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Coordinamento per l'Unità dei Comunisti |
Fra le tante cose da fare per dare concretezza alla costruzione di un nuovo soggetto politico comunista, il Coordinamento per l'Unità dei Comunisti ha individuato la necessità di dotarsi di uno strumento di informazione, un giornale - sia cartaceo che in versione on line - che verrà realizzato alla ripresa dell'attività politica, subito dopo la pausa di agosto. In attesa che questa intenzione si trasformi in realtà, pubblichiamo alcuni interventi delle strutture meridionali del Coordinamento, preparati per la Festa dei Comunisti che si è tenuta a Spoleto.
Contro la privatizzazione dell’acqua
L’emergenza
idrica in Calabria e, in particolare, nella provincia di Cosenza è attualmente
una questione al centro del dibattito politico ma soprattutto civile. Nel
marasma delle responsabilità non chiarite e nella perseveranza del problema, chi
paga “profumatamente” le dirette conseguenze sono i cittadini-utenti. Non sarà
stato certo confortante ascoltare il sindaco Perugini che, durante una
trasmissione televisiva di un’emittente locale, si è difeso giustificando il
problema idrico di Cosenza come antico di mezzo secolo e perciò non attribuibile
alla sua amministrazione. Questa pagina vuole informare, essere uno spunto di
riflessione e di chiarimento per evitare ulteriori prese in giro da parte della
classe politica calabrese.
E’ ormai noto che la SORICAL
è’ una società a capitale misto pubblico/privato, attiva dal 1° novembre 2004, i
cui soci pubblici sono la Regione, le Province, l'ANCI regionale, che ha il
mandato di gestire il complesso infrastrutturale delle opere idropotabili della
Regione e il connesso servizio di fornitura ai Comuni per trent'anni a partire
dal 2004.
Il capitale sociale della Sorical è detenuto per il 51% dalla Regione
Calabria mentre il restante 49% da Acqua Calabria, la società
costituita dal socio privato Enel Hydro, dopo l'uscita di scena dell'Acquedotto
pugliese che ha ceduto all'Enel la propria partecipazione. Secondo la relazione
di un recente incontro a tema tenutosi all’Unical, si era appreso dall’ingegner
Baietti, responsabile della Direzione Tecnica della SORICAL S.p.A, che Il 49%
della SORICAL era passata dalla Società ENEL HYDRO ad una Società francese. Si
apprende anche che la SORICAL ha fatto un grosso investimento per la
ristrutturazione di tutti i 13 impianti di potabilizzazione, in quanto obsoleti
e per rendere l’acqua più limpida e, nel 2006 è prevista una gara d’appalto nel
territorio di Cosenza per il completamento della diga dell’ Esaro e il raddoppio
della condotta Abatemarco fino alla città di Cosenza.
La Regione ha affidato alla SORICAL anche l'attuazione degli investimenti,
finalizzati alla integrazione e al completamento del complesso delle
infrastrutture idriche, in modo da garantirne la gestione unitaria su tutto il
territorio regionale. Il complesso acquedottistico affidato alla SORICAL
comprende oltre 200 schemi acquedottistici che servono complessivamente 380 su
409 Comuni della Regione, ma che rappresentano il 99% della popolazione. L'acqua
distribuita mediamente è di 260 milioni di m3 all'anno.
Un problema è che, secondo l’Ing. Collorafi - ex direttore tecnico del comune di
Cosenza, con incarichi in passato nell’A.T.O. Calabria1-Cosenza e attualmente
membro del C.d.A. della Cosenza Acque s.p.a., società formata da 96 dei 155
sindaci della provincia di Cosenza- Cosenza paga 18 milioni di m3 di
acqua alla ValleCrati per la depurazione, ma se ne fa pagare solo 4 milioni dai
suoi cittadini, i quali però a loro volta hanno sborsato nella fattura del 2004
ben 130 euro solo di spese di depurazione.
I serbatoi di Cosenza dispongono di 5 milioni di m3 di acqua,
provenienti direttamente dalle proprie sorgenti, più 11 milioni di m3
di acqua fornita dalla SORICAL, per un totale di 17 milioni di m3 di
acqua. Si dovrebbe quindi avere una dotazione idrica per abitante in media di
500 litro/(abitante al giorno), ma purtroppo non è così: che fine fanno 13
milioni di metri cubi d'acqua che i cittadini perdono, visto che il Comune ne
fattura solo 4 milioni erogati sui 17 totali approvvigionati? Ci sono grosse
perdite lungo la rete cittadina e, sicuramente, sperequazioni di distribuzione.
È uno di quegli aspetti che ci fa ammettere che la gestione è da rivedere. Nella
convenzione firmata dal governo Chiaravalloti, era previsto il blocco delle
tariffe per cinque anni; le conseguenze dell'affare Sorical, dunque, i calabresi
le sperimenteranno sulle proprie tasche molto presto.
Secondo la valutazione intermedia del Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006,
un indicatore significativo è quello relativo alle perdite di rete, espresse in
termini di differenza tra acqua immessa in rete e acqua erogata o fatturata. La
percentuale della Calabria (56%) è alquanto più alta di quella media (42%)
relativa alla totalità degli ATO italiani considerati nella rilevazione. L’ATO
di Reggio Calabria (65%) e quello di Cosenza (58%) raggiungono livelli maggiori
dell’indicata media. Anche se si suppone che i consumi collettivi e quelli
abusivi, normalmente non conteggiati, pesino di più che in altre regioni,
l’entità del dato indica un cattivo funzionamento della gestione del servizio, e
mette in luce grosse esigenze di finanziamento per interventi riparatori della
criticità.
La quale criticità lascia sospettare insufficienze nelle attività di
manutenzione degli impianti e quindi la vetustà di questi.
Le gestioni comunali hanno mostrato infine un’altra criticità sul versante della
gestione amministrativa degli acquedotti in quanto hanno accumulato rilevanti
debiti nei confronti della Regione per l’acquisto dell’acqua da distribuire agli
utenti. Se i Comuni non pagano l’Ato per pagare a sua volta le società di
gestione, si verificano poi casi come quello della Smeco – società a cui era
affidata la gestione degli impianti di depurazione- i cui lavoratori sono in
mobilità da maggio scorso. Questo fatto, oltre a porre al nuovo gestore del
sovrambito qualche problema per il recupero dei crediti, è indice di una
politica regionale soffice nei rapporti finanziari con gli enti locali, forse
spiegabile in relazione allo stato di disagio finanziario di questi ultimi e
delle popolazioni servite. La Regione Calabria, pur avendo recepito con legge
regionale 10/97 la legge Galli e stipulato l’accordo di programma sul ciclo
integrato delle acque nell’anno 1999, ha maturato notevoli e colpevoli ritardi
che stanno provocando gravi danni al processo di riorganizzazione, di
innovazione ed ammodernamento, teso a dare ai cittadini un servizio di qualità,
efficiente ed efficace. A fronte di tutto ciò, occorre approfondire e chiarire
il problema delle tariffe sia per quanto concerne la fornitura di acqua a
livello di soprambito sia a livello di Ato tenendo conto delle normative in
vigore, della qualità del servizio offerto e delle diverse condizioni sociali
dei cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti
Negli ultimi trenta anni il capitale privato si è
impadronito del governo dell’acqua assolutamente primaria un po' dappertutto nel
mondo,approfittando delle politiche dette di aggiustamento strutturale imposte
dal Fmi e dalla Banca Mondiale ai paesi «in via di sviluppo», fino alla presenza
delle grandi aziende private nel sistema idrico.
Le tappe dell'aggressione
1992,
Dublino, Conferenza internazionale dell'Onu in preparazione del primo Vertice
Mondiale sull'Ambiente a Rio di Janeiro: per la prima volta il capitale privato
riesce a fare accettare dai poteri pubblici il principio che l'acqua deve essere
considerata come «bene economico», e non più principalmente come un «bene
sociale», e quindi sottomessa alle regole del mercato.
1993: confermando il principio di Dublino, la Banca Mondiale pubblica il manuale
di testo, ad uso degli Stati beneficiari degli «aiuti» dei paesi occidentali, su
cosa debba essere una politica integrata delle risorse idriche e come gestirla a
livello nazionale. La Banca riconosce esplicitamente di essersi ispirata ai
principi promossi dalla «scuola francese dell'acqua», cioè dalle grandi imprese
multinazionali idriche francesi.
1994: approvazione in Italia della legge sull'acqua (la legge Galli)
la quale riprende largamente i principi francesi e della Banca Mondiale.
1995: il capitale privato riesce a far inserire i servizi idrici nelle
discussioni sulle trattative sui servizi nel quadro del Gats (Accordo Generale
sul Commercio dei Servizi) proposto nell'ambito del Wto. Fra i più convinti
ed accaniti sostenitori dell'inclusione figura l'Unione Europea. Su
pressione del fortissimo lobby delle imprese idriche europee (9 sulle 10
principali imprese idriche al mondo sono europee, cioè francesi, inglesi e
tedesche), l'Unione europea ha in questi anni mantenuto la richiesta di
liberalizzazione dei servizi idrici indirizzata a 102 paesi del mondo di cui 72
fra i più poveri.
1996: le imprese private creano il Consiglio Mondiale dell'Acqua con il sostegno
entusiasta della Banca Mondiale, di molte organizzazioni specializzate dell'Onu
e di governi quali quello francese, canadese, svedese, giapponese, egiziano.
olandese, marocchino. In questo contesto lanciano nel 1997 il primo Forum
Mondiale dell'Acqua a scadenza triennale. In 10 anni sono riuscite a far credere
anche a molti dirigenti politici ed ai media del mondo che il Consiglio Mondiale
dell'Acqua rappresenta un'iniziativa internazionale pubblica legata alle Nazioni
Unite. Il che è falso. In realtà essa è un' organizzazione privata di
diritto francese con sede a Marsiglia, presieduta dal presidente di una filiale
congiunta delle due principali imprese idriche mondiali (le francesi Ondeo e
Veolia). Non solo, ma grazie al successo delle varie edizioni del Forum Mondiale
dell'Acqua, sono pervenute a diffondere e fare accettare come cultura mondiale
dell'acqua oggi dominante i loro principi, cioè: l'acqua deve essere trattata
come un bene economico il cui prezzo deve coprire i costi totali ivi inclusi il
profitto e la remunerazione del rischio; la gestione privata dei servizi è più
efficiente, efficace ed economica di quella pubblica; i servizi idrici devono
essere liberalizzati; il capitale privato deve essere il principale finanziatore
dei costi di gestione dei servizi, nel mentre gli investimenti nelle
infrastrutture devono seguire il Ppp (partenariato pubblico-privato, di cui il
Project Financing dovrebbe essere lo strumento privilegiato.
2000: la banca svizzera privata Pictet, lancia il primo Fondo internazionale
d'investimento sull'acqua. Oggi il Fondo Pictet vale 3,9 miliardi di dollari.
Altri fondi sono stati creati nel frattempo Secondo il Bloomberg World Water
Index pubblicato fine maggio 2006, il livello dei profitti degli investimenti
nelle imprese idriche negli ultimi tre anni è stato superiore a quello nelle
imprese petrolifere e meccaniche.
2005, ottobre: su iniziativa ancora una volta delle imprese francesi nasce
AquaFed, la federazione internazionale delle imprese idriche private, il cui
scopo esplicito è di operare a tutti i livelli nazionali ed internazionali per
la difesa e la promozione degli interessi delle imprese associate (più di 200,
fra le quali l'italiana Acque Toscane).
Il capitale privato è sempre più corposamente presente nel settore idrico
italiano, ivi compreso il servizio idrico integrato. Al maggio del 2006, più
della metà delle Autorità d'Ambito Territoriale Ottimale (Ato) hanno assegnato
il servizio ad imprese aperte al capitale privato fino al 49%., a seguito di una
gara pubblica internazionale. Il capitale privato non è costituito solo da
banche ma anche da grandi imprese di costruzioni come Caltagirone, Impregilo...Importante
é anche la presenza di imprese idriche francesi, tedesche, inglesi e di fondi
d'investimento europei e nordamericani. L'internazionalizzazione finanziaria del
settore idrico ha cessato di essere uno spauracchio annunciato dagli oppositori
alla globalizzazione attuale.
Che cosa vuol dire «gestione pubblica»
Una
domanda: cosa si deve intendere per gestione pubblica dei servizi idrici? Se con
essa il governo Prodi intende anche una gestione assicurata da un'impresa SpA
con capitale misto pubblico e privato, operante in zone al di fuori della
propria area di origine e titolata ad acquistare partecipazioni di capitale in
altre imprese idriche vuoi in altri settori in Italia ed altrove nel mondo,
questo significa che l'esclusione dei servizi idrici dalle liberalizzazioni
è, come minimo, una presa in giro dei cittadini. Nel caso,ad esempio,di
un'impresa SpA a capitale interamente pubblico e vincolata ad agire unicamente
nel settore del servizio idrico integrato e sul territorio del suo Ato, si
tratta di una situazione anomala (cosa c'entra in queste condizioni una SpA?) da
considerare provvisoria e da trasformare in un'azienda pubblica /ente economico
pubblico ( a statuto regionale; speciale....) con una nuova legge quadro
nazionale e nuove leggi regionali conformi alla legge quadro.
Non è da sottovalutare l'intenzione espressa dall'associazione «AcquaPubblica»
di lavorare su una proposta di legge che tenga conto delle esperienze e delle
prospettive delle imprese pubbliche di gestione dell'acqua potabile e delle AATO
che hanno optato per un governo pubblico dell'acqua.
Alcune proposte:
a) il riconoscimento effettivo come diritto umano - universale, indivisibile ed imprescrittibile - dell'accesso all'acqua potabile nella quantità e qualità considerate necessarie ed indispensabili per la vita. L'Oms fa riferimento a 50 litri al giorno per persona.
b) l'adozione del principio che i costi relativi all'accesso all'acqua potabile come diritto umano debbono essere presi a carico della fiscalità generale e specifica. L'adozione di tariffe speciali per certe fasce disavvantaggiate della popolazione deve essere considerata una soluzione parziale e provvisoria;
c) il governo pubblico dell'acqua significa il governo di tutte le acque.
d) dare
la priorità ad una politica di risparmio, di uso sostenibile e di riuso delle
acque, mirando a promuovere una cultura della gestione delle acque centrata
sulla manutenzione e l'ammodernamento permanente graduale, anziché continuare
sulla via delle grandi opere idriche, dei grandi sistemi idrici e, quindi, dei
grandi investimenti che hanno largamente dimostrato finora di essere soprattutto
fonte inevitabile di sprechi, di ritardi, di corruzione, di inefficienze dovute
al gigantismo dei sistemi, di trasferimento di potere alle imprese costruttrici
ed al capitale privato
e) tagliare i fondi per le spese militari a favore dei beni necessari come
l’acqua per garantirne gratuitamente l’accesso.
Rosellina Aiello - Mimì De Paola
Coordinamento per l’Unità dei Comunisti-Cosenza
Regione Calabria: un altro mondo è ancora possibile?
Le continue vicende giudiziarie
che in Calabria stanno coinvolgendo politici, imprenditori e forze dell’ordine,
mettono a nudo il carattere trasformistico della politica regionale degli ultimi
20 anni.
In un quadro sociale drammatico, in cui la criminalità diventa fattore di
ammortizzatore sociale, appare sconcertante la continuità delle politiche di
precarietà e massacro sociale che questo Governo regionale sta imponendo alla
popolazione calabrese.
Al di là delle responsabilità che dovranno essere accertate, non è più
ammissibile l’estraneità della politica della Giunta dai problemi reali, a
fronte di un incancrenito intreccio politico-affaristico-mafioso.
Una "inquietante commistione" tra massoneria, affari,
politica, alti esponenti delle istituzioni "di ogni genere e specie";
"intrallazzi", "questioncelle", "pizzi" e "tangenti": è questo il criminale
intreccio di cui attualmente è protagonista la regione Calabria e che vede
coinvolti politici del "centro-destra" e del "centro-sinistra",
imprenditori, ex piduisti, boss mafiosi, alti ufficiali delle "forze
dell'ordine" e prelati del Vaticano.
Giorno dopo giorno la degenerazione del sistema politico calabrese assume sempre
più un carattere irreversibile all’emergere delle varie inchieste. Sanità,
infrastrutture, fondi Ue, economia sommersa: qualunque settore generi profitto
in questa regione, è soggetto a speculazioni, truffe e collusioni tra malavita
organizzata e classe politica.
Dagli 864 milioni di euro sperperati in Calabria negli ultimi dieci anni per
costruire decine di depuratori e impianti per rifiuti poco funzionati o mai
collaudati che hanno portato la magistratura ad ipotizzare l’esistenza di questa
sorta di ’superloggia segreta’ specializzata nel controllo del denaro che scende
a pioggia sull’asse Bruxelles-Roma-Catanzaro, all’inchiesta “Why Not”: una
società di lavoro interinale aderente alla Compagnia delle Opere, che ora è
diventata centrale nell’istruttoria sulla presunta Cupola segreta e nella quale
risulterebbe indagato anche il presidente del Consiglio dei Ministri Romano
Prodi . La Why Not riceve commesse milionarie dalla Regione, occupa 500 persone
e ne distacca ben 146 nelle segreterie di partito e negli assessorati.
Ed ancora: dall’ “Operazione Omnia” che ha portato alla luce un inquinato
circuito finanziario nella Sibaritide, in cui la cosca dei Forastefano di
Cassano allo Ionio, applicava tassi usurai del 100% annuo a commercianti e
grossi imprenditori con un guadagno di svariati milioni di euro all’anno,
all’inchiesta sull’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria che ha accertato come
le principali cosche della fascia tirrenica, reggina e vibonese avevano messo le
mani sugli appalti per i lavori di ammodernamento sia estorcendo il 3% del
valore dei lavori -la cosiddetta tassa "sicurezza cantiere" versata dalle
imprese appaltatrici dei lavori-, sia imponendo il ricorso a società di
riferimento per la fornitura di materiale e servizi. Un affare da svariate
decine di milioni di euro.
Probabilmente è arrivato il momento di chiedersi che senso ha definirsi
“sinistra” quando si è direttamente e indirettamente complici di un sistema
legato ai poteri forti e oscuri di questo nostro Mezzogiorno.
Le forme di precarietà, in tutti i settori, sono il prodotto di scelte volute da
chi gestisce il potere e vuole ad ogni costo tenere sotto continuo controllo –
anche attraverso il ricatto elettorale – la gran parte della popolazione che non
riesce a soddisfare i propri bisogni primari.
Sarebbe opportuno esprimere un forte dissenso anche nei confronti di quell’elettorato
borghese che nei fatti sostiene, a vantaggio dei propri interessi, una classe
politica rampante e senza scrupoli.
Il perpetuarsi di questo sistema di potere è garantito, inoltre,
dall’omologazione degli intellettuali alle attuali politiche dominanti che
inibiscono oggettivamente la capacità critica e culturale della gente comune.
Si discute di un Piano Sanitario che, oltre a tagliare il 60% dei fondi alle
strutture sovvenzionate - con il conseguente rischio di centinaia di
licenziamenti - non garantisce il potenziamento delle strutture pubbliche ma
tende all’ abbandono di queste per la costruzione di nuovi ospedali -vedi
Ospedale di Vibo Valentia-. Tutto ciò non produrrà altro che fiumi di “denaro
sporco” attraverso assegnazioni di appalti per la costruzione, per le forniture
di impianti e servizi, assunzioni clientelari, mazzette etc etc.
Il 5 agosto del 2006 nell'ambito della legge finanziaria regionale è stata
approvata dal Consiglio Regionale una norma (art. 29, comma 4, della legge
regionale n. 7 del 21 agosto 2006) che impedisce la pubblicazione sul
Bollettino Ufficiale della Regione Calabria (BURC) degli atti - e dei
conseguenti impegni di spesa - relativi alla Giunta ed alla presidenza del
Consiglio Regionale. Un provvedimento che, oltre a calpestare i principi
costituzionali della trasparenza e della partecipazione del cittadino alla
pubblica amministrazione, vuole nascondere i misfatti e l’ambiguità della
disciplina regionale.
I lavoratori precari Lsu e Lpu in Calabria sono circa 8000 e continuano a
ricevere con forte ritardo le proprie spettanze e a non avere risposte sulla
propria stabilizzazione.
Risposte che tardano ad arrivare sia dal governo nazionale, sia dal governo
regionale.
Ancora oggi non viene sciolto il nodo sulle risorse previste in finanziaria
sulle loro stabilizzazioni. Tutto ciò a dimostrazione di come la questione Lsu e
Lpu non sia fra le priorità assolute della giunta regionale, né del governo
Prodi sulle questioni del Mezzogiorno.
E’ doveroso sollecitare l’elettorato “sano” affinché si ponga fine agli appelli
di sindacati e amministratori sulla concertazione; la Calabria è oramai una
regione persa, al collasso che ha davanti a sé le prospettive peggiori che si
possano immaginare finchè questa classe politica calabrese continuerà ad
alternarsi sulle poltrone del potere.
Bisogna liberarsi dalla demagogia attuata nei confronti delle persone oneste per
dire basta a tutte le espressioni clientelari che chiudono le porte al futuro
delle giovani generazioni e dei disoccupati che abbandonano terra e affetti per
trovare sistemazione all’estero o per continuare a fare i precari nel
nord-Italia.
Chiedere le dimissioni della Giunta Loiero e dell’intera classe politica
calabrese è un atto dovuto di civiltà e di cambiamento da parte di chi vive e di
chi chiede un futuro in questa Regione.
La “vera sinistra” dovrebbe rompere con i rappresentanti dei poteri forti ed
elaborare un programma che, partendo dai bisogni reali delle classi
economicamente più deboli, concretizzasse le aspettative e le speranze di larga
parte della popolazione meridionale.
La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; un reddito minimo ai
giovani disoccupati; casa e sanità garantite; la ripubblicizzazione dei servizi
come l’acqua e l’abolizione del segreto bancario sono solo alcune delle proposte
che dovrebbero essere rimesse al centro del confronto politico e delle vertenze
di lotta.
Mai come adesso i comunisti calabresi, e non solo, devono muoversi in quest’ottica.
Se non ora, quando?
Rosellina Aiello e Mimì De Paola - Coordinamento per l'Unità dei Comunisti - Cosenza
‘Ndrangheta politica e clientelismo nella provincia di Vibo Valentia
Il territorio vibonese – lo sappiamo da tempo – è
martoriato da una piaga che si chiama 'ndrangheta: essa – e questo, chi non lo
sapeva, lo ha imparato dagli ultimi eventi – si annida in ogni settore della
società, dai tribunali alla pubblica amministrazione, dai sindacati ai partiti,
dalle attività economiche a quelle socio-culturali.
Gli sviluppi delle inchieste giudiziarie dell’inverno scorso nel nostro
territorio hanno solo cominciato a far affiorare la fogna che scorre sotto i
Palazzi vibonesi e calabresi: anche chi non voleva o faceva finta di non vedere
ha dovuto aprire gli occhi sugli ingranaggi del sistema politico‑mafioso che
detta legge nella nostra città e nella nostra regione.
Quanto accaduto nei mesi scorsi, con il coinvolgimento nelle indagini di
personaggi eccellenti (legati al mondo della magistratura), dimostra che le
cosche della ‘ndrangheta hanno ormai la capacità di infiltrarsi organicamente in
ogni apparato di potere, di gestire direttamente i propri affari, senza più
servirsi, come in passato, dei favori occasionali di qualche politico.
Gli arresti delle settimane scorse, hanno evidenziato finalmente come i ritardi
nella realizzazione del tratto autostradale Pizzo-Gioia Tauro non siano dovuti
alla lentezza degli operai calabresi e alla loro poca voglia di lavorare sotto
il cocente sole calabrese (come qualche leghista xenofobo potrebbe credere), ma
alle infiltrazione delle cosche mafiose per la gestione dei suoi lavori di
ammodernamento. La polizia, ha infatti smascherato il sistema mafioso che
gravitava intorno alla ristrutturazione dell'autostrada A3 e che vedeva
protagoniste varie famiglie malavitose, capaci di determinare l’agire delle
imprese nell’acquisto dei materiali, nelle assunzioni dei propri raccomandati,
fino a giungere alle “tradizionali” estorsioni. Oltre 12 milioni di euro
estorti, e spartiti tra i vertici delle più importanti cosche calabresi: i
Piromalli, i Pesce e i Bellocco, i Condello, e i Longo (di Reggio e provincia),
strettamente collegati con il clan Mancuso di Vibo Valentia. Nell’ottica
dell’equilibrio tra le forze e pari divisione di competenze e denari, sono state
addirittura create delle apposite sfere d’influenza territoriale: ai Mancuso,
spettava la competenza nel tratto Pizzo Calabro - Serra San Bruno; ai Pesce, il
tratto tra Serre e Rosarno, e infine, il tattro tra Rosarno e Gioia Tauro, ai
Piromalli.
E ancora la speculazione edilizia, il mancato rispetto dei piani regolatori per
le costruzioni delle abitazioni, la cementificazione delle spiagge e la
costruzioni di grandi centri balneari (peraltro nella maggioranza dei casi
gestiti più o meno direttamente dalle famiglie mafiose locali, previa
benedizione dei Mancuso, vedi operazione ODISSEA) il mancato ammodernamento del
piano idro-geologico, della rete fognaria, sono tra le cause principali del
disastro del luglio scorso.
Morti e devastazione le cui responsabilità non sono da ridurre a un "avvenimento
eccezionale e imprevedibile", ma ricadono per intero sui governi nazionale,
regionale e sulle amministrazioni locali, quasi tutti in mano al
"centro-sinistra" che, nonostante il ripetersi di tragedie simili, non hanno
mosso un dito per mettere in sicurezza un territorio troppo spesso martoriato da
simili catastrofi.
La ‘ndrangheta fa proseliti in ogni strato sociale, ma soprattutto tra i
giovani disoccupati i quali, a causa della mancanza di una legislazione che li
tuteli e permetta loro di vivere dignitosamente e onestamente, anche in attesa
di una sistemazione occupazionale stabile, rappresentano un grande serbatoio di
manovalanza per le famiglie mafiose del nostro territorio.
Eppure i rimedi per prevenire, arginare e combattere il dilagare del fenomeno
mafioso ci sarebbero e sarebbero, se solo si volesse, di facile attuazione!
Quali? Ad esempio il salario minimo garantito per ogni soggetto che
temporaneamente viva in una condizione di disoccupazione, in modo da dimostrare
l’interessamento dello Stato nei confronti dei propri cittadini, in primo luogo
dei meno abbienti e delle fasce di popolazione più deboli, le quali sono le più
soggette ai ricatti e alle pressioni esercitate dalla mafia, nonché le più
vulnerabili, proprio per la condizione di precarietà della loro esistenza.
«La mafia non è l'antistato. Contrariamente a quanto teorizzano le agenzie di
informazione e i politici borghesi, essa è un’organizzazione complementare e
strettamente intrecciata con parti decisive degli apparati statali. Non è la
mancanza di leggi adeguate o di un sufficiente numero di magistrati e poliziotti
che impedisce di sconfiggere la mafia, ma proprio l’assenza del senso della
legalità, a tutti i livelli, anche (soprattutto!!!) tra i membri delle
istituzioni. Ed è all'interno del sistema liberista, fondato sullo sfruttamento
salariale e sulla proprietà privata, che stanno le cause del proliferare del
fenomeno mafioso; è all'interno dello Stato borghese che vanno ricercati i
principali alleati della mafia e i sui rappresentanti politici! Quello che
manca, e che dovremmo ritrovare, è una coscienza civile che si opponga ai
disvalori del profitto, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo,
dell'individualismo più esasperato, dell'arrivismo e dell'accumulo di
ricchezza».
Tutto questo non sconvolgerà nessuno, e nessuno, crediamo, proverà un po’ di
sana vergogna alle nostre parole; anzi, fino ad ora, le nostre denuncie sono
spesso passate sotto silenzio, e mai sono state prese in considerazione.
Dunque, armati di pazienza, esaminiamo nel dettaglio la condizione giovanile nel
nostro territorio. I giovani, superata la maggiore età, si trovano di fronte ad
un bivio: fare le valigie e affrontare gli studi universitari (lasciando,
dunque, la loro casa) con la speranza che un titolo accademico possa garantire
loro un posto di lavoro sicuro per l’avvenire, oppure rimanere in cerca di
lavoro nella propria terra.
IL LAVORO: l’attività più importante per la vita di un
uomo, l’elemento che lo nobilita, che dovrebbe essere espressione della sua
creatività e delle sue capacità e che invece, all’interno dell’attuale società e
degli attuali rapporti di produzione, sembra una meta sempre più lontana, per
molti addirittura negata e sostituita dalla logica dalla precarietà, nonché, in
molti casi, soprattutto nel nostro territorio, un traguardo che si raggiunge
mediante il compromesso e l’amicizia di qualche potente. Il lavoro, che nel
settore privato è guidato da una logica di sottomissione e sfruttamento e che ha
come unica finalità il profitto per il detentore dei mezzi di produzione, nel
settore pubblico (o a partecipazione statale) dovrebbe essere regolato da logica
meritocratica. Sulla carta!!!
E nel nostro territorio come stanno le cose? Come si fa a vincere un concorso
pubblico nella provincia di Vibo valentia? Semplice: basta essere parenti o
amici di politici, prelati, massoni, insomma… di “gente che conta”. Questo è,
evidentemente, il criterio di valutazione adottato, per esempio, dalla Regione
Calabria nel 2001, con il cosiddetto concorsone per i portaborse, quando uomini
di fiducia dei parlamentari del consiglio regionale sono stati assunti a tempo
indeterminato. Tutti i vincitori di quel concorso erano parenti di politici e
uomini di partito, di tanti partiti, tra i quali figura anche il nostro ex
partito il PRC, che, nell’ottica di appiattimento alle posizioni di governo, ha
ormai debellato dal proprio DNA i principi su cui si era fondata la sua nascita,
adeguandosi all’andazzo generale.
Una “sanatoria” ante litteram come quella del 2001 ora non sarebbe più
possibile.
Con un ingegnoso provvedimento la giunta regionale ha imposto che i gruppi
consiliari non possano assumere parenti fino al terzo grado. Sembra quasi che
giustizia sia stata fatta, ma… fatta la legge, trovato l'inganno! Infatti è vero
che un consigliere regionale non può assumere parenti nel proprio gruppo, ma
nessuno gli vieta di farli assumere in un altro gruppo consiliare, cosa che in
effetti accade: io, compagno, assumo tuo figlio se tu, camerata, assumi mio
nipote.
E cosa succede alla Provincia? Beh, l’amministrazione provinciale non fa certo
di meglio: mica può navigare controcorrente. Come si giustificherebbe, poi, coi
propri elettori?
A quanto risulta è stato bandito un concorso (delibera di giunta n. 456 del 23
dicembre 2004) i vincitori del quale sono, in gran parte, parenti e amici di
assessori e consiglieri provinciali. Simile esito, forse, avrebbe avuto un altro
concorso, bandito sempre dalla giunta alla vigilia delle elezioni provinciali
del 2004, che è stato bloccato dal governo nazionale, poi, per mancanza di
fondi; inoltre, a tre anni di distanza, la Provincia non si è neanche
preoccupata di comunicare ai partecipanti se e quando si svolgeranno,
effettivamente, le prove concorsuali.
Non mettiamo in discussione i requisiti di accesso al concorso e i criteri di
valutazione, ma, se gran parte dei vincitori risulta essere parente o amico del
politico Tal dei Tali, delle due una: o i parenti e gli amici del politico Tal
dei Tali sono più preparati e intelligenti degli altri aspiranti o qualcosa
puzza!!!
La politica ha il dovere di operare per il bene pubblico nel rispetto delle
leggi vigenti. Ci chiediamo come, in una provincia martoriata dalla ‘ndrangheta
e dal clientelismo, i cittadini che lavorano onestamente tutti i giorni per
guadagnarsi una vita dignitosa possano credere ancora in una classe politica
vecchia e inaffidabile (e, tuttavia, ancora capace di generare mostruosità come
il PDM: più che un nuovo soggetto politico una mutazione genetica di ex e neo
democristiani affamati di poltrone).
Come associazione marxista Unità Comunista- Vibo Valentia ci dichiariamo
estranei a tali logiche, il nostro agire politico è connotato dalla voglia di
lottare contro questa tenaglia che ci stringe e costringe
noi tutti ad una forma di sottomissione in tutti gli aspetti della nostra
esistenza.
È proprio in questa ottica che siamo stati impegnati nell’estate scorsa in una
carovana per la legalità ospitata in vari paesi della nostra provincia,
(carovana che è nelle nostre intenzioni riproporre anche quest’anno con l’aiuto
e la collaborazione di quanti con noi condividono le nostre posizioni e
finalità); promotori del “movimento studentesco vibonese”, per opporci
all’apatia che caratterizza i giovani e per sensibilizzare gli studenti su
quelle che sono le tematiche che riguardano le loro condizioni; fautori di una
manifestazione contro l’ingerenza della mafia in ogni settore della società.
E’ necessario ribellarsi, denunciare la prepotenza, la criminalità, in ogni
modo questo si presenti.
E’ necessario opporsi a tali comportamenti in modo da non rendersi complici
di tutto ciò e nello stesso tempo diffondere la cultura della legalità, della
partecipazione, della militanza, superando gli schemi di immobilismo,
quiescenza, di delega che fanno comodo a perpetrare e conservare questo stato di
cose presente.

Associazione Unità Comunista – Vibo Valentia - aderente al Coordinamento per l'Unità dei Comunisti
Sergio Carmelo
BAGNOLI: VITTIMA PREDESTINATA DI UN DISEGNO SPECULATORE
Il fallimento delle politiche urbanistiche bassoliniane e le battaglie dell’Assise Cittadina in difesa del territorio e dell’ambiente
Nella zona occidentale di Napoli vi erano tre grossi
insediamenti industriali, Italsider, Eternit e Cementir, che davano una
occupazione stabile a circa 6000 persone con relative famiglie su tutto il
territorio flegreo (zona occidentale), garantendo nel contempo uno sviluppo
economico e produttivo.
A distanza di quasi vent’anni, il quartiere e
i territori circostanti, che un tempo trovavano nella fabbrica non solo
un’opportunità di lavoro, ma anche un elemento di identificazione
socio-culturale, sono divenuti in breve tempo un vero e proprio deserto
attraversato da immense distese di degrado urbano, civile ed ambientale, preda
della precarietà e della disoccupazione, nonché terreno di conquista della
malavita organizzata. Ciò a causa delle scellerate politiche sociali e
urbanistiche messe in atto dal centrosinistra bassoliniano, che hanno traformato
Bagnoli nella capitale del business “mordi e fuggi”, consegnando di fatto le
chiavi di un territorio ricco di potenzialità produttive e unico per il
patrimonio e le ricchezze storiche e naturalistiche, nelle mani di affaristi e
speculatori senza scrupoli.
Qualche cenno storico
La storia della bonifica di
Bagnoli si può far partire dal 1991, anno in cui, con la chiusura del treno di
laminazione, termina definitivamente le sue attività l’Italsider. In verità
questo è solo l’esito finale di quel lungo processo di dismissione industriale
che nel corso del decennio precedente aveva già portato alla chiusura di alcuni
dei principali siti produttivi sia nella zona orientale che in quella
occidentale (Cementir, Eternit, Federconsorzi, ecc.).
Sorgono immediatamente due problemi: da un lato la bonifica dell’area,
dall’altro la destinazione d’uso della stessa una volta bonificata.
Già nel settembre ’94 il Consiglio comunale approva gli Indirizzi per la
Pianificazione Urbanistica, vero e proprio preludio alle successive varianti
al Piano Regolatore del 1972.
Il 15 Gennaio 1996 viene approvata, dopo un lungo ed aspro confronto in
consiglio comunale, la variante per la zona occidentale: essa diverrà operativa
solo col decreto del presidente della giunta regionale della Campania n 4741 del
15 Aprile 1998.
L’obiettivo della variante è rivolto alla “formazione di un unico, vasto
territorio a bassa densità dove attività produttive legate alla ricerca
si integrano con molteplici possibilità di ricreazione, di svago, e di
cultura…”. Nel 2000, quindi dopo già sei anni di promesse e obbiettivi
mancati, viene approvato il PUE (piano urbanistico esecutivo) che si prefigge
come obiettivo quello di “ripristinare le straordinarie condizioni ambientali
che furono cancellate con la costruzione della grande fabbrica, ma al tempo
stesso conservare la memoria del recente passato produttivo, anche per il
significato che esso ha avuto nella formazione di una cultura del lavoro per
tutta la città di Napoli”. Infine, nel 2001, si costituisce la STU (società
di trasformazione urbana) Bagnolifutura, società mista avente come sua finalità
“la valorizzazione qualitativa del luogo e la realizzabilità economica
dell’intervento di bonifica”.
A distanza di più di dieci anni queste dichiarazioni
d’intenti sono rimaste lettera morta. In questo interminabile lasso di tempo
abbiamo assistito ad un interminabile carosello di promesse, progetti faraonici
senza né capo ne coda e proclami trionfalistici da parte delle istituzioni.
Paradigmatico è stato il caso della Coppa America di Vela, presentata
dall’amministrazione Jervolino come possibile panacea di tutti i mali del
territorio, nonché come occasione di rilancio economico dell’Area basato sul
rilancio del turismo. Il flop clamoroso di questa e di altre operazioni di
“rilancio” (ora è il turno del Forum delle Culture del 2013, ancora una volta
presentato dalle amministrazioni locali come la grande opportunità per Bagnoli e
per Napoli) non hanno fatto altro che confermare la giustezza delle critiche
mosse dalle Assise Cittadine, che da sempre hanno denunciato la pressapochezza e
lo spirito di improvvisazione insito nei disegni delle amministrazioni locali.
La verità, al di la dei sogni e delle idilliache promesse elargite a piene mani
da Comune, Provincia e Regione Campania, è che Bagnoli rappresenta uno dei più
clamorosi scandali italiani degli ultimi decenni. Uno scandalo che si rinnova
quotidianamente nel più totale silenzio.
In questi anni lo Stato Italiano ha elargito migliaia di miliardi di
denaro pubblico (261 miliardi già nel “Piano di recupero ambientale” redatto dal
CIPE nel 94, a cui vanno aggiunti i 150 miliardi nel triennio 2001-2003, oltre
ai finanziamenti a vario titolo e sotto le più svariate forme sopraggiunti negli
ultimi anni). E’ di questi giorni la notizia di un’accordo di altri 223 milioni
di Euro tra enti locali, Bagnolifutura e Ministero dell’Ambiente per la
rimozione della colmata a mare.
Dunque, una mole di denaro pubblico a pioggia in nome di un presunto risanamento
delle coste per la bonifica delle area dimesse, ma che
che finora è servito soltanto a garantire stipendi faraonici ai membri del CdA
di BagnoliFutura, o a garantire lauti guadagni
a società private o para-pubbliche (come Città della Scienza, vero e proprio
bacino di assunzioni clientelari ad uso e consumo dei vertici di DS e
Rifondazione Comunista) e alle ditte d’appalto private incaricate dei
lavori di bonifica: una bonifica che ad oggi non è stata ancora ultimata, e che
probabilmente non lo sarà neanche entro i prossimi cinque anni!
Dopo aver privatizzato
la gestione di grandi aree pubbliche (dalle spiagge alla Mostra d’Oltremare), il
Comune prepara oggi la svendita ai privati dei suoli per l’edilizia commerciale
(ancora inquinati!). Dulcis in fundo, lo smantellamento urbanistico stà portando
migliaia di bagnolesi ad essere di fatto espulsi dal quartiere: all’edilizia
popolare di un tempo va sostituendosi l’edilizia affaristico speculativa, ad uso
e consumo dei pescecani delle agenzie immobiliari. L’emergenza-sfratti degli
ultimi mesi ne è un ovvio corollario.
Tutto ciò, neanche a dirlo, in una municipalità che negli ultimi anni ha visto
alternarsi alla presidenza DS e Rifondazione Comunista senza soluzione di
continuità, sulla base di percentuali di consenso al centrosinistra a dir poco
bulgare!
In sostanza,
la riconversione di Bagnoli è un esempio eclatante degli intrecci
politico-economici che guidano l’operato del centrosinistra napoletano, e delle
loro conseguenze nefaste.
L’esperienza dell’Assise cittadina per Bagnoli
Contro
lo scempio economico, sociale e ambientale è attiva sul territorio flegreo l’Assise
cittadina per Bagnoli, un vero e proprio comitato popolare cittadino, volto a
ricostruire quel protagonismo dal basso e quella partecipazione di massa nelle
scelte di politica territoriale ed urbanistica che da sempre hanno
contraddistinto la cultura e la prassi del movimento operaio flegreo.
In questi mesi l’attività dell’Assise si è concentrata sulla battaglia contro
gli sfratti, per un uso pubblico e libero delle spiagge e per una destinazione
sociale dei suoli “ex-Italsider”, in aperta contrapposizione ai disegni delle
giunte locali e delle lobby affaristiche napoletane.
L’Assise, attraverso iniziative di
controinformazione e di vigilanza diretta e dal basso dell’operato dei pubblici
poteri, si batte per il risanamento ambientale
del litorale e dei fondali marini e la restituzione del mare e della spiaggia
alla libera fruizione dei cittadini; per la bonifica totale dei fondali marini e
delle spiagge, da attuare attraverso la costituzione di una grande
azienda pubblica specializzata nel risanamento ambientale e territoriale, e che
oggi potrebbe da un lato garantire un futuro lavorativo a centinaia di precari e
disoccupati, dall’altro coinvolgere i lavoratori di quelle società miste
regionali (Pan, Recam e Jacorossi) appositamente costituite per realizzare
interventi di monitoraggio e messa in sicurezza del territorio;
per la restituzione del litorale alla sua originaria vocazione, naturalistica,
termale e balneare; per la trasparenza dei procedimenti e l'effettività dei
controlli sull'azione degli enti preposti alla riqualificazione territoriale.
Per fare ciò l’Assise propone lo scioglimento della Bagnoli Futura SpA e la
restituzione delle competenze ai soggetti pubblici (al Ministero per l'Ambiente
e Comune di Napoli); la definizione rapida dei tempi, dei costi e delle modalità
di esproprio o cessione delle aree oggetto di intervento urbanistico diretto; la
sospensione di ogni ipotesi di vendita dei suoli pubblici a soggetti privati
finchè non sarà effettuata la bonifica delle aree destinate al parco urbano ed
avviati i lavori delle principali attrezzature pubbliche: ciò al fine di
impedire che i finanziamenti destinati a servizi pubblici e ad attrezzature
collettive siano adoperati per altre funzioni, e al fine di affrontare il grave
problema del peggioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti
determinato dalla crescita dei valori immobiliari e dalla carenza di servizi e
attrezzature collettive, cui è possibile far fronte solo predisponendo misure
urgenti atte a garantire quote sufficienti di edilizia pubblica.
L’esperienza dell’Assise Cittadina per
Bagnoli rappresenta solo uno spaccato
di un percorso più ampio di ripresa del conflitto su un territorio campano e,
più in generale, meridionale mai come ora attraversato dagli effetti nefasti
delle politiche di “sviluppo ineguale” perpetrate negli ultimi decenni dai
governi nazionali e locali, sia di centrodestra che di centrosinistra.
In quest’ottica
non esistono singole vertenze da affrontare
separatamente ma un’unica lotta articolata contro una politica ed una classe
dirigente che in nome del profitto privato stanno devastando l’ambiente e i
diritti sociali.
La trasformazione urbana di ampie zone di Napoli, così come la
ristrutturazione dei servizi pubblici fondamentali (sanità, energia, acqua,
rifiuti, casa) sono caratterizzate dalle stesse logiche (privatizzazione,
sostegno alla rendita, aumento delle tariffe, azzeramento della partecipazione
popolare, sfruttamento selvaggio dell’ambiente, penalizzazione dei ceti meno
abbienti), in quanto si propongono lo stesso obiettivo: il dominio capitalistico
e l’affermazione dei suoi “modelli” di sviluppo.
E’ per questo che ogni movimento e ogni
istanza di emancipazione nel meridione d’Italia non può non fondarsi su un’idea
di società radicalmente e complessivamente alternativa al capitalismo, libera
dalle logiche di profitto e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura.
Coordinamento per l'Unità dei Comunisti - Napoli