LE QUATTRO CANDELINE DELLA 135

 

Da alcuni mesi si registra in tutta Italia un notevole aumento delle iniziative dei lavoratori e delle lavoratrici del cosiddetto “terzo settore”, in particolare delle cooperative sociali impiegate perlopiù da enti locali per la gestione dei servizi sociali e assistenziali. Questo movimento è un fatto positivo, perché il “terzo settore” nel nostro Paese impiega decine di migliaia di operatori, il più delle volte impegnati in attività indispensabili e delicate, in condizioni di lavoro inaccettabili; ma, accanto a questo evento positivo, si registrano - perlomeno nella mia città - fenomeni assai meno simpatici.

Premetto che questo intervento è dettato da una motivazione squisitamente personale: essendo uno dei due autori materiali della delibera del Comune di Roma n. 135/2000 (l’altro è il compagno Marco Schettini), dopo settimane in cui sono stato invitato a convegni, seminari e tavole rotonde che ho sistematicamente disertato, sento l’obbligo morale di spiegare i motivi delle mie assenze, che non sono casuali, ma assolutamente volute.

La delibera 135 impone al Comune di Roma di pretendere dagli organismi convenzionati per la gestione dei servizi l’applicazione a tutti i lavoratori e le lavoratrici delle condizioni salariali e normative previste dal Contratto Nazionale di riferimento, cioè il CCNL delle cooperative sociali, pena la revoca delle convenzioni; questa delibera venne approvata alla fine di luglio dell’anno 2000, dopo essere stata portata in Consiglio Comunale dall’iniziativa popolare sostenuta da un comitato promotore composto dai sindacati di base RdB, Cobas e USI (la CGIL non volle aderire al comitato promotore), dal Partito della Rifondazione Comunista e da numerose associazioni. Accompagnata da oltre 7.000 firme di lavoratori e cittadini romani, la delibera di iniziativa popolare venne messa ai voti dal Consiglio, che la approvò all’unanimità con il numero 135.

Dall’approvazione della 135, sono passati dunque esattamente quattro anni; quattro candeline su una torta che nessuno ha mai potuto assaggiare, perché nessun lavoratore o lavoratrice ha mai potuto goderne gli effetti. La spiegazione è molto semplice: una volta approvata la delibera, nessuno – esclusi i sindacati di base – ha fatto nulla per applicarla. E questo per quattro anni, che significano quasi millecinquecento giorni.

In questi millecinquecento giorni, migliaia di lavoratori e lavoratrici romani hanno continuato ad operare nella più assoluta precarietà, sottopagati, privi dei più elementari diritti, quali le ferie retribuite, il trattamento di malattia, la maternità, l’accantonamento del t.f.r., il versamento dei contributi previdenziali, il rispetto della legge sulla sicurezza dei luoghi di lavoro.

In questi millecinquecento giorni, peraltro, si sono svolti decine di incontri, di seminari e di convegni dedicati alla 135, sono stati messi in piedi a livello istituzionale “tavoli” e “osservatori”, sono state rilasciate magnifiche interviste e scritti splendidi articoli… ma non è cambiato niente.

Nonostante il testo della delibera sia estremamente chiaro in merito all’ambito di applicazione (tutti i servizi affidati dall’amministrazione comunale ad organismi esterni, qualunque sia la modalità dell’affidamento), ai meccanismi di controllo (controlli ordinari almeno ogni sei mesi e controlli straordinari richiesti da consiglieri, sindacati, associazioni dell’utenza e persino singoli lavoratori) ed alle sanzioni in caso di inadempienza (la revoca dell’appalto), tavoli, convegni, seminari ed osservatori si riuniscono continuamente per discutere se, quando e con quali strumenti applicare la delibera. E intanto nessuno la applica.

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Ritengo responsabili di questa situazione indecente tutte le forze politiche presenti in Consiglio, ovviamente con un carico maggiore di responsabilità per le forze di maggioranza, compresa Rifondazione Comunista, tanto presente in tavoli, convegni, seminari e osservatori quanto assente dall’iniziativa politica e amministrativa.

Sempre sul piano personale, voglio ricordare un episodio piccolo ma significativo: circa tre anni fa – dunque, già dopo un anno di disapplicazione della 135 – venne nominato responsabile per le politiche sociali del PRC di Roma un bravissimo compagno, mio amico fraterno da più di venti anni, a sua volta lavoratore di una cooperativa sociale. Quel compagno si chiama Lorenzo Praticò, ed ha il difetto di essere una persona seria; la sua prima iniziativa fu quella di inviare a tutti gli eletti e gli assessori del partito nei diciannove Municipi romani l’invito a disporre i controlli previsti dalla delibera 135. All’invito, Lorenzo accluse addirittura un modulo prestampato - che avevamo preparato insieme – contenente tutti i dati necessari per richiedere i controlli: i consiglieri e gli assessori dovevano fare solo la fatica di firmare il modulo, presentarlo agli uffici del proprio Municipio e attendere i riscontri.

Evidentemente, la fatica richiesta doveva essere improba, perché nessun consigliere o assessore del PRC ritenne di doversela sobbarcare e quindi non venne richiesto alcun controllo. Per la verità, in un Municipio un assessore del PRC rispose all’iniziativa di Lorenzo e chiese agli uffici l’effettuazione dei controlli: gli uffici mandarono una letterina di tre righe in cui c’era scritto che andava tutto bene e tutto era a posto, senza uno straccio di dato quale numero e tipologia dei lavoratori impiegati, buste paga, ecc., e il “nostro” assessore ritenne quella risposta più che sufficiente. Naturalmente, avendo il difetto della serietà, Lorenzo non fa più il responsabile politiche sociali di Rifondazione Comunista e preferisce cercare di difendere i suoi diritti e quelli degli altri lavoratori con il sindacato.

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Ora, penso sia chiaro perché non voglio partecipare a convegni, seminari, tavoli ed osservatori, meno che mai se ad organizzarli è il PRC, che è il partito cui sono iscritto ma che – essendo parte della maggioranza capitolina - dovrebbe e potrebbe assumere ben altre iniziative che sfornare riunioni su riunioni… iniziative come quella tentata da Lorenzo, magari.

Di cose da dire ai miei compagni e colleghi ne avrei ancora molte, ma non voglio abusare della loro attenzione per una banale questione personale, come il rifiuto di prestarsi a sceneggiate; penso che ognuno sia libero di fare quello che vuole, compreso organizzare sceneggiate e presentarle come iniziative dei lavoratori, tantopiù che abbiamo un capo del governo proveniente proprio dalle scene e che si definisce presidente operaio. Tutto nella norma, dunque.

Buone vacanze a tutti, allora, e specialmente ai miei colleghi che le vacanze non se le possono permettere, perché nessuno gliele paga e la delibera 135 compie il suo quarto compleanno senza essere mai stata utilizzata.

 

Roma, 22.7.2004

Germano Monti