Il Regno Unito, gli Stati Uniti e Israele: i Re del dolore

 

John Stanton

 

Un articolo di Ali Abunimah, poco pubblicizzato, apparso sul quotidiano libanese Daily Star e che aveva per titolo: “Un possibile collegamento di Israele con le tecniche di tortura USA: Washington ha scambiato l’addestramento alla tortura con dei contratti per la sicurezza?”, si meritava decisamente un po’ più di attenzione. Se da un parte sembra poco probabile che il Pentagono ed i suoi contraenti, fornitori della Difesa, abbiano bisogno di fare dei baratti con Israele per importare le loro tecniche di interrogatorio (loro le usano già da decenni), l’articolo di Abunimah ci fornisce una tale abbondanza di spunti e di informazioni che ci chiariscono, una volta in più, l’inseparabile e, spesso, pericoloso legame tra gli interessi degli USA e quelli di Israele, in Medio Oriente e nell’Asia centrale. Leggendo alcune delle fonti citate da Abunimah è difficile riuscire a capire dove finisce la politica estera USA e dove comincia quella di Israele. Ma di questo ne parleremo dopo.

La storia ci dice che la Gran Bretagna ha combinato un bel disastro in Medio Oriente: ha frammentato terre appartenenti a vari popoli, ha stabilito arbitrariamente nuovi confini, ad un certo punto ha perfino minacciato di sterminare gli iracheni con il gas, durante l'occupazione del loro paese, poi fallita, nei primi del ‘900. E' stata la Gran Bretagna, non Israele o gli USA, a “pionierizzare” le tattiche di tortura così diffuse nelle pratiche militari oggi, nel 2004.

Cinque tecniche


Per oltre 30 anni Israele e gli USA hanno usato le tecniche di tortura progettate e sperimentate dagli inglesi. L'esercito britannico ha usato per la prima volta questi metodi nel 1971, mettendoli in atto nei confronti dell’IRA e degli irlandesi.

Secondo una delle associazioni per i diritti umani più rispettate (e sottovalutate) al mondo, B’Tselem, nel 1971 i servizi di sicurezza inglesi hanno usato, nell’Irlanda del nord, metodi coercitivi di interrogatorio su almeno 14 persone sospettate di appartenere all’IRA. Questi metodi erano conosciuti come “le cinque tecniche” e sono venute alla luce durante un procedimento legale chiamato “l’Irlanda contro il Regno Unito”. Questi i cinque pilastri della tortura:


1) Posizione eretta contro il muro:

Si obbligano i detenuti a rimanere per ore in una posizione estenuante, descritta da quelli che l’hanno sperimentata in prima persona, come lo “stare con la schiena appoggiata alla parete, a braccia spalancate e con le mani al muro, sopra la testa, le gambe divaricate con la pianta dei piedi contro il muro, obbligati quindi a stare sulle punte, appoggiando tutto il peso del corpo principalmente sulle dita dei piedi”.


2) Incappucciamento:

Si infila un sacco nero o blu scuro sulla testa dei detenuti e, almeno inizialmente, si toglie solo per gli interrogatori.


3) Assoggettamento-esposizione al rumore:

Prima dell’interrogatorio, i detenuti vengono confinati in una stanza dove c’è un rumore acuto, assordante e continuo.


4) Privazione del sonno:

Prima dell’interrogatorio si impedisce ai detenuti di dormire.


5) Privazione di cibo e acqua:

I detenuti sono soggetti ad una dieta molto ridotta durante la permanenza al centro e prima dell’interrogatorio.


Gli Stati Uniti e Israele hanno brutalmente raffinato le pratiche inglesi, aggiungendovi la tortura “culturale”. Questo significa per molti prigionieri in Iraq, in Afghanistan, a Guantanamo e in molti centri di detenzione israeliani che ospitano prigionieri palestinesi, l’aggressione all'integrità della loro cultura e della loro religione, mentre vengono ridotti fisicamente in fin di vita. Le modifiche apportate da Israele e chiaramente adottate dagli USA con i detenuti arabi, includono i continui riferimenti al sesso etero e non-etero, l’obbligarli alla nudità e costringerli a far finta di essere cani per simulare sesso etero e non-etero tra di loro. Una pratica divenuta abitudinaria è quella di fotografare il prigioniero in situazioni umilianti, in modo che in ogni interrogatorio il prigioniero/a, ormai ridotto a pezzi, o i suoi compagni, la sua famiglia, possano vedere fino a che punto sia stato/a abbrutito/a.


Visto e sentito


In un reportage del marzo 1991, dal titolo “Gli interrogatori di Palestinesi durante l’Intifada: maltrattamenti, ‘moderata pressione fisica’ o tortura?”, B’tselem denunciava un metodo di tortura chiamato “Shabah”, che adesso sembra essere il metodo preferito dall'esercito USA e dai servizi segreti. “Shabah” consiste nel legare le mani del detenuto davanti o dietro il corpo, con manette di plastica o di metallo. Viene bendato o incappucciato con una sola fessura per respirare e deve stare in piedi, all’aperto, con a volte le mani legate ad un palo, per diversi giorni, durante i quali viene interrogato per molte ore di seguito. Al detenuto non viene fornita un’adeguata quantità di cibo, non gli viene permesso di dormire (a volte anche per una settimana di seguito) e vengono ridotte al minimo anche le possibilità per l’espletamento delle funzioni corporali; viene picchiato (con mazze, pugni, stivali, a volte sui genitali o sulla testa, qualche volta gli sbattono la testa contro il muro). Poi, l’“armadio”: il prigioniero viene costretto dentro un piccolo spazio buio e angusto, un metro per un metro, per ore o anche giorni; il soffocamento parziale (per mezzo di pressione sulla trachea o di un sacchetto infilato in testa e premuto sul naso e sulla bocca); la “Falaga” (le piante dei piedi vengono colpite con un bastone o con un tubo di gomma, di solito mentre il detenuto è ammanettato e incappucciato).

Cosa si prova a subire la Shabah? Lo illustra un’intervista di B’tselem ad un prigioniero. “Mi hanno fatto sedere su una sedia alta solo 25 cm, incatenata al pavimento. Una gamba della sedia era più corta dell’altra, per renderla instabile.
Mi hanno ammanettato i polsi e le caviglie dietro lo schienale e mi hanno infilato un sacchetto in testa. Le manette erano di metallo. Questo me lo hanno fatto il primo giorno. Io sentivo qualcosa gocciolarmi addosso ed il giorno dopo ho visto che era il vomito di un altro detenuto. C’era della musica, così forte che non riuscivo neanche a capire di cosa si trattasse. A volte era tranquillo e allora mi addormentavo, piegato all’indietro perché, comunque, come ho già detto, la sedia non era dritta. Mi hanno tenuto in “shabah” per 48 ore..”
Nel frattempo, a casa, nella patria della democrazia e della tortura, le prigioni della Gran Bretagna sono state teatro di pratiche brutali nei confronti dei detenuti dell’IRA, nonostante siano riusciti a far passare inosservate la maggior parte delle loro atrocità. Nel 1997, Amnesty International ha denunciato le condizioni penose dei detenuti irlandesi nelle prigioni britanniche. “I prigionieri di serie A (prigionieri considerati ad alto livello di rischio sicurezza) erano tenuti in condizioni tali da provocare un serio deterioramento della loro salute fisica e mentale. Roisin McAliskey, era incinta di quattro mesi e fu temporaneamente chiusa in una cella lurida nell’unità dei sorvegliati speciali di un carcere maschile. 
Lei ed altri prigionieri, compreso Patrick Kelly, che era ammalato di cancro, hanno ricevuto un trattamento sanitario inadeguato.” In un altro caso nel carcere di Brixton, verso la fine degli anni ‘90, sei irlandesi si sono impiccati in circostanze sospette. Alcune delle guardie responsabili della loro sorveglianza avevano fatto parte dell’esercito inglese.


La pace è il nostro mestiere


Come ha scritto Abunimah nel suo articolo, la “Fondazione di Gerusalemme di Aish AhTorah” (The Jerusalem Fund of Aish AhTorah), all’inizio di quest’anno, ha sponsorizzato la prima Missione Annuale di Pace dei dirigenti della Difesa Aerospaziale in Israele e Giordania. Membri del congresso USA come il senatore Evan Bayh, vincitore del premio “Amici di Sion”, giocano un ruolo determinante nell’assicurarsi che le linee di comunicazione giudaico-cristiane rimangano aperte alla negoziazione di contratti sostanziosi, perchè gli USA possano rimanere in Iraq e sostenere qualsiasi tipo di politica, per quanto pazza, voglia portare avanti il governo di Sharon. Un altro vincitore del premio “Amici di Sion” è Robert Liscouski, un vice segretario del “Centro Americano di Sicurezza per la Protezione delle Infrastrutture”. Tra i membri onorari della Fondazione di Gerusalemme c’è anche un ex capo del Mossad e Ministro degli Interni israeliano. In questo caso, l’apparenza non inganna.
Il presidente della Missione di Pace organizzata dalla Fondazione di Gerusalemme non è israeliano. Si tratta di Joe Reeder, un ex sottosegretario dell’esercito USA e adesso lobbista multinazionale della Greenberg Traurig. Albert Einstein rimarrebbe sorpreso nel sapere che il proprio nome viene usato dalla Fondazione per definire quattro categorie (del Premio “Albert Einstein”, appunto) che, per pura coincidenza, vanno a finire nelle mani di rappresentanti della difesa e della sicurezza, non a gruppi come B’tselem. Come questa iniziativa possa essere tradotta in una “Missione di Pace”, è qualcosa che solo George Orwell potrebbe essere in grado di capire.
Dato aver parlato sul filo dell’ironia, di cose alquanto bizzarre, vale la pena menzionare il fatto che Reeder è a capo, negli USA, di un gruppo di studio sull’etica dell’industria al servizio della Difesa, il cui scopo dichiarato è quello di migliorare la messa in pratica di principi etici nell’industria. In realtà, il tentativo di Reeder va più nella direzione di difendere l’immagine dei fornitori della Difesa, di farli apparire come patrioti con buoni principi etici, nonostante la loro cattiva amministrazione dei contratti per la ricostruzione in Iraq, nonostante abbiano fatto pagare al governo prezzi eccessivi e nonostante il fatto, tragico, che un ex ufficiale del Pentagono ed impiegato della Boeing, Darlene Druyun, sia adesso in carcere, come un qualsiasi criminale. Alla faccia dell’etica.
Anche se l’incontro in Israele del gennaio 2004 era dichiaratamente un’iniziativa che riguardava i Dirigenti della Difesa Aerospaziale, Robert Roth della Viacom e Mark Kamlet dell’Università Carnegie Mellon, sono intervenuti per parlare di network, di telecomunicazioni e di problemi di sicurezza informatica. Erano presenti anche numerose società di investimento. La celebrità presente all’avvenimento era Jack London, Direttore Generale della CACI e reduce dalla fama conquistata ad Abu Grahib, che ha diretto un seminario intitolato “Come lavorare col Dipartimento della Difesa: una prospettiva primaria di consolidamento”. L’intervento di Reeder, scrive Abunimah, si può tradurre in: suggerimenti su come riuscire a vendere una qualsiasi cosa al Pentagono. E questa era una Missione di Pace?


Una ragnatela sottile


Ma questo, cosa ha a che fare con la tortura? “La visita della delegazione USA, compreso il direttore generale della CACI, aveva messo in luce una sottile ragnatela di influenze e condizionamenti reciproci che unisce funzionari del governo USA, fornitori e lobbisti della Difesa che si spartiscono sostanziosissimi contratti e ne fanno defluire notevoli porzioni in Israele”, ha scritto Abunimah. Quella “sottile ragnatela” include la Gran Bretagna che viola le sanzioni da essa stessa stabilite nei confronti di Israele ed adotta lo stesso atteggiamento, tipico degli USA con quel paese, da esportatore di armi. Commentando le modifiche apportate dagli inglesi alle procedure per il commercio di armi, Oxfoam ha dichiarato che “piuttosto che prendere le decisioni sull’esportazione di componenti di armi in base a considerazioni relative ai diritti umani, ai conflitti e alla povertà, sono stati introdotti dei nuovi criteri per verificare il potenziale degli affari e quanta importanza potrebbero avere per l’industria bellica.”
Ed è qui che sta il problema. I principi liberatori dei diritti umani, che l'umanità ha impiegato secoli ad assimilare sono, ancora una volta, umiliati e minimizzati dall'avidità, dal fanatismo e dalla paura.
Ed ecco che si ritorna alle cinque tecniche inglesi. Stiamo tutti sprofondando nella violenza. Il prossimo passo sarà la crocifissione dei nemici? La mentalità semplicistica dei leaders inglesi, americani e israeliani ci ha trasportato in un mondo dove la televisione, la Rete, la radio, i giornali, le riviste, le conversazioni ed i sogni sono focalizzati sulla guerra, sulla morte e sulla distruzione. Bin Laden sta vincendo, da tempo, e ci sta trascinando giù, con lui.

Nessuno si rialza e cerca di risalire alla superficie e nessuno può dire quanto profondamente tutto questo inciderà sui nostri figli ed altri figli a venire. E tutto ha inizio quando i leaders diventano inaffidabili ed i loro metodi indiscussi.

Come possono tre società illuminate come il Regno Unito, gli USA e Israele comportarsi così stupidamente quando messe al confronto con il mondo arabo e dell’Asia centrale? Come siamo arrivati a questo punto? Nessuno ha pagato le conseguenze per la negligenza politica e militare dimostrata riguardo i fatti dell’11 settembre. Non ci sono state conseguenze per le bugie che hanno portato alla guerra in Iraq e all’occupazione che ha invece portato al massacro di iracheni ed americani a Falluja, alle torture di Abu Grahib ed alla decapitazione dell’americano Nick Berg. Mentre un numero crescente di americani vede gli arabi come “animali” vale la pena chiedersi: “Una bomba di precisione telecomandata, da 500 libbre, sganciata da un aereo USA, che incenerisce una famiglia irachena, rende forse gli USA meno pazzi di quel gruppo che ha decapitato un cittadino americano? I 2500 civili americani uccisi l’11 settembre valgono i 20.000 civili afgani e iracheni uccisi? E’ eticamente giusto che Israele usi equipaggiamento ed armi dell’esercito inglese ed americano per missioni omicide o per uccidere le Rachel Corrie nel mondo?

Quanto dovranno pagare ancora, quanta tortura dovranno subire, quanti cervelli spiaccicati dovremo vedere, quanto a lungo il mondo potrà ancora sopportare quella “sottile ragnatela di influenze”? Quando una missione di pace sarà veramente una missione di pace?”

 

Fonte: www.dissidentvoice.org

16 maggio 2004


John Stanton risiede in Virginia ed è uno scrittore specializzato in questioni di sicurezza politica e nazionale. Prossimamente uscirà un suo libro “A power, but not super” (Una potenza non super).

Insieme a Wayne Madsen ha scritto anche “America's nightmare: the presidency of George Bush II” (L'incubo americano: la presidenza di George Bush II). Contattatelo a cioran123@yahoo.com


Un possibile collegamento di Israele con le tecniche di tortura USA

Washington ha scambiato l’addestramento alla tortura con dei contratti per la sicurezza?

 

Ali Abunimah, The Daily Star, 11 Maggio 2004

 
Il direttore di una ditta fornitrice della Difesa americana, implicata nelle torture degli Iracheni nella prigione di Abu Ghraib, ha stretti legami con Israele ed ha anche visitato all’inizio di questo anno un campo di addestramento israeliano “anti-terrorismo” nella parte di Cisgiordania occupata.
 
Jack London, direttore, presidente e amministratore della “CACI International Incorporated”, è stato in Israele nel gennaio di quest’anno come partecipante di una delegazione ad alto livello composta da membri del Congresso degli Stati Uniti, contractors (appaltatori, ndt) nel settore della Difesa e lobby filo-israeliane, delegazione sponsorizzata e pagata da una parte dal “Fondo di Gerusalemme di Aish HaTorah”, una lobby filo-israeliana e gruppo di raccolta fondi, e dall’altra dalla Greenberg Traurig, LLP, un’eminente studio legale nonché gruppo lobbistico di Washington.
 
Lo scopo della visita, esposto in un comunicato stampa della CACI, era quello di “favorire delle opportunità per promuovere delle partnerships strategiche e delle joint ventures tra gli Stati Uniti e le aziende della Difesa e della Sicurezza israeliane.”

 

In uno dei momenti clou della visita, London è stata insignito con il premio “Albert Einstein Technology” dal Ministro della Difesa Israeliano, Shaul Mofaz, durante un pranzo di gala alla Jerusalem City Hall, per “i successi nel campo della difesa e della sicurezza nazionale.”
 
I delegati hanno passato anche diverse ore nelle alture siriane del Golan occupato con il Ministro degli Alloggi e delle Costruzioni, Effie Eitam, un ex-generale israeliano che è rinomato per la sua opinione che Israele debba “trasferire” – ossia, espellere – tutti i Palestinesi.
 
Secondo il programma ufficiale della Missione di Difesa Aerospaziale per la Sicurezza Interna, tra l’11 ed il 17 gennaio, su richiesta dal “Fondo di Gerusalemme di Aish HaTorah”, il viaggio di London ha compreso una visita a Beit Horon, “il campo di addestramento principale delle forze anti-terrorismo della polizia israeliana e della polizia di confine”, nella Cisgiordania occupata. Gli ospiti hanno inoltre “ricevuto istruzioni dai maggiori esperti”, e hanno potuto “presenziare alle esercitazioni di guerra anti-terrorismo.”

 

Due impiegati della CACI, Steven Stephanowicz e John Israel, sono stati recentemente nominati nel rapporto del Generale Maggiore degli USA, Antonio M. Taguba, sugli abusi nella prigione di Abu Ghraib. Taguba ha scritto che Stephanowicz, “un civile statunitense sotto contratto per eseguire interrogatori”, “ha condotto personalmente interrogatori e/o li ha insegnati ai membri della MP (la Polizia Militare), che non erano stati addestrati nelle tecniche di interrogatorio, per facilitare il loro compito, fissando condizioni che nessuno aveva autorizzato né erano in accordo con le regole e le prassi applicabili dalle forze armate americane. Era pienamente consapevole che le sue istruzioni equivalevano all’uso di violenze fisiche”. 


John Israel, un interprete, secondo Taguba non aveva neanche un nullaosta di sicurezza in regola.
 
Nonostante che Taguba avesse suggerito che Stephanowicz fosse allontanato ed il suo nullaosta di sicurezza revocato, un comunicato del 5 maggio della CACI confermava, “attualmente tutti gli impiegati della CACI continuano a lavorare sul posto portando avanti i contratti stabiliti per i servizi ai nostri clienti.” E aggiunge: “Non abbiamo ricevuto nessuna informazione di fermare nessuno dei nostri lavori, di allontanare o sospendere nessuno dei nostri impiegati.” 
 
Anche se non è emersa nessuna prova che dimostrasse il legame diretto tra il coinvolgimento della CACI  nelle atrocità di Abu Ghraib ed Israele, è ben noto che i militari degli Stati Uniti si sono dichiarati interessati ad “imparare” dall’esperienza di Israele accumulata nel tentativo di sopprimere la rivolta palestinese. Nel mese di marzo del 2003, ad esempio, la Associated Press riportava che “i militari (degli Stati Uniti) stanno ascoltando molto attentamente degli esperti israeliani e stanno studiando gli esempi delle operazioni dell’esercito israeliano nelle zone palestinesi e nelle città libanesi svoltesi nel corso degli anni.”

 

Questa cooperazione ha compreso anche l’addestramento del personale degli Stati Uniti da parte degli ufficiali israeliani e, sempre secondo l’Associated Press, “nel gennaio e nel febbraio (del 2003) le truppe israeliane ed americane si sono addestrate insieme nel deserto del Negev nel sud di Israele... Israele ha inoltre ospitato gli ufficiali ed i funzionari dello stato maggiore degli Stati Uniti per un seminario sull’anti-terrorismo.”

 

Nel frattempo, sono emerse molte prove che minano la tesi degli Stati Uniti che gli abusi ad Abu Ghraib erano frutto del comportamento di “poche mele marce”. The Guardian ha scritto che le “umiliazioni sessuali dei prigionieri iracheni nella prigione di Abu Ghraib non erano un’invenzione di secondini impazziti, ma parte di un sistema di maltrattamenti e di degradazioni utilizzato dai soldati delle forze speciali che ora si sta diffondendo tra le truppe regolari e le compagnie appaltatatrici.”

 

Questo sistema, conosciuto agli addetti ai lavori come “R2I”, per fiaccare la resistenza agli interrogatori include anche metodi come “bastonatura, privazione di sonno, disorientamento del tempo e privazione per i prigionieri non soltanto della dignità, ma dei bisogni umani fondamentali, come il calore, l’acqua e l’alimentazione.” Queste sono tutte tecniche impiegate a lungo da Israele.

 

La visita della delegazione degli Stati Uniti, che includeva la dirigenza della CACI, svela una fitta rete di influenze che si espande e che funzionari di governo e membri del Congresso degli Stati Uniti, contractors della difesa e gruppi di pressione, si portano a casa in termini di faraonici contratti e di esperienze significative prese da Israele.

 

Come ha sottolineato Batya Feldman, dell’agenzia israeliana di notizie finanziarie Globes, la visita ha fornito alle aziende israeliane “un’ eccellente occasione per incontrare i grandi colossi della sicurezza interna.”
 
Per aiutare le aziende israeliane a incontrare alcuni di questi “grandi colossi”, la visita ha incluso dei seminari per le aziende israeliane fornite dalle lobby filo-israeliane degli Stati Uniti dal titolo Come lavorare col Dipartimento della Sicurezza e “Come commerciare col Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.”
 
I partecipanti israeliani avranno avuto la possibilità di verificare l’utilità di questi punti, perché era presente al viaggio il vice segretario della Sicurezza Interna, Robert Liscouski, e molti importanti legislatori degli Stati Uniti, compreso degli importanti membri della Camera degli Stati Uniti e del Comitato per i Servizi Militari del Senato che insieme sovrintendono decine di miliardi dei dollari di spese militari.

 

Note: Traduzioni di Patrizia Messinese (a cura di Peacelink) e del Bollettino d’informazione antimperialista

www.peacelink.it

www.anti-imperialism.net

Articoli originali:

http://www.dissidentvoice.org/May2004/Stanton0513.htm 

http://www.dailystar.com.lb/article.asp?edition_id=10&categ_id=2&article_id=3446