Dal 2001 è stata ristabilita la data del 2 giugno come festa nazionale della
"Repubblica" dedicata "all'unità della patria, alla libertà dei cittadini" che
si è manifestata come un evento legato all'accresciuto ruolo imperialista
italiano nel contesto internazionale.
Infatti questa "festa" (già cancellata nel 1977) è stata caratterizzata ogni
anno da parate militari, lungo il tristemente noto viale dei Fori Imperiali a
Roma, con grande sfoggio di carri armati, truppe scelte e militari della NATO di
stanza in Italia. La "Tribuna d'Onore" è sempre stata gremita dal "gotha" delle
multinazionali dell'economia di guerra (italiane e non), dalla presenza del
segretario dell'Alleanza Atlantica e dei rappresentanti politici e militari
delle potenze imperialiste europee.
Ma già dall'Unità d'Italia, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le
popolazioni del Corno d'Africa, della Crimea, della Cina, della Turchia, della
Libia, dell'Etiopia, della Grecia, della Jugoslavia, dell'Albania e della Russia
avevano "assaggiato" le attenzioni non richieste delle campagne colonialiste
(spesso fallimentari) dell'Esercito Italiano.
Gas, bombardamenti indiscriminati, torture e stupri...ecco gli "aiuti"
distribuiti a quei popoli che sembravano non "comprendere" il ruolo
"civilizzatore" e si ribellavano in armi!
E da un ventennio a questa parte, ovvero terminato il periodo della
"ricostruzione" delle ambizioni imperialiste tricolori, queste "ardite imprese"
stanno riprendendo ad un ritmo sempre più incalzante.
Più di diecimila militari in Libano, Iraq, Somalia, Albania, Bosnia,
ex-Jugoslavia, Macedonia ed Afghanistan (in missioni proprie, NATO o UEO) ed
ancora in Congo, Angola, Cambogia, Egitto, Eritrea, Malta e Sahara Occidentale
(nelle cosiddette missioni "umanitarie" dell'ONU) fanno dell'Italia il terzo
paese per numero di soldati all'estero.
La parata del 2 giugno assume una forte valenza simbolica proprio per questo
ruolo accresciuto e perché arriva alla vigilia dell'invio di un nuovo
contingente d'occupazione di più di 3000 soldati a sostegno della spartizione
dell'Iraq da parte dell'imperialismo anglo-americano.
Molti di questi militari saranno Carabinieri del Battaglione Tuscania, che
destano cupi ricordi a migliaia di proletari per la repressione selvaggia nelle
giornate di Genova.
Andranno ad occupare l'Iraq per servire la guerra imperialista anglo-americana
ed anche per difendere gli sporchi interessi del capitale italiano rappresentato
dalle aziende dell'economia di guerra (petrolifere e degli armamenti) come
Eni-Agip, Alenia e Fiat Avio.
Mentre questi "signori della guerra e dello sfruttamento" si divideranno il loro
bottino, a pagare i "costi" di questa spartizione saranno ancora una volta
saranno gli sfruttati in Medio Oriente - con il loro sangue e con la loro
resistenza - e gli operai ed i proletari dei paesi imperialisti - con l'aumento
dello sfruttamento, della precarietà e della repressione.
D´altra parte il naturale decomporsi di ogni ipotesi movimentista, legata alla
richiesta di una pace non meglio definita, compatibile (se non direttamente
funzionale) allo sviluppo del modello capitalista europeo, dimostra chiaramente
l´assenza di elementi interessanti per la produzione e la riproduzione delle
lotte in termini classisti, per lo sviluppo e la crescita di un movimento reale
che ribadisca l´internazionalismo proletario. Inoltre la mancanza di una chiara
progettualità in questo contesto non può che sfaldare ogni ipotesi di lotta di
lunga durata. Se è possibile ricavare un dato dalle mobilitazioni di massa che
hanno caratterizzato l´inizio dell´anno è che la maschera "democratica" delle
istituzioni borghesi cade sotto la spinta di tensioni intercapitalistiche che
impongono processi rapidi e autoritari e che la partecipazione "democratica dal
basso", di per sé, è incapace di cambiare lo status quo.
Per questo facciamo appello a tutte le compagne, i compagni, i comitati ed i
collettivi genuinamente anticapitalisti ed antimperialisti per aprire un tavolo
di confronto, facendo un proprio bilancio dell'esperienza nel movimento di
opposizione a questa guerra e rilanciando un processo propositivo di
ricomposizione che valorizzi da subito gli elementi di unità evidenziatisi nel
corso di questi mesi.