLIAMO

Il governo Prodi-PadoaSchioppa-Montezemolo (e schegge folcloristiche varie), come volevasi dimostrare, ha ingranato la quinta marcia per dirigersi a gran carriera nella direzione auspicata dai banchieri, dai grandi industriali e dal FMI: la prosecuzione delle politiche liberiste sancite a suo tempo a Maastricht, liberandosi dalla ormai troppo stretta camicia provincial-populista che Berlusconi, Bossi e Fini avevano fatto indossare all’Italia. Non è il presunto prestigio/decoro nazionale infangato dalle goffaggini berlusconiane, che ha fatto cambiare rotta a lor signori, questa è una favoletta di cui non importa un fico a nessuno di costoro, notoriamente la borghesia è molto più spregiudicata e smaliziata della classe lavoratrice, la morale ce la fanno bere a noi come se  fosse Oropilla o Ramazzotti. Loro pensano agli affari.
La posta in gioco, per i poteri economici sopra elencati che hanno cambiato cavallo (sostituendo il ronzino asmatico Berlusconi con l’aitante puledro Prodi) è la credibilità in campo internazionale che deriva dalla capacità di adeguarsi in fretta e con affidabilità ed efficienza a queste direttive economico-politiche: dissoluzione di ogni vincolo e ostacolo alla flessibilità senza limiti, (vedi l’introduzione quasi in sordina della normativa Prodi-Bolkenstein) alle privatizzazioni generalizzate, al controllo delle lotte sindacali e sociali (vedasi la repressione sistematica, con migliaia di denunce, di ogni manifestazione di dissenso). E al dominio dei mercati e delle materie prime.
La galoppata va sempre nella stessa direzione, il traguardo è quello stabilito in precedenza. Altrimenti non si spiegherebbe perché le riforme sostanziali varate da Berlusconi  vengano TUTTE mantenute: la Legge Biagi che precarizza i rapporti di lavoro (come d’altronde il ben più “pesante” pacchetto Treu varato dal primo governo Prodi), la controriforma Moratti all’istruzione. Di più: l’esercito di precari (oltre quattrocentomila) che permette il funzionamento dell’Amministrazione pubblica è destinata a restare tale, quando non a perdere anche il lavoro. Del resto, i ministri di Prodi parlano di centinaia di migliaia di esuberi nel pubblico impiego, di cui disfarsi. Così come di elevare l’età pensionabile a settant’anni, di reintrodurre ticket sulle prestazioni sanitarie, di tagliare fondi agli Enti locali, che già hanno cominciato ad aumentare in maniera impressionante tasse, tariffe e gabelle a carico dei contribuenti.
Aggiungiamo l’accelerazione del furto delle liquidazioni (TFR) a danno dei lavoratori, destinati ad un futuro incerto, ma sicuramente a stringere la cinghia per impinguare le burocrazie sindacali Cgil-Cisl-Uil-Cisal-Ugl, le banche e le compagnie assicurative.
Di far pagare la crisi a chi l’ha generata neanche a parlarne: la stessa Corte dei Conti ha denunciato l’assenza di una politica di controllo dell’evasione fiscale. Non ci sarà nessuna introduzione di tasse sulle rendite e sui patrimoni: lo slogan del governo è: paghi chi ha sempre pagato. Saranno solo i lavoratori a subire il peso crescente del carovita.
Il dogma liberista che impedisce qualsiasi politica di controllo sui prezzi anche di generi di prima necessità (“il libero mercato deve svilupparsi senza alcun vincolo, ci mancherebbe”), non vale naturalmente per i salari, inchiodati e congelati dal tasso d’inflazione programmata e dalla concertazione imposta dalle burocrazie confederali.
La grande corsa nell’ippodromo di lorsignori prevede un accelerazione esponenziale nella svendita del patrimonio pubblico, nelle privatizzazioni  generalizzate che stentavano a decollare con Berlusconi.

Anche i cittadini che hanno votato compatti per preservare la Costituzione dalla distruzione progettata dalle destre se ne facciano una ragione: ci penseranno i partiti del centro sinistra a snaturarla in senso liberista.

 Il “welfare” per il governo Prodi si riduce nella regolarizzazione, da molto tempo necessaria, di diverse centinaia di migliaia di immigrati, come richiesto dagli stessi industriali (non certo dei benefattori, ma piuttosto degli sfruttatori) che li impiegano come mano d’opera e non vogliono ostacoli.  Rimangono invece in funzione i CPT, campi di concentramento razziali e di detenzione  per persone colpevoli di nulla.

La direzione di marcia è la medesima anche per quanto riguarda la politica estera: disimpegnarsi dall’ Iraq (“come vuole il movimento pacifista”) e ritirare le truppe,  esattamente secondo il copione stabilito dal governo - guerrafondaio e di destra - di Berlusconi; mantenere le truppe in Afghanistan (“però riducendo il danno, come vuole il movimento pacifista”), esattamente secondo il copione stabilito dal governo - guerrafondaio e di destra - di Berlusconi! Il tutto ovviamente concordato con sua divina grazia l’imperialismo statunitense.
Oggi si aggiunge una nuova avventura militare in Libano a fianco del duetto Usa/Israele, “sotto l’egida della Nato, o se non si può, sotto le bandiere dell’Onu”. L’accettazione della strategia della guerra infinita di Bush è implicita, ma molto presto diverrà esplicita. D’altronde Prodi e D’Alema si sono proclamati i migliori amici degli USA, al punto da improvvisarsi maggiordomi di Condoleeza Rice in un summit di facciata che non poteva portare a nulla. Perché gli Stati Uniti che forniscono migliaia di cluster-bomb e di ordigni al fosforo bianco e napalm ad Israele sono i promotori della guerra di aggressione, non hanno nessuna intenzione di fermare le incursioni che loro stessi hanno programmato. Prodi e D’Alema d’altronde non hanno chiesto di fermare le incursioni israeliane, ritenute esagerate ma giuste nella sostanza. Si sono soltanto adoperati per fornire ascari e truppe cammellate per il controllo del territorio libanese, come richiesto dal regime sionista stesso, che ha invaso e devastato due paesi, il Libano e la Palestina.

Di fronte a questo sfacelo economico e sociale, a questa politica imperialistica che prosegue nella direzione tracciata dai precedenti governi, la capitolazione delle ex “sinistre radicali” è il fatto più significativo e di rilievo cui stiamo assistendo.
Tutte le argomentazioni che distinguevano, o così facevano apparire diversi il PRC, i Verdi, i Comunisti Italiani, rispetto ai partiti “perbene” del centro sinistra, - “un altro mondo è possibile”, “partire dagli ultimi”, “no alla guerra senza se e senza ma” - si sono liquefatte come un sorbetto al caldo sole di luglio.

Esaurendosi ogni spazio per le politiche riformiste, le forze politiche che le teorizzano, o rompono con gli alleati borghesi liberali e imbastiscono una critica coraggiosa delle loro posizioni passate, oppure decidono di andare avanti così, e non possono far altro che adeguarsi tirando i remi in barca. Questo è quanto hanno deciso di fare. Possono sì raccontare bugie, con il fiato corto, ma molto corto! A neppure tre mesi dalla nascita del governo di centro-sinistra sembra che sia già esaurito tutto l’ossigeno a loro disposizione. Sono come convitati di pietra, verso i quali gli altri commensali rivolgono tutt’al più qualche occhiata distratta. Sarebbero cavoli loro – verrebbe da dire – se non fosse che la miseria morale di cui si sono ammantati genera miseria materiale per i lavoratori.
Tutte le componenti, anche quelle presunte alternative, si sono appiattite al dogma del governismo e della fedeltà alla squadra del cuore ed al patriarca Prodi. Temono di essere sostituiti dai centristi UDC, un timore infondato, i padroni non hanno paura di loro, li tengono per le briglia e sanno che non costituiscono un ostacolo.
Si aggrappano a Prodi “Altrimenti torna il Berluska!” Panico! Perché? Forse potrebbe far lui quello che già riesce così bene ai “nostri”?

El sueño de la razón produz monstruos.

E’ interessante osservare come è stato facile rinnegare e smentire, estinguere le proprie ragioni fondanti, i tratti distintivi lungamente rivendicati, per i cosiddetti dissidenti di Rifondazione.

Così come a suo tempo i cossuttiani-dilibertiani hanno rinnegato in un soffio la propria impostazione apparatnik-granitico-partitista – scindendosi dal partito pur di sostenere un governo borghese - Ma come! Proprio Cossutta  - che sembrava gli avessero cucito il partito addosso assieme all’abito della cresima -  si è messo a spaccare con la massima disinvoltura Rifondazione Comunista!
In seguito i “comunisti” patriottardi e tricolorati, (in compagnia dei grigio-verdi di Pecoraro Scanio), hanno superato se stessi, accettando la guerra “umanitaria” della Nato con le bombe all’uranio su Belgrado e su tutto il territorio Yugoslavo. Nel nome dell’internazionalismo proletario, ovviamente!

Oggi i seguaci di Erre-Sinistra Critica – quelli per intenderci “per natura più vicini e sensibili alle ragioni dei movimenti”, hanno voltato le spalle ad essi in nome della fedeltà ferrea al partito di Bertinotti ed al governo dei banchieri. Quando si sono trovati con il cerino acceso in mano hanno avuto un attacco di tachicardia: far cadere Prodi e rinunciare agli scranni parlamentari (perché Bertinotti mai più li avrebbe ricandidati) o votare per rifinanziare le imprese afgane e la finanziaria lacrime e sangue di Padoa Schioppa? Di colpo per loro si sono volatilizzate le ragioni dei lavoratori, dei movimenti pacifisti e no-global, (nei quali si erano sciolti per anni meglio dell’Alka-Seltzer) non ci sono più le aggressioni dell’imperialismo, ma solo la consistenza del velluto che riveste le  poltrone in cui siedono. Tutto nel nome della riduzione del danno – Malabarba e Turigliatto tengono in pugno la Nato, se alzano un dito, fra sei mesi si vedrà se rinegoziare la missione di guerra oppure no! Nel frattempo… cercate di ammazzarne di meno! E’ tutto quanto ci si può aspettare dalla sezione italiana del “Segretariato Unificato della Quarta Internazionale”? Ma questi si sono dati all’ippica per davvero!
Loro sì che sono responsabili, ponderati, avveduti, ragionevoli, ecc. E accusano Progetto Comunista di aver spaccato il partito – orrore! Un partito operaio come Rifondazione! “indebolendo” la forza degli oppositori interni! Ma glielo ha prescritto il dietologo di trovarsi in questa difficile collocazione? Quando Progetto Comunista ha presentato una mozione per vincolare i parlamentari a non appoggiare le missioni di guerra, Malabarba, Turigliatto & Grassi hanno votato contro. La loro è un’opposizione fasulla e di comodo alle capitolazioni bertinottiane. Non piangano lacrime di autocommiserazione.
Oggi il loro orizzonte, con cui si presenteranno (se ne avranno il fegato) di fronte ai lavoratori, è quello della “riduzione del danno” e del “condizionamento a sinistra” verso Prodi, Padoa Schioppa, Mastella, D’Alema, & compagnia galoppante. Nessun salvagente verso costoro. Ci penserà Prodi a cuocerli trifolati a puntino. Li lascio macerare nel loro brodo di vegetazione e passo oltre.

Costruire un’alternativa a Berlusconi ed al berlusconismo  non è possibile se non si sconfigge l’offensiva padronale di Prodi che ne prosegue l’operato. Sarà un organizzazione – un partito – comunista, marxista rivoluzionario che potrà ridare una speranza alla classe operaia e a tutti i lavoratori. Oppure le delusioni e le disillusioni produrranno un reflusso generalizzato, “un’andata a casa" a tutto vantaggio delle destre reazionarie.
Quel che manca e che va creato è  un lungo percorso unificante e di riorganizzazione del malcontento sociale e una sua trasformazione in consapevole partecipazione di massa alla lotta di classe. Contro il governo borghese che sta infliggendo duri colpi ai lavoratori. E lo si potrà fare costruendo un’organizzazione, il Movimento Costituente per il Partito Comunista dei Lavoratori, che si batterà per farla finita con tutte le ambiguità dei governi dei padroni “amici” dei lavoratori, dei comunisti alleati con i  buonisti con la missione Nato e le bombe a frammentazione nel cassetto e la strizzatina d’occhio al disobbediente di turno, dei sindacalisti collaborazionisti e pompieri con cui andare a braccetto,  e così via. 

Va estesa e sviluppata la partecipazione dei militanti alle lotte sindacali, per unificare le lotte dei lavoratori sui contenuti, a prescindere dalle sigle di appartenenza. Oggi molti compagni della sinistra di classe aderiscono individualmente alla Rete 28 Aprile Cgil o al sindacalismo di base. Sarà opportuno coordinarci. Personalmente considero molto più vivace e suscettibile di ulteriori sviluppi l’intervento nei sindacati di base, in crescita tra i lavoratori, mentre trovo poco produttivo lo sforzo di chi pratica la minoranza della minoranza dentro la Cgil. Ma ammetto che la mia è una visione di parte (sono iscritto RdB/CUB). E’ certamente vero che settarismi e comportamenti autoconservativi dei gruppi dirigenti (o di una parte di essi) sono presenti nei sindacati di base, ed hanno fin ora impedito  la loro unificazione in una sola, significativa Confederazione. E’ anche vero che c’è stato lo sforzo di presentarsi unitariamente in occasione di scioperi generali da parte di quasi tutte le sigle. E’ questa una  direzione di marcia promettente.

E’ con tutta evidenza necessaria una organizzazione di classe che conti sulle proprie forze (esigue che possano essere), che sia indipendente ed antitetica all’ organizzazione del consenso sociale dei padroni e dei loro alleati. Che si presenti con le carte in regola (nessuna collusione con il sistema, nessuna poltrona da rivendicare,) a cospetto dei lavoratori e dei movimenti di lotta, che li organizzi e che ne assuma la direzione, per costruire, sviluppare, estendere  l’opposizione dei lavoratori alle politiche padronali.
Un partito che abbia la sua centralità nel movimento operaio, che sia individuato facilmente come lo strumento di riferimento della classe.
Il grande disorientamento che vivono oggi i movimenti, dopo una breve stagione di vivacità, è causato dalla pioggia di ambiguità e di panzane costruita ad arte soprattutto dal gruppo dirigente di Rifondazione, ma non solo. Soltanto creando una consapevolezza anticapitalistica si potranno rilanciare i movimenti. Un compito per il partito di classe.
Tutto ciò non entra in contraddizione e non impedirà affatto di partecipare, promuovere ed organizzare lotte non immediatamente collegabili con la difesa della classe operaia, come ad esempio le lotte per la difesa della qualità della vita delle popolazioni minacciate, si pensi al movimento NO TAV. Perché neanche le  lotte per la difesa dell’ambiente naturale possono essere vincenti se a guidarle saranno gli alleati del grande padronato, che notoriamente considera l’ambiente una pattumiera senza fondo.
Non mi faccio illusioni, sarà una stagione difficile e faticosa, ci vorranno anni. Nulla pioverà dal cielo, ma tutto dovrà essere  guadagnato. Partiremo certo in pochi. Ma non ci sono scorciatoie. Qui si tratta di ricostruire la rappresentanza politica del movimento operaio dalle fondamenta o quasi. Un partito che assuma come intervento principale il duro, anonimo e spesso poco gratificante lavoro di propaganda prodotto da militanti sul territorio, nei posti di lavoro, nelle situazioni di lotta. L’unico lavoro che però alla fine produce radicamento sociale, e non consenso virtuale.
La pratica militante dovrà marciare di pari passo con un rinnovato impegno allo studio, troppe domande restano oggi senza risposta se ci mancano gli strumenti per comprendere le dinamiche sociali, i processi di ricomposizione della classe lavoratrice ecc. Pertanto  occorrerà sviluppare, oltre al lavoro di organizzazione e propaganda,   anche l’elaborazione teorica, ideologica e lo studio, il confronto senza alcuna presunzione con altre realtà marxiste e situazioni di lotta. 

Umberto Cotogni mPCL La Spezia                        28/07/2006

COSA VUOI DI PIU’, COMPAGNO, PER CAPIRE…

La nascita del Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori è prima di tutto una boccata di ossigeno. Fuori dai denti: non se ne può più di compagne e compagni che dicono peste e corna di Rifondazione Comunista, ne denunciano pubblicamente le nefandezze ma poi, a conti fatti, non riescono a fare di meglio che continuare a vivacchiare all’interno di quel partito, macerandosi nell’emarginazione e nel mugugno perpetuo.
Il ritornello di una vecchia canzone dice: "Cosa vuoi di più, compagno, per capire…". Non che sia suonata l’ora del fucile, ma che rimanere ad aspettare Godot dentro o ai margini del PRC è ormai privo di senso.
Sono passati più di quindici anni da quando, dando corpo alle aspettative ed alla determinazione di migliaia di comunisti, nasceva il PRC, risposta alla svolta di Occhetto, ma non solo. L’ambizione era quella di rifondare un pensiero ed una pratica comunisti sulle macerie del socialismo realizzato e nel contesto della "vittoria finale" del capitalismo, che qualcuno si spinse ad interpretare addirittura come fine della Storia. Qualcuno ricorderà, immagino, la valanga di autorevoli sciocchezze che inondava quotidianamente giornali, libri, televisioni: è finita la lotta di classe, è finita la divisione del mondo in blocchi contrapposti, sono finite le ideologie, un luminoso avvenire di serenità, di pace e di progresso ci attende, e il nome di questo avvenire è "democrazia".
Qualcuno ricorderà anche che le cose non andarono esattamente come profetizzavano i cantori della nuova era: i bombardamenti a tappeto sull’Iraq rivelarono il volto di un’Italia che, per la prima volta dal 1945 e in palese violazione della sua stessa legge fondamentale, si voleva mettere al passo delle altre potenze e reclamava il suo diritto di concorrere allo sfruttamento del sud del mondo. Dopo qualche anno e qualche altra tonnellata di bombe, umanitarie o meno, il tricolore sventola sul petrolio iracheno, sul corridoio strategico che passa per l’Afghanistan e, naturalmente, su quel che resta della Jugoslavia, una nazione che aveva tentato una sua originalissima via al socialismo e che ora è ridotta ad uno spezzatino sanguinolento.
Se il buon nome dell’Italia all’estero è stato così volenterosamente promosso, che dire delle condizioni di vita dei nostri lavoratori e delle nostre lavoratrici? Nel giro di meno di un ventennio, delle straordinarie conquiste sociali e politiche dei decenni 60 e 70 non resta quasi nulla: il lavoro è stato precarizzato in ogni modo possibile ed immaginabile, i diritti e le tutele ridotti al lumicino, la scuola pubblica conciata un po’ come la ex Jugoslavia, la stessa Costituzione già manomessa un paio di volte. E mi fermo qui, per non indurre ulteriore disperazione in chi legge.
In tutto questo sconquasso, il Partito della Rifondazione Comunista ha avuto il merito di rappresentare, bene o male, una prospettiva alternativa, la possibilità di organizzarsi e lottare non solo per qualche obiettivo parziale e immediato, ma anche per una vera alternativa di società. La rottura con il primo governo Prodi e l’opposizione all’aggressione umanitaria contro la Jugoslavia rappresentarono per molti – me compreso – la conferma che, nonostante errori e limiti evidenti, Rifondazione Comunista era la sola alternativa politica credibile ad un "bipolarismo" dove entrambi gli schieramenti condividono le medesime opzioni di fondo.
Da qualche anno, di tutto questo non resta nulla. Ritengo inutile ripercorrere le tappe della lunga marcia di bertinotti e dei suoi famigli verso il governo, anche perché ne ho parlato e scritto molto e penso che possa essere sintetizzata da due immagini a contrasto: la prima è quella del Segretario dell’unico partito che si oppone alla guerra, ai bombardamenti assassini su Belgrado, Pancevo e le altre città jugoslave, marciando in testa ai cortei pacifisti e sfidando l’isolamento politico e istituzionale; la seconda - molto più recente - è quella dello stesso personaggio che, divenuto Presidente della Camera, assiste alla sfilata delle forze armate e dei loro potenti mezzi, in compagnia di generali e ammiragli, con una microscopica spilletta arcobaleno sul bavero della giacca di marca come vezzoso ricordo dei suoi lontani trascorsi pacifisti. In mezzo ci sono state tante cose: la complicità con i governi locali più liberisti e cementificatori, il ripudio della lotta di classe, il ridimensionamento della Resistenza, la liquidazione in blocco del Novecento, l’adesione ad una mistica della nonviolenza la cui risultante è l’assenza di solidarietà con i popoli costretti alla lotta dalla violenza dell’imperialismo e del colonialismo, assenza di solidarietà magnificamente rappresentata dalla lunga sequenza di sabotaggi e criminalizzazioni verso le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese.
Avendo avuto il "privilegio" di far parte della Federazione romana del PRC, ho potuto farmi un’idea precisa del cosiddetto laboratorio romano e dello spazio riservato allo stesso PRC: uno spazio di sottogoverno clientelare in cambio della collaborazione allo svuotamento dall’interno dei movimenti. Dal 1997 (anno di avvio dell’ingresso del PRC nella maggioranza di Francesco Rutelli) ad oggi, anche grazie alla collaborazione del PRC a Roma è stata smantellata ogni parvenza di servizio pubblico, eccezion fatta per i vigili urbani: regalata ai privati la Centrale del Latte, privatizzata metà dell’ACEA, privatizzata gran parte del trasporto pubblico, aumentate le privatizzazioni nei servizi sociali, concesse autorizzazioni per centinaia di antenne alle multinazionali della telefonia mobile, approvato un Piano Regolatore che farà piovere sulla città qualcosa come 64 milioni di metri cubi di cemento, in presenza di una sostanziale diminuzione demografica. Ma non basta: mentre Rutelli prima, e Veltroni poi, contribuivano all’arricchimento di speculatori e palazzinari, i diritti dei lavoratori hanno continuato ad essere calpestati, come ha dimostrato la vicenda delle Delibere di iniziativa popolare sugli appalti del Comune per opere e servizi, delibere rimaste inapplicate, con il risultato che migliaia di operatori dei servizi sociali e di lavoratori edili continuano ad essere sfruttati selvaggiamente con la complicità del laboratorio romano. In compenso, un ragguardevole numero di carrieristi e sottopancia con la tessera del PRC in tasca ha trovato collocazione e stipendio in assessorati e consigli di amministrazione delle ex aziende pubbliche privatizzate.
Guardando questo quadro – che ho tinteggiato a colori sin troppo tenui – provo compassione per i compagni e le compagne onesti che vedono il quadro come e meglio di me, ma hanno paura di saltarne fuori. Non li giudico, figuriamoci, ma credo di avere il diritto di chiedere loro cosa vogliono di più per capire che è ora di fare le valige e portare la propria esperienza e le proprie competenze altrove, dove si rimette mano all’impresa tradita e liquidata da quelli che si spartiscono allegramente Ministeri e Assessorati insieme ad ex democristiani, ex socialisti e servi vari di padroni, banchieri, generali, vescovi e compagnia. E se la compagnia è questa, molto meglio stare da soli.

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Oggi, stare da soli significa operare per rompere il bipolarismo che ingessa il sistema politico e tenta di renderlo impermeabile al conflitto sociale. Il PRC, da avversario irriducibile del bipolarismo e del maggioritario, si è ridotto a "presidio dell’alternanza" ed a ruotino di scorta dei supporters del maggioritario, come si è tristemente visto in occasione della riforma paraproporzionale della legge elettorale del governo Berlusconi. Per il costituendo Partito Comunista dei Lavoratori, la rottura del bipolarismo è un terreno di battaglia politica fondamentale. Qui come altrove, non si tratta soltanto di raccogliere la bandiera che bertinotti e i suoi hanno gettato via, ma di chiamare a raccolta le migliori energie che nel Paese si sono già spese nel generoso tentativo di opporsi alla deriva maggioritaria della sinistra, vale a dire lo schieramento che ha dato vita al movimento della Sinistra per il Proporzionale, vero zoccolo duro della resistenza allo stravolgimento in senso presidenzialista del sistema politico italiano, perseguito sia dal centrodestra che dal centrosinistra.
Per il nuovo movimento politico, la strada è tutta in salita, proprio perché non si tratta solo di riannodare i fili di un discorso interrotto – il che è già di per sé importante – ma anche di iniziare discorsi nuovi, percorrere altre strade. Allo stato attuale, non sono tanto sicuro di quello che bisognerebbe fare, ma sono ragionevolmente certo di quello che non bisogna assolutamente fare, e nemmeno dare l’impressione di voler fare.
Bisogna innanzitutto liquidare immediatamente anche la sola parvenza di arroccamento ideologico, il che significa dare concretezza al sacrosanto assunto che l’adesione al nuovo movimento avviene in base alla condivisione di elementi politici e programmatici, non ideologici. Purtroppo, non sono tanto giovane da aver iniziato da poco ad occuparmi di politica, e di gruppi e gruppetti ideologici ed autoreferenziali ne ho visti tanti, abbastanza per essere assolutamente convinto che non c’è bisogno di inventarne un altro, tanto ce ne è già per tutti i gusti: trotzkisti, marxisti-leninisti, stalinisti, bordighisti, spartachisti, maoisti, tutti con il loro giornalino e i loro volantini da distribuire alla manifestazioni organizzate da altri e tutti così convinti di essere i detentori della giusta ricetta rivoluzionaria che non si capisce come mai la rivoluzione non l’abbiano già fatta. Non è di questo che c’è bisogno, ma di un’organizzazione che abbia la capacità di seguire una linea politica di classe e alternativa al bipolarismo capitalista in sintonia con i movimenti di oggi, che non saranno quelli degli anni 60 e 70 ma testimoniano comunque del disagio e dell’insofferenza provocati, a vari livelli, dallo stato di cose vigente. L’alternativa al bipolarismo non è una velleità estremistica e anacronistica: la tragicomica vicenda della Lista Arcobaleno alle recenti elezioni romane dovrebbe aver mostrato a tutti come non sia possibile praticare un terreno di lotta e di battaglia politica all’ombra del centrosinistra, sia perché è illogico e intrinsecamente contraddittorio, sia perché – come si è visto – i primi a considerare non credibile una simile ipotesi sono proprio quei soggetti sociali che avrebbero dovuto esserne protagonisti.
Dobbiamo costruire gli ambiti in cui possa riprendere fiato e vigore il dibattito sull’attualità e le prospettive dell’alternativa anticapitalista, che – per quanto mi riguarda – si chiama Comunismo, alla luce di tutte le trasformazioni avvenute nella composizione del proletariato multinazionale e nello scenario dei rapporti di forza internazionali. Per questo motivo ritengo che l’opposizione "senza se e senza ma" alla guerra ed alla partecipazione italiana alle guerre sia un elemento centrale dell’azione politica e di massa del nuovo movimento, non meno dell’iniziativa per la ridefinizione e ricostruzione di un fronte di classe e alternativo in grado di dare battaglia, qui ed ora, all’evoluzione antipopolare ed autoritaria in atto nel nostro Paese. Credo sia questa la scommessa del Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori, una scommessa che vale la pena di contribuire a far vincere.

Germano Monti (ex Comitato Politico Federale del PRC di Roma)
30 giugno 2006


Nasce il nuovo partito comunista dei lavoratori, anche in Molise

(29 giugno 2006)

Il 18 giugno scorso si è svolta a Roma la manifestazione di presentazione nazionale del movimento costitutivo del Partito Comunista dei Lavoratori. Presente anche la delegazione molisana uscita dal PRC per aderire alla storica iniziativa che ha dato vita alla sezione regionale nominando come coordinatore per il Molise Tiziano Di Clemente.
Il movimento nasce da un’esigenza sociale di fondo: creare una reale alternativa alla minaccia berlusconiana e all’Ulivo, entrambi portatori di interessi legati ai poteri forti industriali e bancari, di fronte al PRC che ha concluso la sua parabola entrando in un governo di stampo liberista che nega alla radice tutte le ragioni sociali dei lavoratori e delle masse popolari che aveva raccolto.
E una alternativa è tale solo se mette in discussione le basi stesse della società capitalistica.
In Italia le classi dominanti, la grande industria, le grandi banche, ora tramite il reazionario Berlusconi ora tramite l’Ulivo, si sono rese protagoniste di un autentico saccheggio del paese e delle sue risorse. Attraverso il ladrocinio su salari, pensioni, servizi, sanità, istruzione. Attraverso la privatizzazione di tutti i gangli strategici dell’economia. Attraverso la roulette di scalate e speculazioni finanziarie ai danni di lavoratori, consumatori, piccoli risparmiatori.
Un’alternativa è tale se mette fine a questo scempio, riorganizzando la società su basi nuove, assicurando le leve del potere ai lavoratori e alle lavoratrici, alla loro organizzazione alla loro forza.
Collegare le lotte di ogni giorno a questa prospettiva è la ragione fondante del Partito Comunista dei Lavoratori. Ricondurre questa lotta alla prospettiva socialista internazionale, a partire dallo sviluppo di una organizzazione internazionale dei lavoratori, è suo compito centrale.
Il nuovo governo dell’Unione si presenta, non a caso, col biglietto da visita di una nuova manovra economica di tagli sociali e sacrifici contro i lavoratori per finanziare i padroni con il cosiddetto “cuneo fiscale”, di un ennesimo rifinanziamento delle missioni militari, a partire dall’Afghanistan e dell'adesione alla politica UE di boicottaggio contro l'ANP e il popolo palestinese.
Il coinvolgimento del PRC e di tutte le sinistre in questo governo avrà l’unica funzione di coprire quella politica agli occhi dei lavoratori e delle masse popolari , privandole di ogni riferimento di opposizione.
Non ci rassegneremo a lasciare pericolosamente a Berlusconi il monopolio dell’opposizione, di stampo populista.
E’ necessario un partito di opposizione alle classi dominanti e al loro governo, impegnato nelle lotte e nei movimenti, per rilanciare un’opposizione sociale di massa nel paese, che unifichi in una grande vertenza generale la rivendicazione di un forte recupero salariale, dell’abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro, del salario sociale ai disoccupati, della nazionalizzazione sotto controllo operaio delle industrie in crisi o che licenziano, che sostenga senza riserve le lotte popolari contro le grandi opere, come la TAV; l'abrogazione delle leggi Moratti- Zecchino sull'istruzione; la piena affermazione di diritti e ragioni di tutti i lavoratori immigrati, contro le leggi reazionarie degli ultimi 10 anni; i pieni diritti civili per tutti/e contro la reazione clericale oscurantista. E' necessaria un’ opposizione che colleghi le lotte dei lavoratori in Italia alle lotte dei popoli oppressi dall'imperialismo per la propria liberazione: a partire dal popolo palestinese e irakeno.
Lo insegnano la lotta a oltranza dei lavoratori di Melfi, la lotta delle masse della Basilicata contro il progetto del sito di deposito radiottivo di Scanzano, la recente rivolta sociale dei giovani e dei lavoratori francesi e la loro vittoria: solo una autentica esplosione sociale può strappare risultati e conquiste.
Costruiamo dunque insieme un nuovo cammino: il movimento costitutivo di una nuova forza comunista che stia, fino in fondo, dalla parte dei lavoratori e degli sfruttati.

2006-06-28

IL COORDINATORE REGIONALE
Tiziano Di Clemente


Padova: si conclude l’esperienza storica del PRC quale forza d’opposizione, si rende necessario per i comunisti un nuovo cammino politico

(28 giugno 2006)

Alle compagne e ai compagni iscritti al Partito della Rifondazione Comunista
Ai segretari dei circoli del PRC
Ai Comitati Politici Provinciali del PRC
Alle Segreterie Provinciali del PRC
Al Comitato Politico Regionale del PRC
Al Segretario Regionale del PRC
Al Comitato Politico NAZIONALE del PRC
Al Segretario Nazionale del PRC


Care compagne e cari compagni,
dopo un periodo abbastanza lungo di riflessione, vi comunichiamo la nostra decisione di dimetterci dal Partito della Rifondazione Comunista.
Infatti col voto di fiducia al governo Prodi e l’ingresso in tale governo riteniamo si concluda l’esperienza storica del PRC quale forza d’opposizione e si renda necessario per i comunisti un nuovo cammino politico.
Il PRC nacque quindici anni fa come “cuore dell’opposizione” contro la deriva governativa del PDS, contro la nascente Europa di Maastricht, contro l’alternanza del bipolarismo maggioritario, contro la concertazione del luglio 92-93. Per questo raccolse le energie e le speranze di un vasto settore di lavoratori e di giovani alla ricerca di un’altra sinistra, finalmente coerente, finalmente alternativa alle classi dirigenti del paese.
Ma questa domanda è stata privata sistematicamente di un progetto anticapitalistico di riferimento lungo una infinita altalena di svolte e controsvolte che ha depresso e demotivato potenzialità enormi.
Oggi, 15 anni dopo, il PRC ha concluso la sua parabola entrando in un governo che nega alla radice tutte le ragioni sociali che il partito ha raccolto e tutte le sue bandiere fondative: un governo guidato dai massimi tutori dell’Europa di Maastricht, basato su un organica coalizione di alternanza, fondato su un programma di concertazione e di “alleanza leale con gli Stati Uniti”. Un governo sostenuto dai vertici della Confindustria e dalle principali banche del paese. Un governo che si presenta, non a caso, col biglietto da visita di una nuova manovra economica di sacrifici, di un ennesimo rifinanziamento delle missioni militari, a partire dall’Afghanistan e dell'adesione alla politica UE di boicottaggio contro l'ANP e il popolo palestinese.
Il coinvolgimento del PRC e di tutte le sinistre in questo governo avrà l’unica funzione di coprire quella politica agli occhi dei lavoratori e delle masse popolari , privandole di ogni riferimento di opposizione.
Abbiamo cercato a lungo, con tutte le nostre forze, di scongiurare quest’esito. Lungo tutta la storia del PRC ci siamo battuti per affermare nel partito una prospettiva coerentemente anticapitalistica che fondasse il carattere strategico dell’opposizione ai governi delle classi dominanti. E in questo quadro abbiamo difeso il partito e il suo ruolo di opposizione dalle scissioni filogovernative di sue minoranze dirigenti, prima di Crucianelli, poi di Cossutta. Oggi è la maggioranza dirigente del PRC a imporre la scissione governativa del partito dalle sue ragioni e radici.
Fino all’ultimo momento utile ci siamo battuti, nel Partito, per sbarrare il passo a questa corsa governista, per tenere aperta la via di una inversione di marcia: chiedendo una verifica democratica interna sul programma dell’Unione, prima e dopo la campagna elettorale.
Ora è giunto il momento di un assunzione di responsabilità, in coerenza con tutto il nostro percorso. Così come siamo stati leali, sino all’ultimo, verso un Partito di opposizione, non seguiremo la sua trasmutazione in Partito di governo. Abbiamo detto al Congresso di Venezia che una opposizione di classe e comunista è irrinunciabile in Italia: dunque non vi rinunceremo. Non ci faremo corresponsabili di un passaggio di campo di tutte le sinistre nel governo della grande industria e delle grandi banche. Non collaboreremo a privare le lotte dei lavoratori e dei giovani di un proprio punto di riferimento politico autonomo come vorrebbero le classi dirigenti del paese. Non ci rassegneremo a lasciare pericolosamente a Berlusconi il monopolio dell’opposizione , di stampo populista. In ogni caso non baratteremo i nostri principi , la difesa dei lavoratori, la rifondazione comunista con la negoziazione di cariche e di ruoli. Perché l’unica ragione del nostro impegno politico è la difesa delle classi subalterne e la lotta per una prospettiva socialista.
In anni di militanza nel Partito abbiamo dovuto constatare la progressiva involuzione della sua politica e il progressivo allontanamento del Partito stesso dalle esigenze e dai bisogni materiali e politici della classe lavoratrice che si sono concretizzati in Veneto nella quasi totale scomparsa dei circoli operai, nell'incapacità del Partito di investire politicamente e concretamente nella classe lavoratrice, che, ad esempio, hanno portato il Partito a proporre alle lavoratrici e ai lavoratori la totale subordinazione rappresentata dalla candidatura a presidente della Regione per il centrosinistra dell'industriale Massimo Carraro.
Il Partito che è nato con lo scopo di rappresentare gli interessi generali della classi dominate, si è trasformato in breve tempo, a nostro avviso, in "Partito leggero" che ha esautorato le sue istanze interne di ogni potere decisionale a favore degli esecutivi provinciali e regionali.
Per tutto questo dichiariamo oggi le nostre dimissioni dal partito e dai suoi organismi dirigenti e facciamo appello a tutti i sinceri comunisti, ovunque collocati, per intraprendere insieme una nuova prospettiva politica: la prospettiva della costruzione di un Partito Comunista dei Lavoratori. Di un partito di opposizione alle classi dominanti e al loro governo, impegnato nelle lotte e nei movimenti. Di un Partito che lotta per l’autonomia del movimento operaio e di tutti i movimenti di lotta dalle coalizioni borghesi di alternanza: a favore della costruzione di un polo autonomo di classe e anticapitalistico. Di un partito che lavora a ricondurre ogni conflitto e rivendicazione immediata ad una prospettiva di alternativa di società e di potere, su scala nazionale ed internazionale.
E’ necessario rilanciare un’opposizione sociale di massa nel paese, che unifichi in una grande vertenza generale la rivendicazione di un forte recupero salariale, dell’abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro (pacchetto Treu e Legge 30), del salario sociale ai disoccupati, della nazionalizzazione sotto controllo operaio delle industrie in crisi o che licenziano. E' necessaria una opposizione radicale che sostenga senza riserve le lotte popolari contro le grandi opere, come la TAV ; l'abrogazione delle leggi Moratti- Zecchino sull'istruzione; la piena affermazione di diritti e ragioni di tutti i lavoratori immigrati, contro le leggi reazionarie degli ultimi 10 anni; i pieni diritti civili per tutti/e contro la reazione clericale oscurantista , antifemminile e anti omosessuale, che trova sponde in ampi settori del centrosinistra . E' necessaria una opposizione che colleghi le lotte dei lavoratori in Italia alle lotte dei popoli oppressi dall'imperialismo per la propria liberazione: a partire dal popolo palestinese e irakeno.
Lo insegnano la lotta a oltranza dei lavoratori di Melfi nella primavera del 2004 strettamente legata nella sua radicalità e nei suoi protagonismi alla lotta delle masse della Basilicata contro il progetto del sito di deposito radioattivo di Scanzano, così come la recente rivolta sociale dei giovani e dei lavoratori francesi e la loro vittoria: solo una autentica esplosione sociale può strappare risultati e conquiste. Solo sul terreno della lotta di classe è possibile riaprire il varco di una alternativa anticapitalistica.
E una alternativa è tale solo se mette in discussione le basi stesse della società capitalistica.
In Italia le classi dominanti, la grande industria, le grandi banche sono protagoniste di un autentico saccheggio del paese e delle sue risorse. Attraverso il ladrocinio su salari, pensioni, servizi, sanità, istruzione. Attraverso la privatizzazione di tutti i gangli strategici dell’economia. Attraverso la roulette di scalate e speculazioni finanziarie ai danni di lavoratori, consumatori, piccoli risparmiatori.
Un’alternativa è tale se mette fine a questo scempio. E’ tale se nazionalizza la grande industria, le grandi banche sotto il controllo dei lavoratori e delle masse popolari. E’ tale se riorganizza la società su basi nuove, assicurando le leve del potere ai lavoratori e alle lavoratrici, alla loro organizzazione alla loro forza.
Collegare le lotte di ogni giorno a questa prospettiva è la ragione fondante del Partito Comunista dei Lavoratori. Ricondurre questa lotta alla prospettiva socialista internazionale, a partire dallo sviluppo di una organizzazione rivoluzionaria internazionale dei lavoratori, è suo compito centrale.
Diamo dunque avvio al Movimento Costitutivo di tale Partito, rivolgendoci nel modo più aperto a tutti i compagni e le compagne, ovunque collocati, disponibili a convergere in questa impresa. Ci rivolgiamo ai tanti/e compagni/e del PRC che, al di là delle diverse collocazioni congressuali, si sono battuti contro la svolta governativa del partito.
A tutti questi compagni/e, nel profondo rispetto della loro storia, diciamo: costruiamo insieme un nuovo cammino. Alla costituente di una sezione italiana della Sinistra Europea nel segno della rifondazione di una socialdemocrazia di governo contrapponiamo insieme il movimento costitutivo di una nuova forza comunista di opposizione, sulle basi del marxismo rivoluzionario. Di una forza che stia, fino in fondo, dalla parte dei lavoratori e degli sfruttati.

Gino Bortolozzo (collegio di garanzia CPF Padova)
Nicola Carraro (circolo Camin - Padova)
Aldo Romaro (CPR Veneto)
Gianpietro Simonetto (CPF Padova)
Marco Vettore (CPF Padova)