VIA DALL'IRAK SUBITO!

L'attentato compiuto dalla resistenza irakena a Nassirya, costato la vita a 19 militari italiani e ad alcuni civili irakeni, è la tremenda conferma di quanto fossero forti e motivate le ragioni dei milioni di persone scese in piazza contro la guerra. Aggiungendo la nostra voce a quelle che rifuggono da ogni ipocrisia patriottarda e bipartisan e chiedono l'immediato ritiro delle truppe italiane dall'Irak, pubblichiamo i comunicati che ci sono giunti.

COMUNICATO STAMPA
 
IRAQ: CORDOGLIO PER LE VITTIME, IMMEDIATO RITIRO DEL CONTINGENTE
 
 
 
Il grave attentato che ha colpito il contingente italiano in Iraq era prevedibile, lo temevamo e purtroppo è accaduto.
 
Il nostro primo pensiero va ai famigliari delle vittime italiane ed irachene di questa grande e assurda tragedia a cui facciamo giungere il nostro cordoglio e la nostra solidarietà.
 
Ma la solidarietà non può esimerci dal richiamare quello che abbiamo affermato da sempre:
l'invio del contingente militare ha di fatto trasformato il nostro paese in una "potenza occupante".
 
La missione italiana non è una missione di pace, i nostri soldati sono in guerra.
Riteniamo irresponsabile e immorale mettere in gioco la vita dei giovani del nostro paese, mandati in Iraq contro la volontà del popolo italiano, a sostegno della guerra di Bush e per permettere al nostro governo di partecipare ai lucrosi contratti della ricostruzione.
 
Oggi più che mai è necessario ritirare immediatamente il contingente italiano prima che altri tragici episodi luttuosi si ripetano.
 
L'Italia deve unirsi ai paesi europei come Francia e Germania che non hanno mandato soldati e stanno adoperandosi per la rstituzione del paese agli iracheni dando pieno mandato all’Onu per gestire la difficile situazione e avviare un reale processo di democratizzazione.
 
Oggi più che mai è necessario che il popolo della pace si mobiliti perché cessi l’occupazione dell’Iraq e venga restituito il paese agli iracheni.
 
 
Roma, 12 novembre 2003
 
 
Lello Rienzi
ufficio stampa e comunicazione
tel. +39 066780808 - 3389110373 - fax 066793968


 


sede nazionale: Viale Manzoni 55 - 00185 Roma  Tel. 06/70452452 - fax 06/77206060

sito: www.cobas.it  

    L’attentato contro le Forze Armate Italiane che ha provocato vittime anche tra i civili iracheni ci proietta una volta per tutte in un conflitto che – prima della conta giornaliera dei morti Usa - ha già provocato decine di migliaia di morti tra la popolazione irachena e dal quale solo pochi giorni fa esponenti governativi vantavano di aver lasciato fuori l’Italia.

 E’ una guerra che il popolo iracheno NON HA SCELTO e che sta subendo così come la subiscono altri popoli nel mondo e CONTRO LA QUALE SIAMO SCESI A DECINE DI MILIONI nelle piazze e nelle strade per chiederne la fine, in Italia, in Europa, nel Mondo.

 Non siamo stati ascoltati ed ora anche il contingente italiano ha subito le drammatiche conseguenze di una politica che vuole governare il mondo con l’uso crescente della forza militare: una strategia di estrema violenza - alla quale il Governo Italiano si è accodato - programmata per espropriare i popoli della possibilità di decidere da soli del proprio destino.

 All’ipocrisia di chi vorrebbe sfruttare la tristezza e il cordoglio di queste ore, parlando di Unità Nazionale a difesa delle truppe italiane inviate in Iraq e della legittimità dell’intervento militare, preferiamo la solidarietà e l’unità internazionale con quei miliardi di lavoratori e lavoratrici che hanno bandito la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti.

 Per questo abbiamo manifestato e scioperato in primavera, per questo il rifiuto della guerra senza se e senza ma, con o senza ONU, oltre ad essere uno dei principi della Costituzione Italiana rimane il nostro obiettivo e il nostro terreno di scontro quotidiano contro chi invece vuole trasformare la barbarie in una quotidiana normalità.

Fermiamo l’intervento militare in Iraq

Immediato ritiro del contingente italiano in Iraq

No alle spese militari, Si alla casa, al lavoro, al reddito per tutti!

 

Roma 12 novembre 2003                                                        

Chi semina vento raccoglie tempesta
ovvero: da Via Rasella a Nassirya, passando per Mogadiscio...
 
Alla fine è toccato anche agli Italiani: dopo le truppe d´occupazione nordamericane in Iraq, dopo quelle britanniche, dopo quelle polacche, dopo esponenti dei servizi segreti spagnoli, dopo le ambasciate ONU, della Turchia e della Giordania, dopo la polizia collaborazionista è toccato ai Carabinieri e ai militari italiani cadere sotto le bombe della resistenza popolare irachena. Diciotto militari italiani, un tecnico cinematografico e un presunto dipendente del Ministero degli Esteri addetto alla cooperazione internazionale, sono morti durante l´attacco portato a Nassirya da una serie di veicoli tra i quali un camion imbottito di esplosivo.
Dopo lo choc e l´incredulità - dovuti alla mal riposta speranza che un metodo di gestione "democristiano" dell´occupazione potesse salvaguardare i militari di Berlusconi dalle azioni dei feddayn - istituzioni, partiti politici, mass-media hanno iniziato la controffensiva propagandistica di stampo guerrafondaio e patriottardo. Sì, perché tutti (salvo qualche rara eccezione), lungi dall´interrogarsi sul perché un tale evento possa essere accaduto, si sono sperticati da una parte nel presentare i militari italiani come la solita "brava gente" che era andata in Iraq per "aiutare gli abitanti a rifarsi una vita" (rasentando la dissociazione dagli alleati Usa, come quando il portavoce dell´autorità provvisoria a Nassirya ha  ufficialmente commentato su Rainews 24: "Noi non facciamo come gli Americani, non puntiamo le armi contro la gente"), dall´altra a ribadire che la presenza di truppe armate in Mesopotamia è di vitale interesse per la "patria" (Ciampi, Berlusconi, Casini, lo stesso D´Alema). Un misto di retorica dal sapore fascista con la solita melassa nazional-popolare pronta a fare leva sui sentimenti della popolazione.
Peccato che la realtà sia completamente all´opposto di come la presenti la borghesia: prima di tutto questi "bravi ragazzi" che sono andati in Iraq sono gli autori delle pagine più nere della violenza di Stato italiana negli ultimi anni: i carabinieri di stanza a Nassirya sono tra quelli che si "distinsero" per i pestaggi e le torture durante la mobilitazione contro il G-8 di Genova nel 2001, fino ad uccidere il compagno Carlo Giuliani; e i militari sono di quell´esercito che ha compiuto "bravate" in mezzo mondo (dagli stupri e le torture in Somalia, passando per atti di pedofilia in Mozambico, e poi nell´ex Jugoslavia e in Afghanistan). Immaginiamo perfettamente quali "splendidi" rapporti possano aver instaurato con la popolazione locale irakena! D´altra parte già nei mesi addietro, interpellato dai giornalisti, l´imam Al-Kadr (sciita) aveva intimato a tutte le truppe occupanti di abbandonare l´Iraq e di permettere una libera dialettica interna agli Irakeni per autodeterminare il proprio futuro.
Ma la propaganda bellicista italiana sembra aver avuto una crisi di amnesia su tutto questo e si lancia in un´altra infame operazione: quella di negare che esista una resistenza popolare in Iraq e di trasformarla invece in un´accozzaglia di "ribelli", "banditi", tirando fuori Al-Qaeda o citando improbabili testimoni che avrebbero riconosciuto che al volante del camion bomba ci fosse uno Yemenita! Se la situazione non fosse drammatica, potremmo dire che sono nel ridicolo!
Meno da ridere verrà forse a quei vecchi compagni partigiani che avranno risentito quelle parole: bandito, ribelle, accompagnati dal neologismo da secondo millennio "terrorista". A loro, e a chi non ha perso la memoria storica di questo Paese, ritorneranno in mente l´occupazione nazista, sostenuta dai quisling fascisti, le torture, le rappresaglie e le vessazioni sulla popolazione civile, i massacri contro i partigiani, le ruberie indiscriminate, le violenze e gli abusi sulle donne...
Tutte cose che oggi il popolo iracheno, come già da decenni prima quello palestinese, subisce dalle forze occupanti in una guerra che ha fatto ufficialmente quasi 70 mila morti fra civili e soldati iracheni e che ha distrutto terre, ospedali, scuole, reti stradali, elettriche e fognarie, e che ha cancellato il lavoro, la previdenza, l´istruzione e l´identità culturale di un popolo! E qualcuno non si azzardi a dire che questa è "ideologia", visto che dietro la cortina fumogena della propaganda, viene fuori (TG 1 delle 13.30 del 12 novembre) che il compito dei CC era quello di vigilare un oleodotto e di "monitorare" (cioè spiare, come da bravi infiltrati fanno spesso anche da noi) i luoghi di aggregazione e di organizzazione sociale, civile e religiosa della città per capire se lì ci fossero delle idee "sovversive" in circolazione. Peraltro, è stato reso noto che uno dei compiti delle truppe italiane era quello di pagare gli stipendi ai dipendenti dell´amministrazione locale di Nassirya, ma che da diversi mesi questi stipendi non venivano erogati. Una cosa è certa: i carabinieri e i militari italiani non sono lì per compiti umanitari, visto che, come denuncia lo stesso esponente della Margherita e leader di Legambiente - Ermete Realacci - quando dice (citato dal TG3 delle 14.15 del 12 novembre), che lì ci sono decine di caserme e un solo ospedale da campo...
Il governo italiano ha ribadito la sua volontà non solo di mantenere la presenza dei suoi militari in terra irachena occupata, ma anzi di aumentarne la consistenza e ha chiamato forze politiche e sociali, come tutta la popolazione, a stringersi in una "unità nazionale" a difesa della missione. In questa operazione esso è spalleggiato, come sempre accade quando si parla di atti dalla portata politica generale, come il taglio delle pensioni o l´allungamento della presenza armata in Afghanistan e la stessa votazione per l´invio dei carabinieri in Iraq, dai "politically correct" diessini, che d´altronde devono marcare la continuità con la brutale aggressione che essi hanno condotto contro l´ex Jugoslavia. Parallelamente a questo è partita anche la ormai consueta campagna criminalizzatrice contro chi dissente, che ha visto Edward Luttwak ed il ministro Frattini menzionare in tv alcuni siti web di associazioni o gruppi che sostengono la resistenza popolare irachena invitando la polizia ad indagare.
In Italia in questi ultimi anni, milioni di persone, lavoratori e lavoratrici, giovani e studenti, si sono mobilitate contro le guerre preventive e permanenti di Bush e dei suoi alleati e contro le politiche della globalizzazione capitalista che fa non meno morti per fame, epidemie e lavoro.  La pace che questi movimenti ricercano, pur nella loro eterogeneità e contraddittorietà, sicuramente non è la pacificazione sognata dai governi delle multinazionali, ma quella che solo una vera giustizia sociale e un vero diritto all´autodeterminazione possono dare. Ma per raggiungere questo è necessario mettere in discussione le cause generali delle guerre e della globalizzazione: il sistema mondiale dello sfruttamento e del profitto.
Ricordiamo infine a Berlusconi, presidente del Consiglio in uno Stato che è il terzo per presenza di militari all´estero, ai suoi padrini e ai suoi amici l´antico proverbio popolare: chi semina vento raccoglie tempesta!
 
Contro l´imperialismo ora e sempre resistenza!
Solidarietà col popolo iracheno in lotta!
 
Assemblea Nazionale Anticapitalista
 


 

A casa i militari italiani!

Per un incontro nazionale a Roma il 29 novembre

Occorre fermare e sconfiggere l'escalation della guerra preventiva.

Di fronte alla gravità della situazione determinata dal clima da "unità nazionale" e dalla strumentalizzazione guerrafondaia e ipocrita della morte dei militari italiani a Nassirya, la "Rete dei Comunisti" propone una ASSEMBLEA NAZIONALE per chiedere il ritiro immediato del contingente militare italiano e la fine dell'occupazione dell'Iraq.
Davanti alla irresponsabilità della classe dirigente italiana e del governo Berlusconi, che hanno reso il nostro paese complice di una occupazione militare illegale, c'è bisogno di una forte mobilitazione.
Il popolo iracheno sta dimostrando tutta la propria volontà di indipendenza con una resistenza accanita e quotidiana che ha messo in crisi il progetto e la strategia politica di pax americana in Medio Oriente.
Milioni di persone, nei mesi scorsi, hanno manifestato contro l'intervento militare e il coinvolgimento del nostro paese nella guerra: questa ulteriore perdita di vite umane e le sofferenze del popolo iracheno occupato, martoriato e umiliato, ricadono interamente sul governo italiano e sulle coscienze di tutti coloro che non hanno raccolto le istanze e la volontà del movimento contrario alla guerra.
Occorre coinvolgere e mobilitare fin da subito il più ampio numero possibile di organizzazioni politiche, sociali e sindacali in una campagna di massa che imponga la fine dell'occupazione italiana dell'Iraq al governo di centrodestra così come ai partiti del centro-sinistra che hanno finora tenuto una posizione ambigua.

Per questo proponiamo di tenere un'assemblea nazionale a Roma, nella sala di Via Giolitti 231 (zona Stazione Termini), sabato 29 novembre. Per adesioni, comunicazioni e suggerimenti potete chiamare allo 06 - 4394750

LA RETE DEI COMUNISTI/COMMUNIST NETWORK

cpiano@tiscali.it - http://www.contropiano.org

 

Associazione marxista rivoluzionaria

PROGETTO COMUNISTA

sinistra del PRC

L'IRAK AGLI IRAKENI

Il governo italiano che prima ha applaudito i bombardamenti dei B52 sulla popolazione irakena e poi ha partecipato all'occupazione coloniale dell'Irak recita oggi l'ipocrisia del "dolore" e dell'"indignazione" per l'uccisione dei militari italiani. E' rivoltante.
La verità è che il governo Berlusconi e quelle forze del centro dell'Ulivo che hanno votato la spedizione militare sono i veri responsabili politici e morali di quei morti.
Altro che missione "di pace"! L'occupazione militare dell'Irak serve a sostenere gli interessi occidentali in terra araba nella logica della spartizione del bottino di guerra e dell'umiliazione di un popolo.
Progetto comunista, sinistra del Prc, è da sempre contro il fondamentalismo islamico e la logica terroristica di Al Quaeda. Ma riconosce il
pieno diritto del popolo irakeno ed arabo a resistere all'occupazione coloniale, a sollevarsi con tutte le proprie forze contro le truppe occupanti, a lottare sino in fondo per la propria autodeterminazione e libertà contro un governo fantoccio sostenuto dall'imperialismo.
Peraltro solo la rivolta delle masse arabe contro il colonialismo per una coerente prospettiva antimperialista può emarginare le suggestioni fondamentaliste o bathiste.
"Via le truppe italiane dall'Irak, l'Irak agli irakeni, dimissioni del governo Berlusconi, governo coloniale e di guerra": è necessario promuovere ovunque una mobilitazione nazionale attorno a queste parole d'ordine immediate.

 

Missione di pace – Ma per favore!!!
Il tragico evento di Nassiriya ha scatenato un carosello vergognoso di ipocrisie e menzogne che sottolineano ancora una volta la natura di “regime” del sistema politico in atto. Tutti insieme, governo, maggioranza, ulivo, mass media, impegnati in un’opera di sciacallaggio politico per avallare la tesi della missione di pace delle truppe italiane e dell’origine terrorista dell’attentato che è costato la vita a tanti nostri connazionali.
E’ necessario ribadire e contrastare con la massima fermezza le falsità che in questo momento vengono vomitate in maniera impressionante per difendere scelte di interventismo militare di completa e totale responsabilità del governo e della maggioranza che lo sostiene.
I soldati italiani NON sono andati in Iraq in missione di pace, sono andati in un paese tuttora in guerra come componente dell’esercito invasore che sta occupando il paese.
L’infamia di chi oggi piange i nostri soldati è ancora più vergognosa di fronte ad affermazioni di dolore e stupefazione e imprevedibilità di chi ha inviato i nostri soldati in missione di guerra, senza appoggio ONU, contro il parere della maggioranza delle nazioni mondiali e di circa l’80% degli italiani e di gran parte dell’opinione pubblica mondiale.
Idee come “guerra preventiva”, “guerra umanitaria”, “portatori di libertà”, sono stati, come sempre, spazzati dall’orrore della guerra che ha dimostrato ancora una volta, che guerra vuol dire sangue e morte, che occupazione vuol dire rivolta.
Il nostro paese è in guerra, una guerra coloniale al solo scopo di difendere gli interessi strategici ed economici statunitensi in Iraq. Se la storia ha un senso, la scelta della guerra non porta popolazioni festanti ad accoglierti ma attentati, guerriglia, dolore e sopraffazione fino a quando l’occcupante non si ritira e libera il paese della propria presenza.
Tutto ciò che sentiamo in questi giorni è troppo, troppo simile ai proclami di qualsiasi paese che giustifica l’invasione di un altro, invitiamo tutti a rileggere cosa diceva la propaganda fascista durante l’invasione dei paesi africani, di quella nazista nell’occupazione dei paesi europei e anche durante l’occupazione dell’Italia.
Acthung - Banditen
Parole come portatori di civiltà, di pace, di aiuto sono tra le più gettonate nella propaganda di regimi passati e presenti, così come banditi e terroristi erano e sono definiti i combattenti per la libertà del proprio paese.
Tutti quelli che tanto si sono scandalizzati ai tentativi del revisionismo storico di definire terrorista la lotta partigiana in Italia, facciano attenzione a quando usano questa definizione per i combattenti di altri paesi.
Esiste una differenza fondamentale che non dobbiamo mai dimenticare e che traccia un solco profondissimo tra la legittimità e la barbarie di un azione armata, la natura dell’obiettivo di un azione. Qualsiasi azione che abbia come obiettivo dei civili disarmati è un’azione terrorista e come tale non ci stancheremo mai di condannarla abbastanza, qualsiasi azione che ha come bersaglio obiettivi di natura militare è un azione di guerra, sia eseguita da eserciti regolari che da movimenti di liberazione o di resistenza.
I nostri soldati sono stati uccisi durante un azione militare in un paese in guerra, non da terroristi ma dal movimento di guerriglia locale che sta lottando per cacciare gli invasori dalla propria terra.
Se vogliamo evitare, come la gran parte del popolo italiano ha tentato già prima della guerra, di evitare altri morti ingiuste e inutili è nostro dovere imporre al governo Berlusconi, unico e solo responsabile di questa tragedia, di ritirare immediatamente i nostri soldati dall’Iraq, chiedendo in concomitanza l'intervento dell'ONU per sostituire l'autorità militare statunitense e preparare, nel più breve tempo possibile, le elezioni e la convocazione di un'Assemblea Costituente nel paese.

Associazione Walter Rossi
14 novembre 2003
 

Ricordiamo che il nuovo indirizzo dell'Associazione è

posta@associazionewalterrossi.it

Il vecchio sarà a breve disattivato.

Missione di pace !!!!!

 

Il tragico evento di Nassiriya ha scatenato un carosello vergognoso di ipocrisie e menzogne che rilevano ancora una volta la natura di “regime” del sistema politico in atto.

Tutti insieme, governo, maggioranza, ulivo, mass media, impegnati in un’opera di sciacallaggio politico per avallare la tesi della missione di pace delle truppe italiane e dell’origine terrorista dell’attentato che è costato la vita a tanti nostri connazionali.

E’ necessario ribadire e contrastare, con la massima fermezza, le falsità che in questo momento sono vomitate in maniera impressionante per difendere scelte di interventismo militare di completa e totale responsabilità del governo e della maggioranza che lo sostiene.

I soldati italiani NON sono andati in Iraq in missione di pace, sono andati in un paese tuttora in guerra come componente dell’esercito invasore che sta occupando il paese.

L’infamia di chi oggi piange i nostri soldati è ancora più vergognosa di fronte ad affermazioni di dolore e stupefazione e imprevedibilità di chi ha inviato i nostri soldati in missione di guerra, senza appoggio ONU, contro il parere della maggioranza delle nazioni mondiali e di circa l’80% degli italiani e di gran parte dell’opinione pubblica mondiale.

Idee come “guerra preventiva”, “guerra umanitaria”, “portatori di libertà”, sono stati, come sempre, spazzati dall’orrore della guerra che ha dimostrato ancora una volta, che guerra vuol dire sangue e morte, che occupazione vuol dire rivolta.

Il nostro paese è in guerra, una guerra coloniale al solo scopo di difendere gli interessi strategici ed economici statunitensi in Iraq. Se la storia ha un senso, la scelta della guerra non porta popolazioni festanti ad accoglierti ma attentati, guerriglia, dolore e sopraffazione fino a quando l’occupante non si ritira e libera il paese della propria presenza.

        Tutto ciò che sentiamo in questi giorni è troppo, troppo simile ai proclami di qualsiasi paese che giustifica l’invasione di un altro. Invitiamo tutti a rileggere cosa diceva la propaganda fascista durante l’invasione dei paesi africani, di quella nazista nell’occupazione dei paesi europei e anche durante l’occupazione dell’Italia.

Parole come portatori di civiltà, di pace, di aiuto sono tra le più gettonate nella propaganda di regimi passati e presenti.


I nostri soldati sono stati uccisi in un paese in guerra.

 

Il nostro cordoglio alle vittime italiane e ai civili irakeni non ci impedisce di sostenere che se vogliamo evitare, come la gran parte del popolo italiano ha tentato già prima della guerra, altre morti ingiuste e inutili è nostro dovere imporre al governo Berlusconi, unico e solo responsabile di questa tragedia, di ritirare immediatamente i nostri soldati dall’Iraq, chiedendo in concomitanza l'intervento dell'ONU per sostituire l'autorità militare statunitense e preparare, nel più breve tempo possibile, le elezioni e la convocazione di un'Assemblea Costituente nel paese.

 

Roma 18.11.2003

 

Coordinamento Nazionale Ministero dell’Economia e delle Finanze

Via XX Settembre n.97 – 00187 – ROMA – piano terra – scala A – stanza n. 716 –

tel. 0647616129/6130 – fax 0647614356/4369 – freef@x 06233208972

www.rdbtesoro.it (http://tesoro.rdbcub.it) e mail info@tesoro.rdbcub.it

 

 

LA BANDIERA SVENTOLA PER TUTTI VOI

Ho provato ad immaginare il deserto e, simultaneamente, a ricordarmi con meticolosa ossessione le parole di Tacito: "Hanno fatto un deserto e l'hanno chiamato pace.". Ho tentato di vederla questa pace come la calda sabbia di un Sinai o di un Sahara. Ma nella mia mente si sono solamente riprodotte le immagini delle macerie dell'Afghanistan, dei ponti della Serbia distrutti mentre passavano treni civili, della Baghdad dove cadeva la statua di Saddam per lasciare il posto alla democrazia "esportata", così tanto cara al presidente americano.
Non ho visto un deserto, che almeno ha il pregio di consegnarti l'immagine della quiete: così desolato, così solamente fatto di sabbia e vento, di quel Ghibli che spira e provoca tempeste furiose e vorticosi giri di polvere.
La polvere di Baghdad è tutto fuorchè provocata dal vento. Così la polvere delle macerie che, a Nassiriya sono rimaste del Comando dei Carabinieri. E' un miscuglio tragico di mattoni, calce, metallo e carne umana bruciata. E' la sintesi di una guerriglia che contrasta la guerra imperialista americana e che viene definita con ansia da fissità mentale nei cerebri altrui - prima che vengano fuori scomode verità... - come una sequela di atti terroristici magari col sigillo e il beneplacito di quell'Osama bin Laden che condivide la stessa banca di Bush, che starebbe rintanato in qualche montagna afghana e che gli USA, nonostante i loro miracolosi strumenti di ingegneria informatica non riescono a trovare...
Prezzolato. Ecco chi e cosa è Osama bin Laden, un prezzolato al soldo della CIA: un mercenario a cui magari la Jihad interessa solo se continua a poterlo accreditare presso la corte imperiale di Washington.
Bugiarda. Ecco chi è cos'è l'Amministrazione americana: un luogo, ha scritto Samir Amin, dove l'abuso non è "di potere" ma è il potere stesso, conquistato con elezioni truffaldine per qualche centinaia di schede forate qui, forate là. E tra il "qui" e il "là" ormai si frappongono due guerre e un impantanamento nella Mezzaluna fertile che rischia di apparire ormai davvero molto, troppo simile al Vietnam. L'aveva previsto Saddam Hussein, o forse conosceva la sua terra, il suo popolo. Che di certo non è prezzolato dagli USA, visto che i morti americani dalla presunta fine del conflitto sono giunti ad oltre 400.
A questi si aggiungono anche i morti italiani: 19 soldati volontari, inviati dal governo italiano, su mandato del Parlamento, a prestare operazioni di supporto logistico al fine di aiutare la ricostruzione post-bellica.
Balle. Ecco quello che sono queste terminologie usate dai ministri berlusconiani, da Martino, da Berlusconi stesso e, putroppo, anche dal Presidente Ciampi, quando afferma che i "nostri soldati portano la pace" e lavorano per la pace.
Certamente in buona fede qualcuno c'è che pensa veramente di essere lì come una specie di casco blù dell'ONU. Ma sarebbe un offesa per i nostri militari se affermassimo che li riteniamo così sciocchi da pensare tutti che in quella zona l'Italia sia sotto comando statunitense per operazioni di pace.
Truppe di occupazione. Ecco ciò che sono: ed anche se sono ben volute dalla popolazione locale, esse restano milizie straniere e "i missionari armati non sono amati da nessuno". Soprattutto se spalleggiano l'operazione politica di un governo (Berlusconi) che è gioioso di fare il vassallo dell'imperialismo americano, per cercare di raccattare qualche briciola al tavolo delle trattative sulla spartizione della ricostruzione infrastrutturale ed economica dell'Iraq.
La politica? Il nuovo governo provvisorio iracheno? I rapporti tra le popolazioni sciite e sunnite, tra i curdi e questi? Troppi problemi per Bremer: lui è solo un governatore di una provincia imperiale, per il momento da saccheggiare cominciando dal petrolio, poi fatta man bassa dell'utile, le truppe potranno anche ritirarsi, senza aver minimamente il ricordo neppure che erano lì a detta del loro presidente per rendere innoffensivo un paese tacciato di possedere "armi di distruzione di massa".
E gli italiani sono morti per questo? E' avvilente, è frustrante, è, me lo si lasci dire e non vuole essere una battuta, disarmante quanto avviene ed è avvenuto.
A noi comunisti si rimprovera di essere antinazionali, di non avere amor di patria, di disprezzare quasi quei morti. Questo cattivo gusto esce dalle fauci della destra fascista e populista, persino dalle bocche leghiste che a Pontida sbraitano con il loro guru-ministro di secessione e "Padania libera" e poi abbracciano il Tricolore tanto vituperato.
A noi comunisti, a noi che abbiamo sempre tenuto a cuore i colori della pace, la morte di 19 giovani o meno che fossero, suscita rabbia, indignazione verso quell'ipocrisia berlusconiana che vorrebbe essere la portatrice della commozione di tutti gli italiani.
La nostra commozione è legata a quei bei colori della pace: abbiamo chiesto sempre che non si facesse la guerra. In ogni angolo di questo grande corpo politico che è l'Italia del nuovo millennio. Lo abbiamo fatto in Parlamento, ma non siamo riusciti a fermare il "partito della guerra" e la sua esecrabile trasversalità.
Lo abbiamo fatto con la memoria della guerra mondiale scatenata da Hitler e Mussolini: con il ricordo di un altro Tricolore. Non quello sventolato dai fascisti, ma quello dei partigiani che liberarono l'Italia dalla dittatura e che vollero una repubblica democratica che, ad oggi, è più che mai lontana dall'essere fondata sul lavoro!
Lo abbiamo fatto con semplicità: con caparbietà e cocciutaggine. Per questo oggi siamo arrabbiati e siamo indignati. Siamo profondamente nauseati dalla retorica governativa e catodica.
Ci chiediamo, a volte smarriti, se serva ancora adoperarsi per la pace. Ce lo chiediamo e, nel mentre, mi viene da sfogliare un libro di Emergency con le vignette di Vauro e le foto dalla valle del Panshir: bambini con gambe e braccia amputate. Vite veramente spezzate, materialmente troncate da mine antiuomo. Antiuomo. L'uomo produce qualcosa per distruggere sè medesimo.
Paradosso della vita? No, tragedia del capitalismo affaristico dei mercanti di cannoni ed armi, dell'imperialismo delle grandi potenze e della pedina ultima: coloro a cui queste armi saranno puntate contro.
Diciamo addio ai carabinieri morti a Nassiriya così come vogliamo dire addio a tutti gli innocenti civili caduti a causa dei bombardamenti e di qualsiasi arma da fuoco di un qualsiasi esercito straniero sul suolo iracheno.
La bandiera della pace sventola per tutti voi.
 
MARCO SFERINI
Prc Savona


Il testo che segue è un contributo alla discussione per tutti coloro, realtà organizzate e singoli soggetti, che vogliano aderire ai due giorni di mobilitazione che stiamo organizzando a Napoli per il 29 e 30 Novembre, in occasione della Conferenza interministeriale dell’Unione Europea e della VI Conferenza Euromediterranea. Stiamo lavorando perché la convocazione delle iniziative sia il più allargata possibile, anche per farne un primo momento di confronto, nella città di Napoli, fra tutti coloro che, come noi, riconoscono la centralità dell’Unione Europea come polo imperialista in fase di consolidamento, e più in generale l’antimperialismo e l’anticapitalismo come discriminanti di base per una reale trasformazione dell’esistente. Per questo, pubblicheremo a breve il calendario delle iniziative in dettaglio. Invitiamo comunque tutte\i  le\i compagne\i a inviarci già da ora critiche, suggerimenti e soprattutto adesioni, per permetterci di organizzare al meglio l’accoglienza. Il nostro indirizzo e-mail è:  lab_antimp_naq@@hotmail.com

A presto!

 

 

LA GUERRA NON E’ FINITA! MOBILITIAMOCI CONTRO L’EUROPA DEI PADRONI!

 

Mentre si celebravano, con somministrazione in dosi massicce di retorica patriottica, i funerali dei militari italiani morti a Nassiriya, i comandi dell’esercito italiano in Iraq affermavano di essere sempre stati consapevoli dell’alto rischio della “missione di pace” e il SISMI si affrettava a ribadire che l’allarme attentati contro le truppe italiane in Iraq è ancora altissimo. Nell’indifferenza generale, l’aviazione militare USA bombarda intanto tutto l’Iraq.

Nel frattempo, nel cuore dell’occidente imperialista, George W. Bush è costretto, «per ragioni di sicurezza», ad attraversare in elicottero la città di Londra, capitale del paese maggiore alleato degli USA, mentre manifestazioni spontanee arrivano fino a Buckingham Palace per contestare il boia statunitense.

Tutto questo dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’aggressione imperialista in Iraq (così come l’opposizione ad essa) continua, e che gli interessi strategici degli USA e dei suoi alleati in Medio Oriente devono essere perseguiti a tutti i costi, nonostante la resistenza irachena stia facendo pagare alla coalizione un prezzo molto più alto di quello ufficialmente preventivato.

Le politiche dell’occidente (USA e UE) hanno due facce: a seconda dell’opportunità, possono tradursi in guerra dispiegata, in accordi diplomatici e\o trattati di cooperazione politico-economica. In entrambi i casi, obiettivi e risultati non cambiano: far pagare ai popoli i costi della crisi, generalizzare sfruttamento e miseria e così aumentare il profitto dei pochi detentori dei mezzi di produzione.

La guerra viene condotta quindi dalla borghesia imperialista su due fronti: sul fronte interno, contro il proletariato metropolitano (operai, precari, disoccupati, immigrati); sul fronte esterno, contro le masse arabe e i popoli del “sud del mondo”, aggrediti militarmente, ricattati e sottomessi economicamente.

In questo quadro, avanza il processo di strutturazione dell’Unione Europea come polo imperialista. Tale processo si basa su due pilastri fondamentali:

·         la creazione e il rafforzamento di istituzioni comuni sotto il profilo politico (Parlamento Europeo e Convenzione), economico-finanziario (BEI), militare (PESC) e repressivo (GAI);

·         l’estensione dei confini, fino ad includere paesi dell’Est europeo, dei Balcani, del Baltico, del bacino del Mediterraneo.

Per quanto riguarda il primo punto, gli effetti delle politiche comuni europee sono già ampiamente visibili: oltre all’aumento vertiginoso del costo della vita seguito anche all’introduzione della moneta unica (euro), le riforme del mercato del lavoro e del welfare portate avanti da tutti i governi degli stati membri si sono tradotte in questi anni in disoccupazione, riforme di scuola e università in direzione di un totale asservimento alle logiche del profitto e alle esigenze del mercato, precarizzazione fatta passare per “flessibilità”, attacco ai salari, alle pensioni, alla sanità pubblica.

Le borghesie europee sono ben consapevoli che il peggioramento delle condizioni di vita alimenta il malcontento e la conflittualità sociale: per questo le politiche repressive vengono rafforzate, anche attraverso nuovi strumenti (si pensi alle accuse per reati associativi e d’opinione e alle sofisticate tecniche di sorveglianza e monitoraggio del territorio), al fine di prevenire e contrastare qualsiasi forma di opposizione. Vittime della repressione sono tutti i proletari e coloro che tentino concretamente di trasformare la realtà del capitalismo. Nello stesso contesto va inquadrata la situazione degli immigrati che, se non muoiono prima di raggiungere le sponde dell’ occidente “democratico”, sono bollati come clandestini e rinchiusi in centri di permanenza-lager, per poi di essere riconosciuti come forza lavoro facilmente ricattabile o magari rispediti in patria perché “indesiderati” o “pericolosi”.

L’espansione geo-strategica dell’Unione le consentirà, nel giro di qualche anno, di competere in maniera credibile con USA e Giappone (e in prospettiva con l’astro nascente della Cina) sia sui mercati internazionali sia sul piano militare. Tutte le contraddizioni generate dalla guerra in Iraq non hanno fatto altro che rafforzare la posizione di paesi quali Francia e Germania, contrarie –tutt’altro che per ragioni umanitarie- all’aggressione militare USA e interessati piuttosto a conquistare, per sé e in generale per l’UE, un ruolo egemone nell’area mediorientale. Penetrare stabilmente in Medio Oriente significa per l’UE accaparrarsi risorse petrolifere, garantirsi la gestione d’investimenti nell’area e la presenza su nuovi mercati. Come si è detto, questi obiettivi vengono perseguiti solo in ultima analisi attraverso le aggressioni militari: innanzitutto, l’UE si è dotata di strumenti politici e diplomatici che le garantiscono il dialogo e l’integrazione “pacifica” (si parla di “partenariato”) con i paesi delle aree interessate. Fra questi strumenti, oltre alla Cig (conferenza intergovernativa, cioè vertice periodico dei ministri degli stati membro), c’è la Conferenza intergovernativa EUROMEDITERRANEA, costituitasi a Barcellona nel 1995 e comprendente i ministri degli esteri dei 15 paesi UE e dei 12 paesi Partners mediterranei (Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia, Autorità Palestinese). La prossima CIG dei ministri degli esteri dell’UE si terrà a Napoli il 28 e 29 novembre, subito a ridosso di EUROMED, sempre a Napoli, il 2 e il 3 dicembre.

«La Conferenza interministeriale di Napoli si configura come lo sbocco di un percorso di rilancio del Partenariato euro-mediterraneo…Nelle conclusione della conferenza di Napoli confluiranno anche le indicazioni che scaturiranno dagli incontri ministeriali di carattere settoriale previsti durante il semestre, rispettivamente, in materia d’investimenti, infrastrutture ed energia, d’agricoltura e commercio. In quell’occasione dovrebbe essere infine finalizzato il progetto di “Fondazione euro-mediterranea per il dialogo fra le culture e le civiltà” e sancito il principio di una futura trasformazione dell’esistente Fondo Euromeditterraneo d’Investimenti e Partenariato (FEMIP) in struttura finanziaria autonoma. Entrambe le iniziative rivestono carattere di priorità nel programma della presidenza italiana…» (dal sito ufficiale www.UE2003.it).

L’Italia, che per la sua posizione geografica si trova in prima linea nei rapporti di cooperazione coi paesi del Mediterraneo, deve svolgere un ruolo decisivo nella gestione di queste iniziative. Si pensi anche alla particolare condizione italiana, che vede il territorio diviso in due aree: da una parte, il centro-nord già proiettato in Europa (anche se a spese dei lavoratori); dall’altra, il sud e le isole, con tassi di disoccupazione elevatissimi (specie fra le donne, che sono anche peggio retribuite), il conseguente basso costo della manodopera, le infrastrutture inadeguate….un’intera area che si presenta ancora come un serbatoio da cui drenare risorse e forza lavoro o, come dimostrano ad esempio Scanzano Jonico o Acerra, da ridurre a discarica di rifiuti. Non è un caso che si scelga proprio Napoli come sede d’incontri d’importanza strategica come EUROMEDITERRANEA: il sud Italia viene eletto come laboratorio “dell’integrazione e dello sviluppo”, cioè, detto a parole nostre, dello sfruttamento e dell’immiserimento di popoli già sottomessi da secoli di sporche guerre e interessi criminalborghesi.

E’ ora di dire BASTA!

 

Facciamo della contestazione ai vertici di UE e EUROMED un’occasione per iniziare a costruire percorsi di opposizione concreta ai processi in atto, sostenendo, a partire dai nostri territori, la resistenza dei popoli aggrediti dall’imperialismo e combattendo, sul fronte interno, le politiche di sfruttamento e di repressione del capitalismo.

 

 

29 e 30 Novembre a NAPOLI:  GIORNATE DI MOBILITAZIONE ANTIMPERIALISTA E ANTICAPITALISTA  CONTRO L’EUROPA DEI PADRONI

SOLO LA LOTTA PAGA!

GUERRA ALLA GUERRA!

 

 

20\11\’03                                                                                                                                Laboratorio antimperialista -Napoli.

 

lab_antimp_na@hotmail.com

Fuori tutti dall’Iraq

Senza resistenza non ci sarà pace!

 

Il pesante attacco portato dalla resistenza irachena contro il contingente d’occupazione italiano è l’inevitabile conseguenza del delirio e dell’arroganza guerrafondaia di Bush e alleati in Medio Oriente.

In Iraq hanno seminato morte, distruzione, miseria, radioattività e malattie in nome della “democrazia” e della “libertà”, violando leggi e trattati internazionali, con o senza l’infame copertura dell’ONU.

Il cialtronesco governo Berlusconi e i suoi omologhi del centro-sinistra si sono accordati e accodati in questa ennesima guerra dell’impero a stelle e strisce, così come fecero  con la Somalia ( dove i nostri eroi in divisa massacrarono  e torturarono  la popolazione civile), per la Jugoslavia (dove i nostri eroici piloti sganciarono centinaia di bombe), e per l’Afghanistan. Hanno inviato le truppe ad aiutare i macellai americani nel “lavoro” di controllo e repressione di chi si oppone all’occupazione.

.Lo hanno fatto con la speranza che bastasse un pò di caramelle ai bambini iracheni e qualche tangente ad alcuni religiosi e capi-tribù per uscire indenni da vere e proprie operazioni repressive con arresti e rastrellamenti nei confronti della popolazione e della sinistra irachena . Altro che missione di pace!

Berlusconi, Fini, Rutelli e Fassino sono, a nostro parere, i responsabili di queste morti. Sono morti per gli interessi della borghesia imperialista e dei petrolieri. E’ rivoltante come tutta la propaganda televisiva e della carta   stampata stia strumentalizzando  questa vicenda con una retorica militarista e patriottarda  molto simile a quella del ventennio fascista.

Ma  i governi delle truppe che occupano l’Iraq devono fare i conti con la RESISTENZA  DEL POPOLO IRACHENO. Resistenza che non è “terrorismo internazionale” e che agisce, invece, con la stessa legittimità con cui agivano i partigiani italiani contro gli occupanti nazisti e i loro alleati fascisti.

La resistenza irachena, lo dicono i rapporti della CIA e le inchieste della CNN, gode dell’appoggio e della simpatia della maggioranza degli iracheni. I combattenti sono contadini, operai, pescatori, mussulmani , laici, socialisti o comunisti ecc.. Non c’è nessun  “complotto internazionale” ma solo odio e disprezzo per chi ha bombardato e occupato la propria terra.

In tanti abbiamo marciato in tutto il mondo per fermare la guerra: non ci siamo riusciti  e non abbiamo salvato un solo bambino iracheno dalle bombe e dai missili della “civiltà occidentale”. Cosa possiamo fare ora ?  Dobbiamo schierarci fattivamente con la straordinaria resistenza di questo popolo . Se la resistenza irachena riuscirà a cacciare USA e alleati ( ed è probabile che ci riuscirà), le prospettive di pace aumenteranno e non solo in medio Oriente. I progetti di nuove aggressioni degli imperialisti contro  Siria, Iran, Corea, Venezuela, Cuba….. subiranno un forzato arresto.Le contraddizioni e le lacerazioni politiche ed economiche che si apriranno negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente ostacoleranno  Bush e tutta l’accolita di pazzi che lo circonda.

La resistenza del popolo iracheno è la nostra resistenza e per questo dobbiamo sostenerla ritornando a manifestare e a bloccare le basi di appoggio che i nostri politicanti  hanno messo a disposizione per queste avventure neo-coloniali  nel nostro paese , ormai ridotto alla più grande portaerei USA del mondo.

E’ la resistenza a chi in Europa e negli Stati U. ci toglie le pensioni, i servizi sociali, ci taglia i salari per arricchire il grande capitale e aumentare le spese militari.

Associazione “Pellerossa” Cesena