I professionisti delle guerre umanitarie all’opera anche sul Darfur.
Stesse le fonti, stessi i protagonisti, stessi gli obiettivi di sempre: intervento militare con l’obiettivo di disgregare un paese – il Sudan - e mettere le mani sulle sue risorse ( acque del Nilo e petrolio)
Gli uomini di Soros. L’International Crisis Group
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Human Rights Watch ha di recente pubblicato un rapporto esteso sulla sistematica pulizia etnica condotta dal governo e da milizie arabe da lui sostenute contro le popolazioni africane Fur, Masalit e Zaghawa nel Darfur sudanese. Pubblichiamo il sommario del rapporto rimandando al sito di Human Rights Watch per il rapporto completo, disponibile in inglese a questo indirizzo
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Il governo sudanese è responsabile di atti di pulizia etnica e crimini contro l'umanità nel Darfur, una delle regioni più povere e inaccessibli del mondo, ai confini occidentali del Sudan, verso il Ciad. Il governo del Sudan e le milizie arabe "Janjaweed" che il governo arma e sostiene hanno perpetrato numerosi attacchi contro le popolazioni civili dei gruppi etnici Fur, Masalit e Zaghawa.
Le forze governative hanno supervisionato e direttamente partecipato ai massacri, con esecuzioni sommarie di civili - comprese donne e bambini - incendio di villaggi e spopolamento violento di larghe fasce di terra a lungo abitate da Fur, Masalit e Zaghawa. Le milizie Janjaweed, musulmane come i gruppi Africani che colpiscono, hanno distrutto moschee, ucciso leader musulmani e sconsacrato i Corani appartenuti ai loro nemici.
Il governo e i
suoi alleati Janjaweed hanno ucciso migliaia di Fur, Masalit e Zaghawa -
spesso a sangue freddo - violentato donne e distrutto villaggi, scorte di
cibo e altri beni essenziali per le popolazioni civili. Hanno spinto più di
un milione di persone, per lo più contadini, in accampamenti e insediamenti
nel Darfur, dove vivono in condizioni prossime alla mera sopravvivenza,
esposte agli abusi dei Janjaweed.
Circa 110.000 persone sono fuggite nel vicino Ciad, ma la grande maggioranza
delle vittime di guerra è rimasta intrappolata nel Darfur.
È un conflitto con
profonde radici storiche, aggravatosi a partire dal febbraio 2003, quando
due gruppi ribelli, l'Esercito di Liberazione del Sudan/Movimento (SLA/M) e
il Movimento per la Giustizia e l'Eguaglianza (JEM), guidati da membri dei
gruppi etnici Fur, Masalit e Zaghawa hanno chiesto la fine della cronica
marginalizzazione economica e cercato di ottenere una redistribuzione del
potere all'interno dello stato sudanese, governato dai gruppi arabi.
Le richieste miravano ad ottenere anche una azione governativa che mettesse
fine agli abusi dei loro rivali, pastori arabi spinti dentro i campi degli
africani dalla siccità e dalla desertificazione, con alle spalle una lunga
tradizione di milizie armate nomadi.
Il governo ha
risposto a questa minaccia politica e militare colpendo le popolazioni
civili da cui provenivano i ribelli.
Si è impegnato scopertamente in operazioni di pulizia etnica organizzando
una alleanza militare e politica con gruppi di nomadi arabi, compresi i
Janjaweed; li ha armati, addestrati e organizzati; li ha provvisti
dell'impunità per tutti i crimini commessi.
L'alleanza tra governo e Janjaweed è caratterizzata da attacchi congiunti, rivolti più spesso contro le popolazioni civili che contro le forze ribelli: spedizioni composte da membri dell'esercito sudanese e da Janjaweed che indossano uniformi praticamente indistinguibili da quelle dell'esercito regolare.
Sebbene i Janjaweed siano sempre in numero superiore a quello dei soldati regolari, durante gli attacchi le forze governative arrivano per prime e si ritirano per ultime. Come ha raccontato uno sfollato, "I soldati vedono tutto" quello che fanno i Janjaweed. "Arrivano con loro, combattono con loro e se ne vanno con loro".
Gli attacchi congiunti esercito-Janjaweed sono spesso sostenuti dalle forze aeree sudanesi. Molti assalti hanno decimato le piccole comunità contadine, uccidendo in qualche caso anche un centinaio di persone per attacco. Ma la maggior parte delle vittime non compare in alcun tipo di registro.
Human Rights Watch
è rimasta 25 giorni all'interno e sui confini del Darfur Occidentale,
documentando gli abusi nelle aree rurali precedentemente popolate dai
contadini Fur e Masalit.
A partire dall'agosto 2003, larghe fasce di terra, tra le più fertili della
regione, sono state incendiate e spopolate.
Con rare eccezioni, la regione è stata svuotata dei suoi originari abitanti
Fur e Masalit.
Tutto quello che può servire a sopravvivere - bestiame e riserve di cibo,
pozzi e pompe per l'acqua, coperte ed abiti - è stato saccheggiato o
distrutto. I villaggi sono stati dati alle fiamme, non casualmente ma
sistematicamente, spesso non una volta ma due, a distanza di poco tempo.
La presenza incontrollata di Janjaweed nella regione incendiata e nei villaggi bruciati e abbandonati, ha spinto i civili in accmpamenti e insediamenti ai margini delle città più grandi, dove i Janjaweed uccidono, stuprano e saccheggiano, rubando anche i beni di soccorso ed emergenza, impunemente.
Di fronte agli
appelli internazionali che chiedevano la verifica dei rapporti sulle
violazioni di massa dei diritti umani, il governo ha risposto negando ogni
addebito e tentando contemporaneamente di manipolare e contenere le fughe di
notizie. Ha impedito la pubblicazione di rapporti sul Darfur sulla stampa
nazionale, ristretto l'accesso dei media internazionali e tentato di
ostacolare il flusso di coloro che intendevano rifugiarsi nel Ciad.
Solo con molti rinvii e dopo significative pressioni internazionali è stato
permesso l'ingresso nel Darfur di due delegazioni di alto livello delle
Nazioni Unite. Il governo ha promesso il libero accesso per gli aiuti
umanitari, ma non lo ha poi deliberato.
Al contrario, recenti rapporti, che riferiscono della manomissione di fosse
comuni e di altre prove da parte del governo, fanno pensare che il governo
sia pefettamente consapevole della gravità dei suoi crimini e che stia
tentando ora di coprirne le prove.
Con l'avvio della
stagione delle piogge, dalla fine di maggio, e le conseguenti diffcoltà
logistiche, accresciute dalla scarsità di strade ed infrastrutture nel
Darfur, il monitoraggio dell'incerto cessate il fuoco di aprile e delle
violazioni dei diritti umani, nonché l'accesso dell'assistenza umanitaria,
diventa ancora più difficile.
L'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale ha avvertito che
se il governo sudanese non cambia rotta e non garantisce il pieno e
immediato accesso per gli aiuti internazionali, centomila civili sfollati
rischiano di morire per mancanza di cibo e malattie entro i prossimi dodici
mesi.
La comunità
internazionale, che è già stata troppo lenta nell'esercitare tutte le
pressioni necessarie sul governo sudanese perchè metta fine alla pulizia
etnica e ai crimini contro l'umanità ad essa associati, deve agire ora.
Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, in particolare, dovrebbe prendere misure
urgenti per assicurare la protezione dei civili, provvedere alla
distribuzione degli aiuti internazionali e fermare la pulizia etnica nel
Darfur.
Presto sarà troppo tardi.
lunedì 28 giugno 2004.
Human Rights Watch ha comunicato oggi - 20 luglio 2004 - che documenti del governo Sudanese dimostrano chiaramente che funzionari governativi hanno diretto il reclutamento, l'armamento ed altre modalità di supporto delle milizie etniche conosciute come Janjaweed.
Il governo sudanese ha sempre negato di essere coinvolto nell'arruolamento e nell'armamento delle milizie Janjaweed, anche durante le recenti visite del Segretario di Stato americano Colin Powell e del Segretario Generale dell'ONU Kofi Annan.
Human Rights Watch ha affermato di avere ottenuto dall'amministrazione civile nel Darfur documenti confidenziali che implicano funzionari di alto grado del governo sudanese in una politica di sostegno della milizia.
"È assurdo distinguere tra le forze del governo Sudanese e le milizie, sono un'unica cosa," ha detto Peter Takirambudde, direttore della sezione Africana di Human Rights Watch. "Questi documenti mostrano che le attività delle milizie non sono state solo tollerate, ma specificamente sostenute da funzionari del governo sudanese."
Human Rights Watch ha ricordato che le forze governative sudanesi e le milizie sostenute dal governo sono responsabili di crimini contro l'umanità, crimini di guerra e 'pulizia etnica' attraverso attacchi aerei e terrestri contro civili appartenenti alle stesse etnie dei due gruppi ribelli del Darfur. Migliaia di civili sono stati uccisi, centinaia di donne e ragazze sono state violentate e più di un milione di persone sono state trasferite forzatamente dalle loro case e campi nel Darfur.
In una serie di documenti ufficiali in arabo emessi dalle autorità governative nel nord e nel sud del Darfur, datati da febbraio a marzo 2004, i funzionari parlano di reclutamento e sostegno militare, compreso di "provviste e munizioni" da consegnare a noti capi delle milizie Janjaweed, campi e "tribù lealiste".
Una particolare direttiva censurata di febbraio ordina a "tutte le unità di sicurezza" nell'area di tollerare le attività del famoso capo Janjaweed Musa Hilal nel Nord Darfur. Il documento sottolinea l'importanza rivestita dalla non interferenza per "non mettere in forse la sua autorità" e autorizza le unità di sicurezza della provincia del Nord Darfur a "sorvolare su reati minori condotti dai combattenti sui civili sospetti membri della ribellione".
Un altro documento fa riferimento a un piano di "operazioni di ricollocazione dei nomadi nei luoghi da cui i fuorilegge [i ribelli] si sono ritirati". Questo, come la recente dichiarazione del governo secondo la quale gli sfollati verranno mandati in 18 accampamenti invece che nei loro villaggi, aumenta il sospetto che si voglia consolidare la pulizia etnica iniziata impedendo a questa gente il ritorno alle proprie terre e villaggi.
Human Rights Watch ha fatto un appello perché i funzionari governativi coinvolti nella politica di sostegno alla milizia vengano aggiunti nella lista delle sanzioni inclusa nella risoluzione pendente presso l'ONU. Inoltre, ha chiesto che venga avviata una attività di monitoraggio internazionale del disarmo delle milizie e l'insediamento di una commissione internazionale di inchiesta sugli abusi commessi nel Darfur da tutte le parti in conflitto.
"Il Sudan ha lanciato una grande campagna di pubbliche relazioni, apparentemente diretta a guadagnare tempo per le iniziative diplomatiche in corso," ha detto Takirambudde, "ma a questo punto e con queste ulteriori prove, Khartoum non ha più nessuna credibilità. Il governo sudanese ha sfruttato il tempo guadagnato solo per consolidare la pulizia etnica nel Darfur".
Mentre il governo si è dato il compito di disarmare i gruppi "fuorilegge", compresi gli insorti, non è chiaro se le milizie Janjaweed che ha sostenuto siano considerate dal governo come uno dei gruppi da disarmare. Rapporti sempre più numerosi riferiscono che i membri delle milizie Janjaweed vengono assorbiti nelle nuove forze di polizia schierate dal governo a "difesa" dei civili nel Darfur. Human Rights Watch ha affermato che in nessuna circostanza membri dei Janjaweed che abbiano partecipato ad attacchi, omicidi e stupri dei civili possono essere inclusi tra le forze militari e di polizia che il governo sta usando per proteggere la popolazione.
Inoltre, Human Rights Watch ha fatto appello per una immediata e netta risoluzione delle Nazioni Unite che sanzioni Khartoum e i funzionari del governo responsabili di crimini contro l'umanità.
"L'ambiguità delle dichiarazioni del governo dimostra che il monitoraggio indipendente del processo di disarmo è cruciale", ha detto Takirambudde. "L'Unione Africana e gli altri organismi di controllo internazionale devono osservare con estrema attenzione i piani di ricollocazione degli sfollati ed assicurarsi che le milizie non siano solo disarmate, ma allontanate definitivamente dalle aree civili che hanno lasciato."
I documenti che dimostrano i legami tra governo e Janjaweed sono discussi nel dettaglio sul sito di Human Rights Watch www.Socialpress.it mercoledì 21 luglio 2004.
Anche i professionisti italiani dell’industria della guerra umanitaria si aggregano. Sono gli stessi dell’Afganistan, gli stessi dell’Iraq. Gli stessi a cui appartiene Barbara Contini – ieri governatrice di Nassirya per conto della coalizione ed oggi soggetto rilevante dell’operazione Darfur. Ma ci sono anche i volontari diventati “contractors” al servizio delle truppe di occupazione USA.
Intervista dell'Eco di
Bergamo agli operatori del Cesvi nel Darfur
Nel Darfur, un'area grande quasi due
volte l'Italia e situata nella parte occidentale del Sudan, è in corso un
violentissimo conflitto interno fra gruppi armati locali e milizie
filo-governative.
Circa un milione sono gli sfollati nei campi profughi, e negli ultimi mesi
oltre 170 mila persone si sono rifugiate nel vicino Ciad. 30 mila sono i
morti.
Il 19 luglio scorso il Cesvi ha riaperto un ufficio a Kharthoum, la
capitale, inviando una missione di esperti in Sud Darfur, nella zona intorno
a Nyala, dove in precedenza l'organizzazione ha svolto interventi nel
settore idrico.
I progetti del Cesvi mirano a sostenere la popolazione nei campi profughi e
nei villaggi del Darfur. Le attività riguardano la distribuzione di generi
di prima necessità e il miglioramento dei servizi igienico-sanitari.
Ad oggi il 48% delle persone sfollate in Darfur non riceve aiuti alimentari,
il 46% è ancora senza un riparo all'interno dei campi, il 62% non ha accesso
ad acqua pulita, l'87% non ha accesso a servizi igienici, mentre
l'assistenza sanitaria di base è disponibile solo per la metà della
popolazione vittima del conflitto (nei campi e non).
L'assistenza ai profughi è ancora difficile: non tutti i 134 campi sono
assistiti, molti di questi si trovano in aree non accessibili, la stagione
delle piogge è gia iniziata e ci vogliono giorni in attesa perché la piena
dei fiumi diminuisca e sia possibile raggiungere le aree più isolate. Molti
campi sono ad alta concentrazione di persone e dunque ad alto rischio di
epidemie (colera, poliomielite, morbillo). Inoltre, non tutti possono essere
assistiti a causa delle difficili condizioni di accesso.
La protezione e la sicurezza delle persone sfollate, insieme all'emergenza
nutrizionale e sanitaria, rappresentano le preoccupazioni principali in
questa fase di grande emergenza.
Non poteva mancare Medici Senza Frontiere. C’è tanta brava gente ma il suo ex capo, Bernard Kouchner, è stato la testa d’ariete della guerra umanitaria in Jugoslavia. E’ diventato poi il governatore del Kosovo occupato dalla NATO e adesso è deputato del Partito Socialista Francese. Non è una brava persona.
DARFUR
(Sudan) - RAPPORTO DI MSF A 18 MESI DALL'INIZIO DELLE OPERAZIONI DI SOCCORSO
UMANITARIO IN DARFUR
Persecuzioni, intimidazioni e
fallimento degli aiuti umanitari in Darfur MSF: "Tante parole, molta
attenzione, ma pochi cambiamenti sul terreno"
(01/11/2004)
Nonostante i numerosi impegni, sia la comunità internazionale sia il Governo Sudanese non hanno fornito assistenza e sicurezza alle persone del Darfur, afferma Medici Senza Frontiere nel suo ultimo rapporto sulla situazione in Darfur. A più di un anno dalla fuga dai loro villaggi e dopo tante promesse, la vita degli sfollati è quotidianamente in pericolo. "Tante parole, molta attenzione, ma pochi cambiamenti sul terreno per garantire la sicurezza dei civili. La comunità internazionale deve ricordarsi che le violenze e le sofferenze in Darfur non sono ancora finite." Dichiara Ton Koene, Coordinatore di MSF per l'emergenza Darfur.
Per oltre un anno, le persone del Darfur hanno sopportato una terribile campagna di violenze e terrore che ha causato un enorme numero di morti e la fuga di più di un milione di persone dai loro villaggi distrutti. Gli sfollati raccontano a MSF di vivere sotto il controllo di quelle persone che hanno bruciato le loro case e ucciso le loro famiglie. Hanno troppa paura di tornare alle loro case e sono spaventati di rimanere dove sono. Ancora oggi, in Darfur, la sicurezza è un'illusione. Su quest'aspetto, la comunità internazionale e il Governo sudanese hanno totalmente fallito.
Il Darfur rappresenta oggi il maggior intervento di MSF. Più di 250 operatori internazionali e 2.500 operatori locali forniscono assistenza a circa 700.000 sfollati in Darfur e 85.000 profughi sudanesi in Ciad. Dall'inizio della crisi, MSF è stata testimone dell'estensione e della natura delle violenze contro i civili in Darfur e dell'impatto che questa situazione ha sulle condizioni sanitarie e nutrizionali della popolazione.
Il rapporto cerca di comunicare cos'è successo alla salute delle persone in Darfur sulla base di dati forniti dalle nostre cliniche e da indagini epidemiologiche. Accampamenti di massa, condizioni di vita precarie e la carenza di cibo hanno un notevole impatto sullo stato di salute della popolazione. Le principali cause di morte sono infezioni respiratorie, diarrea e malaria. L'alta incidenza di queste tre malattie può essere facilmente spiegata dalla mancanza di ripari adeguati, dalle sapventose condizioni igieniche e di approvvigionamento idrico. MSF sta lavorando al limite delle sue capacità.
Per migliorare la situazione, gli sfollati del Darfur devono avere:
Scarica le conclusioni del rapporto in italiano >>
Scarica il rapporto integrale in inglese >>
Infine non potevano mancare i registi. L’USAID statunitense, agenzia “umanitaria” creata e finanziata dalla CIA, attiva in tutti i teatri in cui c’è stato l’intervento militare americano: dall’America Latina al Vietnam.
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sabato 11 settembre 2004. di Carla Amato (Osservatorio della Legalità)
Il Sudan ha rifiutato ieri di accettare una dichiarazione degli Stati Uniti che definiva "genocidio" gli accadimenti violenti nel Darfur, ma subito dopo il presidente USA George W. Bush ha girato il coltello nella piaga dicendo di essere inorridito dalle violenze nella regione.
"Si tratta di un'altra specie di pressione portata contro il governo del Sudan dagli Stati Uniti e dai governi occidentali, il genere di pressione politica generale che mostra come gli Stati Uniti non siano amici del Sudan," aveva detto Ahmad Hassan Al-Zubair, il ministro delle finanze del Sudan; "dimostreremo che è vero che il conflitto nel Sudan è un problema tribale interno e sarà opportuno che sia il governo nazionale a risolvere questo problema."
In precedenza il governo del Sudan aveva protestato sia con gli Stati Africani, sia con la Lega Araba che gli USA cercavano una scusa per inviare truppe di invasione e rovesciare il governo di Khartoum. Tuttavia, un portavoce per il movimento dei ribelli per la liberazione del Sudan (SLM), Abd Al-Hafiz Mustafa Musa, ha commentato l'ultima azione degli Stati Uniti come "sviluppo benvenuto."
Il segretario di Stato USA Colin Powell aveva detto, in un'udienza in Senato, che le indagini fatte dagli Stati Uniti e da altre fonti "hanno concluso che è stato commesso genocidio in Darfur e che il governo del Sudan e le brigate Janjaweed ne hanno la responsabilità," ma capi dell'Unione Africana fanno notare che, durante la visita di Powell in Sudan, egli aveva sottolineato che non si trattava di genocidio: "se oggi sta affermando che era genocidio, vorremmo essere messi a parte di tali informazioni."
I presidenti del Sudan e del vicino Chad, che ha ricevuto 200.000 rifugiati fuggiti dal Darfur, i quali hanno partecipato ad un incontro fra Stati sul problema della disoccupazione, a margine all'incontro hanno espresso una convergenza su una soluzione pacifica e diplomatica della situazione, sottolineando che "una soluzione militare non risolverà i problemi in Darfur e sarebbe una catastrofe assoluta", aggiungendo che il governo del Sudan ha accettato il rinforzo dell'attuale missione militare dell'Unione Africana in Darfur.
L'Unione Africana è stata quindi molto chiara sul fatto di considerare come ingerenza un eventuale intervento di una forza non Africana in Sudan, mentre gli Stati Uniti stanno preparando una nuova risoluzione delle Nazioni Unite riguardante la crisi nella travagliata regione del Darfur, per ottenere sanzioni internazionali contro il governo di Khartoum, e lo stesso Bush è intervenuto invocando l'intervento dell'ONU.
I morti nella regione sono forse 50.000, mentre 200.000 sono i rifugiati in Ciad e 1.200.000 persone sono a rischio di vita per la persecuzione, le malattie e la fame. Anche la FAO ha lamentato di recente le condizioni proibitive in cui sono costrette ad operare le varie missioni umanitarie a causa di violenze che continuano a verificarsi nonostante il cessate il fuoco dichiarato.
Qua e là lo tsunami mediatico sul Darfur comincia a perdere colpi. Qualcuno comincia a mettere in campo la controinformazione e a segnalare la vera posta in gioco.
Darfur: le
potenze occidentali orchestrano la disintegrazione del Sudan
di Uwe Friesecke
Alla fine di luglio la crisi sudanese
è entrata in una fase acuta con l'approvazione da parte del Consiglio di
Sicurezza dell'ONU della risoluzione stilata dagli Stati Uniti.
La situazione umanitaria per circa un milione di persone è catastrofica. 200
mila persone hanno abbandonato la regione del Darfur, dove infuriano gli
scontri tra fazioni rivali per cercare rifugio nel vicino Chad o nei campi
profughi in prossimità dei maggiori città del Darfur. Una mobilitazione
della comunità internazionale è indispensabile per soccorrere i rifugiati
attraverso le strutture delle Nazioni Unite. Cercare invece di sfruttare
questa crisi per ricattare in maniera ancora più forte il governo di
Karthoum, come fanno quegli ambienti che in occidente hanno caldeggiato la
risoluzione e cercano di imporre le sanzioni o addirittura un intervento
armato, significa scherzare con il fuoco: si rischia di mettere in moto un
processo di disintegrazione del Sudan simile a quello che 15 anni fa ha
distrutto la Somalia. Le conseguenze per l'intera regione, compresi i paesi
vicini al Sudan, sono imprevedibili.
La crisi nel Darfur
La crisi in questa regione sudanese che copre un territorio vasto quanto
quello della Francia trae origine, in primo luogo, dal deterioramento
decennale della situazione economica di una popolazione sempre più numerosa.
Una serie di siccità che colpirono la regione negli anni Ottanta costrinsero
i nomadi del Nord a trasferisi più a Sud in cerca di pascoli per il
bestiame. Così, le tensioni tradizionali tra le popolazioni nomadi e quelle
stanziali, o tra pastori e contadini, si acuirono in maniera pericolosa.
L'autorità centrale dello stato stenta a far sentire la propria autorità in
questa regione dove usanze e consuetudini hanno un peso decisamente maggiore
delle leggi decretate dal governo.
Un secondo fattore di destabilizzazione è costituito dai giochi di potere di
fazioni diverse del vicino Ciad e delle élite sudanesi a Khartoum che
cercano il loro tornaconto nella regione. Ad esempio, nel 1990, Idriss Déby
diventò presidente del Ciad con un golpe organizzato proprio dal Darfur,
dove contava sul sostegno della popolazione Zaghawa, che è distribuita nel
Ciad e nel Darfur. Come reazione all'usurpazione del potere in Ciad da parte
dei Zaghawa, altre popolazioni fuggirono dal Ciad per rifugiarsi nel Darfur,
dove si costituirono delle milizie per combattere la maggioranza Zaghawa.
Questa è una delle origini delle milizie Janiawid. Ma tutte queste
popolazioni sono di religione musulmana e la loro differenza nasce dalla
cultura e dalla tradizione e non tanto dalla religione o dalle razze. Ciò
che viene comunemente asserito -- che questo conflitto nel Darfur vede gli
arabi del Nord (nomadi e miliziani Janjawid) schierati contro gli
africani più meridionali (contadini e ribelli anti-governativi) -- non ha
alcun senso appena si considera che i principali leader dei due gruppi
ribelli, il Movimento/Esercito di liberazione sudanese (SLA) ed il Movimento
per la giustizia e l'uguaglianza (JEM) sono seguaci di Hassan al-Turabi. Il
fondatore e presidente del JEM, Khalil Ibrahim, è un ex ministro che si
schierò con al Turabi quando questi giunse alla rottura con il presidente
sudanese Al-Bashir nel 2002.
L'attuale crisi nel Darfur è il risultato di un intervento attivo da parte
delli ribelli dello SPLA (Movimento/esercito di liberazione popolare
sudanese) -- e il suo leader John Garang -- che nel corso del conflitto che
da decenni si protrae nel Sud del Sudan ha lavorato per gli interessi
geopolitici anglo-americani. Secondo un rapporto dell'International Crisis
Group (ICG) di Bruxelles, nel marzo 2002 lo SPLA ha addestrato 1500
darfuriani nei pressi di Raja nell'occidente del Bahr el-Ghazal, nel
Sudovest del paese. Queste forze costituirono il nucleo principale dei
giovani militari che assalirono le istallazioni del governo nel febbraio
2003. La prima dichiarazione politica dello SLA, rilasciata il 13 marzo
2003, fu redatta da attivisti nel Darfur esiliati e da leader dello SPLA. Il
presidente dello SLA, Abdel Wahid, ha ufficialmente incontrato John Garang
ad Asmara, in Eritrea, nell'aprile 2004.
Sebbene Garang neghi di aver armato lo SLA, secondo i rapporti dell'ICG lo
SPLA fa arrivare i rifornimenti allo SLA e al JEM non solo attraverso il
Ciad ma attraverso l'Uganda e il Kenya. Lo SLA gode anche del sostegno
dell'Eritrea.
Questo significa che la crisi nel Darfur non si può ritenere un sollevamento
spontaneo di una parte della popolazione contro le ingiustizie del governo,
o degli africani contro gli arabi, come fanno solitamente i mezzi
d'informazione: l'operazione militare dei ribelli dello SLA nel febbraio
2003 era già stata pianificata un anno prima ed è parte di una strategia più
ampia messa a punto dai sostenitori anglo-americani di John Garang e dello
SPLA. Questo comprende anche la minaccia di secessione del Darfur dal Sudan
che lo SPLA sbandiera ormai da venti anni. Questo è sottolineato dal fatto
che i ribelli dello SLA avevano posto come condizione ai negoziati con il
governo che le truppe governative sloggiassero dal Darfur e hanno
abbandonato il luogo dell'incontro che era stato convenuto ad Addis Abeba
quando il governo ha respinto tale richiesta.
La tenaglia geopolitica contro Khartoum
Né John Garang e il suo SPLA, né l'Eritrea, né l'Uganda disponevano della
capacità di fomentare la ribellione del Darfur contro Khartoum senza
l'attivo sostegno delle potenze anglo-americane. Dal 2001 l'amministrazione
Bush cerca di dettare al Sudan i termini della pace per il conflitto
decennale che ribolle nel sud del paese. La diplomazia americana e
britannica ha attirato il governo sudanese del presidente al-Bashir nei
negoziati di pace in Kenya, tenuti sotto gli auspici dell'Agenzia
intergovernativa per lo sviluppo (IGAD). Ai rappresentanti di Bashir ai
negoziati è stata estratta una concessione dopo l'altra. Il bastone era
rappresentato dalla possibilità che Garang lanciasse una nuova offensiva
militare nel Sud, con il pieno sostegno degli Stati Uniti, dell'Inghilterra
e dell'Uganda di Museveni e forte dei rifornimenti da essi ottenuti.
Nonostante ciò, a Khartoum vi fu molta resistenza alle scelte di Bashir.
Alla metà del 2003 il presidente sostituì il capo della delegazione dei
negoziatori in Kenya, Ghazi Salahedin Atabani, con il vice presidente Ali
Sman Taha. La ribellione del Darfur del febbraio 2003 minacciava Khartoum
con una guerra su due fronti, e, se si aggiungono i collegamenti
dell'Eritrea e dello SLA al Beja Congress -- gruppo di ribelli nel Sudan
orientale -- persino su tre fronti. A questo si aggiunse l'eloquente lezione
dell'invasione dell'Iraq, tanto che il governo di Bashir non ritenne di
avere alternative e finì per accettare quasi ogni richiesta per la
pacificazione del Sud.
Gli accordi negoziati tra il governo di Bashir e lo SPLA di Garang, di cui
si prevedeva al più presto una firma a Washington, alla presenza di Bush,
avrebbe portato John Garang a ricoprire la carica di vice presidente a
Khartoum e gli avrebbe conferito poteri politici in tutto il paese, poteri
molto più vasti di ciò che il governo di Khartoum avrebbe ottenuto sul Sud
del paese.
John Garang appartiene a quelo gruppo di leader guerriglieri che negli
ultimi 18 anni sono stati portati al potere e rappresentano una nuova
leadership africana. I più importanti sono i presidenti Museveni
dell'Uganta, Kagame del Ruanda e Afewerki dell'Eritrea. Questi personaggi
hanno voltato le spalle al marxismo radicale della loro gioventù diventando
i fautori più fanatici dell'ideologia liberista del FMI e della Banca
Mondiale. Si tratta insomma di marionette approntate dalle potenze
anglo-americane per i propri maneggi geopolitici in Africa.
Il Sudan doveva essere messo in ginocchio per due motivi: primo, il
petrolio, secondo l'acqua del Nilo. Fino ad ora infatti alle imprese
americane non è stato concesso di partecipare allo sfruttamento dei ricchi
giacimenti petroliferi sudanesi che secondo le stime dovrebbero contenere
almeno 2 miliardi di barili di petrolio. L'estrazione fino ad oggi è stata
affidata alla China National Petroleum Corporation, alla Petrona della
Malaysia, alla Talisman Energy canadese, alla Gulf Petroleum del Quatar,
alla Ludin Oil svedese ed alla Total Fina Elf francese. Il 25 luglio è stato
firmato un nuovo pacchetto di investimenti, pari a 1,7 miliardi di dollari,
per l'esplorazione di nuovi giacimenti petroliferi nel sud e per la
costruzione di un nuovo oleodotto fino al Mar Rosso. In questo accordo
figurano per la prima volta imprese inglesi e russe. Dopo il trattato di
pace del Kenya tali accordi di estrazione petrofera saranno aperti anche ad
imprese statunitensi.
Da un punto di vista strategico però la questione ancora più importante è
quella delle risorse idriche. A Khartoun il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco
confluiscono in un fiume unico che prosegue verso l'Egitto, di cui è
l'arteria centrale. Da qualche mese le sollecitazioni anglo-americane hanno
spinto l'Etiopia, il Kenya, l'Uganda e la Tanzania a rimettere in
discussione il vecchio trattato per il Nilo che hanno con l'Egitto. Se
Garang avrà voce in capitolo, il Sudan finirebbe per schierarsi con questo
gruppo che, forte delle promesse anglo-americane, farebbe la voce grossa
all'Egitto tenendolo sotto ricatto.
Nel gennaio 2001 il governo sudanese fu messo sull'avviso: l'amministrazione
Bush non l'avrebbe trattato meglio dell'ex amministrazione Clinton. Lyndon
LaRouche tenne il discorso principale ad un seminario che la rivista EIR
aveva organizzato a Khartoum insieme all'Istituto di Studi Strategici
sudanese sotto il titolo: "Pace attraverso lo sviluppo lungo il fiume Nilo".
Lo statista americano avvertì il pubblico sudanese in merito alle intenzioni
della nuova amministrazione Bush. Ma alcuni dei partecipanti sudanesi erano
ancora così adirati nei confronti della politica di Bill Clinton verso il
Sudan da sostenere che valesse comunque la pena di cercare di lavorare con
la nuova squadra di Bush. Purtroppo i moniti di LaRouche sul conto di Bush
sono stati tragicamente confermati dagli avvenimenti recenti nel Darfur.
Questa crisi è una nuova conferma sulla natura della politica cinicamente
seguita nell'Africa occidentale. Prima, per decenni le istituzioni
finanziarie globali, guidate da FMI e Banca Mondiale, hanno bloccato lo
sviluppo del Sudan, del Ciad e di altri paesi della regione. Da qui nacquero
inevitabilmente dissidi e attriti. Questi conflitti vennero alimentati con
flussi di armi ben mirati che nessuno cercò di ostacolare. Le potenze
occidentali, attraverso i mezzi d'informazione, dicono che i conflitti sono
di natura etnica o religiosa e li manipolano nel contesto dei loro schemi
geopolitici. Se questi conflitti sfuggono dal controllo la crisi umanitaria
sarà sfruttata come il pretesto per dichiarare questi paesi "stati falliti"
su cui "occorre" esercitare pressioni affinché avvenga un "cambiamento di
regime". Secondo questo copione, l'occidente, e soprattutto la potenza
anglo-americana (che la Francia si guarda dallo sfidare) ha le
responsabilità principali per le guerre che dilaniano l'Africa negli ultimi
15 anni: Uganda, Ruanda, Burundi, Congo, Africa Occidentale e Sudan
meridionale.
La crisi che precipita nel Darfur è solo l'ultimo episodio di questa
tragedia. Certe forze a Khartoum forse contano di sfruttare questa
situazione per trarne qualche vantaggio, ma resta il fatto che non è stato
il governo di Bashir a iniziare il conflitto. Piuttosto, ha cercato di
applicare il trattato che è stato firmato dal ministro degli Esteri Ismail e
dal Segretario generale dell'ONU Kofi Annan il 3 luglio 2004, per disarmare
la milizia Janjawid e per migliorare l'accesso ai campi dei rifugiati
per gli aiuti umanitari. Il governo stesso ha chiesto aiuto all'Unione
Africana.
L'accusa di genocidio non dev'essere rivolta al governo sudanese, ma
dev'essere mossa contro coloro che in occidente gestiscono le manipolazioni
geopolitiche come quella del Ruanda, di 14 anni fa, e poi del Congo.
[Executive Intelligence Review, N. 31, 6 agosto 2004]