Forse sarebbe l'ora di
farla finita con la pena di morte, qualunque sia il delitto commesso... è una
questione di civiltà alla quale, credo, non possiamo non arrenderci o anche
solo accettare una qualche "deroga".
Vi sono due momenti in cui
il diritto lascia spazio alla giustizia sommaria e capitale: una rivoluzione e
una guerra. E nella storia i periodi di pace sono davvero pochi...
Non entro nelle questioni
di Cuba, ma forse, davvero non possiamo giustificare le condanne a morte di
nessun paese, verso nessun uomo: altrimenti la lotta contro la guerra a che
può essere utile? Vi mando questo articolo di Pietro Ingrao, apparso oggi
(16.4.2003) su "il manifesto", con il quale concordo pienamente.
Un fraterno saluto
comunista.
Marco
Le prigioni di Cuba
PIETRO INGRAO
Le notizie che
giungono da Cuba sono allarmanti e non consentono silenzi. Il 3 di aprile si
sono svolti in diverse sedi dell'isola processi contro 78 «dissidenti», o -
per usare parole più secche - oppositori del regime castrista. Sommando le
varie condanne comminate a questi oppositori si arriva a centinaia e centinaia
di anni di carcere. Sono cifre agghiaccianti. E per questi processi parlare di
rito sommario è un eufemismo un po' ridicolo. Né si può ingannare noi stessi:
è impossibile che in questi veri e propri processi lampo siano stati garantiti
elementari diritti di difesa, né ci si sia stata quella necessaria, elementare
prudenza, che pure è il sale obbligato, quando si decide sulla libertà o sulla
prigionia degli individui e dei gruppi. Gli imputati erano oppositori del
regime castrista, anzi - usiamo pure la parola forte - cospiravano
contro il regime? E che altro essi potevano fare visto che a Cuba difettano
essenziali diritti di parola, di organizzazione, di lotta politica pubblica e
riconosciuta? E questo ancora oggi, dopo quarant'anni dai giorni
dell'insurrezione armata e della emergenza rivoluzionaria. E inoltre dove sta
scritto che anche ai cospiratori in manette - quando non sono in
condizioni di nuocere - non si possono, non si debbano concedere elementari
poteri e strumenti di difesa? La giustizia - questa parola così solenne e alta
- ha bisogno come il pane del contraddittorio pubblico e prolungato. Senza di
che l'aula del tribunale diventa una farsa, un inganno feroce.
Ancora all'inizio di aprile - con un intreccio allucinante - si è tenuto a
Cuba un altro processo, che ha portato alla condanna a morte di tre giovani
che avevano sequestrato un traghetto per raggiungere la costa degli Stati
uniti. Chi scrive nella sua vita ha imparato ad odiare la condanna a morte -
questo agghiacciante potere di uccidere colui che sta già in manette e stretto
dentro le mura di un carcere. Ma quella condanna a morte che si consuma e si
compie quasi in un lampo, e non consente appello e rifiuta persino un momento
di esitazione davanti all'uccidere l'inerme - è davvero qualcosa di
ripugnante. Ed è ingannevole: si illude di cancellare con la mano del boia i
problemi politici e umani che non sa risolvere. Si dirà: tutto questo è
necessario a Castro per tutelarsi dai complotti americani. Io temo invece che
ciò aiuti Bush a dire: vedete come è indispensabile la superpotenza
americana...
Tale è il quadro amaro. Io non dimentico ciò che dall'insurrezione cubana è
venuto come speranza e simbolo per un Terzo mondo soffocato dall'imperialismo,
e anche per la difficile lotta della sinistra anticapitalistica nell'Occidente
avanzato. Anche se personalmente io ebbi dubbi, tanti, davvero tanti - e
dall'inizio - in quella seconda metà del Novecento ponemmo il ritratto del
«Che» sul cassettone di casa, e cantammo nei cortei quella canzone
indimenticabile. E credo di afferrare, di capire quanto ancora oggi Cuba
agisca come speranza: prima di tutto per il continente centro-americano in
cerca di riscatto, e oltre ancora. E ancor più adesso che la superpotenza
americana ha proclamato - dinanzi al mondo - l'avvento dell'era della «guerra
preventiva». Ma tanto più se la questione è ormai questa - e si vede sul campo
- non possiamo illuderci di superare una tale prova con i processi sommari e
le fucilazioni fulminanti.
Sento repulsione per quelle nuovissime carceri di Guantanamo, dove non esiste
più nemmeno la protezione, il ritrarsi in sé che dà il buio della cella. Ma
come posso contrastare le allucinazioni di Guantanamo se ricorro alla pena
capitale contro dei fuggiaschi riagguantati e ormai con le manette ai polsi?
La battaglia contro Bush e contro la dottrina della «guerra preventiva» chiede
altre strade: nuove e diverse. E si nutre di pacifismo, non di carceri e
manette persino assurde, e di boia macchiati di sangue.
Un intellettuale, grande amico di Cuba, il nobel Saramago ha dichiarato il suo
dissenso. E' una scelta che chiama al coraggio della verità, e Dio sa se ce ne
vuole dinanzi alle prove aperte nel mondo.