Libano, l'altra faccia della
«rivoluzione dei Cedri» - il Manifesto - 27.5.2005
L'impossibile divorzio tra Beirut e Damasco
L'autostrada che unisce la valle della Beqaa alla
Siria è deserta e le economie dei due paesi, legati dalla storia e divisi dal
colonialismo, perdono colpi. Dopo i pogrom anti-immigrati gli operai siriani
sono in fuga dal Libano e il commercio ristagna. Anche chi plaude al ritiro
dell'esercito di Damasco invoca il ripristino dei rapporti
STEFANO CHIARINI
INVIATO A BEIRUT
Agli angoli di Hamra, cuore commerciale della parte occidentale della capitale e
sede dei principali giornali e delle migliori librerie - addobbata di grandi
striscioni per le elezioni di domenica - non si vedono più gli ambulanti siriani
che vendevano fichi e mandorle, frutta e verdura a metà prezzo. Molti cantieri
della ricostruzione, nel centro della città - così come molti alberghi, piccole
fabbriche e serre- sono alla disperata ricerca di personale che possa sostituire
i 400.000 operai fuggiti in Siria dopo i pogrom della «rivoluzione dei cedri»
nei quali sarebbero stati uccisi almeno trenta immigrati. Vuote anche le
pensioni che nelle parti più degradate della Beirut cristiana, vicino all'ex
linea verde che ha diviso la città dal `75 al `90 - a est le milizie
cristiano-maronite, a Ovest musulmani, progressisti d'ogni fede e palestinesi -
ospitavano i lavoratori siriani per un dollaro o due il giorno, spesso in camere
a tre, quattro letti. Gli altri si accontentavano di un giaciglio nei cantieri o
negli scantinati degli edifici in costruzione o si erano sistemati alla meglio
nei campi profughi palestinesi di Beirut, da sempre affollati anche da
lavoratori immigrati e libanesi poveri: da Tal al Zaatar, il campo di Beirut est
vittima della pulizia etnica falangista dove nel 1976 vennero uccisi oltre 4.000
abitanti, a Sabra e Chatila dove non pochi degli uccisi nel massacro del 1982
erano in realtà immigrati.
Pogrom anti-immigrati
Le tensioni seguite all'uccisione dell'ex premier Rafiq Hariri, lo scorso 14
febbraio, hanno portato al completamento del ritiro dell'esercito siriano
presente nel paese sin dal 1976, ma hanno coinvolto anche gli immigrati siriani
accusati di «togliere i posti di lavoro ai libanesi» e stanno rischiando di far
saltare un'economia informale che ha sempre legato Siria e Libano, anche dopo la
separazione dei due paesi fatta dai francesi con un colpo di penna nel 1920, al
fine di avere uno stato a maggioranza cristiana ma con un minimo di territorio
da poter sopravvivere. Difficile, se non impossibile, sostituire dall'oggi al
domani dei lavoratori esperti, che parlano la stessa lingua, disposti a lavorare
per 7-10 dollari il giorno, rispetto ai 15-19 chiesti da chi deve far fronte al
costo della vita a Beirut, generalmente due volte e mezzo più elevato che a
Damasco dove i prezzi sono calmierati dallo stato. Un dislivello che ha spinto
ad esempio molti tassisti che lavorano sulla linea Beirut-Damasco, e non solo
loro, a trasferirsi con le loro famiglie nella capitale siriana: «A Beirut
pagavo un affitto di 300 dollari al mese e non arrivavo mai a coprire le spese -
ci dice Mohammed, tassista della valle della Beqaa che, stanchissimo, fa due tre
viaggi al giorno per la capitale siriana - ora invece ho trovato un appartamento
in periferia e pago solo 100 dollari e con gli altri 200 mantengo senza problemi
la mia famiglia. Senza contare che tutti i servizi sono in pratica gratuiti,
mentre in Libano tutto è a pagamento». La Siria non ha mai riconosciuto la
separazione del Libano imposta dalla Francia e così non ha mai aperto
un'ambasciata a Beirut e considera tutti gli abitanti di quella che era la Siria
precoloniale, a cominciare dai libanesi e dai palestinesi come suoi cittadini e
quindi aventi diritto ad accedere al «welfare system» nazionale.
Riemergono i palestinesi
Gli imprenditori libanesi hanno cercato di correre ai ripari rivolgendosi di
nuovo agli operai palestinesi, ignorati ed emarginati dalle discriminatorie
leggi sul lavoro e sulla proprietà privata: «Ora, hanno scoperto di nuovo la
nostra esistenza - ci dice Omar, meccanico del campo di Chatila - e hanno
cominciato a chiamarci offrendoci paghe inferiori ai libanesi ma un po'
superiori a quelle dei siriani. Tra tante disgrazie, questo ha portato nei campi
un po' di lavoro e di soldi». Il numero limitato di edili e lavoratori
palestinesi non consente però di coprire i vuoti lasciati dai siriani, così come
non è stato sufficiente andare a reclutare forza lavoro nelle zone più depresse
del nord, verso Tripoli. Serio il problema della mancanza di manodopera anche
nel settore agricolo dove, se da una parte i contadini libanesi sembrano
contenti di essersi liberati dalla concorrenza degli ortaggi siriani che
arrivavano direttamente sui mercati a prezzi inferiori (le massaie libanesi non
sono per nulla d'accordo con loro), dall'altra molti coltivatori, soprattutto
nella valle della Beqaa, lamentano la scomparsa di quasi tutta la loro forza
lavoro fuggita oltre confine. Una conferma delle difficoltà del Libano è venuta
ieri dall'annuncio del ministero delle finanze, secondo il quale il gettito
dell'Iva nel primo quadrimestre del 2005 sarebbe calato rispetto allo stesso
periodo dell'anno precedente di circa il 6%, a causa dei rimborsi parziali
previsti per parte della merce invenduta.
Se i lavoratori siriani hanno ancora paura di tornare in Libano, anche i
libanesi non osano per il momento varcare il confine per andare a fare la spesa
in Siria - come ogni fine settimana facevano in centinaia di migliaia, tanto che
alcuni suk di Damasco restavano aperti per loro anche la domenica - per non
incorrere in eventuali vendette da parte dei parenti degli immigrati uccisi.
L'autostrada Beirut-Damasco, poco più di una strada provinciale a due corsie,
piena di tornanti, che dalla capitale si inerpica su per la montagna verso est -
la stessa da cui scesero acclamati dai cristiano maroniti di Hazmiyeh le truppe
siriane nel 1976 e nel 1982 quelle israeliane - fino a poche settimane fa
affollata di autobus, minibus, macchine private dai capaci portabagagli, e
camion carichi di merci, si percorre ora senza alcun problema. Deserto anche il
posto di frontiera tra i due paesi. I negozi dal lato siriano del confine con il
Libano che vendevano ai libanesi prodotti tessili, generi alimentari,
elettrodomestici e materiali elettrici di produzione cinese o iraniana, sono
desolatamente vuoti e così il grande edificio della dogana dove passavano le
merci libanesi «di qualità» dirette in Siria. Chiusa anche la «strada militare»
al di fuori di ogni controllo di frontiera, utilizzata dai militari siriani, dai
notabili dei due paesi ma anche dai profughi palestinesi senza documenti. In tal
modo entrambe le economie - si calcola che le rimesse dei lavoratori in Libano
fruttassero alla Siria oltre un miliardo di dollari l'anno - hanno subito un
grave danno ma a breve termine quella che sembra rischiare di più è proprio
quella libanese, in particolare i settori più poveri della società.
Paura delle banche
Chiuso il confine con la Palestina occupata nel 1948, e fermo ora quello con la
Siria, ai libanesi poveri non resta altro che emigrare dall'unico confine
rimasto libero, quello del mare. Una situazione impossibile da sostenere. E se
questa tendenza, favorita in parte dell'estrema destra libanese e da alcuni
circoli ultrà di emigrati residenti negli Usa, decisi a «de-arabizzare» il
Libano e a farne un'altra Israele che vive grazie al rapporto con gli Usa,
staccata dal suo ambito regionale, dovesse estendersi al settore bancario e
finanziario, le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi per entrambi. La
Siria, infatti, usa le banche libanesi per molte delle sue operazioni
finanziarie con l'estero, soprattutto dopo le sanzioni introdotte dagli Usa, e
queste a loro volta giocano un ruolo centrale nel processo di privatizzazione e
di apertura all'estero del sistema bancario e finanziario siriano voluto dal
presidente Bashar Assad. La prima tra le banche private che hanno ricevuto nel
2003 l'autorizzazione del governo di Damasco per aprire i loro sportelli nel
2004 è stata la «Bank of Syria and Overseas», il 39% della quale appartiene al
potente istituto di credito libanese «Banque du Liban et d'Outre Mer», (Blom),
da anni in affari con la Siria. La seconda banca privata che ha fatto la sua
comparsa a Damasco è stata la «Banque Bemo Saudi Fransi», una joint venture tra
investitori locali, la banca libanese «Banque Europeene pour le Moyen-Orient»
(22%) e la saudita Banque Saudi Fransi (27%). Autorizzata a creare una sua
consociata siriana anche la libanese Banque Audi.
Tentativi di dialogo
Nei giorni scorsi la stessa sorella di Rafik Hariri, Bahia, ha lanciato un
appello ad abbassare i toni della polemica con Damasco, l'opposizione musulmana
- forte anche di una diversificazione degli obiettivi tra Usa e Francia - ha
rimandato l'eventuale richiesta di dimissioni del presidente Emile Lahoud,
alleato della Siria, e ha chiesto che la consultazione di domenica si tenga
utilizzando la legge del 2000 favorevole allo status quo uscito dagli accordi di
Taif che hanno posto fine alla guerra civile. Molti, del resto, sostengono che
proprio la scelta come premier di Najib Mikati è stato un segnale d'apertura da
parte delle principali forze politiche libanesi nei confronti di Damasco. Najib
Mikati, tycoon delle comunicazioni in Libano, ha fortissimi interessi nel campo
della telefonia mobile in Siria dove vanta un'amicizia personale di lunga data
con il presidente Bashar Assad. Il premier libanese è volato nei giorni scorsi a
Damasco per discutere dei rapporti tra i due paesi, seguito a ruota dal ministro
dell'agricoltura e del lavoro, Tarrad Hammada che, dopo aver ricordato il
contributo dei lavoratori siriani alla ricostruzione del Libano, ha discusso con
il primo ministro siriano Mohammad Naji Otri modi e tempi per un loro urgente
ritorno nel paese dei cedri. Un auspicio condiviso dalla stragrande maggioranza
dei libanesi e dei siriani: «Il ritiro delle truppe siriane dal Libano va bene
ma non ha senso che per le pressioni americane si chiuda un rapporto secolare,
culturale e umano con migliaia e migliaia di famiglie miste - sostiene Radwan,
un insegnante libanese che incontriamo in un bar vicino al confine - proprio
mentre in Europa e in tutto il mondo si parla di mercato comune, di scambi, di
abolizione delle frontiere. Noi arabi abbiamo una stessa lingua, le stesse
religioni, la stessa cultura. Quindi siamo ancor più legati tra noi di quanto
non fosse una volta la vecchia Europa. Perché mai non dovremmo unirci come avete
fatto voi?» «Io sono comunque ottimista. La forza dei legami umani, sociali,
economici, storici, tra Libano e Siria - continua Radwan - è tale che il nostro
è un divorzio impossibile. Noi in fondo siamo come l'Arak, buona uva libanese ma
abbiamo bisogno di quel tocco, decisivo, di anice siriano, senza il quale
saremmo un liquore come tanti altri».
Libano al voto. Hezbollah: no al disarmo
Prova di forza del movimento sciita libanese degli Hezbollah alla vigilia delle
prime elezioni politiche dopo il ritiro siriano dal «paese dei cedri»: almeno
50.000 persone si sono radunate nel centro di Bint Jbeil «la città dei martiri»
della resistenza anti-israeliana nel sud del Libano, per ascoltare il leader del
movimento sheik Hassan Nasrallah. Questi ha ribadito il rifiuto degli Hezbollah
a deporre le armi ( in quanto resistenza «nazionale» a difesa della sovranità
del paese) come invece chiedono Stati uniti e Francia sponsor della risoluzione
1559. A dimostrare come l'opposizione anti-siriana della «rivoluzione dei cedri»
sia ormai profondamente divisa, accanto a Nasrallah è salito sul palco il leader
druso Walid Jumblatt il quale ha sostenuto che il tema del disarmo della
resistenza libanese «è un fatto interno e va risolto con il dialogo». Il tema
del disarmo degli Hezbollah e quello dei campi profughi palestinesi, accanto al
futuro dei rapporti con la Siria e alla sorte del presidente Emile Lahoud (il
cui mandato è stato prorogato di tre anni lo scorso settembre) sono al centro
del voto che si articolerà su quattro domeniche successive da domenica (quando
voterà la zona di Beirut) sino al 20 giugno prossimo. I quattro blocchi che
emergeranno nel nuovo parlamento saranno probabilmente quello sciita
Hezbollah-Amal nel sud del paese, quello sunnita di Saad Hariri, figlio dell'ex
premier ucciso lo scorso 14 febbraio e quello del leader druso Walid Jumblatt,
che si divideranno il 50% dei seggi per i musulmani e i vari raggruppamenti dei
deputati cristiani divisi tra anti e pro siriani. E proprio nel campo cristiano
la battaglia tra le Forze libanesi dell'ultra destra, ufficialmente ancora fuori
legge, i seguaci delle Falangi, i settori più vicini alla Siria, il Partito
socialnazionale siriano e il movimento del generale Aoun si annuncia al calor
bianco. Duri scontri nel villaggio di Dur al Chueir, nella regione del Metn, tra
militanti del Partito Social Nazionale Siriano e gruppi di falangisti, hanno
provocato un morto e una ventina di feriti.