Coordinamento per l'Unità dei Comunisti
Interventi dal Meridione

Fra le tante cose da fare per dare concretezza alla costruzione di un nuovo soggetto politico comunista, il Coordinamento per l'Unità dei Comunisti ha individuato la necessità di dotarsi di uno strumento di informazione, un giornale - sia cartaceo che in versione on line - che verrà realizzato alla ripresa dell'attività politica, subito dopo la pausa di agosto. In attesa che questa intenzione si trasformi in realtà, pubblichiamo alcuni interventi delle strutture meridionali del Coordinamento, preparati per la Festa dei Comunisti che si è tenuta a Spoleto.

Contro la privatizzazione dell’acqua

L’emergenza idrica in Calabria e, in particolare, nella provincia di Cosenza è attualmente una questione al centro del dibattito politico ma soprattutto civile. Nel marasma delle responsabilità non chiarite e nella perseveranza del problema, chi paga “profumatamente” le dirette conseguenze sono i cittadini-utenti. Non sarà stato certo confortante ascoltare il sindaco Perugini che, durante una trasmissione televisiva di un’emittente locale, si è difeso giustificando il problema idrico di Cosenza come antico di mezzo secolo e perciò non attribuibile alla sua amministrazione. Questa pagina vuole informare, essere uno spunto di riflessione e di chiarimento per evitare ulteriori prese in giro da parte della classe politica calabrese.
E’ ormai noto che la SORICAL è’ una società a capitale misto pubblico/privato, attiva dal 1° novembre 2004, i cui soci pubblici sono la Regione, le Province, l'ANCI regionale, che ha il mandato di gestire il complesso infrastrutturale delle opere idropotabili della Regione e il connesso servizio di fornitura ai Comuni per trent'anni a partire dal 2004.
Il capitale sociale della Sorical è detenuto per il 51% dalla Regione Calabria mentre il restante 49% da Acqua Calabria, la società costituita dal socio privato Enel Hydro, dopo l'uscita di scena dell'Acquedotto pugliese che ha ceduto all'Enel la propria partecipazione. Secondo la relazione di un recente incontro a tema tenutosi all’Unical, si era appreso dall’ingegner Baietti, responsabile della Direzione Tecnica della SORICAL S.p.A, che Il 49% della SORICAL era passata dalla Società ENEL HYDRO ad una Società francese. Si apprende anche che la SORICAL ha fatto un grosso investimento per la ristrutturazione di tutti i 13 impianti di potabilizzazione, in quanto obsoleti e per rendere l’acqua più limpida e, nel 2006 è prevista una gara d’appalto nel territorio di Cosenza per il completamento della diga dell’ Esaro e il raddoppio della condotta Abatemarco fino alla città di Cosenza.
La Regione ha affidato alla SORICAL anche l'attuazione degli investimenti, finalizzati alla integrazione e al completamento del complesso delle infrastrutture idriche, in modo da garantirne la gestione unitaria su tutto il territorio regionale. Il complesso acquedottistico affidato alla SORICAL comprende oltre 200 schemi acquedottistici che servono complessivamente 380 su 409 Comuni della Regione, ma che rappresentano il 99% della popolazione. L'acqua distribuita mediamente è di 260 milioni di m3 all'anno.
Un problema è che, secondo l’Ing. Collorafi - ex direttore tecnico del comune di Cosenza, con incarichi in passato nell’A.T.O. Calabria1-Cosenza e attualmente membro del C.d.A. della Cosenza Acque s.p.a., società formata da 96 dei 155 sindaci della provincia di Cosenza- Cosenza paga 18 milioni di m3 di acqua alla ValleCrati per la depurazione, ma se ne fa pagare solo 4 milioni dai suoi cittadini, i quali però a loro volta hanno sborsato nella fattura del 2004 ben 130 euro solo di spese di depurazione.
I serbatoi di Cosenza dispongono di 5 milioni di m3 di acqua, provenienti direttamente dalle proprie sorgenti, più 11 milioni di m3 di acqua fornita dalla SORICAL, per un totale di 17 milioni di m3 di acqua. Si dovrebbe quindi avere una dotazione idrica per abitante in media di 500 litro/(abitante al giorno), ma purtroppo non è così: che fine fanno 13 milioni di metri cubi d'acqua che i cittadini perdono, visto che il Comune ne fattura solo 4 milioni erogati sui 17 totali approvvigionati?  Ci sono grosse perdite lungo la rete cittadina e, sicuramente, sperequazioni di distribuzione. È uno di quegli aspetti che ci fa ammettere che la gestione è da rivedere. Nella convenzione firmata dal governo Chiaravalloti, era previsto il blocco delle tariffe per cinque anni; le conseguenze dell'affare Sorical, dunque, i calabresi le sperimenteranno sulle proprie tasche molto presto.
Secondo la valutazione intermedia del Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006, un indicatore significativo è quello relativo alle perdite di rete, espresse in termini di differenza tra acqua immessa in rete e acqua erogata o fatturata. La percentuale della Calabria (56%) è alquanto più alta di quella media (42%) relativa alla totalità degli ATO italiani considerati nella rilevazione. L’ATO di Reggio Calabria (65%) e quello di Cosenza (58%) raggiungono livelli maggiori dell’indicata media. Anche se si suppone che i consumi collettivi e quelli abusivi, normalmente non conteggiati, pesino di più che in altre regioni, l’entità del dato indica un cattivo funzionamento della gestione del servizio, e mette in luce grosse esigenze di finanziamento per interventi riparatori della criticità.
La quale criticità lascia sospettare insufficienze nelle attività di manutenzione degli impianti e quindi la vetustà di questi.
Le gestioni comunali hanno mostrato infine un’altra criticità sul versante della gestione amministrativa degli acquedotti in quanto hanno accumulato rilevanti debiti nei confronti della Regione per l’acquisto dell’acqua da distribuire agli utenti. Se i Comuni non pagano l’Ato per pagare a sua volta le società di gestione, si verificano poi casi come quello della Smeco – società a cui era affidata la gestione degli impianti di depurazione- i cui lavoratori sono in mobilità da maggio scorso. Questo fatto, oltre a porre al nuovo gestore del sovrambito qualche problema per il recupero dei crediti, è indice di una politica regionale soffice nei rapporti finanziari con gli enti locali, forse spiegabile in relazione allo stato di disagio finanziario di questi ultimi e delle popolazioni servite.  La Regione Calabria, pur avendo recepito con legge regionale 10/97 la legge Galli e stipulato l’accordo di programma sul ciclo integrato delle acque nell’anno 1999, ha maturato notevoli e colpevoli ritardi che stanno provocando gravi danni al processo di riorganizzazione, di innovazione ed ammodernamento, teso a dare ai cittadini un servizio di qualità, efficiente ed efficace. A fronte di tutto ciò, occorre approfondire e chiarire il problema delle tariffe sia per quanto concerne la fornitura di acqua a livello di soprambito sia a livello di Ato tenendo conto delle normative in vigore, della qualità del servizio offerto e delle diverse condizioni sociali dei cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti
Negli ultimi trenta anni il capitale privato si è impadronito del governo dell’acqua assolutamente primaria un po' dappertutto nel mondo,approfittando delle politiche dette di aggiustamento strutturale imposte dal Fmi e dalla Banca Mondiale ai paesi «in via di sviluppo», fino alla presenza delle grandi aziende private nel sistema idrico.

Le tappe dell'aggressione

1992, Dublino, Conferenza internazionale dell'Onu in preparazione del primo Vertice Mondiale sull'Ambiente a Rio di Janeiro: per la prima volta il capitale privato riesce a fare accettare dai poteri pubblici il principio che l'acqua deve essere considerata come «bene economico», e non più principalmente come un «bene sociale», e quindi sottomessa alle regole del mercato.
1993: confermando il principio di Dublino, la Banca Mondiale pubblica il manuale di testo, ad uso degli Stati beneficiari degli «aiuti» dei paesi occidentali, su cosa debba essere una politica integrata delle risorse idriche e come gestirla a livello nazionale. La Banca riconosce esplicitamente di essersi ispirata ai principi promossi dalla «scuola francese dell'acqua», cioè dalle grandi imprese multinazionali idriche francesi.
1994: approvazione in Italia della legge sull'acqua (la legge Galli) la quale riprende largamente i principi francesi e della Banca Mondiale.
1995: il capitale privato riesce a far inserire i servizi idrici nelle discussioni sulle trattative sui servizi nel quadro del Gats (Accordo Generale sul Commercio dei Servizi) proposto nell'ambito del Wto. Fra i più convinti ed accaniti sostenitori dell'inclusione figura l'Unione Europea. Su pressione del fortissimo lobby delle imprese idriche europee (9 sulle 10 principali imprese idriche al mondo sono europee, cioè francesi, inglesi e tedesche), l'Unione europea ha in questi anni mantenuto la richiesta di liberalizzazione dei servizi idrici indirizzata a 102 paesi del mondo di cui 72 fra i più poveri.
1996: le imprese private creano il Consiglio Mondiale dell'Acqua con il sostegno entusiasta della Banca Mondiale, di molte organizzazioni specializzate dell'Onu e di governi quali quello francese, canadese, svedese, giapponese, egiziano. olandese, marocchino. In questo contesto lanciano nel 1997 il primo Forum Mondiale dell'Acqua a scadenza triennale. In 10 anni sono riuscite a far credere anche a molti dirigenti politici ed ai media del mondo che il Consiglio Mondiale dell'Acqua rappresenta un'iniziativa internazionale pubblica legata alle Nazioni Unite. Il che è falso. In realtà essa è un' organizzazione privata di diritto francese con sede a Marsiglia, presieduta dal presidente di una filiale congiunta delle due principali imprese idriche mondiali (le francesi Ondeo e Veolia). Non solo, ma grazie al successo delle varie edizioni del Forum Mondiale dell'Acqua, sono pervenute a diffondere e fare accettare come cultura mondiale dell'acqua oggi dominante i loro principi, cioè: l'acqua deve essere trattata come un bene economico il cui prezzo deve coprire i costi totali ivi inclusi il profitto e la remunerazione del rischio; la gestione privata dei servizi è più efficiente, efficace ed economica di quella pubblica; i servizi idrici devono essere liberalizzati; il capitale privato deve essere il principale finanziatore dei costi di gestione dei servizi, nel mentre gli investimenti nelle infrastrutture devono seguire il Ppp (partenariato pubblico-privato, di cui il Project Financing dovrebbe essere lo strumento privilegiato.
2000: la banca svizzera privata Pictet, lancia il primo Fondo internazionale d'investimento sull'acqua. Oggi il Fondo Pictet vale 3,9 miliardi di dollari. Altri fondi sono stati creati nel frattempo Secondo il Bloomberg World Water Index pubblicato fine maggio 2006, il livello dei profitti degli investimenti nelle imprese idriche negli ultimi tre anni è stato superiore a quello nelle imprese petrolifere e meccaniche.
2005, ottobre: su iniziativa ancora una volta delle imprese francesi nasce AquaFed, la federazione internazionale delle imprese idriche private, il cui scopo esplicito è di operare a tutti i livelli nazionali ed internazionali per la difesa e la promozione degli interessi delle imprese associate (più di 200, fra le quali l'italiana Acque Toscane).
Il capitale privato è sempre più corposamente presente nel settore idrico italiano, ivi compreso il servizio idrico integrato. Al maggio del 2006, più della metà delle Autorità d'Ambito Territoriale Ottimale (Ato) hanno assegnato il servizio ad imprese aperte al capitale privato fino al 49%., a seguito di una gara pubblica internazionale. Il capitale privato non è costituito solo da banche ma anche da grandi imprese di costruzioni come Caltagirone, Impregilo...Importante é anche la presenza di imprese idriche francesi, tedesche, inglesi e di fondi d'investimento europei e nordamericani. L'internazionalizzazione finanziaria del settore idrico ha cessato di essere uno spauracchio annunciato dagli oppositori alla globalizzazione attuale.

Che cosa vuol dire «gestione pubblica»

Una domanda: cosa si deve intendere per gestione pubblica dei servizi idrici? Se con essa il governo Prodi intende anche una gestione assicurata da un'impresa SpA con capitale misto pubblico e privato, operante in zone al di fuori della propria area di origine e titolata ad acquistare partecipazioni di capitale in altre imprese idriche vuoi in altri settori in Italia ed altrove nel mondo, questo significa che l'esclusione dei servizi idrici dalle liberalizzazioni è, come minimo, una presa in giro dei cittadini. Nel caso,ad esempio,di un'impresa SpA a capitale interamente pubblico e vincolata ad agire unicamente nel settore del servizio idrico integrato e sul territorio del suo Ato, si tratta di una situazione anomala (cosa c'entra in queste condizioni una SpA?) da considerare provvisoria e da trasformare in un'azienda pubblica /ente economico pubblico ( a statuto regionale; speciale....) con una nuova legge quadro nazionale e nuove leggi regionali conformi alla legge quadro.
Non è da sottovalutare l'intenzione espressa dall'associazione «AcquaPubblica» di lavorare su una proposta di legge che tenga conto delle esperienze e delle prospettive delle imprese pubbliche di gestione dell'acqua potabile e delle AATO che hanno optato per un governo pubblico dell'acqua.

Alcune proposte:

a) il riconoscimento effettivo come diritto umano - universale, indivisibile ed imprescrittibile - dell'accesso all'acqua potabile nella quantità e qualità considerate necessarie ed indispensabili per la vita. L'Oms fa riferimento a 50 litri al giorno per persona.

b) l'adozione del principio che i costi relativi all'accesso all'acqua potabile come diritto umano debbono essere presi a carico della fiscalità generale e specifica. L'adozione di tariffe speciali per certe fasce disavvantaggiate della popolazione deve essere considerata una soluzione parziale e provvisoria;

c) il governo pubblico dell'acqua significa il governo di tutte le acque.

d) dare la priorità ad una politica di risparmio, di uso sostenibile e di riuso delle acque, mirando a promuovere una cultura della gestione delle acque centrata sulla manutenzione e l'ammodernamento permanente graduale, anziché continuare sulla via delle grandi opere idriche, dei grandi sistemi idrici e, quindi, dei grandi investimenti che hanno largamente dimostrato finora di essere soprattutto fonte inevitabile di sprechi, di ritardi, di corruzione, di inefficienze dovute al gigantismo dei sistemi, di trasferimento di potere alle imprese costruttrici ed al capitale privato
e) tagliare i fondi per le spese militari a favore dei beni necessari come l’acqua per garantirne gratuitamente l’accesso.

Rosellina Aiello - Mimì De Paola

Coordinamento per l’Unità dei Comunisti-Cosenza


Regione Calabria: un altro mondo è ancora possibile?

Le continue vicende giudiziarie che in Calabria stanno coinvolgendo politici, imprenditori e forze dell’ordine, mettono a nudo il carattere trasformistico della politica regionale degli ultimi 20 anni.
In un quadro sociale drammatico, in cui la criminalità diventa fattore di ammortizzatore sociale, appare sconcertante la continuità delle politiche di precarietà e massacro sociale che questo Governo regionale sta imponendo alla popolazione calabrese.
Al di là delle responsabilità che dovranno essere accertate, non è più ammissibile l’estraneità della politica della Giunta dai problemi reali, a fronte di un incancrenito intreccio politico-affaristico-mafioso.
Una "inquietante commistione" tra massoneria, affari, politica, alti esponenti delle istituzioni "di ogni genere e specie"; "intrallazzi", "questioncelle", "pizzi" e "tangenti": è questo il criminale intreccio di cui attualmente è protagonista la regione Calabria  e che vede coinvolti politici del "centro-destra" e del "centro-sinistra", imprenditori, ex piduisti, boss mafiosi, alti ufficiali delle "forze dell'ordine" e prelati del Vaticano.
Giorno dopo giorno la degenerazione del sistema politico calabrese assume sempre più un carattere irreversibile all’emergere delle varie inchieste. Sanità, infrastrutture, fondi Ue, economia sommersa: qualunque settore generi profitto in questa regione, è soggetto a speculazioni, truffe e collusioni tra malavita organizzata e classe politica.
Dagli 864 milioni di euro sperperati in Calabria negli ultimi dieci anni per costruire decine di depuratori e impianti per rifiuti poco funzionati o mai collaudati che hanno portato la magistratura ad ipotizzare l’esistenza di questa sorta di ’superloggia segreta’ specializzata nel controllo del denaro che scende a pioggia sull’asse Bruxelles-Roma-Catanzaro, all’inchiesta “Why Not”: una società di lavoro interinale aderente alla Compagnia delle Opere, che ora è diventata centrale nell’istruttoria sulla presunta Cupola segreta e nella quale risulterebbe indagato anche il presidente del Consiglio dei Ministri Romano Prodi . La Why Not riceve commesse milionarie dalla Regione, occupa 500 persone e ne distacca ben 146 nelle segreterie di partito e negli assessorati.
Ed ancora: dall’ “Operazione Omnia” che ha portato alla luce un inquinato circuito finanziario nella Sibaritide, in cui la cosca dei Forastefano di Cassano allo Ionio, applicava tassi usurai del 100% annuo a commercianti e grossi imprenditori con un guadagno di svariati milioni di euro all’anno, all’inchiesta sull’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria che ha accertato come le principali cosche della fascia tirrenica, reggina e vibonese avevano messo le mani sugli appalti per i lavori di ammodernamento sia estorcendo il 3% del valore dei lavori -la cosiddetta tassa "sicurezza cantiere" versata dalle imprese appaltatrici dei lavori-, sia imponendo il ricorso a società di riferimento per la fornitura di materiale e servizi. Un affare da svariate decine di milioni di euro.
Probabilmente è arrivato il momento di chiedersi che senso ha definirsi “sinistra” quando si è direttamente e indirettamente complici di un sistema legato ai poteri forti e oscuri di questo nostro Mezzogiorno.
Le forme di precarietà, in tutti i settori, sono il prodotto di scelte volute da chi gestisce il potere e vuole ad ogni costo tenere sotto continuo controllo – anche attraverso il ricatto elettorale – la gran parte della popolazione che non riesce a soddisfare i propri bisogni primari.
Sarebbe opportuno esprimere un forte dissenso anche nei confronti di quell’elettorato borghese che nei fatti sostiene, a vantaggio dei propri interessi, una classe politica rampante e senza scrupoli.
Il perpetuarsi di questo sistema di potere è garantito, inoltre, dall’omologazione degli intellettuali alle attuali politiche dominanti che inibiscono oggettivamente la capacità critica e culturale della gente comune.
Si discute di un Piano Sanitario che, oltre a tagliare il 60% dei fondi alle strutture sovvenzionate - con il conseguente rischio di centinaia di licenziamenti - non garantisce il potenziamento delle strutture pubbliche ma tende all’ abbandono di queste per la costruzione di nuovi ospedali -vedi Ospedale di Vibo Valentia-. Tutto ciò non produrrà altro che fiumi di “denaro sporco” attraverso assegnazioni di appalti per la costruzione, per le forniture di impianti e servizi, assunzioni clientelari, mazzette etc etc.
Il 5 agosto del 2006 nell'ambito della legge finanziaria regionale è stata approvata dal Consiglio Regionale una norma (art. 29, comma 4, della legge regionale n. 7 del 21 agosto 2006)  che impedisce la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Calabria (BURC) degli atti - e dei conseguenti impegni di spesa - relativi alla Giunta ed alla presidenza del Consiglio Regionale. Un provvedimento che, oltre a calpestare i principi costituzionali della trasparenza e della partecipazione del cittadino alla pubblica amministrazione, vuole nascondere i misfatti e l’ambiguità della disciplina regionale.
I lavoratori precari Lsu e Lpu in Calabria sono circa 8000  e continuano a ricevere con forte ritardo le proprie spettanze e a non avere risposte sulla propria stabilizzazione.
Risposte che tardano ad arrivare sia dal governo nazionale, sia dal governo regionale.
Ancora oggi non viene sciolto il nodo sulle risorse previste in finanziaria sulle loro stabilizzazioni. Tutto ciò a dimostrazione di come la questione Lsu e Lpu non sia fra le priorità assolute della giunta regionale, né del governo Prodi sulle questioni del Mezzogiorno.
E’ doveroso sollecitare l’elettorato “sano” affinché si ponga fine agli appelli di sindacati e amministratori sulla concertazione; la Calabria è oramai una regione persa, al collasso che ha davanti a sé le prospettive peggiori che si possano immaginare finchè questa classe politica calabrese continuerà ad alternarsi sulle poltrone del potere.
Bisogna liberarsi dalla demagogia attuata nei confronti delle persone oneste per dire basta a tutte le espressioni clientelari che chiudono le porte al futuro delle giovani generazioni e dei disoccupati che abbandonano terra e affetti per trovare sistemazione all’estero o per continuare a fare i precari nel nord-Italia.
Chiedere le dimissioni della Giunta Loiero e dell’intera classe politica calabrese è un atto dovuto di civiltà e di cambiamento da parte di chi vive e di chi chiede un futuro in questa Regione.
La “vera sinistra” dovrebbe rompere con i rappresentanti dei poteri forti ed elaborare un programma che, partendo dai bisogni reali delle classi economicamente più deboli, concretizzasse le aspettative e le speranze di larga parte della popolazione meridionale.
La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; un reddito minimo ai giovani disoccupati; casa e sanità garantite; la ripubblicizzazione dei servizi come l’acqua e l’abolizione del segreto bancario sono solo alcune delle proposte che dovrebbero essere rimesse al centro del confronto politico e delle vertenze di lotta.
Mai come adesso i comunisti calabresi, e non solo, devono muoversi in quest’ottica. Se non ora,  quando?

 Rosellina Aiello e Mimì De Paola - Coordinamento per l'Unità dei Comunisti - Cosenza


‘Ndrangheta politica e clientelismo nella provincia di Vibo Valentia

Il territorio vibonese – lo sappiamo da tempo – è martoriato da una piaga che si chiama 'ndrangheta: essa – e questo, chi non lo sapeva, lo ha imparato dagli ultimi eventi – si annida in ogni settore della società, dai tribunali alla pubblica amministrazione, dai sindacati ai partiti, dalle attività economiche a quelle socio-culturali.
Gli sviluppi delle inchieste giudiziarie dell’inverno scorso nel nostro territorio hanno solo cominciato a far affiorare la fogna che scorre sotto i Palazzi vibonesi e calabresi: anche chi non voleva o faceva finta di non vedere ha dovuto aprire gli occhi sugli ingranaggi del sistema politico‑mafioso che detta legge nella nostra città e nella nostra regione.
Quanto accaduto nei mesi scorsi, con il coinvolgimento nelle indagini di personaggi eccellenti (legati al mondo della magistratura), dimostra che le cosche della ‘ndrangheta hanno ormai la capacità di infiltrarsi organicamente in ogni apparato di potere, di gestire direttamente i propri affari, senza più servirsi, come in passato, dei favori occasionali di qualche politico.
Gli arresti delle settimane scorse, hanno evidenziato finalmente come i ritardi nella realizzazione del tratto autostradale Pizzo-Gioia Tauro non siano dovuti alla lentezza degli operai calabresi e alla loro poca voglia di lavorare sotto il cocente sole calabrese (come qualche leghista xenofobo potrebbe credere), ma alle infiltrazione delle cosche mafiose per la gestione dei suoi lavori di ammodernamento. La polizia, ha infatti smascherato il sistema mafioso che gravitava intorno alla ristrutturazione dell'autostrada A3 e che vedeva protagoniste varie famiglie malavitose,  capaci di determinare l’agire delle imprese nell’acquisto dei  materiali, nelle assunzioni dei propri raccomandati, fino a giungere alle “tradizionali” estorsioni. Oltre 12 milioni di euro estorti, e spartiti tra i vertici delle più importanti cosche calabresi: i Piromalli, i Pesce e i Bellocco, i Condello, e i Longo (di Reggio e provincia), strettamente collegati con il clan Mancuso di Vibo Valentia. Nell’ottica dell’equilibrio tra le forze e pari divisione di competenze e denari, sono state addirittura create delle apposite sfere d’influenza territoriale: ai Mancuso, spettava la competenza nel tratto Pizzo Calabro - Serra San Bruno; ai Pesce, il tratto tra Serre e Rosarno, e infine, il tattro tra Rosarno e Gioia Tauro, ai Piromalli.
E ancora la speculazione edilizia, il mancato rispetto dei piani regolatori per le costruzioni delle abitazioni, la cementificazione delle spiagge e la costruzioni di grandi centri balneari (peraltro nella maggioranza dei casi gestiti più o meno direttamente dalle famiglie mafiose locali, previa benedizione dei Mancuso, vedi operazione ODISSEA) il mancato ammodernamento del piano idro-geologico, della rete fognaria, sono tra le cause principali del disastro del luglio scorso.
Morti e devastazione le cui responsabilità non sono da ridurre a un "avvenimento eccezionale e imprevedibile", ma ricadono per intero sui governi nazionale, regionale e sulle amministrazioni locali, quasi tutti in mano al "centro-sinistra" che, nonostante il ripetersi di tragedie simili, non hanno mosso un dito per mettere in sicurezza un territorio troppo spesso martoriato da simili catastrofi.
 La ‘ndrangheta fa proseliti in ogni strato sociale, ma soprattutto tra i giovani disoccupati i quali, a causa della mancanza di una legislazione che li tuteli e permetta loro di vivere dignitosamente e onestamente, anche in attesa di una sistemazione occupazionale stabile, rappresentano un grande serbatoio di manovalanza per le famiglie mafiose del nostro territorio.
Eppure i rimedi per prevenire, arginare e combattere il dilagare del fenomeno mafioso ci sarebbero e sarebbero, se solo si volesse, di facile attuazione!
Quali? Ad esempio il salario minimo garantito per ogni soggetto che temporaneamente viva in una condizione di disoccupazione, in  modo da dimostrare l’interessamento dello Stato nei confronti dei propri cittadini, in primo luogo dei meno abbienti e delle fasce di popolazione più deboli, le quali sono le più soggette ai ricatti e alle pressioni esercitate dalla mafia, nonché le più vulnerabili, proprio per la condizione di precarietà della loro esistenza.
«La mafia non è l'antistato. Contrariamente a quanto teorizzano le agenzie di informazione e i politici borghesi, essa è un’organizzazione complementare e strettamente intrecciata con parti decisive degli apparati statali. Non è la mancanza di leggi adeguate o di un sufficiente numero di magistrati e poliziotti che impedisce di sconfiggere la mafia, ma proprio l’assenza del senso della legalità, a tutti i livelli, anche (soprattutto!!!) tra i membri delle istituzioni. Ed è all'interno del sistema liberista, fondato sullo sfruttamento salariale e sulla proprietà privata, che stanno le cause del proliferare del fenomeno mafioso; è all'interno dello Stato borghese che vanno ricercati i principali alleati della mafia e i sui rappresentanti politici! Quello che manca, e che dovremmo ritrovare, è una coscienza civile che si opponga ai disvalori del profitto, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell'individualismo più esasperato, dell'arrivismo e dell'accumulo di ricchezza».
Tutto questo non sconvolgerà nessuno, e nessuno, crediamo, proverà un po’ di sana vergogna alle nostre parole; anzi, fino ad ora, le nostre denuncie sono spesso passate sotto silenzio, e mai sono state prese in considerazione. 
Dunque, armati di pazienza, esaminiamo nel dettaglio la condizione giovanile nel nostro territorio. I giovani, superata la maggiore età, si trovano di fronte ad un bivio: fare le valigie e affrontare gli studi universitari (lasciando, dunque, la loro casa) con la speranza che un titolo accademico possa garantire loro un posto di lavoro sicuro per l’avvenire, oppure rimanere in cerca di lavoro nella propria terra.

  IL LAVORO: l’attività  più importante per la vita di un uomo, l’elemento che lo nobilita, che dovrebbe essere espressione della sua creatività e delle sue capacità e che invece, all’interno dell’attuale società e degli attuali rapporti di produzione, sembra una meta sempre più lontana, per molti addirittura negata e sostituita dalla logica dalla precarietà, nonché, in molti casi, soprattutto nel nostro territorio, un traguardo che si raggiunge mediante il compromesso e l’amicizia di qualche potente. Il lavoro, che nel settore privato è guidato da una logica di sottomissione e sfruttamento e che ha come unica finalità il profitto per il detentore dei mezzi di produzione, nel settore pubblico (o a partecipazione statale) dovrebbe essere regolato da logica meritocratica. Sulla carta!!!
E nel nostro territorio come stanno le cose?  Come si fa a vincere un concorso pubblico nella provincia di Vibo valentia? Semplice: basta essere parenti o amici di politici, prelati, massoni, insomma… di “gente che conta”. Questo è, evidentemente, il criterio di valutazione adottato, per esempio, dalla Regione Calabria nel 2001, con il cosiddetto concorsone per i portaborse, quando uomini di fiducia dei parlamentari del consiglio regionale sono stati assunti a tempo indeterminato. Tutti i vincitori di quel concorso erano parenti di politici e uomini di partito, di tanti partiti, tra i quali figura anche il nostro ex partito il PRC, che, nell’ottica di appiattimento alle posizioni di governo, ha ormai debellato dal proprio DNA i principi su cui si era fondata la sua nascita, adeguandosi all’andazzo generale. 
Una “sanatoria” ante litteram come quella del 2001 ora non sarebbe più possibile.
Con un ingegnoso provvedimento la giunta regionale ha imposto che i gruppi consiliari non possano assumere parenti fino al terzo grado. Sembra quasi che giustizia sia stata fatta, ma… fatta la legge, trovato l'inganno! Infatti è vero che un consigliere regionale non può assumere parenti nel proprio gruppo, ma nessuno gli vieta di farli assumere in un altro gruppo consiliare, cosa che in effetti accade: io, compagno, assumo tuo figlio se tu, camerata, assumi mio nipote.
E cosa succede alla Provincia? Beh, l’amministrazione provinciale non fa certo di meglio: mica può navigare controcorrente. Come si giustificherebbe, poi, coi propri elettori?
A quanto risulta è stato bandito un concorso (delibera di giunta n. 456 del 23 dicembre 2004) i vincitori del quale sono, in gran parte, parenti e amici di assessori e consiglieri provinciali. Simile esito, forse, avrebbe avuto un altro concorso, bandito sempre dalla giunta alla vigilia delle elezioni provinciali del 2004, che è stato bloccato dal governo nazionale, poi,  per mancanza di fondi; inoltre, a tre anni di distanza, la Provincia non si è neanche preoccupata di comunicare ai partecipanti se e quando si svolgeranno, effettivamente, le prove concorsuali.
Non mettiamo in discussione i requisiti di accesso al concorso e i criteri di valutazione, ma, se gran parte dei vincitori risulta essere parente o amico del politico Tal dei Tali, delle due una: o i parenti e gli amici del politico Tal dei Tali sono più preparati e intelligenti degli altri aspiranti o qualcosa puzza!!!
La politica ha il dovere di operare per il bene pubblico nel rispetto delle leggi vigenti. Ci chiediamo come, in una provincia martoriata dalla ‘ndrangheta e dal clientelismo, i cittadini che lavorano onestamente tutti i giorni per guadagnarsi una vita dignitosa possano credere ancora in una classe politica vecchia e inaffidabile (e, tuttavia, ancora capace di generare mostruosità come il PDM: più che un nuovo soggetto politico una mutazione genetica di ex  e neo democristiani affamati di poltrone).
Come associazione marxista Unità Comunista- Vibo Valentia ci dichiariamo estranei a tali logiche, il nostro agire politico è connotato dalla voglia di lottare contro questa tenaglia che ci stringe e costringe noi tutti ad una forma di sottomissione in tutti gli aspetti della nostra esistenza.
È proprio in questa ottica che siamo stati impegnati nell’estate scorsa in una carovana per la legalità ospitata in vari paesi della nostra provincia, (carovana che è nelle nostre intenzioni riproporre anche quest’anno con l’aiuto e la collaborazione di quanti con noi condividono le nostre posizioni e finalità); promotori del “movimento studentesco vibonese”, per opporci all’apatia che caratterizza i giovani e per sensibilizzare gli studenti su quelle che sono le tematiche che riguardano le loro condizioni; fautori di una manifestazione contro l’ingerenza della mafia in ogni settore della società.
   E’ necessario ribellarsi, denunciare  la prepotenza, la criminalità, in ogni modo questo si presenti.
   E’ necessario opporsi a tali comportamenti in modo da non rendersi complici di tutto ciò e nello stesso tempo diffondere la cultura della legalità, della partecipazione, della militanza, superando gli schemi di immobilismo, quiescenza, di delega che fanno comodo a perpetrare e conservare questo stato di cose presente.

                

             Associazione Unità Comunista – Vibo Valentia - aderente al Coordinamento per l'Unità dei Comunisti

                                                                                                                            Sergio Carmelo


BAGNOLI: VITTIMA PREDESTINATA DI UN DISEGNO SPECULATORE

Il fallimento delle politiche urbanistiche bassoliniane e le battaglie dell’Assise Cittadina in difesa del territorio e dell’ambiente

Nella zona occidentale di Napoli vi erano tre grossi insediamenti industriali, Italsider, Eternit e Cementir, che davano una occupazione stabile a circa 6000 persone con relative famiglie su tutto il territorio flegreo (zona occidentale), garantendo nel contempo uno sviluppo economico e produttivo.
A distanza di quasi vent’anni, il quartiere e i territori circostanti, che un tempo trovavano nella fabbrica non solo un’opportunità di lavoro, ma anche un elemento di identificazione socio-culturale, sono divenuti in breve tempo un vero e proprio deserto attraversato da immense distese di degrado urbano, civile ed ambientale, preda della precarietà e della disoccupazione, nonché terreno di conquista della malavita organizzata. Ciò a causa delle scellerate politiche sociali e urbanistiche messe in atto dal centrosinistra bassoliniano, che hanno traformato Bagnoli nella capitale del business “mordi e fuggi”, consegnando di fatto le chiavi di un territorio ricco di potenzialità produttive e unico per il patrimonio e le ricchezze storiche e naturalistiche, nelle mani di affaristi e speculatori senza scrupoli.

Qualche cenno storico

 La storia della bonifica di Bagnoli si può far partire dal 1991, anno in cui, con la chiusura del treno di laminazione, termina definitivamente le sue attività l’Italsider. In verità questo è solo l’esito finale di quel lungo processo di dismissione industriale che nel corso del decennio precedente aveva già portato alla chiusura di alcuni dei principali siti produttivi sia nella zona orientale che in quella occidentale (Cementir, Eternit, Federconsorzi, ecc.).
Sorgono immediatamente due problemi: da un lato la bonifica dell’area, dall’altro la destinazione d’uso della stessa una volta bonificata.
Già nel settembre ’94 il Consiglio comunale approva gli Indirizzi per la Pianificazione Urbanistica, vero e proprio preludio alle successive varianti al Piano Regolatore del 1972.
Il 15 Gennaio 1996 viene approvata, dopo un lungo ed aspro confronto in consiglio comunale, la variante per la zona occidentale: essa diverrà operativa solo col decreto del presidente della giunta regionale della Campania n 4741 del 15 Aprile 1998.
L’obiettivo della variante è rivolto alla “formazione di un unico, vasto territorio a bassa densità dove attività produttive legate alla ricerca si integrano con molteplici possibilità di ricreazione, di svago, e di cultura…”. Nel 2000, quindi dopo già sei anni di promesse e obbiettivi mancati, viene approvato il PUE (piano urbanistico esecutivo) che si prefigge come obiettivo quello di “ripristinare le straordinarie condizioni ambientali che furono cancellate con la costruzione della grande fabbrica, ma al tempo stesso conservare la memoria del recente passato produttivo, anche per il significato che esso ha avuto nella formazione di una cultura del lavoro per tutta la città di Napoli”.  Infine, nel 2001, si costituisce la STU (società di trasformazione urbana) Bagnolifutura, società mista avente come sua finalità “la valorizzazione qualitativa del luogo e la realizzabilità economica dell’intervento di bonifica”.
A distanza di più di dieci anni queste dichiarazioni d’intenti sono rimaste lettera morta. In questo interminabile lasso di tempo abbiamo assistito ad un interminabile carosello di promesse, progetti faraonici senza né capo ne coda e proclami trionfalistici da parte delle istituzioni.
 Paradigmatico è stato il caso della Coppa America di Vela, presentata dall’amministrazione Jervolino come possibile panacea di tutti i mali del territorio, nonché come occasione di rilancio economico dell’Area basato sul rilancio del turismo. Il flop clamoroso di questa e di altre operazioni di “rilancio” (ora è il turno del Forum delle Culture del 2013, ancora una volta presentato dalle amministrazioni locali come la grande opportunità per Bagnoli e per Napoli) non hanno fatto altro che confermare la giustezza delle critiche mosse dalle Assise Cittadine, che da sempre hanno denunciato la pressapochezza e lo spirito di improvvisazione insito nei disegni delle amministrazioni locali.
La verità, al di la dei sogni e delle idilliache promesse elargite a piene mani da Comune, Provincia e Regione Campania, è che Bagnoli rappresenta uno dei più clamorosi scandali italiani degli ultimi decenni. Uno scandalo che si rinnova quotidianamente nel più totale silenzio.
In questi anni lo Stato Italiano ha elargito migliaia di miliardi di denaro pubblico (261 miliardi già nel “Piano di recupero ambientale” redatto dal CIPE nel 94, a cui vanno aggiunti i 150 miliardi nel triennio 2001-2003, oltre ai finanziamenti a vario titolo e sotto le più svariate forme sopraggiunti negli ultimi anni). E’ di questi giorni la notizia di un’accordo di altri 223 milioni di Euro tra enti locali, Bagnolifutura e Ministero dell’Ambiente per la rimozione della colmata a mare.
Dunque, una mole di denaro pubblico a pioggia in nome di un presunto risanamento delle coste per la bonifica delle area dimesse, ma che  che finora è servito soltanto a garantire stipendi faraonici ai membri del CdA di BagnoliFutura, o a garantire lauti guadagni a società private o para-pubbliche (come Città della Scienza, vero e proprio bacino di assunzioni clientelari ad uso e consumo dei vertici di DS e Rifondazione Comunista) e alle ditte d’appalto private incaricate dei lavori di bonifica: una bonifica che ad oggi non è stata ancora ultimata, e che probabilmente non lo sarà neanche entro i prossimi cinque anni!
Dopo aver privatizzato la gestione di grandi aree pubbliche (dalle spiagge alla Mostra d’Oltremare), il Comune prepara oggi la svendita ai privati dei suoli per l’edilizia commerciale (ancora inquinati!). Dulcis in fundo, lo smantellamento urbanistico stà portando migliaia di bagnolesi ad essere di fatto espulsi dal quartiere: all’edilizia popolare di un tempo va sostituendosi l’edilizia affaristico speculativa, ad uso e consumo dei pescecani delle agenzie immobiliari. L’emergenza-sfratti degli ultimi mesi ne è un ovvio corollario.
Tutto ciò, neanche a dirlo, in una municipalità che negli ultimi anni ha visto alternarsi alla presidenza DS e Rifondazione Comunista senza soluzione di continuità, sulla base di percentuali di consenso al centrosinistra a dir poco bulgare!
In sostanza, la riconversione di Bagnoli è un esempio eclatante degli intrecci politico-economici che guidano l’operato del centrosinistra napoletano, e delle loro conseguenze nefaste.

L’esperienza dell’Assise cittadina per Bagnoli

Contro lo scempio economico, sociale e ambientale è attiva sul territorio flegreo l’Assise cittadina per Bagnoli, un vero e proprio comitato popolare cittadino, volto a ricostruire quel protagonismo dal basso e quella partecipazione di massa nelle scelte di politica territoriale ed urbanistica che da sempre hanno contraddistinto la cultura e la prassi del movimento operaio flegreo.
In questi mesi l’attività dell’Assise si è concentrata sulla battaglia contro gli sfratti, per un uso pubblico e libero delle spiagge e per una destinazione sociale dei suoli “ex-Italsider”, in aperta contrapposizione ai disegni delle giunte locali e delle lobby affaristiche napoletane. 
L’Assise, attraverso iniziative di controinformazione e di vigilanza diretta e dal basso dell’operato dei pubblici poteri, si batte per il risanamento ambientale del litorale e dei fondali marini e la restituzione del mare e della spiaggia alla libera fruizione dei cittadini; per la bonifica totale dei fondali marini e delle spiagge, da attuare attraverso la costituzione di una grande azienda pubblica specializzata nel risanamento ambientale e territoriale, e che oggi potrebbe da un lato garantire un futuro lavorativo a centinaia di precari e disoccupati, dall’altro coinvolgere i lavoratori di quelle società miste regionali (Pan, Recam e Jacorossi) appositamente costituite per realizzare interventi di monitoraggio e messa in sicurezza del territorio; per la restituzione del litorale alla sua originaria vocazione, naturalistica, termale e balneare; per la trasparenza dei procedimenti e l'effettività dei controlli sull'azione degli enti preposti alla riqualificazione territoriale.
Per fare ciò l’Assise propone lo scioglimento della Bagnoli Futura SpA e la restituzione delle competenze ai soggetti pubblici (al Ministero per l'Ambiente e Comune di Napoli); la definizione rapida dei tempi, dei costi e delle modalità di esproprio o cessione delle aree oggetto di intervento urbanistico diretto; la sospensione di ogni ipotesi di vendita dei suoli pubblici a soggetti privati finchè non sarà effettuata la bonifica delle aree destinate al parco urbano ed avviati i lavori delle principali attrezzature pubbliche: ciò al fine di impedire che i finanziamenti destinati a servizi pubblici e ad attrezzature collettive siano adoperati per altre funzioni, e al fine di affrontare il grave problema del peggioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti determinato dalla crescita dei valori immobiliari e dalla carenza di servizi e attrezzature collettive, cui è possibile far fronte solo predisponendo misure urgenti atte a garantire quote sufficienti di edilizia pubblica.
L’esperienza dell’Assise Cittadina per Bagnoli rappresenta solo uno spaccato di un percorso più ampio di ripresa del conflitto su un territorio campano e, più in generale, meridionale mai come ora attraversato dagli effetti nefasti delle politiche di “sviluppo ineguale” perpetrate negli ultimi decenni dai governi nazionali e locali, sia di centrodestra che di centrosinistra.
In quest’ottica non esistono singole vertenze da affrontare separatamente ma un’unica lotta articolata contro una politica ed una classe dirigente che in nome del profitto privato stanno devastando l’ambiente e i diritti sociali. La trasformazione urbana di ampie zone di Napoli, così come la ristrutturazione dei servizi pubblici fondamentali (sanità, energia, acqua, rifiuti, casa) sono caratterizzate dalle stesse logiche (privatizzazione, sostegno alla rendita, aumento delle tariffe, azzeramento della partecipazione popolare, sfruttamento selvaggio dell’ambiente, penalizzazione dei ceti meno abbienti), in quanto si propongono lo stesso obiettivo: il dominio capitalistico e l’affermazione dei suoi “modelli” di sviluppo.
E’ per questo che ogni movimento e ogni istanza di emancipazione nel meridione d’Italia non può non fondarsi su un’idea di società radicalmente e complessivamente alternativa al capitalismo, libera dalle logiche di profitto e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura.

Coordinamento per l'Unità dei Comunisti - Napoli