DOSSIER

 

 

 

MORTI E FERITI CIVILI CAUSATI DALLE FORZE DI OCCUPAZIONE STATUNITENSI A BAGHDAD

GLI INDENIZZI E LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

 

 

OCCUPATION WATCH CENTER IN BAGHDAD

NATIONAL ASSOCIATION FOR THE DEFENSE OF HUMAN RIGHTS IN IRAQ

 

 

 

 


 

SOMMARIO

 

       

Morti e Feriti Civili Causati dalle Forze d’ Occupazione Statunitensi in Baghdad           3

 

Organizzazione e Procedure Legali                                                           4

 

Dalla Teoria alla Pratica                                           5

 

Maggiori Difficoltà che si Incontrano ai CMOC            9

 

Uccisioni e Ferimenti Derivati da Sparatorie Indiscriminate       10

 

a) Uccisioni

 

 

 

b) Ferimenti

 

·         Caso 1: Ali Hussain, Falah Hassan Abbas, Walid Hillal Jewad,                                                      14

     Sadek Hussain, Ali Adbul Karim,Mohamed Abdul Karim  

·         Caso 2: Bakr                                                                                                                          17

 

Incidenti con Veicoli Militari                                                                                     18

 

·         Caso 1: Sadia Abdullah Hussain 

·         Caso 2: Bayan Jassim 

 

Perquisizioni                                                                                                          18

 

·         Caso 1: Hotel Samarra                                                                                              19

·         Caso 2: Coptic Christian Church                                                                                    20

·         Caso 3: Mandeel family                                                                                                20

 

 

Bombe a Grappolo                                                                                                                   20

Conclusioni                                                                                                           22

 


 

DOSSIER

 

 

 MORTI E FERITI CIVILI CAUSATI

 DELLE FORZE D’OCCUPAZIONE STATUNITENSI IN BAGHDAD

GLI INDENNIZZI E LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

 

A cura di:

 

OCCUPATION WATCH CENTER e NATIONAL ASSOCIATION for the DEFENCE

of HUMAN RIGHTS in IRAQ

 

 

L’ Occupation Watch Center e’ attivo in Iraq da Luglio con l’intento di monitorare l’impatto dell’occupazione e diffondere informazioni.

 

La guerra e’ stata dichiarata finita il 1° Maggio, ma consapevoli che i dopo-guerra sono spesso più sanguinosi delle stesse guerre abbiamo ritenuto essenziale approfondire l’analisi sui molteplici incidenti che hanno portato alla morte e al ferimento di molti civili innocenti per mano delle truppe d’occupazione statunitensi. Iniziando questo lavoro siamo venuti a conoscenza di altre violazioni commesse durante le perquisizioni o i normali controlli di sicurezza.

 

Questo percorso e’ stato fatto in collaborazione con la ‘National Association for the Defense of Human Rights in Iraq’, un’associazione irachena nata dopo la caduta del regime di Saddam Hussein.

 

I casi da noi seguiti riguardano: sparatorie indiscriminate, perquisizioni, incidenti tra veicoli militari e civili, bombe cluster, che nonostante il bando internazionale sono state usate degli americani sia in Afghanistan che in Iraq.

 

A partire da settembre fino a novembre, abbiamo registrato denuncie, intervistato vittime e testimoni, preparato le documentazioni e accompagnato agli uffici preposti coloro che volevano denunciare le unità militari e richiedere un indennizzo per le loro perdite. Un percorso che richiede tempo, sia per raccogliere le testimonianze – non ci sono telefoni e gli spostamenti in Baghdad sono lenti ed estenuanti a causa del traffico – sia per avere tutti i documenti necessari, ma soprattutto per iniziare e finire una causa. Anche per questo motivo molti sono ancora i casi da presentare.

 

In questo Dossier presentiamo solo alcuni di quelli che abbiamo seguito, coprendo tutte le casistiche citate, illustrando l’iter burocratico e raccontando luoghi ed atmosfere.

 

Il Dossier non conterrà dati o statistiche in quanto e’ molto difficile avere il quadro completo della situazione ed i responsabili americani forniscono solo dati generici e non divisi per categorie di incidenti[1], non avendo organizzato nessun sistema per registrare il numero dei morti civili causati dalle unità militari.

 

La scelta di illustrare le atmosfere, i luoghi e le persone che gli iracheni devono frequentare ed incontrare nella speranza di ottenere indennizzi e risposte è perché riteniamo sia uno dei motivi della crescente frustrazione e disillusione di molti iracheni.

 

Come anticipato i casi qui segnalati sono solo quelli seguiti direttamente da noi, principalmente a Baghdad, molti altri sono gestiti da altre associazioni, da studi di avvocati o direttamente dalle vittime. Altri non sono mai stati denunciati.

Illustreremo nei dettagli solo quelli più significativi e allegheremo una lista per tutti gli altri casi.

ORGANIZZAZIONE e PROCEDURA LEGALE

 

I soldati e i civili nordamericani non sono soggetti alle leggi irachene e i soldati non possono essere giudicati da un tribunale civile.

Il sistema statunitense prevede la creazione di appositi uffici legali dove gli iracheni che hanno subito un danno da parte dei soldati americani possono presentare la documentazione relativa e chiedere un risarcimento. Questo sistema entra in vigore ogniqualvolta le forze armate vengono dispiegate in un paese terzo. Esiste anche un meccanismo simile per gli incidenti che avvengono sul territorio statunitense e destinato ai cittadini nordamericani.

 

Il sistema è regolamentato dal Foreign Claims Act (FCA) che si trova nel volume 10 del Codice degli Stati Uniti, sezione 2734.

(vedi www.gpoaccess.gov/uscode/index.html)

 

Il FCA stabilisce che si possa presentare domanda di risarcimento per:

 

·         danni materiali

·         ferimenti

·         uccisioni

 

e devono essersi verificati:

 

in situazioni di non combattimento (no combat situation) e imputabili a comportamento errato o negligente del soldato o della unità, e per quanto concerne l’Iraq, dopo il 1 Maggio 2003.

 

L’azione legale deve essere presentata entro due anni dall’accaduto e non possono presentarla i ‘nemici’. Nel caso iracheno, per esempio, un membro della resistenza che viene ferito in uno scontro a fuoco non ha nessun diritto di rivolgersi alla Foreign Claim Commission.

 

Il Capitolo 10 del regolamento dell’esercito 27-20 (AR 27-20) stabilisce le procedure da seguire nel rispetto del FCA. Tra le altre cose viene stabilita la creazione, con relativa regolamentazione, della Foreign Claim Commission: commissione composta da avvocati/giudici militari (nella stessa persona, in americano Judge Advocate) che decideranno in merito alle richieste presentate.

 

In Baghdad sono stai predisposti 12 uffici chiamati CMOC (Civilian Military Operation Center) dove si può presentare la propria denuncia ad un avvocato/giudice che ‘è’ la FCC.

La FCC può essere composta da:

 

·         un solo avvocato/giudice e in questo caso e’ autorizzata a pagare non oltre $15.000

·         3 avvocati/giudici che può pagare fino a $50.000

 

Se la richiesta di indennizzo supera questa cifra fino ad un massimo di $100.000 sarà il comandante dell’ufficio in Washington DC. Sarà invece il Segretario del Tesoro a decidere per cifre superiori ai $100.000.

 

La documentazione va consegnata al CMOC competente nell’area dove il fatto ha avuto luogo ed è meglio che comprenda, oltre i dati personali della vittima, il maggior numero di informazioni e di dettagli possibili:

 

·         testimonianze firmate

·         copia dei documenti personali della vittima

·         report della polizia

·         certificati medici/ospedale

·         autopsia

·         cartina per ricostruire nel dettaglio l’incidente, compresa distanza tra l’ucciso/ferito e l’unita’ militare interessata

·         fotografie

·         numero dell’unità

·         numero dei soldati

·         numero dei veicoli militari

·         ricevute di pagamento

·         preventivi di spesa

·         composizione del nucleo famigliare

·         giornate lavorative perse

·         quantificazione del risarcimento

 

La presentazione della documentazione va accompagnata dal modulo compilato che vieneconsegnato presso i CMOC.

 

Fino aquesto punto si segue l’ordinamento statunitense, si segue invece la legge irachena per identificare chi ha diritto a chiedere il risarcimento e l’ammontare dello stesso. La domanda può essere consegnata direttamente dall’interessato o da un suo rappresentante legale o da una associazione che deve avere la delega legale per agire nel nome del richiedente.

 

E’ compito della commissione (FCC) svolgere tutte le indagini del caso seguendo non solo le procedure stabilite dal FCA, ma anche tutte quelle ricavabili dal diritto e dalle leggi locali. Cosa che nella pratica non succede. Le indagini sembrano limitarsi ad incaricare i responsabili della base di appartenenza di sentire l’unità o i soldati interessati.

 

Quando la commissione intende negare il risarcimento è obbligata a comunicare tale intenzione per iscritto - comprensiva dei motivi del rifiuto - all’interessato o al suo rappresentante. Questi entro 30 giorni può presentare la domanda di riconsiderazione sottoponendo nuovi elementi.

La motivazione scritta è fondamentale per riuscire a ripresentare il caso, ma abbiamo incontrato casi di sola comunicazione verbale.

Se verrà confermata la non accettazione della richiesta il caso non può più essere presentato.

 

La FCC può offrire a sua discrezione $2.500 di rimborso ‘per simpatia’, nonostante l’unita’ non abbia violato le leggi di ingaggio e quindi non sia imputabile di negligenza o di comportamento errato. Questi soldi non sono da considerarsi un risarcimento e la loro accettazione non dovrebbe precludere il proseguimento della causa.

Legalmente questa somma viene chiamata ‘solatia payment’, un ‘rimoborso per simpatia’ : “ci spiace molto per quello che le è accaduto, i nostri militari si sono comportati correttamente, ma ci rendiamo conto della tragedia che state vivendo e siamo disponibili a darvi 2.500 dollari”.

 

Come detto l’accettazione del ‘simpaty money’ non preclude di continuare l’azione legale, ma spesso gli avvocati aggiungono a penna che con l’incasso dei 2.500$ loro ritengono chiuso il caso. (vedi appendice).

 

 

DALLA TEORIA ALLA PRATICA

 

Per gli iracheni non è stato facile scoprire l’esistenza dei CMOC e capirne il meccanismo e le procedure: ci è stato spiegato che se i CMOC fossero stati più pubblicizzati e le procedure rese più chiare sarebbero state molto più numerose le persone che cercavano di approfittarsene, presentando casi inesistenti.

Dopo alcuni mesi il passa parola comincia funzionare quindi molti ora sanno dove si trovano e a cosa dovrebbero servire. Ma riteniamo che molti episodi non siano stati denunciati ne presso i CMOC ne ad organizzazioni o avvocati.

 

Abbiamo ‘frequentato’ soprattutto tre CMOC: Al Rashid, Al Rasafa, Al Karkh e l’ufficio di livello superiore al Check Point n. 4 dell’aeroporto internazionale di Baghdad.

 

Il meccanismo più facile per entrare è avere un appuntamento, ma prima di avere un appuntamento devi essere già stato ricevuto, ovviamente. Quindi, per il primo incontro devi avere la fortuna che non solo sia il giorno giusto, ma che l’avvocato sia presente e non fuori sede per motivi di servizio. Inoltre devi sperare che ricevano anche le persone senza appuntamento, infatti se si presenta molta gente possono decidere di ricevere solo coloro che ce l’hanno già. C’è un solo avvocato per CMOC e solitamente ricevono un giorno alla settimana.

 

Voglio ricordarvi che gli avvocati/giudici e i loro assistenti sono militari a tutti gli effetti: si presentano in divisa, armati, a volte con il mitra al collo e che alcuni degli uffici si trovano in basi militari.

 

CMOC Al Rashid – Si trova nel quartiere di Dohra, zona sud di Baghdad, nella sede della Scania una fabbrica di camion e altri mezzi pesanti, lungo una superstrada che passa in una zona poco edificata e già deserto.

Lo ‘Scania’, come viene colloquialmente chiamato, era di fatto una base militare.  Era, in quanto la base è stata trasferita un chilometro più avanti dove è stato allestito un campo molto più grande all’interno del quale sono state asfaltate strade, costruiti imponenti muri di sicurezza, allestita la pista di atterraggio per elicotteri. Il trasferimento era probabilmente già in programma, ma è avvenuto solo dopo che lo ‘Scania’  ha subito un attacco con mortai lo stesso giorno dell’attacco alla Croce Rossa.

 

E qui si tocca il primo tasto dolente: molti CMOC sono dei target e la gente per motivi di sicurezza (degli americani) viene fatta aspettare per ore fuori. Il rischio sta non solo nell’attacco in se, ma anche nella possibile e probabile risposta dei soldati statunitensi.  

 

Al check point ti fai identificare ed annunciare, dopo di che ti allontani dall’ingresso e aspetti sotto una tenda aperta. Nel frattempo passano carri armati, jeep militari, camion dell’esercito, blindati con tutta la nuvola di sabbia del deserto nella quale ti trovi immerso.

 

La prima volta siamo stati ricevuti in una piccola stanzetta piena di munizioni e di armi, ma visto che eravamo in tanti, siamo stati spostati nella cappella con enorme sollievo da parte della vedova e del padre di Mazen che dovevano presentare la richiesta di indennizzo e che non si trovavano certo a loro agio circondati da mitra e cartucciere, gli stessi ‘attrezzi’ che avevano ucciso Mazen a Giugno.

 

Altra sorpresa è il comportamento dei traduttori. In questo caso era una ragazza simpatica ed allegra che però manifestava troppa famigliarità con soldati ed avvocati. Più volte l’avvocato – il capitano Murphy - ha chiesto il suo parere. Comportamento che non solo non è professionale, ma che non permette agli iracheni di sentirsi a loro agio nel caso non siano accompagnati da persone di loro fiducia che parlino inglese e che quindi siano in grado di verificare la traduzione.

 

Il traduttore ha un ruolo importante e deve svolgere il suo lavoro con professionalità e serietà. Sono un filtro tra i soldati e i civili, e questo vale non solo per coloro che lavorano ai CMOC ma anche per gli interpreti che seguono i soldati nei raid e nelle perquisizioni o ai check point. Troppe volte il comportamento scorretto di molti di loro ha causato tensioni e fraintendimenti.

 

Nella nuova base siamo stati una sola volta. E’ anch’essa posizionata a lato della superstrada su una spianata di sabbia e pietre. Cintata da tre muri, i due più esterni armati con putrelle di ferro posizionate ad un metro circa le une dalle altre. Il lato che percorri per raggiungere l’ingresso è lungo almeno 1Km e posizionato sul retro rispetto al lato che da sulla superstrada, a sua volta presidiato da carri armati.

 

L’auto si parcheggia a trecento metri dall’ingresso.

Alla barriera di filo spinato un piccola coda di veicoli che per entrare deve superare il controllo con metal detector.

Oltre la barriera di filo spinato, sulla destra un veicolo blindato e subito dopo l’ingresso vero e proprio un carro armato.

Presenti esercito e polizia militare, ovviamente armati e accessoriati di tutto punto: pistole, mitra, borracce, coltello, torce, granate …

 

Due ore e mezza di attesa. Seduti sotto la misera ombra di un gabbiotto in lamiera di fianco all’ingresso da dove entravano ed uscivano in continuazione veicoli di tutti i tipi, visto che l’accampamento era ancora in fase di allestimento e già militarmente attivo. Autocisterne, betoniere, carri armati, pick up, camion militari, hamvee … e nuvole di sabbia. Con l’aggiunta degli elicotteri che atterravano all’interno.

 

Tre veicoli attirano la nostra attenzione, scritto a mano con un gesso si legge chiaramente: sul primo ‘Kill ‘em all’ (uccidili tutti) e sul secondo ‘death from above’ (morte dall’alto). Dal terzo escono una decina di srilanchesi che lavorano per una impresa kuwaitiana la quale ha vinto un subappalto: cucineranno e faranno le pulizie.

 

Dopo due ore e mezza ci comunicano che non riescono a contattare nessuno della Foreign Claim Commission (FCC). Scopriremo in seguito che quel giorno l’avvocato era all’ufficio dell’aeroporto, peccato che doveva essere anche il giorno di ricevimento.

Con noi hanno inutilmente atteso, due avvocati e una ventina di persone.

 

Il responsabile di questo CMOC, il capitano Murphy, ha deciso di non accettare casi presentati dai semplici cittadini, ma solo da alcuni avvocati iracheni da lui selezionati. E che prendono il 10% dell’indennizzo quando viene pagato. Tra di loro anche degli avvocati di una organizzazione per la difesa dei diritti umani che lavorano senza percentuale. Ne abbiamo incontrati alcuni e anche loro non hanno vita facile e moltissime loro richieste non sono state accolte. Anche loro hanno problemi ad incontrarsi con l’avvocato.

Il CMOC è aperto solo un giorno a settimana, il martedì.

 

Al Rusafa – Si trova sul retro del Monumento ai Martiri della Guerra. Intorno vi è una grande spianata, sotto è ospitato un museo. E’ la versione irachena del Memorial americano per i soldati deceduti in Vietnam. Le ‘Forze della Coalizione’ ne hanno fatto una loro postazione fissa. Completamente chiusa.

 

L’ingresso sul retro da su un parcheggio che costeggia una superstrada, poche centinaia di metri più avanti passa la sopraelevata di un’altra superstrada.

Anche questo CMOC è un posto a rischio.

 

L’ufficio dove si viene ricevuti è un tavolinetto di metallo sotto un albero subito al di là della barriera in filo spinato, che un soldato apre e chiude ad ogni passaggio dei soliti carri armati, hammers, camion.

 

Qui la gente comincia ad arrivare verso le 6.30/7.00 del mattino, a volte prima. L’avvocatessa, il capitano Mc Kenna, si presenta alle 8.30.

Il primo arrivato inizia a scrivere i nomi della gente che arriva. La coda si fa in fila indiana tra i sacchi di sabbia. Sotto il sole. Tutto intorno filo spinato per chiudere ogni accesso.

 

Due traduttori, uno di mezza età ed uno giovanissimo, che come tutti i ragazzi hanno uno spiccato accento nordamericano imparato dai film e dalle canzoni.

Questo ultimo indossa bermuda e scarpe da tennis, cappellino da baseball e maglietta hip-hop con la scritta ‘Iraqi freedom’. Un po’ troppo per l’anziana irachena che dal suo Abbaya nero lo guarda scuotendo la testa mentre lui ride, scherza e saluta a pacche sulle spalle i soldati armati che passano o che stazionano all’ingresso.

 

Fanno entrare a gruppi di 5 persone, aprono la barriera di filo spinato e ti perquisiscono. Per le donne usano il metal detector visto l’assenza di soldatesse, la cosa è comunque fonte di polemiche e critiche. Fai pochi passi e aspetti il tuo turno, sempre in piedi e sotto il sole.

 

L’avvocatessa si presenta con il suo assistente, entrambi armati, così come gli altri soldati che girano in torno. Questi hanno tutta l’attrezzatura: fondine attaccate alle gambe, mitra agganciati al giubbotto antiproiettile, torce, borracce, alcuni anche le granate.

 

Se l’avvocatessa tiene un atteggiamento freddo e professionale il suo assistente si permette di ridere degli iracheni in coda e di esprimere commenti su coloro che continuano a presentarsi nella speranza di essere ascoltati. La sua espressione è di perenne arroganza e così come prende a sassate i cani per allontanarli nello stesso modo obbliga i traduttori a mandare via la gente.

 

Ci è stato raccontato che durante un momento di tensione, nato dall’ennesimo ‘torna la settimana prossima’, la persona che ha cominciato a urlare contro di loro è stata ammanettata e fatta sdraiare a terra con i mitra puntati. Fortunatamente l’hanno poi rilasciata.

 

In questo CMOC spesso la documentazione viene persa e sta alla vittima provare che è stata effettivamente consegnata. I CMOC non rilasciano ricevuta, a volte non rilasciano il numero di pratica quando si consegnano le documentazioni e spesso gli iracheni non ne fanno copia consegnando direttamente gli originali che hanno messo insieme con difficoltà e spreco di tempo. Inoltre non è scritto da nessuna parte che sono tenuti a consegnare una ricevuta o il numero della pratica, lo scopri solo quanto richiedono un numero che non ti è stato mai dato.

 

Questa disorganizzazione, che spesso sembra una strategia, crea ulteriore scontento, tensione e delusione che vanno sommati alla rituale risposta: torna la settimana prossima, torna tra due settimane. C’è gente che da mesi si reca in pellegrinaggio per sentirsi dire sempre le stesse cose.

 

Nei casi di incidente tra macchine e carri armati o altri veicoli militari richiedono il numero dell’unità e non sempre gli iracheni sono in grado di leggere i numeri occidentali, inoltre in molti di questi incidenti le persone nella macchina rimangono uccise o gravemente ferite ed ovviamente la priorità è data alla loro assistenza. Molte volte l’autista del mezzo lascia un documento firmato testimoniando l’accaduto, ma non sembra essere sufficiente, a molta gente è stato rifiutato il rimborso anche con la presentazione di questo tipo di documentazione. Ma spesso i veicoli militari non si fermano lasciando dietro di loro macchine ‘accartocciate’.

 

Va sottolineato che in genere i danni alle macchine o ad altri beni materiali vengono indennizzati, anche se molti lamentano non in maniera adeguata.

 

Al Karkh – situato in un edificio che era un piccolo ospedale di fianco all’ingresso della ‘Green Area’, sede delle autorità militari - più volte attaccata nelle ore notturne, nessuno può escludere la possibilità di un attacco anche di giorno. Inoltre, proprio l’ingresso della ‘Green Area’ , è uno dei luoghi dove terminano molte delle manifestazioni di protesta che spesso sono degenerate in scontri e sparatorie. 

Durante una delle manifestazioni (non degenerata in violenze) hanno sospeso l’ingresso al CMOC per gli iracheni. Solo dietro forti insistenze siamo riusciti a far entrare il nostro assistito. Ma per gli altri che erano lì da soli non c’è stato nulla da fare e l’attesa quel giorno è durata il doppio.

L’ufficio riceve due volte la settimana, dalle 8.30 alle 13.00, un solo avvocato.

 

Si aspetta in un parcheggio, chi in piedi chi seduto sul marciapiede. Scarse le protezioni.

I traduttori qui sono gentili e corretti, ma pressati dal nervosismo dei soldati che spesso si risolve in discussioni e litigi tra traduttori e gente in attesa.

Anche qui ci si deve presentare di prima mattina per mettere il proprio nome sulla lista. Filo spinato e soldati armati.

Nessuna donna presente per le perquisizioni che anche qui vengono fatte con il metal detector.

 

In un caso hanno chiesto il numero di serie del computer sequestrato in una perquisizione per provare che non era stato rubato durante i saccheggi.

Richiesta che ha del paradossale se si pensa che una delle accuse fatte dagli iracheni agli americani è di essere rimasti a guardare quando musei, biblioteche, università, scuole e quanto altro veniva saccheggiato e dato alle fiamme subito dopo il loro ingresso in Baghdad.

 

Abbiamo appena saputo che è stato spostato all’interno del Palazzo dei Congressi.

 

 

Molti dei casi che vengono presentati a questi CMOC non possono essere giudicati dagli stessi, in quanto l’indennizzo richiesto va oltre alle loro competenze e quindi devono essere trasferiti all’aeroporto: Check Point 4. Nel tragitto molte volte i files vengono persi. Non solo si perdono le documentazioni, ma anche le cose che vengono sequestrate durante i raids. Nel caso del blitz in un hotel (vedi oltre) non riescono più a trovare la cassa forte che conteneva soldi e passaporti.

 

 

Check Point 4 – Aeroporto Internazionale di Baghdad – L’ufficio è in un container subito dopo uno dei check point d’ingresso all’aeroporto, nel quartiere di Abu Ghreiv. Lo si raggiunge da una strada stretta, da un lato il muro di cinta dell’aeroporto dall’altra la terra brulla. Nessun cartello per segnalarne la presenza. Posto scomodo e lontano da raggiungere.

 

Attesa in piedi, nella sabbia, sotto il sole o al freddo in questo periodo. L’ultima volta aveva appena piovuto e le scarpe sprofondavano nel fango.

Anche qui sfilata di mezzi militari e non. Inoltre, oltre il check point ci sono delle case private e tutti quelli che vivono nell’area sono sottoposti a controlli. Intorno alle 13.00 tornano i ragazzi da scuola, arrivano autobus pieni di residenti che pazientemente aspettano il via libera per entrare a casa loro.

 

L’avvocato si presenta alle 10.00, la gente arriva prestissimo al mattino per segnarsi sulla lista.

 

Un solo avvocato e uno o due assistenti, due giorni di ricevimento, il sabato e il mercoledì dalle 10.00 alle 13.00, spesso oltre.

Non ci sono donne per le perquisizioni però indipendentemente dall’ordine d’arrivo le donne entrano per prime. Si entra in gruppi di 10 persone.

Qui non s’incontrano solo i casi che non sono di competenza dei CMOC, ma anche tutti coloro che vogliono avere spiegazioni su automobili sequestrate e mai restituite, terreni confiscati dall’esercito, documenti ritirati durante i normali controlli ai check point. Un giorno abbiamo incontrato una donna che cercava di farsi ridare l’asino ed il carretto.

 

L’organizzazione è alquanto lacunosa e spesso una volta lì si scopre che quel giorno hanno deciso di ricevere solo determinate categorie di casi o solo coloro che hanno già un appuntamento. Gli altri hanno fatto viaggio ed ore di attesa per nulla. Le poche informazioni scritte vengono comunicate con un piccolo avviso, spesso scritto su un pezzo di cartone non più grande di un foglio A4 appeso al filo spinato, più all’altezza dei piedi che a quella degli occhi.

L’avvocato è in divisa, armato, come i suoi assistenti che tengono il mitra puntato mentre vieni perquisito prima di entrare. Si entra a gruppi di 10 persone.

 

Come anticipato spesso ci si sente rispondere che la pratica non è stata ancora consegnata dall’ufficio CMOC competente, spesso ti chiedono il numero della pratica che avrebbe dovuto essere assegnato dal CMOC, ma che non lo ha fatto; che la pratica è arrivata ma non la si trova; che l’avvocato non ha ancora avuto il tempo di studiarla; che mancano documenti; che manca un testimone. Più tutte le varie ed eventuali legate ai singoli casi. Quindi si deve ritornare due settimane dopo. E due settimane dopo si viene ulteriormente rinviati di altre due settimane. E così via. C’è gente in pellegrinaggio da mesi, che mostra a volte con ironia a volte con rabbia il foglietto degli appuntamenti con tutte le date barrate.

 

Da poco più di un mese c’è un nuovo avvocato, il quale ha sostituito il capitano Newell.

Durante il primo incontro si discuteva sulla difficoltà di capire quando si è di fronte ad una ‘combact situation’ visto che anche le regole d’ingaggio sono tenute segrete. A quel punto sorride e risponde: “Non è vero, le regole di ingaggio sono pubbliche”. Momento di stupore, come pubbliche? Sono mesi che le chiediamo e tutti le negano per ragioni di sicurezza? Ed infatti l’assistente che è qui da più tempo lo corregge immediatamente: “Sorry Sir, la signora ha ragione”.

La discussione era nata in quanto ci ha comunicato di non presentare più casi di uccisioni di civili se sono il risultato di una ‘combat situation’ in quanto non li avrebbe assolutamente accettati: “Accetteremo solo quelli che sono chiaramente ‘non combact’ perché sono solo questi che possono essere giudicati applicando il Foreign Claim Act, e così potremo veramente aiutare la gente e velocizzare il sistema”.

 

Peccato che gli incidenti scaturiti da quel tipo di situazione sono i più importanti e quelli che hanno causato e stanno causando il numero maggiore di morti e feriti tra i civili e per questi casi non esiste nessuna procedura legale, nessun modo di denunciare l’unità. Che fare? La risposta è stata chiara:” insieme a quelli accaduti durante la guerra, verranno gestiti dal futuro governo iracheno”.

 

Non è spesso facile capire quando è una ‘combact situation’’. Primo è strettamente connessa alle motivazioni ufficiali che stanno dietro l’inizio dell’azione e lo scopri solo dopo aver presentato il caso e spesso dopo che hanno fatto le loro ‘investigazioni’. Secondo perché i soldati agiscono e reagiscono seguendo le regole di ingaggio, come detto segrete.

 

Ma la cosa più grave è che la non accettazione delle situazioni ‘decisamente’ di combattimento, esclude a priori la possibilità che l’unità, pur trovandosi in una ‘combat situation’, abbia risposto con un uso sproporzionato della forza, o con un uso sproporzionato di potenza di fuoco. O che abbia assunto un comportamento non efficace se il fine doveva essere la cattura o l’uccisone di chi aveva attaccato l’unità causando la sparatoria di reazione della pattuglia. Per esempio quando aprono il fuoco indiscriminatamente anche in aree affollate.

 

A priori si chiede ad irachene ed iracheni di rinunciare ad avere ‘giustizia’ per un figlio, un marito, un fratello, una madre uccisi per sbaglio.

 

 

MAGGIORI DIFFICOLTA’ CHE SI INCONTRANO AI CMOC:

 

 

Molti iracheni si presentano da soli, non hanno l’abitudine di chiedere l’assistenza di associazioni, spesso non sanno nemmeno che esistano, e in questo caso le difficoltà aumentano.

 

Soprattutto la lentezza del sistema, i pochi giudici/avvocati e la sua disorganizzazione rendono difficile per organizzazioni ed avvocati seguire puntualmente ed efficientemente le cause. Alcune associazioni stanno cominciando a non accettare più i casi per l’impossibilità di seguirli.

 

Come anticipato, al CMOC spettano le indagini. Per quanto abbiamo potuto constare e anche secondo l’ammissione del Maggiore Liebmann – responsabile dell’ufficio al Check Point 4 all’aeroporto - le loro ‘indagini’ si limitano ad ascoltare l’unità interessata e verificare l’ordine da questa ricevuto o la loro versione dell’accaduto Nessun sopraluogo, nessuna raccolta di informazioni o prove sul posto. Il tutto fatto dal CMOC di competenza dell’area, spesso la stessa base di appartenenza dell’unità coinvolta. “Chi meglio di loro sa cosa è successo!”, questa l’affermazione del maggiore all’osservazione che in fondo il sistema prevede che chi è accusato è lo stesso che poi investiga sull’azione incriminata.

 

 

Speriamo di essere riusciti a far capire cosa si vive frequentando questi luoghi.

Le umiliazioni che subiscono gli iracheni sono continue. Stanno in fila spettando il loro turno con tristezza e rassegnazione, a volte con rabbia. Lo sanno che difficilmente vedranno riconosciuto il torto subito. Per molti la risposta sarà un sorriso di circostanza per spiegare che i soldati erano in una ‘combat situation’ e che si sono comportati secondo le regole di ingaggio.

 

E negli occhi hanno storie che leggerete nelle prossime pagine.

 

 

 

UCCISIONI E FERIMENTI DERIVATI DA SPARATORIE INDISCRIMINATE

 

 

a)             UCCISIONI

 

Caso N. 1: Mr. Mazen Antoine Hanna Nouradin

                 28 Giugno 2003

 

La famiglia Nouradin vive a Dohra, è di religione cristiana. E’ composta dalla madre, laureata in legge ma senza aver mai esercitato avendo preferito insegnare; dal padre che per trent’anni ha lavorato all’aeroporto internazionale di Baghdad e da due figli: Maher e Mazen.

 

Mazen, 32 anni, era sposato e viveva con la moglie e le sue due bambine nella casa dei genitori.

Era rappresentante farmaceutico e per pochi mesi aveva lavorato come interprete per il contingente americano.

 

Dohra e’ un quartiere a sud di Baghdad e qui c’e’ una delle piu’ grandi basi militari  in Baghdad.

 

 

A lato della superstrada passa una strada parallela che costeggia a sua volta le case. Le costruzioni sono edificate su lotti di uguale dimensione (15 metri) e non tutti i lotti sono costruiti.

 

Un altro testimone, Mr. Ali’ Amir Maktuf Saleh, arrivato al bordo della superstrada qualche minuto prima di Mr. Mazen e Mr. Lewaa, ci racconta che poco prima dell’arrivo di Mazen e del convoglio americano, ha visto due macchine: un pick up bianco e una berlina bianca. Entrambe hanno deviato dalla superstrada alla strada parallela, poi il pick up e’ rientrato nella superstrada, mentre la berlina si e’ fermata in uno dei lotti non edificati ad una trentina di metri da dove Mr. Mazen stava aspettando il taxi.

 

 

Le case, i muri e i cancelli della zona da noi visitata sono pieni di segni di proiettili e un colpo è entrato in una cucina infrangendo il vetro della finestra e terminando la sua corsa sulla parete.

 

 

Da tutto il comportamento successivo dei soldati si desume che erano consapevoli di aver commesso un errore ed infatti la prima giustificazione che daranno al padre sarà che Mazen e’ stato colpito perché aveva una pistola in mano. Dichiarazione che successivamente sparirà anche dal verbale visto che il caso e’ stato rifiutato in prima istanza con la giustificazione che Mr. Mazen e’ stato riconosciuto dall’unita’ come uno degli assalitori e che stava viaggiando sulla loro macchina.

 

Sarà Mr. Lewaa ad avvisare la famiglia che qualcosa di grave era successa al figlio. Il padre e la moglie si precipitano sul luogo dell’incidente. Ad entrambi verrà impedito di avvicinarsi al corpo e la moglie viene spintonata con arroganza al punto che cade a terra.

 

L’unita’ deve portare il cadavere all’aeroporto per un primo esame forense ed acconsentono ad essere accompagnati dal padre, il quale fortunatamente parla e comprende l’inglese.

All’aeroporto attende due ore per l’espletamento della burocrazia poi gli viene comunicato che può riportarsi il corpo del figlio a casa.

 

Come? In taxi, e’ la risposta.

 

Il padre, un uomo di 72 anni alto un metro e sessantacinque, si rifiuta sostenendo che nessun taxista lo caricherebbe con un cadavere e che era difficile trovare un ,taxi in quella zona.

Dopo la discussone la stessa unità riceve l’incarico per riaccompagnare a casa il corpo di Mazen e il padre, ma giunti all’angolo tra la superstrada e la strada che porta alla traversa dove abita la famiglia Nouradin il camion si ferma e i soldati si rifiutano di proseguire chiedendo al padre di portarselo sulle spalle.

 

Mr. Nouradin scioccato risponde che non può farcela e che non ci sono problemi a raggiungere la sua casa. La sua impressione e’ che i soldati abbaiano paura. Insiste e allora l’unita’ acconsente a proseguire solo se lui corre davanti al mezzo: lo usano come scudo.

Arrivati alla traversa che porta all’abitazione si fermano nuovamente e questa volta definitivamente: non proseguono e saranno gli amici di Mazen a portare il suo corpo a casa, utilizzando una barella che verrà riconsegnata dalla stessa famiglia Nouradin settimane dopo.

 

Il caso e’ stato rifiutato perché secondo la testimonianza dell’unita’ Mr. Mazen stava viaggiando nella macchina degli assalitori, nonostante la macchia di sangue sull’asfalto, l’ autopsia che rende evidente che la posizione dei sette proiettili e’ incompatibile con la versione fornita dai militari, per non parlare di tutti i testimoni che hanno reso dichiarazione giurata sulla presenza di Mazen al bordo della superstrada.

 

Ma sono dettagli: l’avvocato, Capitano Murphy, ci ha chiaramente detto che non ha nessuna importanza se noi riusciamo a provare che non era sulla macchina degli assalitori, perché i soldati stavano agendo per legittima difesa nel rispetto delle leggi di ingaggio, quindi non può essere loro attribuito nessun comportamento errato o negligente.

 

Nonostante questa ‘certezza’ rispetto al comportamento della unità e’ stata data alla famiglia la somma di 2,500 dollari come ‘simpaty money’.

 

Il caso è stato rifiutato, abbiamo chiesto ed ottenuto la riconsiderazione, ma anche questa è stata rifiutata.

Il caso è chiuso.

 

 

CASO N. 2: Afrah Abdul Moneem, 7 anni 

Hassan Mahmoud Abbas, 36 anni

10 Settembre 2003

 

Abu Ghreiv: è l’ultimo quartiere di Baghdad sulla strada che porta a Falluja. E’ una zona dove gli americani subiscono diversi attacchi.

 

Erano le 19.00 circa. Due carri armati in colonna diretti verso Khan Dhari si fermano nel traffico.

 

Alla loro sinistra un misero mercato, alla loro destra un parcheggio pieno di taxi, mini-van, persone. A delimitare il parcheggio una strada con un altro mercato e poi le case.

 

I carri armati sono fermi, ad una distanza di 20 metri circa l’uno dall’altro, un ragazzino (secondo le testimonianze raccolte sul posto) arriva di corsa dalla loro destra, si arrampica sul secondo carro armato e lancia all’interno una granata. Prima che questa esploda sta già scappando nella stessa direzione da dove era arrivato.

 

La granata esplode. Tutti la sentono, anche le persone che stanno facendo acquisti al mercato - quello sulla destra - ma non possono vedere quello che sta succedendo vicino ai carri armati: i teloni delle bancarelle coprono la vista.

 

I soldati scendono dal primo carro armato, alcuni verificano cosa è successo all’interno del carro armato colpito, intento uno dei soldati apre il fuoco sul parcheggio: lunghe sventagliate di mitra, da destra a sinistra e da sinistra a destra. Sempre secondo i testimoni gli spari durano più di 10 secondi. Tutta la zona è segnata dai proiettili

 

La gente cerca riparo. Le persone al mercato sentono gli spari, ma non possono vedere nulla.

 

Dopodiché i carri armati fanno manovra e tornano indietro nella direzione dell’aeroporto.

 

Abdul Moneem sta facendo la spesa con sua figlia Afrah, 7 anni. Sente l’esplosione e dopo poco sente volare i proiettili intorno a lui. Si volta e Afrah è a terra con il volto e la testa sanguinante. Muore sul posto.

 

Poco distante giace anche il corpo di Hassa Mahmud Abbas, 37 anni, anche lui colpito alla testa. Anche lui muore sul posto, intorno a lui i vegetali appena comperati e i dinari di resto ancora in mano.

 

Più fortunato un ragazzo che lavorava in uno dei banchi del mercato: il proiettile buca il telone e gli perfora il collo senza toccare niente di vitale.

 

I corpi sono a una distanza di circa 250/300 metri alle spalle dai carri armati.

 

Il distretto locale della polizia irachena, che ha la sua sede poco lontano, conferma la dinamica dell’incidente. E conferma l’arroganza e la violenza delle truppe americane nella zona.

 

Quando abbiamo cercato di presentare il caso, l’avvocato ha convenuto in merito a tutte le nostre osservazioni: impossibile prendere l’autore dell’attacco, pericoloso sparare in un’ area affollata.

 

Ma il caso non viene neppure accettato per essere esaminato:

‘combat situation’, il caso è chiuso.

 

 

 

CASO N. 3: Muslim Aziz Issa, 30 anni – 19 Maggio 2003

 

Via Palestina, zona centrale di Baghdad.

 

In quello che era un ostello per studenti universitari che arrivavano da fuori per frequentare i corsi, ora c’è la sede di una base americana: il Terzo Battaglione di Fanteria, unità 2-7.

 

Secondo la testimonianza di un interprete della base, Mahmod Jaafeer Mustafa, alle 19.25 dal retro  della palazzina (Via Canal) qualcuno spara ad un soldato che stava sul tetto: 4 colpi che feriscono il soldato al braccio.

 

Dalla testimonianza di Mahmod: “La situazione era molto confusa, i soldati sono usciti dalla palazzina con le loro armi e si sono posizionati di fronte all’ingresso. Nessun segno o indicazione che indicasse la chiusura della strada”.

 

 

 

Tra chi ha tentato di soccorrere la vittima un residente della strada, Alaa Mahmod Ibraheem, 31 anni:

 

“tornavo a casa, era subito dopo la chiamata alla preghiera del tramonto (7.45). Mi sono fermato a chiacchierare con mia madre di fronte al cancello di casa, in via Palestina. Ho visto una Hyunday argento e dietro una Datsun bianca entrare nella via. Dopo poco ho sentito degli spari e visto la macchina bianca tornare indietro in retromarcia per evitare di essere colpita. Quando i colpi cessarono mi sono spostato per vedere cosa era successo e ho visto una macchina che cominciava a prendere fuoco. Volevo cercare di aiutare e di tirare fuori l’autista, ma i soldati americani me lo hanno impedito. Mi hanno ordinato di tornarmene a casa. La strada era aperta, non c’era posto di blocco”.

 

Anche se Aziz non era stato ucciso dai proiettili il fuoco l’ha carbonizzato.

 

 

Il fratello della vittima, Habib Aziz Essa riuscirà ad avere le ceneri del fratello solo il 22 Maggio, tre giorni dopo. La tradizione islamica vuole che il corpo sia seppellito il giorno dopo.

 

Habib riesce a parlare con il capitano Dolly, con il capitano Johnson e con il Luogotenente Jindran, il quale presenta le sue condoglianze e le sue scuse:

 

“ci dispiace ma non possiamo fare niente se non permetterle di fare delle foto sul posto dell’incidente a patto che non fotografa i militari. Ci spiace, un nostro soldato era stato ferito un’ora prima e i soldati erano spaventati, così quando hanno visto la macchina di suo fratello hanno pensato che volesse attaccarli”.

 

Il Luogotenente si guarda bene dall’informare il Sig. Habib del suo diritto di adire alla Foreign Claim Commission .

 

Un altro traduttore, Maharan Ammar Abdul Guni, ha riferito di aver sentito il capitano  Dolly e il luogotenente Jendran parlare dell’accaduto il giorno dopo e dire che nella macchina bruciata non erano state trovate armi.

 

Maharan, concorda che quella sera i soldati erano confusi, nervosi e spaventati per quello che era successo al loro commilitone. Fu questo stato d’animo a causare la loro reazione: pensavano che la macchina guidata dal Sig. Habib Aziz fosse collegata con l’attacco subito una mezz’ora prima.

 

Sempre Maharan racconta che durante la sparatoria i soldati gli avevano chiesto di restare dentro l’edificio. Subito dopo è stato chiamato per scendere in strada con loro:

 

“Per prima cosa ho visto i soldati che impedivano alla gente di avvicinarsi alla macchina per tirare fuori l’autista. Io camminavo insieme a 8 soldati, in fila indiana, armati. A un certo punto si sono fermati, si sono accucciati e mi hanno chiesto di mettermi sulla strada e di fermare le macchine che arrivavano e mandarle indietro. Era buio a causa della mancanza di energia elettrica e non era un posto di blocco. Io urlavo alle macchine di fermarsi e di fare retromarcia. Sono arrivate tre macchine e le ho mandate via. La quarta era un Volkswagen, mi sono avvicinato per parlare con il conducente che non aveva capito la situazione e i soldati hanno sparato una raffica sopra il tetto della macchina. Pochi minuti dopo è arrivata una Toyota, ho urlato all’autista di fermarsi, ma lui non lo ha fatto e i soldati hanno cominciato a sparare nella sua direzione. L’uomo ha preso la sua pistola e ha risposto al fuoco  dirigendo la macchina verso una zona verde. Io penso che l’uomo non aveva capito cosa stava succedendo e nel buio pensava di essere stato assalito da ladri. Quando la sparatoria finì i soldati mi chiesero di andare a controllare se qualcuno era ancora vivo. Mi sono avvicinato all’area e ho sentito dei lamenti. Abbiamo chiamato l’ambulanza che ha portato via l’uomo ferito”.

 

Ricordiamo che è raro che un traduttore abbia il giubbotto anti proiettile e mandare il traduttore controllare in un area buia, dopo una sparatoria, senza accompagnarlo è già di per se un atto da denunciare.

 

 

B) FERIMENTI
 
 
CASO N. 1: Alì Hussain, 25 anni
Falah Hassan Abbas, 41anni

Waild Hillal Jawad, 22 anni

Sadeck Hussain, 33 anni

Alì Abdul Karim, 30 anni
Mohammed Abdul Karim, 31 anni

 

16 Settembre 2003

 

Cremat è una piccola area lungo il Tigri, composta prevalentemente da pescatori.

Il 16 Settembre intorno alle 22.00 nel quartiere si sentono tre serie di spari generati da tre differenti situazioni e non collegati gli uni agli altri:

 

  1. un abitante del quartiere all’inizio di una lite spara 8/9 colpi di kalashnikov in aria, dopodiché appoggia l’arma  a terra.
  2. lungo il fiume qualcuno prova una pistola sparando 4/5 colpi nell’acqua
  3. alcuni lunghi colpi di mitra passano orizzontalmente sopra le case e sembrano provenire dal palazzo che una volta ospitava il Ministero di Giustizia e che si trova alle spalle del quartiere.

 

Nessuno di questi colpi era diretto verso il ponte sul Tigri o verso la strada principale e tanto meno alle forze della coalizione.

 

Alle 22.05 circa in una corta viuzza sulla quale si affacciano tre case scoppia una lite tra vicini di casa. Molti del quartiere escono dalle case e si avvicinano per cercare di riportare la calma. E’ qui che vengono sparati i colpi di kalashikov.

Nella stradina si trovano una decina di persone più qualche bambino.

 

Alle 22.15/20, circa 10 soldati americani entrano nel quartiere percorrendo di corsa le piccole stradine. Dalle quali era impossibile vedere il loro arrivo.

Raggiungono il punto della lite e da una distanza di 20 metri cominciano a sparare senza avvisare, senza cercare di capire che cosa stava succedendo.

Miracolosamente rimangono ferite solo 5 persone, altre 3 picchiate e prese a calci. Il pestaggio viene effettuato con i calci dei fucili, comprese le persone già a terra ferite.

 

1 - Sadeck Hussein

 

33 anni, pescatore. Vive con la moglie, due figlie di 1 e 2 anni, la madre, due fratelli e una sorella. Tutti abitano alla fine di uno stretto e corto vicolo cieco che s’imbocca dalla stradina nella quale c’era incorso la lite.

 

Alle 22.00 stava finendo di cenare, sente degli spari, alza la testa e li vede passare sopra il suo tetto (la vecchia casa ha il tetto ‘scoperchiabile’). 

 

Subito dopo lui ed il fratello Ali’ escono di casa per andare a pescare. Fuori da casa sua ha inizio una lite tra i vicini e una delle donne chiede a suo fratello Ali’ di intervenire per sedare la discussione ed il fratello acconsente. La gente era in parte nel vicolo in parte sulla stradina.

 

Sadeck non si ferma, arriva alla fine del vicolo di casa sua e gira a destra, fatti due passi si trova davanti i soldati americani che cominciano a sparare nella sua direzione e verso il resto della gente alle sue spalle.