I RIFUGIATI: L'ALTRA META' DELL'INTIFADA

Il ventesimo anniversario della strage di Sabra e Chatila è stato caratterizzato dalla massiccia partecipazione alle commemorazioni da parte di cittadini italiani, spagnoli, francesi, belgi, norvegesi e di altre nazionalità, fra cui norvegesi e statunitensi. La delegazione italiana - organizzata dal Comitato "Per non dimenticare Chatila", animato dal giornalista del Manifesto Stefano Chiarini - era composta da più di 60 persone, fra le quali giornalisti, esponenti di comitati e associazioni di solidarietà, artisti e anche due parlamentari, Katia Bellillo del PdCI e Mauro Bulgarelli dei Verdi. In una settimana di permanenza in Libano, le delegazioni hanno visitato quasi tutti i campi dei profughi palestinesi, incontrando le forze politiche libanesi e le organizzazioni palestinesi e partecipando a numerose iniziative, culminate con il corteo del 16 settembre sui luoghi del massacro.
Le ricadute in Italia di questa iniziativa sono state molte: oltre a emittenti e giornali locali, dell'anniversario e delle iniziative hanno dato notizia il TG 3, la Repubblica, il giornale del PdCI La Rinascita, l'Unità, Liberazione, Famiglia Cristiana e, naturalmente, il Manifesto. La delegazione italiana ha inoltre lanciato da Beirut un appello per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, per il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese e contro l'annunciata guerra di Bush e Sharon contro l'Iraq, proponendo una giornata nazionale di manifestazioni per il 26 ottobre 2002.

Toccando con mano la realtà della diaspora palestinese e dei campi profughi, aldilà delle (fortissime) sensazioni che si provano, si comprende il fallimento degli accordi di Oslo; di più, si comprende che quel fallimento è stato scritto nel momento stesso in cui quegli accordi sono stati firmati, al prezzo della rimozione del problema dei profughi e del loro diritto al ritorno.
La pulizia etnica operata dagli Israeliani a partire dalla Naqba del 1948 ha obbligato milioni di Palestinesi ad abbandonare la propria terra e i propri villaggi, in gran parte ora rasi al suolo e sostituiti da nuovi insediamenti ebraici; soltanto nei campi libanesi, a 54 anni di distanza dalla Naqba, vivono, cioè sopravvivono circa 400.000 Palestinesi delle famiglie espulse, principalmente dalla Galilea, con le armi e il terrorismo. Abbiamo visitato a lungo i campi di Beddaui (nel nord, alle porte di Tripoli), Chatila e Burj el Barajneh (a Beirut), Rashidihe e Ain el Helwe (nel sud, a pochi chilometri dalla frontiera con lo Stato sionista). Parlare delle condizioni di "vita" in questi campi non è cosa facile.

CHATILA

Chatila è un pugno nello stomaco. In un quadrato di un chilometro per lato si accalcano almeno 17.000 persone. Le autorità libanesi, temendo l'eventualità di un definitivo stanziamento dei Palestinesi, proibiscono ogni miglioramento e addirittura la ristrutturazione degli edifici, tentando di impedire (anche con l'esercito) l'ingresso nei campi di materiali edili. Il risultato è che le (poche) aree abbandonate divengono discariche e che, non potendo espandersi al di fuori del campo, i Palestinesi sono costretti a costruire nuovi alloggi - abusivi - su quelli esistenti, conferendo al luogo l'aspetto di un gigantesco castello di carte che potrebbe crollare da un momento all'altro.
I servizi sono inesistenti: non c'è alcun sistema fognario, l'acqua e l'elettricità sono diffuse da impianti precari, da tubi che corrono lungo le pareti delle costruzioni e da ragnatele di cavi che incombono poco al di sopra della testa delle persone. I vicoli sono talmente stretti che è impossibile camminare affiancati: si va in fila indiana e, se si incontra qualcuno che procede in senso opposto, qualcuno deve tornare indietro o entrare in una porta perché l'altro possa passare. Eppure, i bambini riescono a muoversi in bicicletta. Ovviamente, all'interno dei campi non c'è alcuna illuminazione pubblica.
Naturalmente, lo Stato libanese non offre ai Palestinesi alcun tipo di servizio sociale, sanitario e nemmeno scolastico; quello che esiste viene gestito dall'UNRWA, l'agenzia ONU per i profughi, i cui fondi sono stati di recente drasticamente ridotti (il che non ha impedito ai suoi dirigenti, fra cui alcuni italiani, di aumentarsi lo stipendio). E' l'UNRWA che si occupa delle scuole, dell'assistenza sanitaria, ecc., ma le ristrettezze di bilancio hanno determinato situazioni tanto paradossali quanto crudeli: per esempio, l'UNRWA interviene solo per le persone che non abbiano ancora compiuto il 60° anno di età, abbandonando tutti gli altri. Non solo: l'UNRWA rimborsa solo parzialmente le spese sanitarie, che in Libano - non esistendo una Sanità pubblica vera e propria - sono altissime. Ad alcuni di noi è capitato di visitare una famiglia del campo di Chatila in cui un bambino era rimasto vittima di un incidente domestico, ustionandosi gravemente su tutto il corpo, dal collo ai piedi; il medico che tutti i giorni si reca a medicarlo e cambiargli le fasciature costa 20 $ al giorno e il bambino avrà bisogno di questa assistenza per tre mesi, salvo complicazioni. Ebbene, l'UNRWA copre le spese con 200 $, vale a dire solo per i primi dieci giorni. La fortuna di quel bambino è stata la nostra delegazione, che si è autotassata per consentirgli di proseguire le medicazioni.
A questa situazione, bisogna aggiungere il fatto che i profughi palestinesi in Libano sono privati dei diritti sociali più elementari, per il timore di un loro stanziamento definitivo e con il conseguente obiettivo di impedirne la naturalizzazione; basti dire che ai Palestinesi sono interdette per legge decine di professioni e ultimamente sono stati varati ulteriori provvedimenti che fanno apparire la "nostra" legge Bossi-Fini quasi come progressista e illuminata: le tasse scolastiche e universitarie sono state aumentate a dismisura di fatto solo per i Palestinesi ed è stata addirittura approvata una legge che li priva del diritto alla proprietà di qualunque cosa, abitazioni comprese.
In queste difficoltà, la determinazione dei Palestinesi a non lasciarsi sopraffare è ammirevole: nonostante la miseria e l'abbandono, l'istruzione dei bambini è organizzata con estrema cura e coordinata fra tutti i campi, dal Nord al Sud del Libano. Gli spazi a disposizione sono limitatissimi: una stanza di 15 metri quadrati scarsi deve contenere almeno 40 o 50 bambini, i supporti didattici e il materiale scolastico sono ridotti al minimo.

Gli ultimi fra gli ultimi: nell'area di Sabra, quasi un migliaio di persone vivono in quello che era il "Gaza Hospital", dove le stanze e le corsie sono state trasformate in abitazioni. Si tratta dei profughi cui non è stato consentito di ricostruire i propri alloggi distrutti e che si devono adattare a vivere con un solo bagno a disposizione per decine di persone, e così anche per i lavandini per il bucato. Anche qui, però, la miseria viene vissuta con una dignità inimmaginabile... e anche qui, in questi corridoi bui e stretti, i bambini corrono e ti salutano con le dita nel segno della vittoria.

I COMITATI POPOLARI E LA POLITICA

La gestione dei campi è curata dai Comitati Popolari, organismi di autogoverno in cui sono rappresentate tutte le organizzazioni della Resistenza palestinese, sia laiche che di ispirazione religiosa; ne abbiamo incontrato i responsabili nel campo di Burj el Barajneh, dove sedevano fianco a fianco i rappresentanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, del Fronte Democratico, del Fronte Popolare - Comando Generale, di Al Saika (la formazione storicamente filosiriana), di Fatah - Intifada (scissione radicale di Al Fatah), del Fronte di Liberazione della Palestina (quello del dirottamento della "Achille Lauro" e di Sigonella), del Fronte di Lotta Popolare (gruppo a me del tutto sconosciuto), nonché di Hamas e della Jihad. E' invece quasi completamente scomparsa l'organizzazione che faceva capo ad Abu Nidal, Fatah - Consiglio Rivoluzionario, che sembrerebbe mantenere una qualche presenza, peraltro numericamente e politicamente trascurabile, solo nel piccolo campo di Mar Elias.
Per quanto riguarda Al Fatah di Yasser Arafat, la sua presenza in Libano è caratterizzata da evidenti difficoltà, anche se l'assedio cui è sottoposto lo stesso Arafat ne ha considerevolmente restaurato il prestigio, sia pure solo come "simbolo" della causa palestinese. Al Fatah è pressoché egemone nel campo di Rashidihe, nel sud del Paese, ma gode di pochi consensi negli altri campi; in quello di Ain el Helwe (il più popolato, con circa 80.000 presenze), esistono addirittura due distinti Comitati Popolari, uno dei quali fa riferimento ad Al Fatah e l'altro che vede la presenza di tutte le altre formazioni.
Contrariamente alle tante stupidaggini dette e scritte dalle nostre parti, nei campi libanesi - che pure abbiamo girato in lungo e in largo - non abbiamo riscontrato la benché minima traccia di presenza o anche di semplice simpatia riguardo Al Qaeda e Bin Laden.
I Comitati Popolari si occupano di tutto quello che riguarda la vita nei campi, cercando di gestire al meglio le scarsissime risorse esistenti e assicurando la convivenza; dal punto di vista politico, va detto che, durante l'incontro di Burj el Barajneh, alle domande poste dalla delegazione italiana ognuno rispondeva per tutti gli altri. Per esempio, quando è stato chiesto quale fosse la loro valutazione in merito agli attentati che coinvolgono anche i civili all'interno di Israele, il rappresentante del Fronte Popolare - Comando Generale ha fatto notare a nome di tutti che è stato Israele a cancellare ogni confine nel 1967 e che è sempre Israele ad uccidere i civili palestinesi: "Se loro usano aerei, elicotteri e artiglieria per colpirci, noi non abbiamo altro che i nostri corpi per colpirli a nostra volta".

Dicevamo del fallimento degli accordi di Oslo: per i Palestinesi dei campi quegli accordi non sono mai esistiti, come loro non esistevano per chi ha sottoscritto quegli accordi, la cui condizione era proprio la rimozione del problema. Francamente, non si comprende come questo problema abbia potuto essere cancellato dall'agenda politica della cosiddetta "comunità internazionale". La determinazione israeliana a non prendere in considerazione nemmeno il principio del "diritto al ritorno" è all'origine del naufragio di ogni accordo e di ogni possibilità di pace.  Del resto, come si può pensare che centinaia di migliaia di persone rinuncino al diritto di tornare nel proprio Paese? E che razza di Stato è quello che legifera il diritto di cittadinanza per ogni ebreo che si stabilisca in Israele, da qualunque parte del mondo provenga, mentre nega ogni diritto a chi è stato cacciato dalla terra che abitava da secoli?
La lezione politica impartita dalla situazione dei profughi palestinesi in Libano è tanto dura quanto netta: non può esserci soluzione della guerra permanente in Medio Oriente senza il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, senza una soluzione equa e rispettosa del diritto internazionale e del diritto delle genti. Le modalità e le articolazioni dell'esercizio del diritto al ritorno dovranno essere, naturalmente, oggetto di discussione fra le parti, ma quello che non può essere messo in discussione è il diritto in quanto tale.
La negazione del diritto al ritorno, che sta alla base degli accordi di Oslo, è stata la causa prima del fallimento di quegli accordi; delegittimando l'OLP - che rappresenta tutti i Palestinesi - a favore dell'Autorità Nazionale Palestinese - che rappresenta solo i Palestinesi dei territori occupati da Israele nel 1967 - si è operata una cesura arbitraria e artificiale, che non poteva non determinare la situazione che abbiamo sotto i nostri occhi, anche in merito alla tanto decantata questione della reale rappresentatività della stessa ANP... una delle questioni poste da membri della delegazione italiana in tutti gli incontri con i rappresentanti Palestinesi riguardava proprio l'incongruità del fatto che tutti, dagli USA all'Europa, facciano mostra di preoccuparsi della "democrazia" palestinese, ma nessuno dica che il diritto di voto va esteso anche ai Palestinesi della diaspora, a quelli che sono stati cacciati con la forza dalle loro terre e non hanno rinunciato al diritto di potervi ritornare.
Ogni soluzione per il Medio Oriente che non comprenda il diritto al ritorno dei profughi palestinesi nelle loro terre è destinata a rimanere lettera morta. Dall'inferno di Chatila e dagli altri campi siamo tornati tutti con questa consapevolezza, e con quella che sostenere i diritti dei Palestinesi costretti all'esilio dalla pulizia etnica israeliana significa sostenere la stessa Resistenza palestinese.

ISRAELE SCONFITTO: IL LIBANO LIBERATO

L'opinione pubblica occidentale non sembra aver compreso fino in fondo il significato del ritiro degli Israeliani dal Libano occupato, tranne che dalla piccola area detta delle Fattorie di Sheba, ancora in possesso dei sionisti.
L'invincibile Tsahal, l'esercito israeliano infinitamente superiore per uomini e mezzi, è stato costretto ad abbandonare i territori libanesi occupati dal 1982, e questo - come tutti i nostri interlocutori hanno voluto sottolineare - non è avvenuto in virtù delle Risoluzioni dell'ONU (delle quali Israele si è sempre fatto beffe), ma grazie alla lotta armata di liberazione condotta dalle forze della Resistenza libanese e palestinese, nelle sue diverse componenti laiche, marxiste e di ispirazione islamica.
Come ci ha raccontato con legittimo orgoglio un dirigente del Partito Comunista Libanese, nei primi due anni di occupazione (cioè fino al 1985), la Resistenza nazionale - animata principalmente dai Comunisti - ha ucciso quasi 400 soldati israeliani, liberando il Libano fino alla cosiddetta "fascia di sicurezza", nel sud del Paese, tenuta dai libanesi collaborazionisti del "generale" Haddad, anche lui ucciso da una militante del PC libanese. Quest'ultimo territorio è stato a sua volta liberato completamente (tranne le citate Fattorie di Sheba) nel 2000, quando Israeliani e collaborazionisti lo hanno abbandonato in fretta e furia sotto i colpi dei combattenti di Hezbollah.
Il prezzo pagato dalla Resistenza libanese e palestinese per la liberazione del Libano è stato altissimo: migliaia di morti e distruzioni incalcolabili hanno segnato gli anni dell'occupazione sionista, fino al 2000, quando i combattenti libanesi hanno respinto le truppe di occupazione di Tel Aviv aldilà del confine, dove sono ora trincerate dietro reticolati e filo spinato a difesa della Galilea palestinese occupata nel 1948 e da cui provengono le famiglie oggi costrette a vivere nei campi libanesi.
Da qui, dalle montagne del sud, la sera offre uno spettacolo struggente: da un lato, le luci dei villaggi libanesi punteggiano disordinatamente e allegramente il buio; vicinissime, sull'altro lato del confine, le file ossessivamente regolari delle luci degli insediamenti israeliani, simili a tante lugubri caserme.
Il carcere di Khiam, a ridosso del confine, è oggi il simbolo della ferocia dell'occupazione sionista, ma anche della sua disfatta. Dalle stalle di una vecchia fortezza francese della Prima Guerra Mondiale, gli Israeliani ricavarono questo carcere, dove migliaia di Palestinesi e di Libanesi sono stati torturati e rinchiusi anche per tredici - quattordici anni, quasi sempre sulla base di semplici sospetti o di delazioni e, naturalmente, senza l'ombra di un processo.
In celle di due metri quadrati venivano stipate cinque o sei persone, senza acqua e senza servizi; le celle individuali erano dei cubicoli inferiori al metro quadrato e una scatola di ferro alta meno di un metro e con non più di 50 cm. per lato serviva per rinchiudervi i prigionieri in "punizione". Abbiamo visto le stanze destinate alla tortura, che veniva praticata anche all'aperto, in un cortile del carcere: per rendere più efficaci le torture, queste venivano spesso esercitate alla presenza dei famigliari del detenuto, idea che - bisogna ammetterlo - non era venuta in mente nemmeno ai nazisti.
Secondini e torturatori erano tutti collaborazionisti libanesi del "generale" Haddad, ma la regia era saldamente in mano israeliana; quando il carcere venne preso d'assalto dagli Hezbollah e dai parenti dei detenuti, i collaborazionisti fuggirono in Israele, dove trovarono un trattamento diverso da quello che forse avevano immaginato. Poiché non servivano più (e i sionisti, si sa, non amano fare beneficenza), agli sgherri libanesi venne offerta la sola possibilità di emigrare, con uno speciale passaporto israeliano, verso Paesi come la Germania, il Canada e, sembra, anche l'Italia; molti di loro, una volta saputo che in Libano non venivano consumate vendette e che le pene comminate dai tribunali erano particolarmente lievi (non più di un anno di carcere!), decisero di tornare a casa, dove risiedono tuttora. Quelli all'estero, in considerazione del loro status di criminali di guerra, dovrebbero essere perseguiti dalle magistrature dei Paesi "ospitanti" (Italia compresa), ma naturalmente questo non è mai avvenuto.  

GLI "INTERNAZIONALI" TORNANO A CASA...

Quella del Comitato "Per non dimenticare Chatila" è stata la seconda delegazione internazionale cui ho preso parte quest'anno; la prima è stata quella di "Action for Peace" che arrivò nei Territori Occupati esattamente in concomitanza con l'offensiva israeliana che ha portato alla rioccupazione delle città autonome palestinesi. Non sono stato il solo a prendere parte a tutte e due le esperienze: in Libano ho ritrovato molte persone che avevo conosciuto cinque mesi prima a Gerusalemme. Per tutte e tutti si è trattato di esperienze dopo le quali molte cose non possono più rimanere le stesse di prima.
Sull'aereo che ci riportava in Italia dopo i giorni convulsi e straordinari vissuti a Gerusalemme paralizzata dallo sciopero generale, a Betlemme assediata, a Ramallah sotto il fuoco dei bombardieri e dei carri armati israeliani, sapevamo che nel nostro Paese ci si stava muovendo; sapevamo che si svolgevano manifestazioni in molte città, che a Roma centinaia di compagni e di compagne avevano "occupato" permanentemente Piazza S. Marco, sotto le finestre degli uffici di un'ONU immobile, paralizzata dalla morsa degli Americani complici del boia Sharon; sapevamo che gli squadristi sionisti romani avevano inscenato una gazzarra sotto la sede nazionale di Rifondazione Comunista e che avevano anche tentato di assaltare il presidio di Piazza S. Marco; sapevamo che presto saremmo nuovamente scesi in piazza contro l'occupazione militare e coloniale sionista e per il popolo palestinese, come effettivamente facemmo.
Sul volo della MEA Beirut - Roma, sapevamo benissimo che in patria non ci attendeva granché. Anche l'atteggiamento delle forze politiche "di sinistra" durante i giorni della nostra permanenza in Libano ci aveva fatto riflettere: abbiamo notato tutti che Rifondazione Comunista e i DS non avevano inviato in Libano - a differenza di Verdi e PdCI - nemmeno un rappresentante ufficiale. Nonostante queste amare constatazioni, lo spirito prevalente è stato quello della proposta e dell'iniziativa: la consapevolezza di non aver fatto del banale "turismo politico" è stata la consapevolezza di tutta la delegazione, da qui è nata la proposta della giornata di mobilitazione per il 26 ottobre 2002 e da qui stanno nascendo le proposte di sostegno concreto ai profughi palestinesi e al riconoscimento del loro diritto al ritorno come elemento centrale di una pace giusta in Medio Oriente. Questa delegazione, in altre parole, ha rappresentato un altro passo avanti nella realizzazione di quella diplomazia popolare che, sempre più, si afferma come contraltare dinamico dell'immobilismo della diplomazia ufficiale.
Un filo (rosso?) lega le iniziative realizzate nell'ultimo anno da migliaia di "internazionali" in Palestina: la protezione dei civili palestinesi dalle violenze dell'esercito israeliano nel dicembre 2001, la difesa degli uffici di Arafat e dell'ospedale a Ramalllah e dei rifugiati nella Chiesa della Natività di Betlemme nell'aprile 2002, la presenza a Beirut per il 20° anniversario delle stragi di Sabra e Chatila, fino alla protezione della raccolta delle olive in questi giorni, sono solo le iniziative più vistose realizzate da militanti europei (italiani, francesi, belgi, svizzeri, greci, norvegesi, spagnoli, baschi, ecc.), nord e sudamericani, giapponesi ed israeliani in solidarietà con il popolo palestinese.
Lo stesso filo deve trovare la sua continuità nei percorsi di solidarietà e di lotta nei nostri Paesi: premere sui governi con manifestazioni ed appelli per sanzionare Israele e riconoscere lo Stato di Palestina, organizzare la solidarietà concreta con i Palestinesi dei Territori e dei campi profughi, sviluppare a livello di massa il boicottaggio dell'economia di guerra israeliana sono i tre cardini del movimento internazionalista verso il popolo palestinese.    
Roma, 6.10.2002

Germano Monti