MASSIMILIANO SMERIGLIO, OVVERO LA VISPA TERESA
A leggere l'intervento di Smeriglio pubblicato sul
quotidiano Liberazione del 12 luglio 2007 c'è da non credere ai propri occhi,
perchè è vero che l'Italia è il Paese di Pulcinella, ma persino da noi esiste un
limite alla faccia tosta, fosse solo anche quello stabilito dal comune senso del
pudore. Nulla da eccepire sulle critiche all'Imperatore (come viene chiamato
Veltroni dai "suoi" consiglieri comunali), ma come si fa ad usare il linguaggio
che usa Smeriglio omettendo di dire alcune cosine di una certa rilevanza? Ne
segnaliamo un paio:
Rifondazione Comunista è al governo della città di Roma da dieci anni, prima
nella giunta Rutelli e poi nella prima e nella seconda giunta Veltroni
Rifondazione Comunista detiene l'Assessorato alle Politiche per il Lavoro dal
2001, prima con Luigi Nieri ed ora con Dante Pomponi. Al medesimo assessorato fa
capo anche la delega per le periferie.
Massimiliano Smeriglio ha ricoperto per cinque anni - dal 2001 al 2006 - la
carica di Presidente del Municipio XI ed ora fa il deputato nella maggioranza
che oggi sostiene il premier Romano Prodi e domani sosterrà il candidato premier
Walter Veltroni.
Il segretario romano di Rifondazione Comunista, quindi, non può fare la Vispa
Teresa, fingendo che lui e il suo partito siano estranei, anzi opposti alla
politica seguita ed avallata da loro stessi negli ultimi dieci (10!) anni. E' un
giochino vecchio e logoro, si chiama "partito di lotta e di governo" e non ha
mai funzionato, come sanno benissimo le migliaia di lavoratori romani costretti
al precariato nei servizi assistenziali, nel trasporto collettivo, ecc. Per
rendere il giochino più accattivante, non basta cambiargli il nome in "Sinistra
di governo e di conflitto" (nella versione precedente, almeno, la lotta veniva
prima del governo; nella nuova versione di Smeriglio, il conflitto viene dopo il
governo... naturalmente).
Riproduciamo l'articolo di Massimiliano Smeriglio, pubblicato sul quotidiano "Liberazione" del 12 luglio 2007
Walter Veltroni
e il populismo mediatico
Massimiliano Smeriglio*
Il sindaco di Roma non finisce mai di stupire. L'editoriale di ieri su La
Repubblica , oltre ad essere un po' scontato, non dice nulla ma proprio nulla al
di là del classico patto tra i produttori (sindacato e grandi imprenditori),
risulta, visto dalle periferie della Capitale, davvero imbarazzante, almeno su
due punti fondamentali: precarietà ed emergenza abitativa. Scrive Veltroni:
"Sono i giovani, oggi, i più discriminati, i più aggrediti, da un assetto della
società che volta loro le spalle". Siamo d'accordo, ma non c'è una parola sul
perché, su quali politiche hanno determinato questo disastro generazionale;
c'entra il liberismo, c'entrano le leggi che hanno smontato le tutele del
lavoro? Nulla è dato sapere, Veltroni sembra descrivere asetticamente una piaga
biblica, sconnessa dalle scelte degli uomini, dei governi e dei poteri globali.
E poi ancora, qual è la soluzione? Perché non riapriamo la discussione sul
reddito di cittadinanza, per stare su cose un po' concrete? Ma la parte più
discutibile dell'articolo è in realtà quella dove interpreta magistralmente il
ruolo del campione del populismo mediatico. Un populismo basato sull'idea
dell'uomo del destino, dell'uomo nuovo che con la politica non c'entra, un
populismo fondato sull'idea semplice delle scelte "di buon senso", del Paese
normale, un populismo che scambia i costi della politica con quelli della
democrazia, annichilendo le assemblee elettive ed anestetizzando il conflitto.
Un populismo mediatico perché non c'è alcun nesso tra quanto il Sindaco dice e
ciò che ha fatto questi anni in Campidoglio, o che avrebbe dovuto e potuto fare.
Una costante strategia mediatica, un esercizio metalinguistico direi perché
punta al consenso tramite la legittimazione del linguaggio a mezzo di
linguaggio, di suggestioni svincolate dalle opere, di anima senza corpo. Insomma
idee in libertà senza il vincolo della responsabilità della verifica rispetto al
ruolo pubblico svolto sin qui, quello di sindaco di Roma.
Vediamo nel merito. Sulla precarietà la domanda che ci sentiamo di girare al
Sindaco è: cosa ha fatto il Comune di Roma per arginare o diminuire l'utilizzo
di forza lavoro precaria?
Parliamo delle migliaia di lavoratrici e lavoratori precari utilizzate dentro
gli uffici del Comune, a cui si aggiungono l'esercito invisibile dei lavoratori
che prestano la propria opera presso le cooperative che gestiscono i servizi
comunali, hanno retribuzioni al di sotto della soglia di povertà, sono tanti e
così ben occultati da non essere nemmeno censibili.
Ma è sulla casa che la scissione tra il dire e il fare diviene massima. Scrive
ancora Veltroni: "perché un ragazzo inglese o francese, e non un italiano,
quando va all'università in una città diversa da quella della sua famiglia,
trova agenzie pubbliche che lo aiutano a trovare una casa in affitto?". Qui
davvero c'è da preoccuparsi; è più di un anno che Rifondazione, Action, i
movimenti, chiedono al sindaco di attivare una Agenzia pubblica per gli affitti
che abbia il compito di arginare l'isterismo del mercato immobiliare romano. A
Roma non c'è un assessore alla casa, nonostante i 6.000 sfratti previsti
nell'anno corrente prevalentemente per morosità e quindi per questioni legate al
reddito, nonostante i 31.000 in attesa nelle graduatorie per le case popolari,
c'è un povero delegato senza mezzi e risorse messo lì ad incassare (anche
fisicamente) la rabbia popolare.
Altroché nuova politica per la casa, fino a ieri il Sindaco ha vissuto con
fastidio l'idea della città di sotto, di una città che si impoverisce e che non
ce la fa nonostante i fasti veltroniani e nonostante l'azione politica della
Sinistra di governo e di conflitto.
Fino a ieri, le diversificazione del mercato, il canone sociale concordato, la
mano pubblica, l'autorecupero, sembravano argomenti residuali, poco consoni alla
grandeur romana. E ancora oggi sembra roba da sovversivi provare a ragionare su
come ricondurre all'interesse generale i potentissimi costruttori romani che
continuano a costruire, spesso a fini speculativi, senza incrociare la
drammatica domanda di casa di un ceto medio impoverito da sfratti e
cartolarizzazioni.
Su questi due punti, precarietà lavorativa e di abitazione, che poi si traducono
in precarietà esistenziale, assenza di futuro e progetti di vita, a Roma è stato
fatto meno, molto meno di quanto era ed è possibile fare.
Francamente non basta la politica degli annunci, il flirtare con i giovani per
fregare i vecchi, i buoni propositi per migliorare le condizioni di vita di chi
oggi ha meno di trent'anni. Siamo ancora in tempo per cominciare, magari a Roma,
e non sulle pagine di Repubblica , la città dove Veltroni governa, e noi con
lui, da oltre sei anni.
*Deputato Prc-Se, Segretario Federazione Roma
12/07/2007