STRAGE DI BOLOGNA: IL DEPISTAGGIO PALESTINESE
Per una Destra che non vuole solo governare, ma procedere ad una profonda
ristrutturazione dell’assetto istituzionale del Paese, ripulire l’album di
famiglia dalle immagini più imbarazzanti è una necessità. In altre parole, voler
riscrivere la Costituzione repubblicana e antifascista richiede ineluttabilmente
la riscrittura della propria storia politica… naturalmente, se si è o si è stati
fascisti.
Lo stragismo rappresenta sicuramente la pagina più nera della storia italiana
contemporanea, con il suo intreccio perverso fra manovalanza fascista, apparati
– più o meno occulti - dello Stato e interferenze atlantiche. Fra tutte le
stragi che hanno insanguinato l’Italia, quella alla Stazione di Bologna del 2
agosto 1980 è stata la più feroce, ed anche l’unica in cui è stata raggiunta una
verità giudiziaria, con la condanna definitiva dei fascisti Ciavardini,
Fioravanti e Mambro.
La verità giudiziaria non coincide sempre e comunque con la realtà effettuale, e
l’esercizio della critica anche nei confronti delle sentenze della magistratura
è assolutamente legittimo, in certi casi persino doveroso, e questo vale anche
per le sentenze sulla strage di Bologna. Tuttavia, quello che sta avvenendo non
ha molto a che vedere con il garantismo e l’esercizio del diritto di critica,
quanto con un tentativo di revisionismo storico particolarmente straccione,
dettato dall’opportunità della contingenza politica.
I critici attuali delle sentenze sulla strage di Bologna non si limitano, come
avveniva alcuni anni or sono, a rilevare quelle che per loro sono incongruenze
degli investigatori e dei giudici, ma si spingono ad affermare che quelle
incongruenze servirono – e servono tuttora – a coprire un’altra verità, sulla
quale non si è voluto indagare. Questa “verità” consisterebbe nel coinvolgimento
della resistenza palestinese, ed in particolare del Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina, nella strage, coinvolgimento che sarebbe stato
tenuto nascosto in virtù dei patti intercorsi fra i governanti e i servizi
segreti italiani di allora con i Palestinesi stessi. Il sostenitore più
autorevole di questa tesi è l’ex Presidente Cossiga, cui si sono aggiunti i più
alti esponenti della Destra ex fascista, fino all’attuale Presidente della
Camera, Gianfranco Fini e, ancora più esplicitamente, l’attuale sindaco di Roma,
Gianni Alemanno, sui cui trascorsi squadristi esiste una vasta letteratura.
Nel ventottesimo anniversario della strage, è proprio Alemanno, intervistato da
la Repubblica, il più esplicito nel sostenere che quella della colpevolezza dei
suoi ex camerati sia una “verità comoda”, mentre “c'è
un'altra pista, quella del vecchio terrorismo palestinese, che soltanto da poco
si è cominciata a esplorare”,
pista rispetto alla quale “ci sono una marea di riscontri”.
Nell’intervista, poi, Alemanno ripropone un vecchio cavallo di battaglia
dell’estrema destra, quello secondo cui “Nei '70 ci fu una guerra civile
strisciante che peraltro cominciò dal maledetto slogan "Uccidere un fascista non
è reato", urlato da vari gruppi dell'estrema sinistra che, falliti i loro
obbiettivi rivoluzionari, decisero di convogliare tutta la loro energia
nell'antifascismo militante. Suscitando ovviamente delle reazioni altrettanto
dure da parte dell'estrema destra. E ciò fu un incubatore sia delle Br sia dei
Nar”. E’ una vecchia tesi, cara agli squadristi fascisti e ai terroristi dei
Nar; una smaccata bugia, ma qualcuno che Alemanno certamente conosce bene
diceva:
«Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità»,
specialmente se a ribadirla sono alte cariche istituzionali, come un ministro
della propaganda ieri o un sindaco oggi.
Dunque, la strage di Bologna non fu opera di terroristi neri, bensì di
Palestinesi. A sostegno di questa ipotesi, sia Alemanno che altri (fra i quali
anche Andrea Colombo, ex giornalista del Manifesto ed ora di Liberazione)
invitano ad indagare a fondo sulle dichiarazioni del guerrigliero venezuelano
conosciuto come “Carlos”, detenuto in Francia, e, più in dettaglio, sulla
presenza a Bologna, il giorno della strage, di Thomas Kram, cittadino tedesco
attualmente detenuto nel suo Paese con l’accusa di appartenenza alle Cellule
Rivoluzionarie.
Per quanto riguarda “Carlos”, l’intervista da lui rilasciata all’ANSA lo scorso
30 giugno, per il tramite del suo avvocato italiano, in realtà riguarda in
massima parte il sequestro di Aldo Moro e quello che, a suo dire, fu un
tentativo di mediazione dell’OLP, insieme ad una parte dei servizi segreti
italiani, per ottenere la liberazione del presidente democristiano. Dopo aver
fornito il suo punto di vista sulle contraddizioni esistenti fra diverse fazioni
dei servizi italiani e su altre vicende di quegli anni, “Carlos” risponde alla
domanda esplicita dell’intervistatore, Paolo Cucchiarelli, in merito alla strage
di Bologna:
Domanda:
Una sola domanda sulla strage di Bologna visti i molti riferimenti fatti da lei nel tempo e che sembrano alludere ad una ipotesi da lei mai espressa ma che potrebbe essere alla base delle sue osservazioni. Cioè agenti occidentali che fanno saltare in aria - con un piccolo ordigno - un più rilevante carico di materiale esplodente trasportato da palestinesi o uomini legati all’Fplp e alla sua rete con l’intento di far ricadere su questa ben diversa realtà politica tutta la responsabilità della strage alla stazione.
Risposta:
L’attentato contro il popolo italiano alla stazione di Bologna “rossa”, costruita dal Duce, non ha potuto essere opera dei fascisti e ancora meno dei comunisti. Ciò è opera dei servizi yankee, dei sionisti e delle strutture della Gladio. Non abbiamo riscontrato nessun’altra spiegazione. Accusarono anche il Dottor Habbash, nostro caro Akim, che, contrariamente a molti, moriva senza tradire e rimanendo leale alla linea politica del FPLP per la liberazione della Palestina. Vi erano dei sospetti su Thomas C., nipote di un eroe della resistenza comunista in Germania dal febbraio 1933 fino al maggio 1945, per accusarmi di una qualsiasi implicazione riguardo ad un’aggressione così barbarica contro il popolo italiano: tutto ciò è una prova che il nemico imperialista e sionista e le sue “lunghe dita” in Italia sono disperati, e vogliono nascondere una verità che li accusa.
Insomma,
“Carlos” non solo smentisce la “pista palestinese”, ma accusa direttamente gli
apparati occulti americani, israeliani ed italiani di aver ordito e realizzato
la strage. Il fatto che escluda anche la responsabilità dei fascisti, con la
bizzarra postilla della stazione “costruita dal Duce”, non significa altro che
il rafforzamento della sua convinzione di una pista internazionale, ma nella
direzione opposta a quella indicata da Cossiga, Fini e Alemanno, da una parte, e
da Andrea Colombo dall’altra. Del resto, in tutta la storia dello stragismo e
dell’eversione nera, l’intreccio fra il sottobosco neofascista e apparati
interni ed internazionali, particolarmente statunitensi, è sempre emerso con
grande puntualità. Non si capisce, quindi, come le parole del detenuto nel
carcere di Poissy possano essere utilizzate per dimostrare il contrario di ciò
che dicono… ma questo bisognerebbe chiederlo ad Alemanno ed a quelli come lui.
Sempre alle stesse persone, e ad un gran numero di giornalisti, bisognerebbe
chiedere anche perché continuino a presentare in termini tanto misteriosi la
figura di Thomas Kram, quasi che di lui non si sappia nulla, se non che da
qualche tempo si trova nelle carceri tedesche. Ebbene, già nel giugno dello
scorso anno, Saverio Ferrari si è occupato della pista palestinese e di Kram, in
un suo articolo su “Osservatorio Democratico sulle nuove destre” dedicato al
libro scritto da Andrea Colombo sulla strage di Bologna, libro accusato – per
inciso – di voler accreditare l’innocenza di Mambro, Fioravanti e Ciavardini “omettendo
deliberatamente le carte giudiziarie più scomode”.
A proposito della “pista palestinese” Ferrari scrive: “Colpisce, infine,
l’ultimo capitolo in cui, si rilancia la stessa fantomatica pista palestinese
sulla quale da qualche anno alcuni deputati di Alleanza nazionale si affannano,
millantando la presenza del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto
Carlos, o di suoi uomini, a Bologna, in veste di stragisti al servizio del
Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash. È più che
noto, infatti, che già all’epoca, non solo recentemente, si appurò che il
terrorista Thomas Kram, esperto in falsificazione di documenti e non in
esplosivi, fosse presente a Bologna nella notte fra tra l’1 e il 2 agosto,
alloggiando nella stanza 21 dell’albergo Centrale di via della Zecca. Presentò
nell’occasione la sua patente di guida non contraffatta. Fu precedentemente
fermato e identificato al valico di frontiera sulla base di un documento di
identità valido a suo nome. Non era al momento inseguito da alcun mandato di
cattura. La questura di Bologna segnalò i suoi movimenti all’Ucigos che già in
quei giorni conosceva tutti i suoi spostamenti. Un terrorista stragista, dunque,
non in incognito che viaggiava e pernottava in albergo con documenti a proprio
nome (!). Una pista vecchia, già archiviata data la comprovata mancanza di
legami tra Thomas Kram e la strage. Per altro Kram risultò non aver mai fatto
parte dell’organizzazione di Carlos. (…)”.
Ma c’è di più: il 2 agosto del 2007, proprio sul quotidiano in cui Andrea
Colombo ha lavorato per anni, il Manifesto, il suo collega Guido Ambrosino
pubblica un lungo articolo dal titolo “Bologna, l’ultimo depistaggio”, in cui il
misteriosissimo Thomas Kram – a Berlino in libertà provvisoria, dopo essersi
costituito nel dicembre 2006 - si lascia tranquillamente intervistare.
Dall’intervista di Guido Ambrosino: “«Ho
scoperto su internet che la bomba potrei averla messa io. Un'assurdità,
sostenuta addirittura da una commissione d'inchiesta del parlamento italiano, o
meglio dalla sua maggioranza di centrodestra, nel dicembre 2004. Deputati di An,
e altri critici delle sentenze che hanno condannato per quella strage i
neofascisti Fioravanti e Mambro, rimproverano agli inquirenti di non aver
indagato sulla mia presenza a Bologna». Per Kram è una polemica pretestuosa:
«Non sono io il mistero da svelare. Non lo credono nemmeno i commissari di
minoranza della Mitrokhin. Viaggiavo con documenti autentici. La polizia
italiana mi controllava, sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna, il
giorno prima mi aveva fermato a Chiasso. Come corriere per una bomba non ero
proprio adatto»”.
L’articolo e l’intervista
demoliscono l’impianto del libro di Colombo e, più in generale, la “pista
palestinese”, anche con alcuni particolari che, se non si trattasse di fatti
tanto drammatici, indurrebbero al sorriso. Secondo Ambrosino, il lavoro di
Colombo “si
riduce a un paio di forzature”,
particolarmente per quanto riguarda la latitanza di Kram, che – secondo Colombo
– sarebbe durata ben 27 anni, cioè dal 1979, quando lo stesso Kram è invece
sempre stato reperibile almeno fino al 1987, quando contro di lui viene spiccato
un mandato di cattura per appartenenza alle Cellule Rivoluzionarie. Nella pista
palestinese sarebbe coinvolta anche un’altra militante dell’estrema sinistra
tedesca, Christa Frolich, che – secondo la testimonianza di un cameriere di
albergo – lavorava come ballerina nei pressi di Bologna e il primo agosto 1980
si sarebbe fatta portare una valigia alla stazione di Bologna, mentre il 2
agosto avrebbe telefonato (parlando italiano con accento tedesco) per accertarsi
che i suoi figli non fossero stati coinvolti nell’esplosione. Scrive Ambrosino:
“Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con
questa descrizione, non sa se ridere o piangere: «Non ero a Bologna. Non ho
figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di
italiano»”.
Se pensiamo che uno dei cardini principali della “pista palestinese” è
costituito dai lavori della “Commissione Mitrokhin”, anche noi non sappiamo se
ridere o piangere. Addirittura nel dicembre 2005, sull’Espresso, l’operato di
quella Commissione veniva già definito come
“L'ennesimo
polverone. Per far riaprire l'inchiesta sulla strage di Bologna e riabilitare
gli estremisti di destra Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini,
già condannati per l’attentato”.
Dal medesimo articolo si apprende anche, peraltro, che le stesse risultanze
della Commissione Mitrokhin escludevano ogni coinvolgimento di Thomas Kram nella
strage di Bologna.
La domanda, a questo punto, è: perché, contro ogni evidenza ed ogni riscontro,
in questo agosto 2008 c’è chi tenta di riciclare vecchie bufale, magari contando
sui riflessi appannati di un’opinione pubblica martellata da campagne sulla
“sicurezza” minacciata da zingari ed immigrati, tanto da richiedere
paracadutisti, alpini e bersaglieri per le strade delle nostre città?
Probabilmente, la risposta è nella premessa: per mettere mano alla Costituzione,
la Destra ha bisogno di svecchiare i propri armadi, facendone opportunamente
sparire gli scheletri di troppo. Lo scheletro più ingombrante è senza dubbio
quello datato 2 agosto 1980, rimosso il quale sarà assai più semplice rimuovere
tutti gli altri… si, perché,se si riesce a convincere, contro ogni evidenza
storica e giudiziaria, che la strage di Bologna è stata opera dei Palestinesi,
domani si potrà legittimamente sostenere che quella di Piazza Fontana fu
veramente opera degli anarchici e così via. Senza dimenticare che accollare
proprio ai Palestinesi la più orrenda delle stragi consente alla fava
revisionista di cogliere un secondo piccione: oltre alla definitiva
legittimazione interna, la nuova Destra di governo rimedierebbe anche
l’imperitura gratitudine di Israele e delle sue lobby, mentre a protestare per
l’ennesima infamia commessa ai danni di un popolo sempre più martoriato
rimarrebbero in pochi, come – effettivamente – sono in pochi, almeno ai livelli
che contano, quelli che continuano a sostenere le ragioni e il diritto
all’esistenza del popolo palestinese. Eppure, a dubitare della riuscita di
un’operazione così spregiudicata ci aiuta la frase di un uomo importante, uno di
quelli che, piaccia o no, la storia l’hanno fatta, non hanno solo cercato di
riscriverla a proprio piacimento. Quell’uomo, che di nome faceva Abramo Lincoln
e di mestiere il Presidente degli Stati Uniti, amava ripetere: “Si
può ingannare tutti a volte, qualcuno sempre, ma non è possibile ingannare tutti
tutte le volte”.
Sarà bene che Alemanno e quelli come lui lo tengano presente.
Germano Monti
(Forum Palestina)