UN'ALTRA RIVOLUZIONE E' POSSIBILE
Dal Venezuela che non si
piega, le cronache bolivariane di Fulvio Grimaldi.
DA CARACAS, FULVIO GRIMALDI: "UN'ALTRA RIVOLUZIONE E' POSSIBILE"
Ha vinto otto votazioni nazionali tra il 1998 e oggi. In sei anni ha rovesciato
come un guanto un paese predato per mezzo secolo da un'oligarchia mafiosa
rappresentante meno del 10% della popolazione, ma in controllo dell'80% della
ricchezza nazionale. Per la prima volta dai tempi di Simon Bolivar, le masse
popolari non solo sono rappresentate al potere, ma sono il potere. Ha recuperato
i valori e il messaggio anticolonialista e unitario di Bolivar e quello
antifeudale e antirazzista di Ezequiel Zamora. In sei anno ha dato ( si parla
sempre di lui insieme alla sua squadra di dirigenti marxisti, castristi,
gramsciani, bolivariani) al paese una legislazione che nessun paese del Terzo
Mondo, a parte Iraq e Cuba, si sono mai sognati: sul lavoro, sulla previdenza
sociale, sulla donna, sull'infanzia e adolescenza, sugli anziani, sull'ambiente,
sulla salute, sulla scuola, sulla terra, sul risanamento urbanistico, sugli
animali, sull'amministrazione pubblica, altro che quel protoleghista di
Bassanini.... Ha bonificato, fin dagli anni '80, operando all'interno delle
forze armate, il mondo militare che, dai tempi delle guerre napoleoniche ha
sempre costituito l'unica possibilita´di contropotere rispetto all'oligarchia
terrateniente e compradora, ma che, proprio poer questo, e`stata sempre tenuto
in ostaggio dalla destra e dall'imperialismo spagnolo, portoghese, britannico,
statunitense. Ha sostituito i quadri creoli dell'esercito con quadri indigeni e
meticci tratti dai settori popolari, ha fatto della Guardia Nazionale un
esercito del popolo sul modello della Rivoluzione francese, della Comune,
dell'Armata Rossa. Cacciando una banda di ladroni e sostituendoli con personale
rivoluzionario, ha recuperato alla proprieta´del popolo (qui da intendersi come
proletariato urbano e rurale, ceto impegatizio, piccola e media impresa in
conflitto con l'economia colonialista e compradora) la massima impresa del
paese, la PDVSA, un ente di Stato sostanzialmente privatizzato dai suoi
dirigenti che erano arivati a lasciare allo Stato la miseria del 17% dei
proventi petroliferi, mentre il resto veniva investito in societa´dagli stessi
dirigenti costituiti con partners stranieri in paradisi fiscali.
Ha saputo organizzare capillarmente le masse con una serie di strumenti di
quadri e di campagne di emancipazione, come la Missione Robinson che ha
alfabetizzato chi non lo era, la missione Barrio Adentro per il risanamento dei
quartieri e la diffusione di centri sanitari che hanno raggiunto 12 milioni di
persone, la missione Ribas, che ha recuperato alla maturitá e al diploma decine
di migliaia di costretti all'abbandono scolastico, la riforma agraria che ha
distribuito ai contadini 700 milioni di ettari sottrati al latifondo, la riforma
della proprietà urbana che a migliaia di inquilini ha dato la proprietà di una
casa costruita "abusivamente" su terreni abusivamente appropriati dai coloni e
dai creoli. Ha dato alla comunità india, in parte ferma a 10.000 fa, dignità,
riconoscimento di valori, usi, costumi, ma anche inclusione e partecipazione,
emancipazione. Cose che il subcomandante Marcos e gli accordi di S. Andres non
si sono neppure sognati. Avreste dovuto vedere il Comando Maisanta con le sue
pattuglie elettorali di militanti che diffondevano ovunque con parola e
materiali le istruzioni e condizioni della votazione. Attraversando il paese dal
Caribe alle Andre e dai llanos della pianura alla selva tropicale dell'Orinoco
ho assistito alla guerra tra i grandi media, tutti in mano all'oligarchia
filo-yankee che sputavanmo veleno e menzogne e, dall'altra parte, la
comunicazione dei proletari: i graffiti, le fanzine, le radio e tv comunitarie,
i manifesti, "Uh, ah - Chavez no se va", "Chavez amigo - el pueblo sta con
tigo", "El pueblo unido- jamas serà vencido" e poi tante canzoni nuove. Questa è
uina rivoluzione che, come tutte quelle vere (ricordiamoci del '68, dei canti
del lavoro del primo Novecento) cantano e, mentre la borghesia creola, bianca
con qualche servile aggregato meticcio, manifesta con carovane di fuoristrada da
imbecilli esibizionisti, strepitanti e puzzolenti, il popolo marcia cantando,
ballando e tutto vestito di rosso. Il giorno della vittoria sarà la "Mision
Roja", con un cielo che dovrà farsi rosso, ha detto Chavez, da un orizzonte
all'altro a forza di palloncini e bandiere, spesso con il volto del Che.
Tutto questo non poteva non far imbestialire i padroni del mondo e i loro
camerieri locali. E dunque golpe di aprile, serrata e sabotaggio economico di
dicembre-gennaio, campagna terroristica con 20 omicidi questa primavera,
raccolta fasulla di firme per un referendum consultivo a febbraio, ovviamente
illegale e annullato, raccolta di firme per il revocatorio che arriva a 3
milioni e mezzo, ma la meta´sono manifestamente false e in parte vengano
recuperate con il "reparo" voluto da quegli osservatori "neutrali" che sono gli
ex- presidenti del Centro Carter e i personaggi tipo Gaviria (ex-presidente
colombiano) dell'OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e a cui Chavez, pro
bono pacis e per non giustificare la canea che lo accusa di autoritarismo, ha
fatto buon viso a carttivo gioco.
Tutti i sondaggi, tutto quello che per la prima volta è stato fatto per masse da
sempre fuorigioco, depone a favore di una vittortia a valanga di Chavez. Non
fosse per questi osservatori, che già al tempo della raccolta di firme hanno
dovuto essere ripresi perchè si erano lasciati andare a valutazioni politiche.
Non fosse soprattutto per la gestione del voto elettronico da parte della CANTV,
società privata nazionale delle telecomunicazioni che l'oligarchia compradora
aveva venduto a una grossa multinazionale statunitense. E' come se Colannino
dovesse sovrintendere a una votazione sulla sua sopravvivenza. Da mesi i
golpisti e Washington tuonano all'unisono contro i brogli e le frodi che si
"verificheranno". Se la vittoria di Chavez non e`a valanga, o almeno non
rispetta l'ultimo sondaggio statunitense di un 53% contro un 45%, si scatenerà
la canea dei brogli. E le strade di Caracas e del paese si riempiranno di
provocatori, utili idioti, difensori della giustizia e della rivoluzione e,
dunque, di sangue. E' la soluziopne B elaborata dall'ufficiale pagatore
dell'oligarchia fascista, Roger Noriega, sottosegretario al Dipartimento di
Stato USA per l'America Latina. Insurrezione, coas, stragi, necessita´di
intervento pacificatore. Insomma una vecchia Jugoslavia, un nuovo Sudan. In
alternativa c'è anche la soluzione C. C come Colombia. Ogni volta che sono
venuto qui in questi due anni si sono succedute le provocazioni di Uribe al
confine. Infiltrazioni massicce di paramilitari delle AUC, guidate spesso da
alti ufficiali delle FFAA colombiane, che bruciano villaggi, massacrano
contadini, a volte cercano di dar vita, invano per ora, a Autodefensas Unidarie
Venezuelane. Creare destabilizzazione, mirare al distacco dello Stato confinante
colombiano di Zulia, un oceano di idrocarburi ambito dei petrolieri di Bush,
attraverso la costituzione di un governo provvosorio democratico di salvezza
nazionale che invochi l'aiuto dell' associazione a delinquere denominata
"Comunità internazionale". L'innescso sembra abbia dovuto essere quel manipolo
di 133 paramilitari colombiani, ora sotto processo, guidati da due alti
ufficiali delle FFAA di Bogotà, arrestati a marzo in una fattoria di proprietà
del solito cubano di Miami, con tanto di piani per asasassinare Chavez e
costituire un governo di salvezza nazionale.
In ogni caso, come ha detto Chavez nell'immensa manifestazione di domenica
scorsa, questa non sará la battaglia definitiva. Poi dovrà esserci
"l'approfondimento della rivoluzione", le pattuglie elettorali che si
trasformano in pattuglie sociali, un capitalismo da sradicare dato che, come ha
ancora detto il presidente, non è possibile umanizzarlo. I modelli, ha ribadito,
sono tanti: c'è Cuba, c'è Gramsci, c'è Mao, ci sono Bolivar e il combattente
contro il feudalesimo Ezequiel Zamora, c'è moltissimo una tradizione ecopolitica
e comunitaria india. Già ho visto arricciarsi i nasi dei puristi delle nostre
parti. Di quelli che cianciano di populismi, di estrazione militare (come fosse
una tara aver lavorato dagli anni '80 per spostare a sinistra l'unica forza di
massa organizzata del paese e poi aver sostituito le bianche facce dei cadaveri
non sepolti in uniforme con il bronzo di giovani volti indios.
I giorni dopo il referendum saranno decisivi più del referendum. L'imperialismo
e i suoi sicofanti fascisti non accetteranno l'ennesima sconfitta da parte di
una rivoluzione che ha resistito a tutto, che li ha sconfitti quattro volte e
che per il mondo indioafrolatino, anzi per il mondo intero rappresenta
l'alternativa concreta, possibile. Altro che riformismo, muncipalismo,
disobbedienze. Un'altra rivoluzione è possibile. Intollerabile per i padroni e
mistificatori orrendi di professione come i nostri D'Alema, con il loro
patrimonio di servilimo e di vittime innocenti massacrati nelle varie guerre.
Verra´purtroppo un momento in cui tutto l'incredibile impegno democratico di
questo presidente, la sua autentica democrazia partecipativa (che e`condivisione
di potere decisionale e istituzionale a tutti i livelli, non cicaleggio
inoffensivo, seppure disobbediente, su minipercentuali del bilancio) non
basteranno a fermare l'assalto oligarchico-imperialista. Questo è il quinto
produttore mondiale del sangue del capitalismo, il terzo fornitore -peraltro
ineccepibile e preciso, nonostante lo schieramento incondizionato dalla parte di
tutti gli Stati Canaglia e i rapporti privilegiati con Cina, Russia, Iran, Cuba
- figuriamoci se gli lasciano restare al potere le masse popolari. E allora
questo popolo tutto in rosso, che si appresta a festeggiare luned¡ con la
"Mision Cielo Rojo" - palloncini rossi da un orizzonte all'altro -
dovra´difendere la dignità, la sopravvivenza, il diritto, il potere conquistati
in altro modo. Davvero una partita epocale per l'umanità: rivoluzione o
rassegnazione, e per il pianeta: vita o morte. Vedremo cosa diranno allora gli
attuali sostenitori di Chavez, alla Bertinotti e alla Gennaro Migliore (non fate
caso al cognome), quelli a cui menifestamente oggi sfugge l'abisso che separa la
rivoluzione bolivariana dal governismo inciucista con i "riformisti"
mafio-massoni cui si apprestano a dar credito e culi.
Noi ci saremo. Loro?
Fulvio Grimaldi, Caracas, 14.8.04
Sta placandosi il tempo della grande festa. Come rilanciata dalla fiondata
impressa,come suole,
dalla controrivoluzione, riparte la rivoluzione bolivariana che, per Chavez,
piaccia o non piaccia all'oligarchia fascista e golpista spodestata e ai suoi
sponsor e padroni USA,"ahora vamos a aprofundir". E parte anche la Grande
Provocazione. Poche ore fa, nel lunedì della travolgente vittoria del popder
popular, finita l'intervista con William Lara, braccio destro di Chavez e
coordinatore nazionale del suo partito, MVR, ero andato a vedere le facce livide
dei sopravvisuti alla "derrota" dei 20 punti di differenza nella più massiccia
votazione nella storia di questo paese. Erano rimasti, nella roccaforte di Plaza
Altamira, non più di un migliaio di sopravvissuti, piccola e media borghesia
creola profondamente reazionaria, la carne da cannone dei grossi capitalisti e
latifondisti, politici maneggioni e scaltri della dalemiana Azione Democratica e
del democristiano Copei, giá in volo per Miami (i Cisneiros, i Mendoza), sulla
scia dei golpisti finiti in quel pozzo nero, ricettacolo di ogni turpitudine
mafiosa e di ogni imbroglio bushiano, nel 2oo2. Questi, urlando contro la
"fraude" e contro Carter che avrebbe accettato la "fraude" chavista in cambio di
petrolio, dovevano reggere la coda ai rimasugli di destabilizzazione messa in
atto all'indomani della disfatta, già consacrata da proprio tutti i sondaggi
pre-referendum e poi sancita nientemeno che da Gaviria, per l'OSA, e da Carter
per gli USA, cioè nientemeno che da coloro di cui l'oligarchia più si fidava
(fiducia che sarebbe stata giustificata se solo il popolo venezuelano avesse
deciso di misura e non a valanga).
Con la coazione a ripetere del potere impunito, ecco che spuntano tre
energumeni, a faccia scoperta, a piedi, in mezzo alla piazza bloccata su tutti i
lati dalla polizia amica e dai pompieri, sparano nel mucchio dei capannelli
vocianti , falciano otto persone, una morirá, spariscono senza che nessuno delle
centinaia tra agenti e vigili faccia neppure la mossa di catturarli. Scena
identica a quella del giorno prima, quando bande di ignoti in motocicletta hanno
sparato sulla folla in coda per votare nei quartieri popolari e hanno ucciso.
Scena ancora più identica a quella dell'aprile 2002, allorchè una manifestazione
dei riccastri di Caracas Est contro Chavez fu bersaglio di cecchini che poi
furono identificati come agenti israeliani. Poi fu il golpe e la controbotta
della giustizia proletaria.
Scopo evidente di questi remake: provocare una risposta, far perdere il
controllo alle parti in causa, suscitare la scalata della violenza , fino alla
guerra civile.
Erano in attesa dei loro capibastone, le signore inanellate e pur sempre fresche
di estetista e i giovanotti muscolosi con occhiali a specchio e supermoto, ma i
magnate dell'informazione e della pandemia di menzogne alla Cisneiros, i
delinquenti pseudosindacali alla Carlos Ortega, la cosca del governatore dello
Stato di Miranda, Enrique Mendoza e del suo improponibile rivale nella
successione a Chavez, Marcel Granier, altro berlusconide dei media e della
mafia, giá erano a Miami, ad ascoltare le istruzioni del padrone per la nuova
situazione e, soprattutto, a mettere al sicuro i frutti di secolari rapine al
popolo vampirizzato. Si presenta solamente un numero tre o quattro
dell'AD-Copei, che, nel tornado di bile che lo investe, invoca la calma, la
pazienza, l'autocontrollo. Eh gíà ci sono le telecamere, quelle
internazionali... Le istruzioni vere, quelle appropriate si daranno dopo, al
chiuso.Se si daranno. Giacchè questa marmaglia è profondamente divisa, la
disfatta l'ha inviperita ulteriormente, c'è un addossare la colpa al rivale
nell'impossibile gara a una rivalsa democratica nella scadenza del 2006, c'è chi
da retta ai sion-nazisti di Washington che vorrebbeero torrenti di sangue per le
strade, fino a un intervento dalla Colombia per accaparrare almeno lo Stato
confinante di Zulia (ancora sotto governatore di destra), quello che galleggia
sul petrolio, alla maniera di Panama, o del Kuwait. E c'è chi dice calma e
dollari, ora il petrolio costa troppo, magari Bush perde le elezioni, serve un
Venezuela che non interrompa il flusso del combustibile capitalista per
soddisfare i terratenientes. Ci penseremo dopo ad annegare nel sangue, in
qualche modo, questi rigurgiti di Americhe reaparecide.
Kuwait, Iraq. Non c'è intervento pubblico di Chavez in questi giorni in cui non
si riferisca all'Iraq, sia per far capire quanto si rischiava e quanto si è
evitato, per ora, sia per un debito nei confronti di quegli altri che stanno
mettendo in ginocchio statunitensi e loro camerieri e boia: i partigiani
iracheni. C'è in tutto il processo bolivariano un collegamento diretto con gli
Stati Canaglia, con quei paesi che, ci piaccia o no, sono l'argine
all'olocausto, un lavoro verso quel fronte antimperialista che Chavez già negli
anni passati aveva adombrato stringendo rapporti con paesi come Iran, Iraq,
Corea del Nord, Libia a fottendosi sia della collera imperialista, sia dei nasi
arricciati dei nostri utili idioti. Sapendo meglio di loro che cosa fosse in
gioco. E William Lara, che può essere considerato il massimo artefice
organizzativo della stravittoria, in quanto responsabile nazionale di
quell'incredibile organizzazione che ha visto la mobilitazione di migliaia di
militanti (qui si dice così, non "volontari" o "attivisti") nelle "Pattuglie
Elettorali", nelle "Unità di combattimento (qui si dice così, mi dispiace, Lidia
Menapace o Gennaro "Migliore")elettorale", nei Circoli Bolivariani, veri Soviet
onnipresenti nei luoghi della vita, dello studio, del lavoro, della sofferenza,
William Lara ribadisce l'originalità dell'esperienza bolivariana, che non vuole
essere modello a nessuno, ma che crede anche profondamente nell'"ALBA". "Alba",
per Alternativa Bolivariana per l'America, in guerra dichiarata contro l'ALCA,
che è il modo statunitense per ricolonizzare quanto perso dalla Spagna, dal
Portogallo, dall'Inghilterra, da una Chiesa che, in questoi paese, è proprio una
fetecchia filofascista,
dai feudatari, dai gorilla e dalle multinazionali USA, quello contro il quale
insorsero i maja del Messico, illusi e abbandonati, fetticcio abusato di
vaneggiamenti nonviolenti, quello contro il quale qualcosa serpeggia con forza
in tutto il continente Sud. Perchè, come ci ha detto ierisera Chavez in una
conferenza stampa tutta sui generis, che vedeva il presidente prorompere in
canti, risate, nomignoli per i giornalisti riconosciuti, qui non basta dire dei
NO, no all'Alca, no all'FMI, alla Banca Mondiale, alle multinazionali, al
mercato-dio. Qui bisogna fare progetti, essere positivi, impari Fassino (ma
quando mai), proporre qualcosa di radicalmente diverso, rovesciare il sistema,
pensare a un banco continentale etico per davvero, per il microcredito che qui
ha fatto fiorire un'economia di cooperative al posto del latifondo e della
grande distribuzione e produzione, per i finanziamenti allo sviluppo sociale,
alla sanità, all'uscita dalla fame. E intanto c'è il Mercosud, cui il Venezuela
si è associato e in cui più di Lula, che sta dando segni di inquietudine da
egemonismo brasiliano messo in crisi dalla più forte e vincente radicalità
bolivariana, ma in sintonia con Kirchner e con i grandi movimenti in Bolivia,
Uruguay, Ecuador (dove oggi, al tradimento del finto indio Lucio Guiterrez si è
risposto con la creazione di un Movimento Bolivariano dell'Ecuador che raccoglie
tutta la lotta di massa di questi anni), Chavez e i suoi vedono la chiave per
opporre al moloch del Nord uno schieramento in grado di fare da solo, meglio,
con una sovranità rafforzata dall'integrazione. E' ovviamente l'unica via. Ci
fosse un Chavez nel mondo arabo... C'erano. Ma li hanno saputi stroncare.
Avrebbero provato a stroncare anche questo non fosse per tre carte invincibili
che lui ha in mano: la coscienza politica matura e irreversibile delle masse
popolari aderenti al processo rivoluzionario, oggi ribadita con il nono voto in
6 anni, ma anche con la prontezza di occupare la piazza contro la penetrazione
anche del più perfido scarafaggio (chiedendo scusa al povero animaletto) e, se
necessario,di difendersi con ogni mezzo necessario da pezzi di pseudumanità
"pronti - come dice Chavez - a tutto"; il successo in un lavoro, disconosciuto
dai masturbatori soloni della nostra sinistra, nelle forze armate, perseguito
per tutti gli anni'80 in clandestine campagne che brandivano i testi di Lenin e
di Gramsci, approfondito nel corso di questi anni di rivoluzione vittoriosa
facendo affluire nell'esercito le facce cappuccino forte o leggero degli indios
e dei meticci, mutando di un corpo, identificato da sempre con la reazione e la
conservazione, l'ideologia e le lealtà, il senso della nazione, il mandante e
destinatario delle proprie responsabilità. E poi Cuba. Senza Cuba resistente e
vittoriosa a dispetto di tutto, a che cosa si sarebbero potute attaccare le
masse nel momento della repressione, a quale cima annaspata tra gli scogli, nel
momento in cui da tutte le fonti di rumore non venivano che inganni, sozzura,
menzogna?
Sono stati tre giorni di festa, dopo l'incredibile prova di domenica, in cui si
è resistito a tutto, alle fandonie del pomeriggio di una valanga oligarchica, al
CD che falsificava la voce di Francisco Carrasquero, presidente del CNE
(Comitato Elettorale Nazionale) e gli faceva dire, alle presunte ore 20, che i
Sì alla revoca avevano vinto; alle aggressioni omicide che volevano impedire il
voto nei quartieri proletari e nei ranchos del riscatto in marcia; a 25 ore di
attesa nella fredda alba tropicale, nella canicola spaccasassi del mezzogiorno,
nell'estenuante prolungarsi dell'orario di voto, dalle 16 alle 18, no,alle 20,
alle 24, fino a quando c'è ancora un votante. E si è finito alle tre, con la più
bassa percentuale di non votanti della storia di questo paese. E la festa ha
sollevato a mezzo cielo mezza città, quel cielo rojo che aveva auspicato Chavez
parlando davanti ai milioni della domenica prima. Si è
come levato in alto un'enorme creatura rossa, magliette rosse, berretti e baschi
rossi, fazzoletti rossi, bandiere rosse, palloncini rossi, fuochi d'artificio
rossi. La spina dorsale era quell'Avenida Urduneda che nasce tre i piedi del
Palacio Miraflores, dove governa il presidente, e fluisce enormizzata dalla
folla fino all'estremo occidentale della città proletaria, con i suoi laghi
rossi a Plaza Bolivar, in faccia al municipio del sindaco golpista (la sua
polizia, milizia privata dell'oligarchia, come tutte le altre, è rimasta
consegnata in caserma per tutta la giornata referendaria), in Plaza Candelaria,
dove si suona, si balla, si canta (non ricordo altre rivoluzioni cantate come
questa, Manu Chao sarà anche simpatico e benvenuto, ma qui la musica, come nella
lotta irlandese, nasce dal basso)...
Sarò, mi consenta, irriverente, ma forse no, dato che credo che tutti gli esseri
viventi siano rivestiti di pari dignità, basta mettersi nei loro piedi. E che la
folla che si sbracciava, agitava tutti i pezzi di corpo agitabili e anche quelli
non agitabili lungo Avenida Urduneda, in Avenida Bolivar, in Avenida del Mexico,
rideva, rideva, rideva, poi esplodeva in urli sconnessi, ti guardava, si
guardava con amore, riconoscendosi, si faceva passare nei visi bagliori di
memorie desolate, torti inenarrabili subiti nei secoli, tosto dissipati da un
altro giro di danza, abbraccio, capriola: Uh-Ah - Chavez no se va, El pueblo
unido...No volveran (non torneranno). L'irriverenza sta nell'accostamento che
m'è venuto con il mio bassotto Nando, quando rientro a casa dopo prolungate e
sofferte da entrambi distanze. Sono momenti di incontinente follia dove
l'esplosione emotiva di felicità si deve per forza contrastare con un sentimento
contrario, che ristabilisca un limite, giustificato o no. E allora tra i baci,
scodinzolamenti furiosi, contorcimenti, andarivieni a scatto, ecco che irrompe
il ringhio, per non uscir di testa, per restare nei binari della ragione, per
una possibilità di equilibrio. Poi tutto si addolcisce, il bacio più lento, il
ringhio che diventa brontolìo, la tenera collisione-collusione. Così in Avenida
Urduneda, all'ombra di un capo che non si adora perchè è il capo del Grande
Partito, depositario e mandatario delle nostre speranze (ragazzi, le fregature
dal '44 in poi!), ma di un capo che è noi, che ha la faccia nostra, che noi
teniamo in piedi e che a noi traccia la strada che insieme stiamo costruendo.E'
uno di cui ci si fida e cui si vuole bene. Un sacco di bene. Penso a Ho Ci Min,
a Fidel, più che al Che, anche se quel Che lì è qui onnipresente, scultura nera
sul rosso di sconfinati tessuti, perchè il cinismo è da noi lontano come la Casa
Bianca dalla foresta della Bolivia.
Un tassista con cui pettinavo le lunghissime colonne di donne, uomini, vecchi,
bambini al seguito, seggiolini, muriccioli affastellati come da gabbiani,
ombrelli antisole in marcia verso il diritto a dire la propria parola decisiva,
mi ha fulminato come Socrate poteva aver fatto con Alcibiade, la saggezza
dell'ovvietà assoluta. "Questa non è come le solite - mi ha detto -, questa è
una guerra tra ricchi e poveri". Poteva anche dire: tra sfruttati e sfruttatori,
tra capitale e lavoro, tra oppressi e oppressori, tra imperialismo e sovranità,
tra borghesia e proletariato, ma era un tassista del Venezuela e il suo capo ama
Gramsci. Non c'entra, o forse sì. Che tristezza, che meraviglia, compagni. Da
noi la guerra vera, quella tra ricchi e poveri, quella di classe, se la sono
bevuta, forse proprio da quel '44 in poi. Collateralisti piú o meno consapevoli
ci hanno confuso nelle "moltitudini" dell'Impero, nella clausura dei
municipalismi partecipati e, nel capitalismo, senza il becco di un quattrino da
partecipare. A farci delle gran pippe, mentre altrove si accoppiavano. Ma che
forse è una guerra tra ricchi e poveri quella tra Fassino, corredato di un
Bertinotti qualsiasi, e Berlusconi, tra Amato e Montezemolo, tra Kerry e Bush,
tra laburisti e tories, tra Chirac e PSF? Ci hanno tolto la guerra, altro che la
violenza. La guerra vera, quella che in un modo o nell'altro
avremmo vinto, e l'hanno rimpiazzata con le sciabolate e mazzate finte tra pupi.
Con noi,
gli altri, quelli che conterebbero davvero e davvero dovrebbero battersi, alla
finestra, anzi, nel sottoscala, anzi alle bocche di lupo.
Che bravo quel tassista, che bravi questi venezuelani, che bella questa
rivoluzione!
Fulvio Grimaldi
da Caracas, 17/8/04
Questa e`una città bellísima, abbruttita dal potere ma riscattata
da questa sua umanità variopinta, nel senso etnico-estetico del termine, che
mimetizza la devastazione cementizia – magniloquenza fasscistoide del dittatore
Hímenes, speculazione alla Ciancimino del ladrone Carlos Andres Perez, velleità
manhattiane dell’ultimo sovrano della Quarta Repubblica, Caldera, sopraffatto da
Chavez e dalla rivoluzione della Quinta – con la sua pervasiva e allegra
motilità, una nuova-antica musica che permea calcestruzzi e asfalti, lo
sconfinato rosso della testimonianza revoluzionaria in tessuto di maglia e di
bandiera, il formicolio dell’economia informale che secerne trovate e trovatine
sempre nuove. E’ una città che corre per il lungo, con per spina dorsale un
rapido, elegante e mortalmente condizionato metrò,sempre zeppo di gente, mamme
con bimbi disinvolti, già un po’ bolivariani, tutti sempre premurosi e gentili.
Come un fiume ha, sulle sponde ripide, la pioggia delle favelas, qui ranchos,
rosse di tegole e traforati che, col procedere da ovest a est, degenerano in
villette e villone dei quartieri alti. E’ un percorso di classe e, qui piu`che
altrove, antropologico,quello lungo il metrò da ovest a est. Prima Sucre,
groviglio di superfetazioni tuguriali e improvvisazioni edilize nate fatiscenti,
ora in rapido risanamento, 90% chavisti, proletari e anche quelli che qualcuno
con scarsa equità definì “lumpen”, straccioni un po’ malviventi, sottoproletari,
ma che qui sono l’ossigeno della rivoluzione altrochè, dopo le forze produttive
di Lenin, Stalin e, ahinoi, moderate da Togliatti, dopo la rivoluzione possibile
anche con i contadini senza passare per il capitalismo, almeno fino a Mao,
rivoluzione di sottoproletari e soldati, poi di contadini e poi di operai. E
pare che funzioni. Poi Bellas Artes, Capitolio, Plaza Bolivar e Plaza
Candelaria, cuore commerciale, microcommerciale, dei servizi, piccole imprese,
pubblico impiego, focosamente chavista anch’esso, più da ideología che da
bisogno. La transizione nei quartieri Sabana Grande e Chacaito, dove tutto si
mescola ed emerge quel ceto medio urbano che la rivoluzione vorrebbe “positivo”,
ma che ancora si fa fatica a sottrarre ad aspirazioni e condizionamenti
culturali fasulli. Quinde l’orrore post- e neocolonialista creolo di Altamira e
La Castellana, zeppo di grottescherie alla Telefoni Bianchi, con le ghette, o
con i cappelli alla principessa Margaret, in stile anni ’30, ma subitissimamente
disponibili a precipitarse al di sotto di ogni stile, nella barbarie di una
volgarità tutta borghese, desposta a tutto pur di tenere il tacco sul collo
degli altri, quelli meno bianco-lividi, meno malati, meno degradati in deriva
genetica e intellettuale. Sono, dal punto di vista fisico i più brutti, peggio
assai anche dei drop-out barbuti e barboni che ancora di notte rovistano nei
monti di basura, ancora sfuggiti a quegli incredibili programmi – misiones – di
emancipazione sociale che la rivoluzione, con grande aiuti umani cubani, ha
iniettato nella società: sanità, istruzione, alfabetismo, casa, terra, sport,
cultura.
Il casino che vanno facendo i sopravvissuti dello sfacelo borghese, sempre
foraggiati e istigati dai vampiro planetario del Nord, per quanto buon viso a
cattivo gioco vadano facendo in questi giorni del trionfo irrimediabile di
Chavez, nasce dalla coscienza di essere cadaveri insepolti, un film dell’orrore
girato e rigirato alla disperata, con l’innesto ematico flebizzato da
Washington, scienziato pazzo che non demorde e manda la sua creatura a sfogare
la sua impotente mostruosità sulle forme di vita che invece fioriscono. Hanno
chiesto, con pretesti da farsa, di verificare i risultati del referendum,
divenuto da revocatorio imperiosamente confermativo, l’hanno chiesto in forma
irrituale, senza ricorrere alla Corte Suprema con tanto di argomenti minimamente
credibili, solo pestando nevroticamente i piedi agganciati a quel “vedremo, una
volta dissipati i dubbi e le ombre” dei furbi statunitensi, dei vili europei,
della fetida Chiesa cattolica, immemore dei crimini inflitti alle genti di
questo continente. Generosamente, ma anche sicurissima del fatto suo, la
Commissione Elettorale Nazionale (tre membri onesti, due assoldati dall’elite
fascistoide e golpista) e gli Osservatori Internazionali, compresi gli ex-amici
fidati dell’oligarchia, Centro Carter e OSA, ora rinnegati (fecero il diavolo a
quattro per far riconoscere un milione circa di firme di deceduti e replicanti
per imporre il referendum) hanno accettato. Hanno tirato a sorte 150 seggi, sono
usciti gli stessi identici risultati offerti dall’elettronica, anzi, ulteriori
conteggi di sezioni con procedimento manuale hanno portato la quota dei NO dal
58,25% al 59,60%. E allora hanno disconosciuto anche questa verifica, hanno
disconosciuto tutto, anche che a mezzogiorno sono le dodici, e hanno proclamato
la delegittimazione del governo.
Non scherziamo, sono diventati più pericolosi. Il 26 settembre si giocano quanto
rimane, cioè niente. Ci saranno quelle che qui chiamano elezioni regionali,
quelle nei 22 Stati, in ognuno dei quali ha vinto Chavez (perlopiù con
percentuali del 65-75%, bravi contadini, indigeni, cooperative, meno nei grande
agglomerati urbani) e, sull’onda di quanto è successo domenica 15 agosto, è
assolutamente prevedibile che la rivoluzione, finora a capo di soli 13 Stati, li
conquisti tutti quanti . E allora sarà la fine davvero: la omogenizzazione
rivoluzionaria del paese, lo sradicamento dei caudillo che hanno governato su
piedistalli feudali di privilegio e corruzione, sistematicamente mettendo i
bastoni tra le ruote al lavoro rivoluzionario, all’emancipazione sociale delle
campagne dei militanti bolivariani: circoli, pattuglie, unità di battaglia, così
si chiamano, con buona pace di Lidia Menapace. Linguaggio militaresco? Ebbene
sì, linguaggio da combattimento e se non è combattimento quello che queste masse
e le loro organizzazioni conducono contro l’imperialismo e i locali golpisti
fascisti pronti a tutto, che gli hanno sequestrato il capo democraticamente
sette volte eletto, che gli hanno inflitto una serrata padronale pari a un
embargo di taglio iracheno, che hanno disseminato terrorismo per le strade del
paese, che hanno cospirato con la Cia e con il Mossad, che hanno assoldato
killer, che brigano con il mafiopresidente colombiano per squartare la propria
nazione, e che da sempre hanno rubato, rubato, rubato...
Oggi questa marmaglia da Notte dei morti viventi, vista la tenaglia in cui si
trova incastrato il padrino Bush tra criminalità organizzata di Miami, che
reclama il pagamento del debito contratto con il golpe elettorale della cosca
sion-fascista del gennaio 2000, e prezzo del petrolio che la fantastica
resistenza irachena infligge alle sue speranze novembrine di rielezione e il cui
calmiere solo Chavez può assicurargli, pensa di poter forzare la mano agli USA
lacerando le vene del paese. Mendoza, governatore dello Stato di Miranda e capo
della cosiddetta Coordinadora Democratica, cupola
mafiofascista dell’opposizione, e Cisneiros,berlusconide mediatico, si sono
precipitati in Florida a raccattare sostegno al terrorismo. Si tratta di mandare
in vacca le elezioni di fine settembre, niente più elezioni visto che le vincono
gli altri, è la tradizionale lezione della classe dirigente USA. E allora che si
spari nelle strade, che i deputati dell’opposizione vadano sull’Aventino, che si
ricuperi tra gli amici nel pianeta una fiducia, ora persa per la disfatta,
attraverso la delegittimazione istituzionale, che si torni a parlare del
“colonello golpista”, dell’autoritarismo pseudodemocratico del tiranno, delle
brigate armate clandestine a promozione della rivoluzione....
C’è già un precursore. L’Italia, come spesso di questi anni e decenni, fa una
figura di merda. E mica il governo, mica i forzaitalioti, anzi, hanno
riconosciuto, sulla scia di tutto il mondo, la vittoria di Chavez, magari
contorcendosi dagli spasmi. Qui c’è un giornale di destra, massimo organo
dell’oligarchia, una specie di “Libero” con meno indegnità professionale, che si
chiama “El Nacional”, fonte prediletta, anzi, unica, dell’ANSA. Ieri pubblicava
con fierezza, uno accanto all’altro due articoli omologhi. Uno di tale “famoso
costituzionalista” Hermann Escarrà, faccia alla Bondi (e basterebbe), che, vista
la caduta di tutte le opzioni per la rivincita, si rivolge alle Forze Armate e,
democraticamente, le invita a ricordarsi che non devono essere “leali a un uomo,
bensì alla nazione, specie quando le istituzioni sono delegittimate”. Un chiaro
invito al golpe e, se non funziona, ci sono sempre i paramilitari riabilitati e
i militari di Uribe. Accanto, appunto, foto e parole, entrambe rivoltanti nel
contesto, di tale Ignazio Vacca, dirigente dei DS, mi auguro, per il decoro
della famiglia, non parente di Salvatore. Vacca, osservatore internazionale del
referendum, non ufficiale per eccesso di sputtanamento, ma invitato e
accreditato dalla Coordinadora, cioè da quelli del golpe dei 17 morti ammazzati,
della serrata che ha fatto perdere 10 miliardi di dollari al paese e la salute a
tanti deboli,degli attentati terroristici di questa primavera, del rifiuto di
stare a qualsiasi regola del gioco. Un DS!
Vi potete sbigottire solo se non sapete che fu preceduto qui come corifeo
dell’oligarchia golpista da D’Alema, questo Vacca, che nell’intervista arriva a
minacciare, dopo diffuse imprecazioni contro la “democrazia non articolata”
dell’autoritario Chavez ed esaltazioni della politica sociale e inclusiva dei
fantaccini Cia di Plaza Altamira (di cui apprezze le componenti progressiste),
“l’intervento contundente della comunità internazionale” qualora Chavez non
mettesse la coda tra le gambe.
Peggio di questo cialtrone diessino e del suo capo opusdeista solo il cardinale
Castillo Lara, presidente emerito della Pontificia Commissione per lo Stato
Vaticano, cui è stata messa a disposizione per certe farneticazioni revansciste
addirittura la Radio Vaticana. Il prelato, che figura tra i papabili e
sicuramente sarebbe degno del predecessore finto pacifista e disintegratore
della Jugoslavia e dei poveri di America Indio-afro-latina, si dice sicuro del
65% per cento conquistato dal “sì” alla revoca di Chavez, illuminato come tanti
dallo Spirito Santo, e afferma di sapere che ai poveri Chavez ha dato 60 dollari
a testa perchè votassero “no”. Moltiplicate 60 per quasi sei milioni e avrete
gli introiti petroliferi del paese per un semestre. Costo un po’ alto per uno
che ha dietro da sei anni la maggioranza del popolo. Del resto, la conferenza
episcopale del Venezuela non è stata da meno: guai a non dissipare i dubbi, a
non cancellare le ombre del voto...
Ho parlato con tanti amici qui: Rodrigo Chavez, coordinatore nazionale dei
Circoli Bolivariani, i soviet di questa rivoluzione, Hector Navarro, ministro
dell’istruzione superiore, Efraim Andrade, ex-ministro e iniziatore della prima
vera riforma agraria mai fatta in America Indio-afro-latina, il deputato Willian
Lara, coordinatore nazionale del MVR, organizzatore straordinario della campagna
elettorale, braccio destro di Chavez, i compagni del PCV, la coordinatrice
nazionale della Scuola Bolivariana, pure una compagna, l’altro deputato Rafael
Lacava. Una squadra di tutto rispetto per una rivoluzione di tutto rispetto. Se
si appaiano ai nostri politici viene da farsi flagellanti. I loro giornali non
si arrendono alla logica e alla disinformazione imperialiste: terrorismi,
moltitudini, disobbedienze, menate varie. Dovreste vedere come la TV di Stato e
il quotidiano della rivoluzione “Diario VEA” trattano la resistenza irachena,
con che rispetto, con che dettaglio, con che gratitudine per questa eroica
avanguardia della lotta antimperialista. Ieri, per esempio, paginone centrale e
grandi servizi tv sul 60. anniversario della conquista di Parigi da parte dei
partigiani francesi, grandi ricordi di Garcia Lorca, assassinato in questo
giorno del 1936, e della battaglia rivoluzionaria dei repubblicani di Spagna.
C’era pure la foto del comandante Luigi Longo. E ora qui ci si presenta un
Ignazio Vacca! Non fanno confusione qui tra terrorismi e guerriglia, tra
provocatori e resistenti e ogni Intifada è sacra fino alla vittoria.
Mi ha detto Rafael Lacava, che pure frequenta Bertinotti, Gennaro,
anagraficamente Migliore, un Marco Consolo che si occuperebbe ( a noi pare un
po’ clandestinamente) di Sud America, di trovare inconcepibile che si possa
stare insieme a un D’Alema che qui appoggia apertamente i fascisti, che ha
bombardato e squartato la Jugoslavia, che accetta altre guerre. A questi
venezuelani qui, non credo che i compagni di RC abbiano raccontato cosa dicono e
fanno a proposito di Cuba (e di chi Cuba difende con l’arma della verità), o la
massima del detto Migliore che “Intifada fino alla vittoria non sarà mai la
nostra parola d’ordine”. Non gli sarebbe convenuto... E, infatti, Lacava
aggiunge: noi qui abbiamo vinto e da sei anni vinciamo perchè al popolo abbiamo
proposto un programma totalmente alternativo, per una società totalmente
diversa, non ci siamo confusi con i residui del vecchio regime, AD (Azione
Democratica) o Copei (Socialcristiani, si fa per dire), con un corredo di
ex-trotzkisti che ancora si chiamano “Bandera Roja” e altri fasulloni detti
“MAS” (Movimiento al Socialismo), non siamo stati moderatamente diversi. Avremmo
perso. A copiare ci si rimette sempre”. C’era da pensare a Treu, Bersani, Turco,
Fassino... e ai loro futuri alleati.
Ho fatto un bell’incontro ieri, al CNE (Commissione Elettorale Nazionale). La
più importante figura della sinistra sudamericana, la più rivoluzionaria, quella
che ai portoalegristi d’antan sbattè la porta in faccia quando questi no-global
e disobbedienti rifiutarono la presenza di Fidel e delle FARC colombiane. L’anno
dopo, poi, venne lì Chavez, fu un trionfo e dei disobbedienti si parlò sempre
meno, con i risultati poi visti a Mumbai. Hebe de Bonafini, la madre delle Madri
di Plaza de Majo, qui anche lei come osservatrice, accanto all’altro grande,
Eduardo Galeano, mi racconta come fosse assai perplessa, anzi contraria, su
Chavez, “per via delle sue origini militari”. E aggiuge: “Ma da quando ho capito
chi fosse Chavez, cosa volesse e cosa facesse, lo vedo con occhi ben diversi: Il
suo è un processo che aiuta tutti noi latinoamericani, un processo
rivoluzionario impegnato, intelligente e ingegnoso. Il presidente Chavez è un
saggio, un tipo che se se ne ascoltano discorsi, si capisce quello che dice, si
sente uno che sa molto, che ha letto, che si spiega in modo che lo si comprenda.
Sono pochi i presidenti che hanno queste qualità: Fidel Castro e Chavez, non ne
conosco altri. E’ così che vediamo il processo bolivariano con occhi assai
positivi. Questo presidente non retrocede, va avanti, cammina, cammina,
cammina... e avanza. C’è una bella diferenza, del resto, tra militari argentini
e militari venezuelani. I primi vengono dalla borghesia, dai terratenientes, i
secondi, da quando Chavez e i suoi vi lavoravano negli anni ’80, sono figli del
popolo, dei poveri e dei ceti medi”. Del resto, arricciare il naso perchè uno
viene dal militare, almeno da queste parti, è come arricciarlo di fronte a chi
proviene da un ghetto nero.
Se lo dice Ebe. E quasi sei milioni di venezuelani...
FULVIO GRIMALDI
CARACAS, 20/8/04
¡NO VOLVERAN!
(significa “non torneranno” ed era il tema di tanti slogan e di tante canzoni di
questa rivoluzione canterina e danzante durante la campagna per il referendum
ratificatorio della presidenza Chavez. Il “DiarioVEA”, giornale della
rivoluzione, ha pubblicato una poesia-canzone così intitolata. Ne trascrivo
qualche verso, non bisognoso di traduzione, salvo per dire che “adecos” e
“copeyanos” vuole dire adeisti e copeisti, con riferimento ai due massimi
partiti della conservazione fascistoide e golpista venezuelana: AD, Azione
Democratica, e COPEI, democristiani. “Nunca” vuol dire “mai” )
Volverà a salir la aurora
Salmos las aves le dan
Volveràn las mariposas (farfalle)
Vestidas de tafetán
Y vuelven las alegrías
Quando las penas se van
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volveran...
Y volverà la doncella
A los brazos del galán
Volverá a verse en las calles
Una mula y un chalán
Un butaque de madera
Una hamaca en un zaguán (amaca degli indigeni)
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volverán...
Volverá el cura del pueblo
A hablar con su sacristán
Y volverá San Miguel
A luchar contra Satán
Y puede volver Van Gogh
A pintar un tulipán
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volverán...
Volverá Francisco el Hombre
Volverá Ursula Iguarán
Volverá a adornar la Luna
El cielito en Pakistan
Puede volver otro Gramsci
Y volver otro Vietnam
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volveran...
Volverá Rubén Dario
Los poetas marcherán
Volverá a scriber sus versos
Ana Enriqueta Terán
Puede volver Mahoma (Maometto)
A recitar el Coran
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volverán...
A mercerse en un bejuco
Puede que vuelva Tarzan
Puede volver Rintintin
Puede volver Superman
Y puede volver Cantinflas Puee volver Bolivar
Pero adecos e copeyanos
Esos nunca volveran....
Lasciare questa città è davvero strappacuore. Continuo a trovarla bellissima,
con questa sua gente, la più variopinta e bencresciuta del mondo, a parte le
larve di Plaza Altamira, che decora come una immenso murales (fioriscono ovunque
anche quelli, come nel Messico di Rivera, nella Cuba di Fidel, nell’Orgosolo
della resistenza) le neoplasie cementizie dei megalomani speculatori e
devastatori di un secolo morto, morto ammazzato da una rivoluzione di popolo
come dal 1.gennaio dell’Avana non s’era più vista. Molte città hanno un corpo
che ne esprime l’anima. Pensate a Roma, non è una matura matrona accasciata e
spampanata, con arti e vesti sparsi in disordine per ogni dove? E Urbino? Non
potrebbe sembrare un ragazzo accoccolato su un picco che si stringe le ginocchia
al mento e si guarda i piedi? Le città spagnole della colonia sudamericana
paiono le legioni di Cesare schierate per la battaglia. Manhattan è il pettine
sfuggito di mano alla statua della libertá. Ma Caracas e la versione urbana di
queste donne svettanti, in cui la formosità africana si è snellita nella
sinuosità india e il portamento è quello delle donne mediterranee impettite ed
erette dai cesti e dalle anfore portate in testa. E se le torri un po’ Sestriere
del Parque Central ne sono l’ornamento che evidenzia l’ombelico esposto, la
testa vastochiomata riposa sorridente e ombrettata tra i disordini di Sucre e
Vela e insinua le trecce tra i ranchos inerpicati sulle coste che vanno a
guardare o i llanos, o il mare. Le lunghissime gambe (non è spesso del Venezuela
Miss Mondo?) sollevano le ginocchia per superare i fetidi rigagnoli di Altamira
e Castellana e si distendono poi nel florilegio dei reperti coloniali e barocchi
di Petare, dove si nasconde la malavita, malattia cronicizzata di un disagio
sociale che ci vuole altro che sei anni di rivoluzione bolivariana, di
buongoverno e “misiones” sociali per riscattare da una storia di abughraibismi
di mezzo millennio.
Eppure nei quattro anni in cui questo governo bolivariano ha potuto condurre e
potenziare la sua azione, nonostante le battute d’arresto del golpe, della
serrata genocida, dell’immane spreco inflitto dalle inutili sceneggiate della
raccolta di firme per il “revocatorio” e per la sua attuazione, dei sabotaggi
all’apparato produttivo specie petrolifero, delle cospirazioni
calombiano-statunitensi, l’eterno 70% di popolazione vegetante intorno alla
soglia di povertà ha potuto essere ridotto di dieci punti, quest’anno, appena 18
mesi dallo sciopero padronale nazionale, quella venezuelana è la prima economia
dell’America indio-afro-latina, con una crescita prevista a fine anno del 10%,
con in questi mesi un milione e mezzo di eterni esclusi alfabetizzati con la
“Mision Robinson”, con centinaia di migliaia di giovani ricuperati al diploma,
alla Maturità e alla laurea dalla “Mision Ribas”, con 12 milioni di cittadini da
sempre dimenticati raggiunti dalla “Mision Barrio Adentro” e dai presidi
sanitari dei medici cubani, con un milione e mezzo di contadini diventati
padroni della loro terra, inclusi in cooperative di produzione e distribuzione
che fluiscono verso i “mercal”, specie di mercati davvero “equi e solidali” e
che tagliano fuori la grande distribuzione vampira, spesso in mano agli
italiani, con altre centinaia di famiglie diventate padrone delle loro casette
nei ranchos dell’arbitrio, dell’abuso e della precarietà di autoproclamati
proprietari, proprietari in virtù di diritti pretesi assegnati da un qualche
Filippo o Carlo d’Asburgo.
Scavando tra le mie rughe più recenti ho ritrovato un viaggio attraverso il
Venezuela nel corso del blocco padronale di dicembre2002-febbraio2003.
Portava il fuoristrada del ministero dell’agricoltura un compagno che dallo
stereo traeva le canzoni della sofferenza contadina nel latidofondo schiavista e
si commuoveva sistematicamente e tirava pugni sul volante inferocito contro gli
aguzzini, incazzato con le sue lacrime. Lungo la strada le colonne sterminate
degli automobilisti e trsportatori che cercavano un minimo di carburante per un
minimo di mobilità per un minimo di sopravvivenza. E nelle case, come mi
raccontò Chavez a San Carlos, dopo che aveva distribuito 700 titoli di proprietà
di terra espropriata, la gente per cucinare si bruciava le camere da letto. E a
Maracaibo una PDVSA (la Compagnia petrolifera manomessa e vampirizzata dai
dirigenti), non ancora bonificata con la cacciata di 19.000 parassiti e
sabotatori, faceva saltare per aria i pozzi e manometteva le valvole degli
oleodotti, aveva voglia la Guardia Nazionale, esercito del popolo, a riaprire le
stazioni di servizio quando le cisterne boccheggiavano... E non arrivavano più
nè cibo, nè medicinali, nè ci si poteva spostare fino alla scuola, o fino
all’ospedale e le milizie dei capibastone degli Stati in mano all’opposizione,
dette “polizie municipali”, sabotavano il ripristino, sparavano sulle folla
tumltuante, pareva essere nei territori occupati dal sionismo genocida, si
opponevano alla Guardia Nazionale. Quei militari bruni e con le facce da selva,
mi ricordo, che quando il pus dell’oligarchia cercava di invadere i territori
bolivarizzati della capitale, protetto dal sindaco golpista Alfredo Peña, e si
trovava di fronte le schiere in rosso, col basco rosso del comandante, per la
prima volta vidi operare in difesa del popolo. Il popolo che governava!
Ora si va verso le elezioni in tutti questi 23 Stati, più Caracas, e in tutte le
città e l’alluvione rossa della rivoluzione bolivariana promette di penetrare
nei fortini ancora in mano ai governatori della reazione, del complotto e del
ladrocinio e allora sì che per la Quarta Repubblica sarà finita e si potrà con
maggiore fiducia rafforzarsi qui e guardare al resto del continente per
quell’integrazione che è sicuramente l’unica alternativa possibile all’ALCA, al
revanscismo colonialista degli USA. A cominciare da quella che Hugo Chavez
chiama la “Petroamerica”, un ente pubblico unico per la garanzia degli
approvvigionamenti a un’economia e a un progresso sociale pure integrati.
La PDVSA ha i numeri, la forza e la visione per essere la colonna vertebrale di
questo progetto antimperialista e di riscatto sociale. E’ la terza impresa
dell’America indo-afro-latina, tiene per il collo Bush e i suoi neonazi che, per
non perdere a novembre, hanno dovuto ingoiare il boccone più amaro, dopo la
gigantesca insurgenza irachena (religiosa o laica che sia, qui sanno bene che va
sostenuta senza virtuosismi grilloparlanteschi e lo dimostrano militanti e
masse, con una coscienza internazionalista di cui ho visto uguale solo in
Palestina, in Irlanda e, appunto, in un Iraq per quarant’anni coerentemente
antimperialista e socialista nella misura del possibile): riconoscere che Chavez
è il popolo, che la rivoluzione vuole e può continuare. E’ un’impresa nella cui
testa, come del resto in tutti i gangli decisivi del movimento e del governo
bolivariani, sono presenti i comunisti, intellettuali e militanti giovani e
maturi alla cui intelligenza e determinazione politica Chavez ha avuto l’intuito
e la coscienza di attingere a piene mani, fino a fare del mio amico comunista,
Willian Lara, il suo braccio destro, la guida del suo partito e l’organizzatore
della sua campagna elettorale.
Qui c’è il comunista Antonio Serra, rientrato in PDVSA, come tanti altri, dopo
40 anni di lavoro, per riempire i vuoti della bonifica e rilanciare l’impresa
messa in ginocchio dai sabotatori con il gagliardetto a stelle e striscie. E’ il
numero due della raffineria di El Palito, a Valencia, cuore operaio storico
dell’industria petrolifera venezuelana, si occupa di sicurezza, igiene,
ambiente, ma soprattutto della riorganizzazione della società nel segno della
democrazia operaia. “Da verticali siamo diventati orizzontali”, mi spiega. “ I
comitati operai, i tre sindacati nati nella nuova PDVSA, ora in corso di
unificazione, presidiano ogni momento gestionale della società, decidono modi e
contenuti della produzione e, soprattutto, governano gli investimenti sociali di
una compagnia che è diventata, dopo aver subito la manomorta di dirigenti ladri,
il massimo promotore sociale del paese, con qualcosa tra il 17 e il 20% degli
introiti destinati ai servizi sociali. Non ci sono più le tre mense, per
dirigenti, quadri intermedi e operai. La mensa è unica e il Club House della
direzione, con tanto di piscina, terme, golf, spiagge, paerchi giochi,
ristoranti, è passato ai lavoratori tutti e alla comunità che vive attorno alla
raffineria”. Segnali piccoli? Chissá. Piccoli non sono certi i segnali che ci
manda l’inaugurazione, proprio mentre eravamo là di un centro comunitario
realizzato dalla PDVSA, e al quale faranno capo tutte le campagne sociali
bolivariane. Del resto, senza i finanziamenti della PDVSA, poco delle grandi
“misiones” di trasformazione radicale della società sarebbe possibile.
Sul giornalone della reazione sconfitta e tanto più virulenta perchè si vede
bloccati tutti gli sbocchi istituzionali nel futuro prevedibile, appaiono sempre
più frequenti appelli all’eversione. Ci vuole davvero tanta santa pazienza
democratica, in Chavez e nei suoi, per non intervenire almeno legalmente contro
questi aperti inviti alla sedizione. Un paginone intero sull’edizione odierna
invita la “società civile” alla “disobbedienza” e, trasparentemente, allude alla
“guerra civile”, la minaccia implicitamente. (A proposito, dalle mie lontananze
non riesco a sapere come si pone rispetto ai bolivariani e a Chavez quella gente
che, da noi, usa gli stessi termini propalati dalla destra fascista e
filocolonialista : “società civile”, “disobbedienza civile”...) E’ vero sono
stati stroncati dal voto libero e democratico. Non gli restano altri mezzi che
la violenza, il terrorismo, la cospirazione per ricondurre a sè i compari di
ideologia e di ladrocinio del Nord del mondo. L’esempio, infatti, è proprio
Bush, con il suo golpe di Florida 2000 e i suoi attentati del 9 settembre 2001.
Forse è per questo che il comunista Antonio Serra parla della necessità di
armare il popolo in vista del ritorno imperialista. Come aveva saputo fare
l’Iraq e agli USA ancora gli duole.
FULVIO GRIMALDI DA CARACAS
23/8/4