Una forza politica comunista all’altezza
delle sfide del XXI secolo…
…verso il Movimento per la Costituente Comunista…
Questo documento politico è il punto conclusivo del percorso di coordinamento
per l’unità dei comunisti e rappresenta lo sforzo
analitico e teorico comune dei gruppi organizzati che lo hanno promosso fino ad
oggi.
Questa sintesi rende possibile oggi superare il coordinamento stesso verso una
forma politica più avanzata, quella di un
Movimento per la Costituente Comunista. Un percorso politico ampio che non si
ponga l’obiettivo immediato di partorire
l’ennesimo nuovo partitino, ma che tenti di aprire un percorso di ricomposizione
verso l’unico Partito di tipo “nuovo” di questa
fase storica: quello comunista.
Per raggiungere questo obiettivo pensiamo che occorra coinvolgere i più ampi
settori di massa possibile e aprire un dibattito e
sforzo unitario, il più franco e leale, con tutte le componenti comuniste
realmente interessate oggi a un processo di liberazione
del proletariato e dell’umanità intera dallo sfruttamento capitalistico e dalla
schiavitù del lavoro salariato.
INDICE:
1. Dalla deriva della sinistra istituzionale alla costituente comunista.
2. Il Capitalismo nella competizione globale e la guerra permanente.
2.1 Il polo imperialista europeo.
2.2 Attività produttiva capitalistica nella crisi energetico-ambientale.
2.3 Composizione di classe e conflitto capitale-lavoro.
3 Movimenti e blocchi sociali.
3.1 Il rapporto con i movimenti.
3.2 Quali movimenti e che dialettica.
3.3 Il ritorno in campo della classe operaia.
3.4 Lotta alla precarietà.
3.5 Territorio e sfruttamento.
3.6 La questione meridionale oggi.
3.7 Lavoro e guerra.
4 Forma-Stato e riforme istituzionali.
5 Necessità e percorso dell’organizzazione politica di classe.
5.1 La questione sindacale.
6 Necessità di un bilancio del ‘900.
1. Dalla deriva della sinistra istituzionale alla costituente comunista
Il compimento della deriva della sinistra cosiddetta “radicale” (con la
nascita della Sinistra Arcobaleno)
segna la scomparsa anche formale di ogni opposizione parlamentare di classe al
governo dei poteri forti del
Capitalismo (Confindustria, banchieri, Vaticano, ecc.) aprendo uno scenario
politico inedito.
La classe dominante nel nostro paese, per affrontare la crisi di
sovrapproduzione del capitalismo e la
competizione internazionale, sta orientando tutto il sistema verso la blindatura
di ogni spazio residuo di
agibilità politica all’interno di un quadro che, potremmo definire, di
“democrazia autoritaria” con la
cancellazione/ridimensionamento degli ambiti della democrazia formale per come
li avevamo conosciuti
dal dopoguerra ad oggi.
La formazione del Partito Democratico, da parte delle forze liberiste
dell’ex-Ulivo, e la nascita della
“Sinistra Arcobaleno”, come patto di sopravvivenza della sinistra “radical”,
segnano dei passaggi verso
l’assunzione definitiva da parte di tutto l’arco istituzionale del paradigma
della “governabilità” come valore
assoluto per schiacciare ogni rappresentazione pubblica del conflitto sociale
determinato dalla
contrapposizione di interessi di classe.
A questi passaggi si accompagnano le spinte neo-corporative dei vertici
confederali verso la costituzione di
un interlocutore sindacale unico affidabile, che assuma in toto le priorità del
mercato e dell’accumulazione
capitalistica, al tavolo della concertazione con governo e padronato.
Tale blindatura passa anche attraverso le politiche militari, securitarie e
repressive con cui, all’esterno, si
partecipa al grande risiko imperialista globale e, all’interno, si criminalizza
ogni ipotesi di opposizione
sociale fomentando, parallelamente, una “guerra tra poveri” istillando la
percezione che le paure e le
insicurezze non siano determinate dalla precarietà e dallo sfruttamento bensì
dal “pericolo” dei lavoratori
immigrati.
Governabilità, legalità, sicurezza e concertazione saranno gli unici punti
“programmatici” considerati
accettabili. Tutto ciò che non è “compatibile” con questi paradigmi imperanti
sarà fuorilegge o quasi.
Le conseguenze di questi fatti incontestabili le stanno scontando sulla propria
pelle, innanzitutto, i
movimenti di lotta che si sono espressi in questi anni e che hanno costituito
un’ossatura reale
dell’opposizione di massa alle politiche reazionarie del precedente governo di
centro-destra.
Sebbene, insieme al governo di centro-sinistra, siano entrati in crisi alcuni
dei legami e dei cappi della
sinistra “radical” su gran parte di questi movimenti, questi ancora stentano ad
esprimere la piena
consapevolezza della necessità di una propria autonomia alle compatibilità del
sistema capitalistico e
risultano ancora oggi troppo influenzati dalla “sindrome del governo amico” e
dalle esigenze della
governabilità.
Questo passaggio cruciale sarà però ancor più complicato e difficoltoso (se non
impossibile) senza la
conquista da parte delle componenti comuniste e di classe di un ruolo più
importante all’interno del
conflitto sociale e del panorama politico italiano più in generale. Anche per i
comunisti nel nostro paese è
venuto il momento, infatti, di riconquistare una propria autonomia
politico-organizzativa e una completa
indipendenza ideologica e culturale nei confronti delle compatibilità col
sistema capitalistico.
Da molte parti viene visto ormai come urgente riaprire un percorso di
costruzione di un Partito Comunista
credibile che occupi lo spazio politico che gli compete nella lotta contro il
capitalismo nel nostro paese e
protagonista attivo anche sullo scenario delle contraddizioni internazionali.
Tuttavia, molte delle proposte
che si profilano all’orizzonte sostenute dalle attuali componenti comuniste,
fuori e dentro i partiti della
sinistra istituzionale, sembrano ancora troppo orientate alla sopravvivenza dei
propri orticelli e poco
coraggiose di fonte agli spazi che si stanno aprendo e che non possono essere
“terreno di conquista” di
questa o quella organizzazione esistente.
C’è bisogno di qualcosa di diverso, di aprire una fase costituente di una
tendenza comunista organizzata
che sappia ricomporre sul terreno della lotta e del conflitto le forze
attualmente disperse e frammentate;
ponendo sul terreno del confronto aperto la costruzione di un soggetto politico
comunista all’altezza delle
sfide del XXI secolo che contribuisca all’elaborazione di un progetto di società
alternativa, socialista, non
utopica, che sappia coinvolgere migliaia di persone e non solo le ristrette
cerchie delle leadership delle
organizzazioni attualmente esistenti.
Ci rivolgiamo, dunque, a tutti i compagni e le compagne, ai lavoratori ed ai
proletari, agli intellettuali non
allineati con il pensiero unico dominante, affinché partecipino alla costruzione
di una nuova forza politica
comunista, indipendente e alternativa al bipolarismo borghese e padronale: il
Movimento per la
Costituente Comunista.
2. Il Capitalismo nella competizione globale e la guerra permanente
La crisi generale del modo di produzione capitalistico, che si è aperta
all'inizio degli anni ‘70, ha le sue
origini nella crisi di sovrapproduzione nordamericana che chiude la fase di
espansione del secondo
dopoguerra amplificata politicamente dalla sconfitta in Vietnam e globalizzata
dalla rottura degli accordi di
Bretton Woods (fine della convertibilità del dollaro in oro).
A metà degli anni ‘70 la necessità di politiche concertate a livello globale
(del mondo “occidentale”) si
traduce nella creazione di nuovi organismi sovranazionali (G5, poi G7 e quindi
G8) e nella ristrutturazione
di quelli preesistenti in funzione della crisi economica (FMI e BM) e politica
(NATO).
Con l’inizio degli anni ‘80 le nuove amministrazioni dei principali paesi
imperialisti (Reagan e Thatcher, ma
non solo) riescono a concretizzare le controtendenze concertate a livello
globale: riduzione dei salari e
attacco diritti sindacali (in Italia politica dei sacrifici e svolta dell’Eur);
uso di strumenti monetari
(rivalutazione del dollaro) per scaricare la crisi sui paesi dell’est e del sud;
concentrazione dei capitali;
aumento delle spese militari in funzione del finanziamento dei nuovi settori,
come l’informatica
(dispiegamento dei Cruise e dei Pershing, “guerre stellari”).
Gli effetti di queste politiche (crescita abnorme del capitale finanziario,
crolli delle borse, instabilità
mondiale), hanno determinato, tra l’altro, la creazione di mercati e di istituti
sovranazionali “regionali” (ad
esempio, la UE) come elemento di mediazione tra la necessità di controtendenze
globali alla crisi e le
necessità dei capitali “singoli” che, dopo il processo di concentrazione, non
potevano essere rappresentati
politicamente solo a livello dei singoli paesi.
Con il crollo dei paesi del cosiddetto “socialismo reale”, e con l’ingresso a
pieno titolo nel mercato
capitalistico di Cina e India, si costruisce l’opportunità di una seconda
controtendenza alla crisi legata
all’espansione del ciclo di sfruttamento, così come l’informatica aveva dato la
possibilità di una
controtendenza legata all’intensificazione dello sfruttamento.
Che questo processo non abbia risolto alcuna delle contraddizioni iniziali
(crisi di sovrapproduzione,
tendenza alla finanziarizzazione, tendenza alla guerra) ma che, anzi, le abbia
dislocate a livello globale è
sotto gli occhi di tutti.
Allo stesso tempo questo processo ha definito una nuova classe operaia globale:
con la definitiva
distruzione delle economie precapitaliste, e con il crollo di quelle
“socialiste”, i lavoratori salariati, gli
uomini e le donne direttamente sfruttati nel ciclo di produzione capitalista
sono diventati la maggioranza
dell’umanità.
Il capitalismo è crisi: il modo di produzione capitalistico è contraddittorio e
storicamente “finito”. Le sue
contraddizioni sono ineliminabili. Il capitalismo come modo di produzione è in
continua disgregazione,
anche se sopravvive come rapporto sociale, ma solo in un quadro contraddittorio
sempre più complesso e
tale da rendere impossibili soluzioni generali. Singoli capitali riescono ad
accumulare a spese del
proletariato, o anche di altri capitali, ma il sistema nel suo insieme è in
crisi.
Non si tratta della crisi di un “modello” (quello liberista), quello che in
crisi è l’essenza stessa del modo di
produzione capitalistico, non una specifica ideologia padronale.
2.1 Il polo imperialista europeo
L’attività della UE investe con un’influenza decisiva e crescente su settori di
importanza vitale, come la
politica monetaria, il mercato del lavoro, la legislazione in materia di
immigrazione... e nel prossimo futuro
sulla proiezione militare (stato maggiore militare europeo, agenzia europea per
gli armamenti) e sulla
giustizia (Eurojust).
La nascita dell’UE risponde all’obiettivo del capitale europeo di conquistare
quegli spazi lasciati vacanti dal
declino del Giappone e dall’apertura dei mercati dell’Est Europeo e dei Balcani.
La storia recente dell’Unione non fa che confermare questo quadro: gli accordi
di Maastricht (‘93), Shengen
(’96), Amsterdam (‘97) e Nizza (2000), l’unificazione monetaria portata a
compimento con l’introduzione
dell’Euro, la strategia di indirizzo economico definita a Lisbona nel 2002
poggiano tutte su un unico
comune denominatore: consolidare e riprodurre il dominio di classe della
borghesia nei confronti del
proletariato europeo attraverso la precarizzazione e lo smantellamento dei
diritti sociali. Il progetto di
Costituzione europea, firmata dai capi di Stato e di governo a Roma nel 2004 ma
non ancora entrata in
vigore a seguito della sonora bocciatura nei referendum popolari svoltisi in
Francia e in Olanda, si muove
esattamente in questa direzione.
La Direttiva Bolkestein sui servizi e quella sugli orari di lavoro confermano
questo processo: esse si
prefiggono l’obiettivo di deregolamentare interamente i rapporti di lavoro,
attraverso una selvaggia
competizione al ribasso dei salari e l’allungamento considerevole dell’orario di
lavoro settimanale.
Non è un caso che gran parte di questo lavoro sia stato assegnato proprio a
Romano Prodi: il presidente
del consiglio uscente è stato infatti uno dei rappresentanti più affidabili del
grande capitale finanziario e
bancario europeo.
Sul versante internazionale, l’UE persegue l’obiettivo dell’autonomia economica
e militare USA
costituendosi a sua volta come polo imperialista. Il ruolo da essa assunto nella
spartizione del bottino in ex-
Jugoslavia successivo all’aggressione Nato del ’99, che ha visto l’Italia in
prima fila, la definizione di una
politica repressiva comune attraverso la cosiddetta “Black List”, le numerose
attività militari rese operative
all’estero, la creazione di uno stato maggiore militare europeo e di un’agenzia
europea per gli armamenti e il
sostegno all’industria militare dimostrano chiaramente la natura dell’UE quale
nuova frontiera imperialista
di sfruttamento delle classi subalterne e oppressione dei popoli dei paesi
dipendenti.
La stessa partecipazione di Paesi membri dell’UE alle imprese militari
americane, come nel caso delle
aggressioni tuttora in corso ad Iraq e Afghanistan non rappresenta, come
potrebbe sembrare, un atto di
“asservimento”; al contrario, essa risponde all’esigenza degli europei di
compartecipare alla spartizione del
bottino, per affermare, passo dopo passo, un peso politico-economico-militare
sempre maggiore. Risulta
quindi chiaro come l’UE non possa in alcun modo essere vista dalle classi
sfruttate come un interlocutore,
ne tanto meno come un possibile alleato.
Attribuire all’Europa il ruolo di contrappeso democratico (la cosiddetta “Europa
Sociale”) allo strapotere
Usa è del tutto illusorio e alla fine dei conti serve soltanto ai burocrati
della sinistra istituzionale per
giustificare le loro scelte opportuniste.
A fronte di un livello già così profondo di “integrazione reale”, troviamo una
scarsa consapevolezza che
spesso alimenta concezioni e pratiche localistiche e, quindi, una sottomissione
all’iniziativa politica,
economica (e repressiva) stabilita e diretta sul piano continentale. E’
necessario lavorare affinché i
comunisti si organizzino a livello internazionale e assumano anche questo nuovo
contesto europeo come
dimensione della propria azione politica.
Nella sua formazione economica sovranazionale, il capitale italiano ha dislocato
parte della sua produzione
nelle periferie dell’est e del sud del mondo. Allo stesso tempo ha richiamato in
Italia forza lavoro da quelle
aree.
Le condizioni di vita, i salari, i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici
“italiani” sono sempre più legati a
quelli dei lavoratori “stranieri” e parte del territorio italiano sta diventando
“periferia” paragonabile a quelle
dell’est e del sud.
E’ necessario, quindi, affiancare alla difesa del lavoro immigrato la
costruzione di collegamenti politici con i
lavoratori delle fabbriche globalizzate, a partire dai paesi della periferia
europea.
Dalla resistenza di Cuba e dalla rivoluzione bolivariana, fino all’eroica lotta
dei combattenti iracheni e
palestinesi, dal lontanissimo Nepal e dal cuore dell’Europa (Euskadi),
l’imperialismo ed suoi complici
ricevono ogni giorno esempi di dignità e progettualità: è dentro queste lotte
che il sacrificio di milioni di
uomini e di donne indica la prospettiva di un’alternativa, di un altro mondo
possibile, necessario e
socialista.
I Comunisti sostengono ogni lotta di liberazione antimperialista ed
anticolonialista, a partire dalle resistenze
alle occupazioni in cui viene direttamente coinvolta la “nostra” borghesia come
in Afghanistan, in Iraq, in
Libano e in Kosovo; e laddove i popoli resistono all’arroganza imperialista come
in Palestina ed in
Colombia, impegnandosi nel rafforzamento delle componenti marxiste e di
liberazione sociale all’interno
dei movimenti di resistenza.
2.2 Attività produttiva capitalistica nella crisi energetico-ambientale
Il sistema di produzione capitalistico si basa sul paradigma della crescita
infinita a fronte di un sistema terra
finito.
Per ragioni scientifiche tale sviluppo è incompatibile sia con le risorse
energetiche non rinnovabili, di cui è
oggi estremamente dipendente, sia con la conservazione degli ecosistemi
terrestri. Ai ritmi attuali, il sistema
capitalistico sta portando inevitabilmente delle conseguenze disastrose per il
nostro pianeta. Il consumo
sfrenato delle risorse energetiche non rinnovabili, infatti, e la conseguente
immissione di gas serra durevoli
(forcing radiativo) hanno incrementato o indotto una serie di sconvolgimenti
noti sotto il nome di
cambiamenti climatici: aumento delle temperature medie con conseguenti
trasgressioni marine,
desertificazione, sconvolgimento dei cicli idrogeologici, diffusione di malattie
infettive e cardio-respiratorie,
ecc.
Risulta quanto mai importante quindi analizzare come il sistema capitalistico
stesso ha risposto o
risponderà ad un tale scenario che qualcuno minimizza ciecamente come
catastrofista. Il capitale deve far
fronte quindi oltre all’intrinseca crisi di sovrapproduzione anche ai suoi
limiti strutturali di crescita (totale
dipendenza da risorse finite) e agli sconvolgimenti ambientali da lui stesso
indotti. Questi stanno
incrementando delle differenze di classe, in termini sia di sostanziale
peggioramento delle condizioni sociali
nei paesi a capitalismo avanzato che di sfruttamento incondizionato nel Sud del
mondo. I capitalisti anche
di fronte ad una futura crisi ambientale globale troveranno sempre un rimedio
sulle spalle dei lavoratori per
mantenere i loro privilegi di classe anche a spese delle condizioni di vita di
milioni di persone.
L’ambientalismo capitalista (conosciuto anche come sviluppo sostenibile) è una
corrente di pensiero oggi
sempre più influente, ma falsa e priva di fondamento scientifico. Si basa
sull’idea che capitalismo e
ambiente possano trovare una strada comune che soddisfi entrambe le esigenze:
produrre merci senza
limiti e non inquinare. L’unica alternativa, invece, è una rivoluzione sociale
che con lo sviluppo di
un’economia pianificata mondiale non faccia del profitto il suo scopo e riesca
ad essere compatibile con
l’ambiente perché capace di regolare la produzione in funzione delle reali
necessità della società umana, con
controllo pubblico e partecipato, eliminando sprechi e sovrapproduzione.
2.3 Composizione di classe e conflitto capitale-lavoro
Dentro una tendenza di crisi internazionale strutturale che dura da almeno un
trentennio, il sistema
economico italiano è entrato negli ultimi anni in una fase di recessione acuta,
con rilevanti saggi di
decremento produttivo e degli investimenti.
Almeno dal 1975 siamo di fronte una forte riorganizzazione di tutta l’economia
capitalistica italiana con
una riduzione delle imprese e dei settori legati esclusivamente al mercato
interno; la nascita di nuove
concentrazioni produttive, bancarie e finanziarie; l’innalzamento del livello
tecnologico con una selezione
degli investimenti a vantaggio di alcune imprese (soprattutto legate alla
produzione bellica), zone (quelle
investite dai famosi “corridoi energetici”) e settori (edilizia, “grandi opere”,
distribuzione e servizi,
soprattutto nel settore delle TLC) a svantaggio di altri.
Questa ristrutturazione sta avvenendo attraverso la delocalizzazione degli
impianti ed esternalizzazione
delle singole fasi della filiera produttiva estendendo, su scala nazionale ed
internazionale, il sistema dei
“distretti industriali” e dei “poli produttivi”. Tutto questo, all’interno di un
progetto più generale di
progressiva integrazione internazionale del capitale, a livello europeo e
mondiale, per rendere più
competitivo e aggressivo il capitalismo italiano attraverso un forte aumento
dello sfruttamento del lavoro,
garantito oggi dalla flessibilità e dalla precarizzazione.
La politica economica dei governi di centro-destra e di centro-sinistra, con il
determinante ausilio della
Banca d’Italia, ha contribuito ad affermare le tendenze qui sopra sintetizzate e
il loro peso. L’accelerazione
delle concentrazioni nel credito; le privatizzazioni e aziendalizzazioni delle
imprese statali; i tagli alla spesa
pubblica; i crediti agevolati e i tagli d’imposta concessi all'industria,
all'edilizia e ai servizi; le leggi sulla
cessione di ramo d’azienda e altre misure (Pacchetto Treu, Legge 30, Protocollo
sul Welfare) ne
rappresentano la manifestazione.
Attraverso queste politiche si è espressa una direzione capitalistica
dell'economia che può essere così
sintetizzata:
a) Compressione dei costi che il capitale deve sostenere in momenti critici,
sostegno alla politica di
incentivazione del saggio di profitto e scaricamento dei costi sui lavoratori
(intensificazione dello
sfruttamento).
b) Una politica “neo-corporativa” che, attraverso la concertazione, coinvolga i
sindacati confederali nella
cogestione dei processi di ristrutturazione dell'economia nazionale e nella loro
integrazione piena
nell’apparato statale, svolgendo ruoli di controllo sociale che prima erano
competenza dei partiti
tradizionali.
Questa tendenza produce anche una radicale trasformazione della composizione
della forza-lavoro e dei
rapporti di forza tra le classi (determinata ovviamente anche da fattori
politici).
Se è vero che gli occupati nelle grandi imprese industriali stanno diminuendo al
ritmo di circa 25.000
all’anno, nello stesso tempo, attraverso la delocalizzazione e la
esternalizzazione di parte dei processi
lavorativi, la quantità di manodopera impiegata nelle mansioni operaie è
maggiore di quanto lo fosse nel
1968. In questo trend va letto il dato che i lavoratori dei servizi (per lo più
all’impresa) oggi rappresentano i
2/3 della forza lavoro attiva, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni,
delle imprese d’appalto
(cooperative e non), dei trasporti e della grande distribuzione e logistica.
Dentro questo contesto di “crisi e ristrutturazioni”, con un ciclo di
accumulazione flessibile e di
valorizzazione ipervelocizzato, è stato concentrato l’attacco contro tutte le
forme di garanzie, diritti,
contratti e la precarizzazione massiccia del lavoro spezzettato in migliaia di
figure apparentemente distinte
tra loro: co.co.pro. e LAP, somministrati, a tempo determinato, in
apprendistato, soci di cooperativa,
affiliati in partecipazione, sono le forme giuridiche in cui si manifesta la
condizione di insicurezza e di
supersfruttamento dei proletari e delle proletarie oggi accanto alle figure
operaie “tradizionali”. Milioni di
lavoratori ai quali vanno aggiunti quelli dell’immigrazione impiegati, in
condizioni spesso di semi-schiavitù,
nell’edilizia, nell’industria, nel commercio e nel lavoro domestico. Last but
not least, la condizione femminile
assume rinnovata centralità, stretta fra la discriminazione lavorativa e
salariale da una parte e la sua
funzione di “riproduttrice” e cura della merce forza-lavoro, in questo caricata
di funzioni e compiti a cui un
welfare state sempre più dimesso ha abdicato da tempo.
Questo è il sintetico quadro di una classe sfruttata dal medesimo ingranaggio
produttivo del sistema
capitalista, ma scomposta e incosciente di avere interessi economici e politici
comuni.
3. Movimenti e blocchi sociali
Negli ultimi anni (soprattutto da Genova in poi) si è alimentato un dibattito
fittizio (prevalentemente in
Rifondazione e nelle realtà sociali impegnate contro la globalizzazione e la
guerra) sul ruolo dei movimenti
e di un partito comunista, e del rapporto che deve intercorrere. Fittizio un
dibattito che riproduceva
schematicamente alcune tesi del Novecento in ambito marxista o post marxista.
Quindi niente di nuovo sotto il cielo, anzi riproposizione di tesi già note
ripulite e riadattate. Soprattutto, il
PRC ha utilizzato la propria internità ai movimenti per avvicinarsi ad una
cultura lontana mille miglia da
quella comunista, con l’assunzione della non-violenza come principio assoluto
della lotta politica, con
l’intenzione di prendere le distanze in maniera netta dalle esperienze
rivoluzionarie degli anni ‘70 e non
solo, ma incrinando le fondamenta storico-culturali della stessa Resistenza,
favorendo così il revisionismo
storico e negando di fatto l’idea stessa di rivoluzione e di trasformazione
della società divisa in classi.
In assenza di un bilancio della esperienza storica e politica dei comunisti nel
Novecento, i vari ismi si sono
scatenati e non sono mancati i soliti opportunismi su tutti i fronti, dal PRC ai
settori di movimento che
hanno abbandonato il conflitto sociale ripiegando in alleanze elettorali e
governative, oppure scegliendo
una spettacolarizzazione della politica che poco o niente ha da spartire con il
conflitto sociale.
Anche chi ha optato per la centralità della forma organizzativa partito, spesso
ha riprodotto uno schema
vuoto perché la forma partito privata di elementi conflittuali e di un progetto
di trasformazione della
società diventa subalternità e di fatto supina accettazione, e non
trasformazione, dell'esistente. Lo stesso
proliferare di minuscoli “partitini” senza radicamento sociale diventa
controproducente, in quanto la
maggior parte di questi appaiono più come conventicole settarie piuttosto che
organizzazioni della classe
operaia e dei lavoratori.
Per evitare di autoproclamarci partito senza che ce ne siano le condizioni,
occorre dunque intraprendere
una disanima storico-teorica che permetta di trarre un bilancio sereno, ma
critico, verso la centralità di una
forma partito che si prefigga l’unico o prevalente obiettivo delle alleanze e
competizioni elettorali, non
presenta alcun carattere di massa e sacrifica il radicamento sociale in nome di
elementi esclusivamente
identitari, non opera per la trasformazione della società e per la
organizzazione del conflitto nei luoghi di
lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università.
Da parte nostra crediamo che i compiti dei comunisti siano ben altri.
3.1 Il rapporto con i movimenti
I movimenti sono quelli che nascono su istanze sociali, con una
caratterizzazione – spesso trasversale alle
classi - di mobilitazione e di intervento diretti da parte delle popolazioni o
dei lavoratori, su argomenti ed
obiettivi particolari, parziali e specifici come la difesa dell’ambiente, contro
la militarizzazione dei territori o
contro alcune leggi e accordi sui quali si determinano opposizione e
mobilitazione: alcuni esempi possono
essere le mobilitazioni sulla scala mobile, o contro il Protocollo del 23 luglio
sul Welfare, o per i rinnovi
contrattuali, o ancora contro il TAV, contro la nuova base militare di Vicenza,
contro discariche ed
inceneritori in Campania.
In questi movimenti i comunisti devono operare come soggettività coscienti e
consapevoli nell’ottica della
crescita dei movimenti stessi e di una coscienza di classe più avanzata.
I movimenti sono ambiti nei quali si costruiscono rapporti sociali e relazioni
di massa nuove, improntate
alla fiducia nell’azione collettiva come mezzo per l’affermazione dei propri
interessi: è dunque necessario
che una organizzazione comunista sappia intervenire nelle istanze di movimento
senza atteggiamento
subalterno, ma neppure con la presunzione di dettare la linea o la velleità di
rinchiuderle dentro sigle e
siglette.
La capacità egemonica dei comunisti dovrà passare attraverso la capacità di
influire e collaborare nei vari
settori associativi, sociali, politico-sindacali in cui sono organizzati
spezzoni di classe, e incidere negli
orientamenti attraverso la promozione di battaglie, piattaforme, obiettivi che
determinino l’autonomia dei
movimenti stessi, mantenendo aperta la prospettiva anticapitalista nella
dinamica di massa, senza cadere
nella subalternità alle istituzioni; per questo è più che mai necessaria una
seria analisi dell’attuale fase del
capitalismo, e di proposte politiche e pratiche conflittuali che sappiano
intercettare le reali esigenze delle
classi popolari; i comunisti devono saper indicare obiettivi concreti, che
permettano di individuare e
definire di volta in volta le prospettive per una lotta che non si esaurisca con
l’esaurirsi delle spinte dei
movimenti stessi, e che soprattutto consenta di definire blocchi
politico-sociali che non vivano solamente
di alleanze politiciste, ma che abbiano radici negli interessi materiali del
moderno proletariato e delle classi
popolari, subalterne e sfruttate.
Per far crescere il conflitto sociale, espressione concreta della lotta di
classe, i comunisti devono saper
superare la tendenza alla retorica e alla semplice ripetizione delle proprie
categorie: i comunisti non sono
dogmatici esegeti dei testi del marxismo, ma uomini e donne che operano
collettivamente nella prospettiva
di cambiare lo stato delle cose presenti.
Il marxismo deve essere riattualizzate giorno per giorno attraverso la prova
dell’applicazione alla realtà, e
nella battaglia politico-pratica si misura la correttezza teorica ed ideologica.
Solo attraverso il confronto
serrato con la realtà materiale è possibile individuare gli elementi più
efficaci e vivi del marxismo, a maggior
ragione nel rapporto con i movimenti è necessario non intervenire con
astrattezza teorica, ma con proposte
che facciano emergere le ragioni dei comunisti attraverso il perseguimento ed il
raggiungimento, almeno
parziale, di obiettivi di fase.
Una organizzazione comunista deve saper stare nei movimenti e nei luoghi del
conflitto in modo da
alimentare i movimenti che esprimono conflitto sociale, come espressione
cosciente della lotta di classe: i
movimenti così intesi sono la premessa e la condizione, necessaria ma non
sufficiente, per sviluppare un
rovesciamento dello stato delle cose presenti.
A questo scopo, i comunisti debbono sviluppare un programma di intervento e di
priorità, all’interno di un
progetto che restituisca ai comunisti credibilità e radicamento sociale,
chiarezza nei programmi e obiettivi
concreti da raggiungere.
3.2 Quali movimenti e che dialettica
Non tutti i movimenti hanno le stesse caratteristiche: vi sono movimenti dei
lavoratori con caratteristiche
fortemente classiste, ma non rivoluzionarie; movimenti di carattere popolare,
come quelli per la difesa
ambientale di territori da distruzione industriale o cementificazione edilizia;
movimenti per
l’autodeterminazione, come quelli delle donne, o per i diritti civili, come
quelli degli omosessuali.
Dalla nascita del movimento chiamato No Global, abbiamo imparato a costruire
obiettivi comuni e
condivisi, pur appartenendo a percorsi diversi e partendo da esperienze e
culture diverse. Per i comunisti,
questo movimento presentava limiti piuttosto evidenti nel momento in cui non
poneva come obiettivo
quello della costruzione di un’alternativa di potere, ma delineava in maniera
vaga e sfumata l’orizzonte di
una altro mondo possibile, in contrapposizione al neoliberismo che governa la
globalizzazione.
L’assenza di una critica più precisa e puntuale al sistema dell’imperialismo
globalizzato rendeva questo
movimento spesso evanescente e dai contorni sfumati; la stessa forma
movimentista ha finito spesso con il
perdere ogni connotato di massa, per ripiegare sul business del terzo settore
(un esempio per tutti: le
cooperative rappresentano una punta avanzata della dinamica dello sfruttamento
della forza lavoro, con
“operatori” in condizione semi-servile senza salari adeguati alle mansioni e
senza diritti sindacali), oppure
rinchiudendosi dentro luoghi apparentemente liberati che alla fine assumono più
le sembianze di un ghetto
chiuso ed autoreferenziale che di istanze antagoniste, o infine appoggiando in
maniera lobbistica e
strumentale forze politiche istituzionali e governative nelle amministrazioni
locali, regionali e che oggi sono
al governo con il centrosinistra, con risultati ben miseri dal punto di vista di
una politica antiliberista.
Il movimento No Global ha sicuramente avuto, nel suo periodo di ascesa, il
merito di evidenziare le
conseguenze nefaste della globalizzazione capitalistica sui popoli oppressi e
sull’ambiente, e ha consentito a
molti sinceri anticapitalisti di costruire obiettivi comuni e condivisi, pur
appartenendo a percorsi diversi e
partendo da esperienze e culture diverse.
Di questo movimento oggi non rimane molto, al di là dell’opportunismo di ceti
politici che nel giro di
qualche anno si sono riciclati in tutte le forme possibili e immaginabili
(cariche istituzionali nazionali e
locali, business dell’associazionismo e del terzo settore, consulenze, ecc.), e
ciò sempre al fine di
salvaguardare o conquistare spazi di potere presso le istituzioni borghesi.
L’incapacità del movimento No global in Italia ed in Europa di individuare come
contraddizione centrale
quella dello sfruttamento del lavoro salariato, l’assenza di obiettivi chiari e
finalizzati alla costruzione di
un’alternativa di potere, l’orizzonte vago e sfumato di un altro mondo
possibile, l’assenza di una critica più
precisa e puntuale al sistema dell’imperialismo, la scarsa attenzione alle lotte
territoriali e la conseguente
assenza dei proletari organizzati alle scadenze di movimento, ha portato
l’esperienza dei no global e dei
social forum ad avvilupparsi su se stessa e quindi ad esaurirsi in tempi brevi.
Contemporaneamente, e a partire dal biennio 2002-2003, abbiamo tuttavia
assistito ad una ripresa
esponenziale del protagonismo e della conflittualità, sia sui luoghi di lavoro
sia a livello territoriale.
3.3 Il ritorno in campo della classe operaia
La lotta degli operai Fiat a Termini Imerese, gli scioperi ad oltranza degli
autoferrotranvieri partiti a Milano
e poi estesisi in tutta Italia, la straordinaria mobilitazione dei lavoratori di
Melfi nella primavera del 2004, la
lotta dei dipendenti dell’Alitalia, le innumerevoli mobilitazioni sui luoghi di
lavoro contro lo scippo del
TFR, le mobilitazioni dei metalmeccanici sui contratti e gli scioperi contro il
protocollo sul welfare siglato
dal governo Prodi rappresentano la cartina di tornasole di un nuovo protagonismo
operaio, finanche in
presenza dei “governi amici” di centrosinistra.
Il riflusso e la rassegnazione degli ultimi anni non sono ancora alle nostre
spalle, ma sono chiari i segnali di
un “disgelo”.
3.4 Lotta alla precarietà
La precarietà non rappresenta una nuova categoria, ne determina una nuova classe
sociale: essa non è altro
che la forma attuale dello sfruttamento salariato, la quale ci rimanda agli
albori del capitalismo. Nessuna
novità epocale, quindi, come vorrebbe far credere qualche sociologo
“progressista”.
Una trafila di provvedimenti legislativi compiuta da tutti i governi europei nel
corso degli anni ‘90 con la
connivenza delle burocrazie sindacali (in Italia Cgil- Cisl- Uil) ha fatto si
che i rapporti di lavoro precari
divenissero norma. La precarizzazione del lavoro, unita alla crisi, porta alla
proletarizzazione di fette
sempre più larghe del lavoro dipendente: la diffusione dei contratti atipici nel
pubblico impiego ne è la
testimonianza più diretta.
La vera novità della nostra epoca non è rappresentata dall’esistenza in sé del
precariato, ma dall’irrompere
della lotta di classe nei luoghi della precarietà: le mobilitazioni dei
dipendenti dei call-center in numerose
parti d’Italia (su tutte l’esperienza emblematica di Atesia a Roma), e la
diffusione di vertenze tra i cosiddetti
“atipici” rappresentano la smentita più clamorosa di chi si è lasciato ammaliare
dalle tesi “suggestive” di
Rifkin e Revelli sulla fine del lavoro salariato e l'estinzione della classe
operaia.
Nel movimento si parla troppo di precarietà senza una reale cognizione di causa:
il precario diviene spesso
un feticcio nel nome del quale giustificare scelte e pratiche opportunistiche.
Ecco così che si contrappone il
mito del precario allegro, gioioso e spensierato all’operaio “novecentesco,
quindi superato”; si oppone
l’idea delle moltitudini in movimento alla tanto vetusta e deprecata lotta di
classe, si rifiutano in maniera
altezzosa gli scioperi come strumento di conflitto, preferendogli i meeting e le
street parade senza porsi il
problema se, al di là delle capacità di “aggregazione”, queste forme di
manifestazione siano riuscite mai ad
abrogare alcuna legge ingiusta, di vincere una vertenza o fermare un solo
licenziamento!
I fatti di questi anni ci dicono che le forme di organizzazione “classiche” del
conflitto, anche tenendo
presente le differenti specificità e alcune novità, si sono dimostrate spesso
ancora le uniche che pagano:
come comunisti ed avanguardie dobbiamo far crescere e prevalere questa
consapevolezza, affondando
invece il problema reale di aggiornare le nostre modalità di intervento, tenendo
conto delle nuove forme di
sfruttamento e di composizione di classe.
3.5 Territorio e sfruttamento
A partire dalla lotta del popolo di Scanzano nel 2003 contro il tentativo di
trasformare la Basilicata in un
enorme deposito di scorie tossiche, ha preso sempre più vigore nel nostro paese
la mobilitazione in difesa
dell’ambiente, contro le nocività e contro le cosiddette “grandi opere”. La
lotta contro il ponte sullo stretto
di Messina, la grande mobilitazione del popolo dei No Tav lo scorso anno, la
miriade di lotte e vertenze
contro i termovalorizzatori, turbogas e per la difesa dei beni pubblici e
dell’acqua in particolare, rappresenta
una novità importante e al tempo stesso un terreno prezioso di intervento e di
investimento politico col
quale i comunisti devono necessariamente fare i conti.
La stessa emergenza-rifiuti, riesplosa a Napoli e in Campania in maniera
drammatica e che ha portato
un’intera Regione ad essere sepolta da centinaia di migliaia di tonnellate di
spazzatura, è lo specchio di una
crisi che non può essere ridotta a qualche errore o qualche inefficienza di
questa o quella maggioranza di
governo.
Gli esiti delle inchieste giudiziarie di questi giorni hanno portato alla luce
come questa situazione fosse
prodotta e alimentata ad hoc da una fitta ragnatela di interessi
economico-affaristici che unificano in
un’unica associazione a delinquere governi nazionali e locali, speculatori
privati e malavita organizzata.
Questa è la riprova evidente di un collasso sistemico del sistema capitalistico,
che nel nome del profitto e
degli utili (sia privati che pubblici) è capace di minare e travolgere finanche
il diritto alla vita e alla salute
delle popolazioni.
Queste crisi ambientali ci dimostrano dunque quanto sia attuale la critica
marxiana del sistema di
produzione capitalistico, e di come esso sia veicolo di sfruttamento non solo
dell’uomo sull’uomo, ma
anche dell’uomo (ovvero della borghesia e dei suoi comitati d’affari) sulla
natura.
La nostra presenza nel movimento è dunque legata anche all’analisi che dobbiamo
intraprendere degli
obiettivi e delle piattaforme, nonché delle forme di lotta stesse: abbiamo il
compito di individuare le
priorità della nostra azione, e soprattutto la visione complessiva ed organica
che la nostra lettura della
realtà, a partire dalla contraddizione capitale/lavoro e dalla guerra permanente
come elemento organico
della fase imperialistica attuale, ci consente di definire. In ogni caso, nelle
mobilitazioni dei lavoratori, dei
precari, dei pensionati e degli studenti, è necessario insistere nella
prospettiva di un programma
anticapitalista, che permetta di individuare obiettivi più radicali rispetto a
quelli esclusivamente
rivendicativi. Saper coniugare questa prospettiva con la necessità di costruire
comunque percorsi e
mobilitazioni per obiettivi concreti, parziali, di per sé sindacal-riformisti, è
la scommessa che siamo
chiamati a fare come comunisti del XXI secolo, evitando la caricaturale
ripetizione di formule magiche in
cui categorie teoriche non rielaborate perdono forza ed efficacia
teorico-politica.
3.6 La questione meridionale oggi
Le lotte di questi anni, a Scanzano, a Melfi, a Locri, dalle manifestazioni
contro il Ponte sullo Stretto a
quelle contro l’inceneritore di Gioia Tauro, i movimenti dei disoccupati e degli
sfrattati a Napoli, i blocchi
contro le discariche a Pianura e in tutta la provincia di Napoli, le
manifestazioni spontanee degli studenti a
Vibo Valentia contro la sanità malata, sono la riprova di come il nostro paese
sia ancora attraversato da un
profondo dualismo fra un Nord evoluto e un Sud immerso nella miseria e nel
sottosviluppo. Locri,
attraversata da una sola strada e due binari, è un esempio calzante. Ma essa è
solo la punta dell’iceberg.
Il territorio meridionale è stato, per anni, depauperato dai continui flussi
migratori cui i giovani sono obbligati
per trovare una più decente occupazione al nord. Oggi non è diverso. I dati
dell’Istituto Svimez,
specializzato sulle tematiche del Mezzogiorno, ci dicono che nel 2002 i nuovi
emigranti dal Meridione sono
stati 180 mila e oltre 200 mila nel 2003. Il fenomeno riguarda oggi giovani,
magari diplomati e laureati, ed i
nuovi disoccupati, lavoratori espulsi dal ciclo produttivo con le
ristrutturazioni degli ultimi venti anni.
Il meridione è, in sostanza, ridotto a semplice serbatoio di manovalanza, anche
elettorale, per i ceti
dirigenti. In alcune regioni la disoccupazione giovanile raggiunge cifre da
capogiro (con punte del 60% in
Campania e Calabria). A nulla sono serviti i vari piani di sviluppo
territoriali, o i contratti d’area, in quanto i fondi
stanziati o non sono mai stati utilizzati dalla classe politica locale, e quindi
nel tempo sono andati persi,
oppure sono divenuti preda dei poteri mafiosi. I poteri mafiosi rappresentano
una piaga del territorio
meridionale: esse opprimono e violentano la cultura di interi territori, in
complicità con le forze politiche,
degli apparati dello Stato e talvolta della massoneria. La criminalità
organizzata vive all’ombra dello stato e
si sostituisce ad esso offrendo “soluzioni immediate” alle emergenze che lo
Stato non sa e non vuole
risolvere. La disoccupazione diviene prima fonte del sostentamento mafioso e del
suo radicamento sul
territorio.
I governi nazionali e locali, attraverso il ridimensionamento dell’apparato
industriale e del peso della classe
operaia hanno prodotto un’ulteriore disarticolazione del tessuto sociale e
favorito i nuovi disegni del
capitale affaristico.
L’obiettivo evidente del padronato e delle politiche governative è
l’accentuazione del doppio “regime
salariale” tra Nord e Sud del Paese.
A tutto ciò bisogna contrapporre la necessità di piani di sviluppo basati sul
rilancio del lavoro e sul
sostegno a quei cittadini e quei lavoratori che hanno il coraggio di ribellarsi
al potere e alle speculazioni
mafiose. E’ evidente che ovunque ci sarà clientelismo, raccomandazioni, minacce,
ricatti, lavoro nero, la
criminalità organizzata troverà terreno fertile.
A chi continua a raccontare la favola secondo cui il Sud si risolleverebbe con
il turismo o con le grandi
opere come il Ponte sullo Stretto (che il prossimo governo porterà ugualmente
avanti) bisogna rispondere
che le popolazioni meridionali hanno bisogno di tutt’altro; vi è bisogno di
infrastrutture primarie, quali
strade, ospedali, autostrade e ferrovie; va rilanciato il diritto allo studio,
per combattere la dispersione
scolastica nell’età dell’infanzia e la fuga degli studenti universitari verso il
Nord; infine, la lotta per un
lavoro ed un salario dignitosi al fine di sottrarre milioni di giovani al
ricatto del lavoro nero e della
precarietà.
Le lotte delle popolazioni meridionali richiamano la necessità di organizzare
comitati di lotta e di controllo
popolare, con la partecipazione di lavoratori, disoccupati, precari, immigrati e
studenti, al fine di imporre
scelte occupazionali, di uso del territorio, di qualità della vita, in netta
controtendenza con quelle
dominanti.
Come movimento comunista dobbiamo lavorare alla costruzione di una alleanza tra
i proletari del nord e
quelli sud: tale obiettivo ha un valore strategico, poiché è condizione
essenziale per portare sul piano
nazionale ogni lotta o vertenza regionale o locale e superare il localismo.
La questione meridionale è oggi più che mai una questione nazionale. Dunque solo
con la ripresa di un
conflitto nazionale sarà possibile incidere con maggior forza sul blocco
liberale borghese e padronale
responsabile del sottosviluppo del Sud, e avviare il riscatto sociale del
meridione.
3.7 Lavoro e guerra
In questo senso, come comunisti dobbiamo privilegiare nell’immediato due campi
di intervento nei
movimenti: quello relativo alle questioni del lavoro (salario, occupazione,
precariato, pensioni) e quello
determinante della guerra imperialista.
Nei movimenti sulle questioni sociali, sindacali, rivendicative, vanno
evidenziate le posizioni più avanzate
dei settori di classe, valorizzate e sostenute perché si affermino come
posizioni condivise.
In questo senso, la costruzione di alleanze di lotta con il sindacalismo di
base, con i settori critici della
CGIL, con i lavoratori autorganizzati è determinante, ma non sufficiente: i
comunisti debbono far avanzare
le lotte con gli obiettivi più avanzati, evitando al contempo di limitare il
proprio orizzonte alle
rivendicazioni, seppur radicali, di carattere sindacale.
Rispetto al movimento contro la guerra, condividere piattaforme chiare e nette
contro le missioni militari
all’estero, contro le basi militari USA/NATO, contro le spese militari e il
sistema della guerra permanente è
assolutamente necessario, e al contempo dobbiamo avere la capacità di sviluppare
la lettura del quadro
internazionale imperialistico utilizzando e riattualizzando le categorie del
marxismo rivoluzionario.
La posizione dei comunisti nel movimento contro la guerra dovrà dunque essere di
adesione e di proposta:
aderire alle piattaforme e alle mobilitazioni con obiettivi chiari contro la
guerra imperialista (anche nelle
forme delle missioni di peace keeping), sviluppare proposte di opposizione
sociale e politica ai processi di
militarizzazione del territorio, della società, della cultura e contro le spese
militari.
Ovviamente, bisogna rilanciare le campagne per il ritiro delle truppe dai fronti
di guerra, Afghanistan e
Libano inclusi, e di solidarietà militante con i popoli oppressi
dall’imperialismo, a cominciare dai popoli
palestinese ed iracheno.
Sarebbe opportuno iniziare anche una riflessione-analisi sulla situazione
dell’America Latina, a partire dal
Venezuela.
4. Forma-Stato e riforme istituzionali
Lo Stato è la forma del dominio di una classe sociale sulle altre e noi
comunisti, puntando al superamento
della divisione in classi della società, non possiamo che avere come obiettivo
storico il superamento dello
Stato stesso. Tuttavia siamo altresì convinti che tale scopo non si possa
realizzare per decreto. Bisogna
perciò mirare, come obiettivo intermedio e preliminare, al superamento del
parlamentarismo quale forma
più “adeguata” del dominio borghese.
Tali obiettivi storici non ci debbono però distogliere dall’analisi e dalla
battaglia politica immediata in un
contesto dominato dal capitalismo.
Se lo Stato nell’accezione marxista rappresenta il comitato di affari della
borghesia, il processo di
ridefinizione delle funzioni istituzionali - avviato sin dagli anni ‘80 e in un
contesto di accresciuta
concorrenza interimperialista - ha portato ad una dialettica più complessa tra
Stati-nazione e organismi
sovranazionali e sovrastatuali. Oggi le grandi tendenze di politica economica e
miliare vengono decise dalle
potenze imperialiste e mediate in organismi sovranazionali e sovrastuatali non
elettivi sotto forme di strategie
complessive. Le linee politiche di fondo vengono concordate in sede di
Commissione Europea, OCSE e
FMI, quelle monetarie nella Banca Centrale Europea e BM, quelle militari in sede
NATO, quelle
commerciali nel WTO; mentre le politiche industriali e culturali sono decise nei
consigli di amministrazione
delle grandi imprese transnazionali.
L’accentuazione del ruolo di questi organismi strategici di mediazione,
tuttavia, non elimina affatto la
sovranità nazionale e le contraddizioni tra le potenze anche all’interno di un
medesimo polo imperialista.
Dimostrazione lo sono l’accentuarsi delle guerre commerciali tra potenze e
imprese transnazionali sui
mercati mondiali, le crescenti contraddizioni tra le strategie politico-militari
anglo-americane e quelle delle
maggiori potenze imperialiste europee nella conquista e spartizione delle aree
di influenza (egemonismo
unilateralista USA versus multilateralismo europeo), le contraddizioni
all’interno dello stesso polo europeo
sui processi unitari (vedi rallentamento del varo della costituzione europea),
ecc.
Sul piano nazionale, inoltre, se le linee strategiche politico-economiche di
fondo sono stabilite in organismi
sovranazionali non eletti, queste però devono essere attuate
“contestualizzandole” in ogni singolo paese
capitalista da parte dei Parlamenti e delle classi dominanti. L’attuazione di
queste linee, oltretutto, si è
dimostrata tutt’altro che “immediata e automatica” per la resistenza delle
classi lavoratrici alle
controriforme su pensioni, privatizzazione dei servizi e flessibilizzazione dei
salari (solo per fare degli
esempi) come dimostrano i recenti scioperi e mobilitazioni in paesi come
Francia, Germania e soprattutto
Grecia.
Ecco che allora i parlamenti e gli organismi di dominio borghesi “nazionali”
(eletti e non) dimostrano
ancora tutto il loro peso per garantire comunque la stabilità delle strategie
politiche di fondo e la garanzia
del mantenimento di un alto livello di profitti per le imprese capitalistiche
(competitività).
Ed è proprio in questa direzione che nel nostro paese, ad esempio, si parla di
riforme elettorali e
costituzionali; per cancellare ogni residuo “laccio e lacciuolo” democratico
alla volontà della classe
dominante italiana di decidere liberamente - e senza grosse opposizioni - delle
sorti di milioni di persone.
La riforma del Titolo V della Costituzione, voluta dal centrosinistra, ha già
delineato l’assetto federalista
della Repubblica e ridisegnato le competenze riguardo aspetti fondamentali della
vita sociale. Non è ancora
arrivata a compimento, invece, la riscrittura definitiva delle regole
istituzionali, in relazione al rafforzamento
dei poteri dell’esecutivo, al conseguente svuotamento della democrazia
parlamentare e all’adozione di una
legge elettorale che, escludendo dalla rappresentanza le forze politiche
alternative, garantisca la costruzione
di un sistema che ricalca sostanzialmente il Piano di Rinascita Nazionale a suo
tempo propugnato dalla
Loggia P2 di Licio Gelli.
La deriva securitaria e autoritaria, ormai parte costituente di entrambi gli
schieramenti maggioritari,
accompagna il processo di ridefinizione degli assetti statuali, anche
funzionalmente alla necessità di
proiezione militare della partecipazione italiana alle nuove avventure
dell’imperialismo e del
neocolonialismo; è all’interno di questo processo che va compreso anche il
crescente ruolo dell’esercito
professionale e delle forze armate nella vita del Paese. L’assunzione esplicita,
da parte del Partito
Democratico, di temi razzisti e classisti un tempo appannaggio esclusivo
dell’estrema destra, risponde alla
duplice esigenza di sintonizzarsi sul senso comune di settori popolari
imbarbariti, da un lato, e dall’altro di
trasferire l’attenzione dai problemi reali e di classe su altri terreni, non
solo innocui per gli interessi dei
poteri forti, ma funzionali al disegno di una società scomposta, dove lo scontro
fra le classi si sposti
all’interno di una sola classe - il proletariato - contrapponendo lavoratori
immigrati a lavoratori italiani.
E’ necessario, dunque, contrastare con ogni mezzo necessario il restringimento
degli spazi di libertà e di
democrazia, che sono gli spazi di agibilità del conflitto sociale, intervenendo
a tutto campo per la
salvaguardia dei diritti civili, sociali e della rappresentanza democratica,
promuovendo e sostenendo tutte le
iniziative in controtendenza, denunciando il maggioritario ed il bipolarismo
(anche nella variante
bipartitica) come il volto attuale del totalitarismo democratico del Capitale e
difendendo, in questa fase, un
ritorno al sistema elettorale proporzionale puro, i valori democratici ed
antifascisti della Resistenza e le
conquiste storiche del movimento operaio.
Questa complessa dialettica tra potere degli organismi sovranazionali e gli
esecutivi nazionali obbliga oggi il
Movimento per la Costituente Comunista a riflettere ed intervenire:
• sul senso di lotte politiche e sindacali articolate sul solo livello locale o
nazionale;
• sulla necessità di definire una strategia politica in grado di impattare i
plessi reali dell’attuale dominio
borghese e di farsi carico del sostegno di livelli di scontro sufficientemente
articolati;
• sul ruolo effettivo che rivestono, in questa difficilissima cornice
istituzionale, le varie tribune cui
potrebbero dare accesso eventuali processi elettorali, valutando di volta in
volta l’opportunità di un tale
strumento nella concretezza della nostra battaglia politica a tutto campo.
5. Necessità e percorso dell’organizzazione politica di classe
I comunisti sono tali se in ogni presente difendono il futuro del movimento
operaio (K.Marx)
operando per rendere praticabile la rivoluzione necessaria per la presa del
potere e per il superamento del
sistema capitalistico, per una società di liberi ed uguali, per la liberazione
totale dell’uomo dalla sua
alienazione, per l’instaurazione della società socialista e della democrazia
proletaria (ed anche della dittatura
del proletariato) e se sono in grado di dotarsi organizzativamente e
teoricamente di quanto è necessario per
la lotta di classe e la conquista del potere...
La ricostruzione di una forza politica comunista all’altezza delle sfide del XXI
secolo è una necessità e
un’esigenza collettiva. cui intendiamo dare risposte.
Riteniamo che, oggi più che mai, vi sia il bisogno dell’Unità dei Comunisti
attorno ad un programma
generale, marxista in grado di ricostruire con la lotta un’alternativa
anticapitalistica al sistema politico della
borghesia e a tutti i suoi governi che si alternano.
Proveniamo da percorsi differenti e molti di noi hanno vissuto l’esperienza del
PRC, altri provengono da
esperienze diverse, consolidate ormai da anni.
Pensare a percorsi di ricomposizione organizzativa, teorica e politica dei
comunisti che si sviluppino a
partire dal terreno del confronto puramente ideologico non porterebbe che ad
un’ulteriore
frammentazione. Ma, è al contrario necessario che le identità e le appartenenze
costruite sulla base dei
vecchi criteri di “filiazione legittima” rispetto ai “padri” del marxismo e del
comunismo siano messe tra
parentesi, proprio perché comportano chiusura anziché disponibilità al dialogo.
Il confronto sul piano
teorico potrà invece svilupparsi utilmente se sarà finalizzato a rilanciare il
materialismo storico in
funzione: a) di una rinnovata capacità di organizzare il conflitto di classe e
di riorganizzare un blocco
storico anticapitalista e per il comunismo; b) di una maggiore capacità di
interpretare la realtà e le
contraddizioni capitalistiche...
In questo scenario, comporre una forza politica comunista organizzata è un
compito immane ma
ineludibile.
E’ possibile e necessaria una forza politica indipendente, per ora a livello
nazionale, fuori e contro il
bipolarismo/bipartitismo in cui si tenta di forzare ogni dialettica politica,
con la riduzione della
rappresentanza a due schieramenti solo falsamente contrapposti, perché in realtà
convergenti
nell’identificazione con il Capitalismo come unica prospettiva, come dimostra
abbondantemente.ed
inconfutabilmente l’esperienza dei due “governi Prodi”, sostenuti anche da forze
sedicenti comuniste (PRC
e PdCI)
Noi pensiamo che un Partito Comunista non si proclami, ma si costruisca, a
partire dalle esperienze
rivoluzionarie e del movimento operaio sviluppatesi recentemente nella lotta di
classe, antimperialistapacifista
e ambientalista.
Per questi motivi, abbiamo proposto ai compagni e alle compagne un coordinamento
per il percorso
costituente, nella consapevolezza che si tratta di un percorso lungo e
difficile…
Un percorso in cui la presenza di contributi diversi non rappresenti un
problema, ma arricchisca il dibattito
e rafforzi la crescita collettiva del processo di organizzazione. Siamo partiti
col dare vita ad un primo livello
di coordinamento di alcune delle esperienze esistenti, di cui la partecipazione
alla manifestazione del 9
giugno a Roma, contro la visita di Bush e la complicità deI governo Prodi con i
guerrafondai di
Washington e Tel Aviv, ha costituito un primo momento visibile a tutti, cui si
sono succeduti l’esperienza
della festa dei comunisti di Spoleto a luglio, lo sciopero generale del 9
novembre.
Nella convinzione che ci unisce la comune volontà della realizzazione di una
sola prospettiva: la
costruzione di un Partito Comunista, di massa e di opposizione, alternativo ai
poli dell’alternanza borghese,
per il rovesciamento del sistema capitalistico, per l’instaurazione del
socialismo, unica speranza di
liberazione per il mondo intero.
La direzione verso cui vogliamo andare è quella di un movimento organizzato, in
cui il processo di
formazione delle decisioni politiche avvenga attraverso la partecipazione
effettiva dei militanti ad ogni
livello, dal locale al nazionale, coniugando la salvaguardia dell’autonomia
delle situazioni locali con la
coerenza delle scelte politiche complessive. La strutturazione del Movimento
deve garantire la
partecipazione di ogni militante alla formazione ed all’attuazione degli
orientamenti politici, nonché la
traduzione operativa delle decisioni democraticamente assunte attraverso il
principio “una testa, un voto”.
Le caratteristiche fondamentali della partecipazione al Movimento saranno,
dunque, la condivisione del
programma, il sostegno economico e militante al Movimento stesso e la
partecipazione attiva al dibattito ed
all’iniziativa politica come uniche “conditio sine qua non” per appartenervi.
Molti compagni individuano l'analisi e l'intervento nei luoghi di lavoro come
l’elemento materiale, la base
sulla quale costruire lo strumento politico-organizzativo dei comunisti, la
“forgia” dove fondono e si
sviluppano i quadri necessari all’intelaiatura dell’organizzazione comunista
intesa come strumento
fondamentale della classe e non come fine che ha valore in sé solo per il fatto
di proclamarlo.
La consapevolezza della centralità dello scontro tra capitale e lavoro salariato
sul livello internazionale e
nazionale, del conflitto si va generalizzando tra questi ed altri compagni anche
come pratica della lotta di
classe e, dunque, della contrapposizione alla concertazione sindacale (altra
faccia della medaglia del
collaborazionismo di classe).
Per questo il compito prioritario per i compagni che sono intenzionati a
ricostruire una prospettiva di
emancipazione dal lavoro salariato è quella di ricostruire la capacità politica
della classe di tenere i livelli più
alti dello scontro, con una coscienza che vada al di là della lotta meramente
economica…
5.1 La questione sindacale
La necessità di assumere una posizione chiara e inequivoca sulla questione
sindacale è ormai indifferibile.
La costruzione di un ampio fronte sociale antagonista passa anche per la
soluzione di questa questione.
Uno dei nodi strategici per i comunisti è oggi come agire in questo vuoto.
La vicenda consociativa del sindacalismo confederale ha sguarnito completamente
il fronte di tenuta storica
del movimento di classe, anche rispetto al semplice terreno della
contrattazione.
Settori consistenti di lavoratori hanno tentato ripetutamente di contrastare la
politica confederale, ma
hanno dovuto scontrarsi prima ancora che con i padroni, proprio con le
burocrazie sindacali. Purtroppo
oggi neppure i sindacati di base e quei settori di avanguardia interni ed
esterni al sindacalismo confederale
riescono, proprio per le diverse stratificazioni e vicende storiche di cui sono
il prodotto, ad unificarsi, né a
fare egemonia.
Le principali sigle del sindacalismo di base in questi anni - pur conquistando
notevoli spazi di conflittualità
e rappresentando un pezzo importante della sinistra di classe e dei movimenti -
scontano spesso limiti e
difficoltà di radicamento sui luoghi di lavoro dove sono forti solo “a macchia
di leopardo”.
La necessaria riaggregazione ha bisogno dell'intervento attivo dei settori più
combattivi del proletariato e
del lavoro dipendente, quelli che costituiscono l’ossatura delle lotte e delle
manifestazioni, soli legittimi
rappresentanti dei lavoratori. L’esperienza pratica degli ultimi anni ha
dimostrato che, nell’intervento di
massa, ci sono aree di sovrapposizione che non consentono una netta divisione
tra le zone di azione del
sindacato e quelle del partito. Non è possibile riproporre l’antica logica della
separazione tra sindacale e
politico: anche nelle lotte sindacali, i comunisti devono intervenire da
comunisti e non da semplici
sindacalisti.
In questo intendiamo riaffermare la complementarietà dell’azione politica e di
quella meramente sindacale.
S’impone oggi con evidenza e urgenza il nodo della ricostruzione di un autentico
sindacalismo di classe, di
una capacità di essere protagonisti con piattaforme di lotta unificanti e
avanzate per rilanciare il conflitto in
maniera autonoma non solo dai partiti borghesi, ma anche dalle istituzioni
statali e dal quadro delle
compatibilità capitalistiche.
E’ per questa capacità di rilanciare il conflitto, contrastando le spinte
neo-corporative dei vertici
confederali, che si gioca questa autonomia nella difesa delle condizioni
materiali di vita e di lavoro del
proletariato, espandendone poteri e diritti, verso l’unificazione del fronte di
lotta in un unico sindacato di
tutta la classe.
E questo soggetto non è più, e da diverso tempo, il sindacato confederale.
Ovviamente sia nel sindacato
confederale che in quello extraconfederale già esistono pezzi importanti della
cultura e della pratica
antagonista: un patrimonio di esperienze e di storia, di lotte e conquiste che
non si può mantenere
frammentato.
Così come sul piano politico sosteniamo la necessità di un processo costituente
che tenda alla
ricomposizione politico-organizzativa delle forze comuniste, anche sul piano
sindacale auspichiamo un
processo di riaggregazione, base fondamentale per la ricostruzione di un
sindacalismo di classe e di massa a
partire dal basso e che punti all’unificazione in una unica organizzazione di
tutti i compagni realmente
rappresentativi dei lavoratori e delle loro istanze di lotta.
6. Necessità di un bilancio del ‘900
Operare un bilancio dei tentativi rivoluzionari per realizzare il socialismo e
le ragioni della sconfitta è una
necessità.
Un’analisi rigorosa, non subordinata alle necessità della politica o della
propaganda quotidiane, bensì a
quelle della ridefinizione del percorso strategico dei comunisti nel XXI secolo.
Il Novecento, con la Rivoluzione di Ottobre, è stato il primo momento storico
della conquista di un
protagonismo storico per il proletariato: da quel 7 novembre di 90 anni fa, la
presa del potere non è più un
affare interno alle diverse fazioni della borghesia e dei padroni, ma un
obiettivo possibile per i proletari di
tutto il mondo.
Ma con il modificarsi delle contraddizioni e con il conseguente esaurimento
delle grandi opzioni teoriche
che su queste contraddizioni erano fondate, dal “socialismo in un solo Paese”
alla “rivoluzione
permanente”, dal “fochismo” guerrigliero alla “rivoluzione culturale”, fino alle
tante “vie nazionali” al
socialismo, il Novecento ci ha consegnato anche l'arroccamento ideologico su
prospettive superate dai fatti,
e quindi non più in grado di trasformare lo stato di cose.
La storia del movimento comunista è la storia della lotta di classe e dei
tentativi di emancipazione dei
proletari: guardare in faccia senza timori la nostra storia di ieri significa
cominciare a scrivere la nostra
storia di oggi, significa guardare con rispetto e partecipazione ai nuovi
processi rivoluzionari che – come sta
avvenendo in Venezuela e in altri Paesi dell’ex cortile di casa
dell’imperialismo nordamericano – possono
dare un contributo concreto alla costruzione del socialismo nel XXI secolo.
Il contributo che le comuniste ed i comunisti hanno dato al progresso
dell’umanità nella lotta per il
socialismo nel XX secolo è stato decisivo per la sperimentazione di nuovi
assetti societari liberi dallo
sfruttamento economico, per la affermazione dei diritti delle donne contro il
patriarcato, per la
valorizzazione dell’intelletto umano contro l’oscurantismo religioso, per la
rottura dell’ordine coloniale, per
la sconfitta del fascismo, del nazismo e di innumerevoli dittature filo
capitalistiche.
Accanto a questi innegabili contributi, nella lotta per il socialismo del XX
secolo sono emersi – e non
avrebbe potuto essere diversamente - grandi problemi politici che richiedono una
approfondita ed
autonoma valutazione da parte delle comuniste/i al fine di progettare e mettere
in pratica, pur nelle mutate
condizioni storiche e sociali del XXI secolo un nuovo ciclo di lotte per il
socialismo:
Distinguendo - in modo schematico lotta per il potere e transizione - alcuni dei
problemi su cui occorre
sviluppare riflessioni ed operare bilanci riguardano:
a) lotta per il potere:
- la sostituzione dei fini di cambiamento sociale da parte degli apparati
organizzativi con la trasformazione
delle organizzazioni comuniste in inefficaci organizzazioni riformiste o con lo
schieramento di alcune
organizzazioni comuniste a favore della borghesia;
- la inversione dei fini di cambiamento sociale da parte degli apparati
organizzativi con lo schieramento
delle organizzazioni comuniste a favore della borghesia;
- le carenze nella dialettica tra la funzione di avanguardia delle
organizzazioni ed i bisogni immediati degli
sfruttati/e;
- la sproporzione tra la povertà dei dispositivi dedicati alle funzioni
deliberanti di democrazia diretta e la
ridondanza di quelli messi a disposizione delle funzioni esecutive;
- la creazione nelle organizzazioni comuniste di burocrazie politicamente
inamovibili ed economicamente
in grado di esercitare il possesso, pur non avendone la proprietà, dei beni
materiali e dei sistemi operativi
delle organizzazioni, finalizzandoli nei fatti alla riproduzione degli esecutivi
stessi e facendone delle caste.
b) transizione:
- uno sviluppo delle forze produttive insufficiente a far fronte a quello dei
paesi capitalistici e talora
qualitativamente non distinguibile da quello dei paesi capitalistici;
- una forma stato ancora rudimentale, poco adatta ai fini della transizione,
troppo simile alle forme stato
borghesi e insufficiente a garantire la dialettica tra soggetti sociali e
organizzazioni politiche;
- la identificazione di un solo ed unico processo di costruzione “scientifica”
del socialismo, da consegnare
ad una unica organizzazione politica.
Il fenomeno è divenuto ancora più drammatico nel momento in cui, attraverso le
dinamiche della guerra
fredda ed al perpetuarsi dell’aggressione imperialistica, l’organizzazione
internazionale dei comunisti – ed in
particolare quelli dei Paesi occidentali, Italia in primis – ha progressivamente
subordinato le prospettive
rivoluzionarie, quindi l’obiettivo finale della presa del potere, alle
presupposte necessità di difesa di una
Nazione guida, uscita distrutta da un conflitto mondiale sul terreno dello
sviluppo ma forte della sua
funzione guida nella lotta antifascista a livello mondiale. Il cappello della
guerra fredda, se per un verso ha
impedito all’imperialismo di scatenare una terza guerra mondiale – che, invece,
in questi ultimi anni sta
attuando – dall’altro ha prodotto in una parte consistente delle organizzazioni
comuniste un atteggiamento
perennemente difensivo, resistenziale, che è andato gradualmente degenerando
verso la totale
subordinazione all’ideologia borghese ed alla compartecipazione attiva alla
difesa degli interessi della classe
dominante. L’involuzione del PCI in DS prima ed ora in PD è un caso emblematico
di questa parabola;
- le difficoltà nella risoluzione delle contraddizioni presenti in molte società
di transizione e spesso ereditate
da sistemi precedenti (tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra generi,
tra diritti individuali e tutele
collettive, tra città e campagna, tra paesi socialisti a diverso sviluppo delle
forze produttive, tra ambiente e
sviluppo, ecc).
Questi ed altri problemi hanno portato nella gran parte delle esperienze di
costruzione del socialismo nel
XX secolo - ma non in tutte, basti pensare a Cuba - al loro esaurimento ed al
venir meno della
identificazione delle sfruttate/i nella lotta politica per la costruzione del
socialismo.
Al di là della rappresentazione interessata che tanto i capitalisti che la
sinistra borghese danno delle lotte
per il socialismo nel XX secolo, è dunque giunto il momento per i comunisti di
operarne, con maturità e
spirito critico il relativo bilancio, un compito imprescindibile per dare solide
basi alla lunga fase costituente
che ci separa dalla messa a punto della strategia politica necessaria per
realizzare un nuovo e più avanzato
ciclo di lotte per il socialismo nel XXI secolo.
Anche in questo caso, per un comunista non vi è altra soluzione che il
comportarsi da comunista.
Per questo oggi pensiamo ad un percorso costituente che da oggi pone all’ordine
del giorno il
Movimento organizzato, come sintesi possibile, qui ed ora, delle nostre
esperienze e – ci
auguriamo – di quelle di migliaia di altri compagni e compagne, oggi condannati
alla solitudine
ed alla marginalità da gruppi dirigenti opportunisti che, ancora una volta nella
nostra storia,
hanno venduto i bisogni e le aspirazioni dei lavoratori, dei giovani, delle
donne, in cambio di
poltrone e privilegi.
A fronte di quelli che gettano a terra la bandiera rossa con la falce ed il
martello, siamo orgogliosi
di prendere nelle nostre mani il simboli della Comune di Parigi, della
Rivoluzione d’Ottobre e di
un secolo di lotte, di rivoluzioni e di resistenza.
OGGI COME IERI, PER IL COMUNISMO.
Febbraio 2008
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info@coordinamento-comunisti.it