Beirut, se i
palestinesi diventano il capro espiatorio
I profughi guardano preoccupati l'acuirsi della
crisi libanese e l'opposizione che vorrebbe riprendere il controllo dei campi
Al posto di Hezbollah Nessuno può disarmare le milizie sciite. L'alternativa può
essere prendersela con quelle palestinesi
MICHELE GIORGIO
DI RITORNO DA BEIRUT
A Razi Zatut è appoggiato al muro. Aspira con forza la
sigaretta, poi la osserva mentre la stringe tra il pollice e l'indice. In spalla
porta il mitra e nelle tasche dei pantaloni tiene le munizioni. «Un proiettile
però è sempre in canna», dice facendo un cenno con il capo. Razi è una guardia
della sede locale di Al-Fatah, in un povero edificio del campo profughi
palestinese di Ein Al-Hilwe, nel sud del Libano. È un militante di questa
organizzazione da quando aveva 16 anni e per gran parte della sua esistenza non
ha visto altro che le strade e le case del campo. Parla dello scomparso
presidente Yasser Arafat come di suo nonno. «Il rais è stato avvelenato dagli
israeliani», afferma. In questi giorni però il suo pensiero non è rivolto alla
terra che non ha mai conosciuto e da dove nel 1948 i suoi genitori scapparono
sotto l'avanzata dell'esercito israeliano. «Quelli della muadara (opposizione)
dicono che dobbiamo consegnare le nostre armi e che la nostra sicurezza verrà
garantita dai soldati dell'esercito nazionale. Kalam fadi (discorsi
inutili), non ci fidiamo, non cederemo i nostri fucili, servono a difendere le
nostre famiglie da chi ha già massacrato tanti palestinesi e potrebbe farlo
ancora», spiega accendendo un'altra sigaretta. Razi nel settembre del 1982 aveva
solo sette anni quando i miliziani falangisti, lasciati indisturbati dalle
truppe israeliane che avevano invaso il Libano, entrarono nei campi profughi di
Sabra e Shatila uccidendo almeno tremila abitanti a colpi di ascia, di coltello,
di arma da fuoco. «È passato tanto tempo - racconta - ma ricordo ancora il
panico dipinto sul volto dei miei genitori. Verranno anche qui a Ein El-Hilwe e
ci ammazzeranno tutti, ripeteva mia madre». La crisi politica libanese,
aggravatasi dopo l'assassinio dell'ex premier Rafik Hariri, ha soltanto sfiorato
i campi dove vivono buona parte degli oltre 400 mila profughi. I palestinesi si
sono limitati a seguire lo sviluppo degli eventi, prendendo atto di non esseri
stati, forse per la prima volta, indicati come «i responsabili», l'origine di
tutti i mali, dai partiti e delle organizzazioni di destra. Bersagli di vendette
e rappresaglie sono stati invece i lavoratori siriani, presi di mira a Beirut,
Sidone e altre località nei giorni successivi all'attentato del 14 febbraio. «Ho
tirato un sospiro di sollievo: questa volta non la faranno pagare a noi mi sono
detto dopo l'uccisione di Hariri», riferisce Ali Samudi, un ex insegnante
originario di Birueh, un villaggio della Galilea che non esiste più. Da qualche
giorno tuttavia comincia a soffiare un vento gelido che sta riportando tra le
vie e le case dei campi profughi antiche paure. Dopo tre attentati in una
settimana nei quartieri cristiani di Beirut, dove più forti sono i sentimenti
anti-siriani, qualcuno comincia a tirar fuori vecchie e pericolose teorie: i
palestinesi sono amici di Damasco e quindi fanno il gioco dei siriani. «Esiste
un esercito nazionale e non vedo perché i campi profughi debbano vivere come
oasi fuori da ogni legge. I palestinesi dovranno consegnare le armi, non c'è
altra soluzione», ha ripetuto in più occasioni il deputato Dory Chamun, uno dei
più accaniti sostenitori della «necessità» di prendere il controllo delle aree
dove vivono i palestinesi. Su questo punto sembrano aver raggiunto un consenso -
anche se lo esprimono ancora a bassa voce - le varie forze politiche che
compongono l'opposizione libanese. È un ripiego politico di fronte alla
«impossibilità» di applicare pienamente la risoluzione 1559 dell'Onu che oltre
al ritiro delle forze straniere (i siriani) dal Libano prevede anche il disarmo
delle milizie. Stati uniti e Francia, autori della risoluzione, in realtà si
riferivano ad Hezbollah, ma le opposizioni libanesi sanno bene che il potente
movimento di Hassan Nasrallah non consegnerà mai le armi. Puntare l'indice
contro i palestinesi è l'alternativa più naturale. «Si sta creando un clima che
non mi piace, ricorda quello di tanti anni fa in cui persero la vita di tanti
nostri fratelli», avverte Ali Samudi. La Bbc ha riferito che qualche
giorno fa che un miliziano ha mostrato a un gruppo di occidentali la sua
collezione di armi, affermando che «non le userà mai contro i libanesi perché
non vogliamo tornare alla guerra civile». Ma se i palestinesi diventeranno una
minaccia, ha aggiunto subito dopo, «quello sarà un caso diverso». Nei bar
all'ultima moda di Acharafieh e del centro di Beirut ricostruito da Hariri, dei
palestinesi in realtà si continua a parlare come «nemici potenziali» nel cuore
del Libano. «Se i siriani decideranno di mettere fine alla nostra rivoluzione,
saranno i palestinesi a fare il loro sporco gioco», afferma il ventenne Eli
Hadad.
Poco conta che i profughi palestinesi abbiamo davvero poca simpatia per Damasco
che durante la guerra civile ha più volte aperto il fuoco contro di loro e di
fatto favorito il massacro di Tall El-Zaatar (1976) compiuto dai falangisti.
Altri giovani libanesi dicono di temere che saranno i palestinesi a prendere il
posto dei manovali siriani che hanno lasciato il Libano nelle ultime settimane,
nonostante la legge vieti ai profughi di svolgere decine di lavori. Gli sciiti
da parte loro sostengono la causa palestinese ma ad Ein El-Hilweh, Burj
El-Barajneh, Mieh-Mieh e Rashidiyeh non dimenticano l'assedio subito venti anni
fa dalla milizia di Amal (guidata dall'attuale presidente del parlamento
Nabih Berri) in quella che sarebbe passata alla insanguinata storia del Libano
come la «guerra dei campi». «Non ci fidiamo di nessuno - dice Razi Zatut
stringendo il mitra - il giorno in cui Abu Mazen rinuncerà al diritto al ritorno
per i profughi, i libanesi verranno qui nei nostri campi a chiederci il conto e
allora avremo bisogno delle nostre armi per difenderci».
il Manifesto - 31 marzo 2004