DIARIO DA BEIRUT

Incontri - racconti di Marco Pasquini

In un momento che si annuncia drammatico per il piccolo Paese dei Cedri, minacciato dalla vandea sostenuta da imperialisti e sionisti, ci sembra utile fornire ogni documentazione possibile, fra cui questo "diario" curato da Marco Pasquini, autore del video-diario "Incontri". Per informazioni e per richiedere il video, si può contattare l'autore alla mail marco@izona.it  o al tel. 3384922548.




Eravamo al palazzo dell’UNESCO di Beirut, nel settembre scorso, quando Patrizio si avvicina dicendo di volermi presentare una persona.
L’evento ufficiale, con la mostra di alcune sue foto e un concerto, era organizzato da una delle associazioni palestinesi che lavorano in Libano da più tempo, Beit Aftal Assomoud; era una delle iniziative della settimana per la memoria del massacro di Sabra e Chatila. Patrizio è la persona che mi ha portato con se in quel viaggio e quello che sto per raccontare è uno degli incontri fatti in quei giorni intensi.

Incontro n.1

…nice to meet you, dico io in modo quasi automatico all’uomo che confidenzialmente conversa con Youssef, stringendo con forza la mano che sorridente mi si tende. Energica e ossuta, ruvida di lavoro antico la mano che dopo solo un attimo non è più sconosciuta: il mio nome è Kamal Ibrahim Kalil Maruf, ora è lui che sorride scoprendo i denti sotto i baffi bianchi e curati, godendosi l'effetto della recita del suo nome…Abu Jamal, ripete veloce il nome sociale e con uno sguardo sincero di benvenuto lascia la presa.
Abu, padre, è la desinenza al nome che nei paesi arabi un genitore prende dal suo primogenito, tradizione che per lui evoca un'assenza.
Non credo sia vecchio Abu Jamal, ma lo sembra, minuto com'è dentro l'abito nero troppo grande che pesante gli casca addosso. L'inglese di questo distinto signora si ferma alla nostra presentazione, i suoi occhi no: diretti, profondi e malinconici, senza nascondersi penetrano nei miei fino a raggiungermi lo stomaco.

È un uomo paziente quello che il giorno dopo mi accoglie nella sua casa a Sabra, ma non rinunciatario. Sono ventidue anni che aspetta il ritorno del figlio e l'attesa è divenuta un male incurabile che ha affetto lui e la moglie cambiandogli la vita. Abu Jamal è palestinese, profugo del primo grande esodo si è rifugiato in Libano nel 1948. Ha voglia di raccontarsi, questo dolce e orgoglioso signore; perché tutti devono sapere, perché non si può dimenticare.

Con lo sguardo alto e la voce morbida, comincia così il suo racconto:

Siamo usciti dalla Palestina nel 1948, da Dyer Al Kasi in provincia di Akka, nel mese di ottobre del 1948; siamo arrivati al confine con il Libano a Rmesh e poi a Burj Al Shamale per un breve periodo. Poi il governo libanese ci ha trasferito nella zona di Baalbak dove siamo rimasti quasi 15 anni. Nel 1963 hanno costruito un campo profughi a Rashidaye, il governo libanese ci ha trasferito a Rashidaye dove siamo rimasti per dieci anni. Nel 1974 sono arrivate le navi israeliane dal mare e hanno cominciato a bombardare il campo, tutti i campi palestinesi e dintorni. Da lì siamo di nuovo partiti per arrivare a Beirut, dove ci siamo spostati diverse volte fino a che non ci siamo stabiliti nella zona di Sabra.

Dalle vicissitudini dei trasferimenti da un campo all'altro, dalla violenza dell'esilio, mi parla di un'altra violenza, più esplicita questa: è il massacro di Sabra e Chatila, avvenuto per mano falangista e direzione israeliana. Suo figlio Jamal, all'epoca, aveva ventidue anni.

Durante l’invasione israeliana, nel 1982, c’è stata la strage di Sabra e Chatila, nella quale mio figlio Jamal è scomparso. In quell’occasione sono arrivati fino a qui, fino al Gaza Hospital a Sabra e hanno preso molte persone e nel gruppo c’erano i nostri figli, il mio e quello dei vicini. Anche io ero con loro e ci hanno portato tutti al campo di Chatila, lì hanno separato i giovani dai vecchi e con loro mio figlio, li hanno caricati sui camion. Da allora fino a questo momento non ho saputo più niente di lui; qui sul quotidiano Al-Safeer c’è il suo nome: Jamal Kamal Maruf. Il mediatore tedesco che era in Palestina occupata per trattare il rilascio dei prigionieri arabi ha scritto di 100 persone sequestrate da Sabra e Chatila, sarebbero ancora vive nelle carceri israeliane e il nome di mio figlio risulta tra loro.

Pranziamo; è un pasto povero ma sostanzioso, del quale Abu Jamal sembra quasi scusarsi. C'è silenzio in cucina, mi guardo intorno: è illuminata a neon, con le maioliche al muro e le stoviglie appese.
Sua moglie è una donna robusta e gentile, che si è ammalata dopo la scomparsa del figlio. Prima non era così, mi dice Abu Jamal in un altro momento, era magra da giovane. Ora prende dei farmaci contro l'ansia; dopo, quando il marito proseguirà il suo racconto, delle lacrime silenziose le segneranno il viso.
Continuiamo a mangiare sorseggiando del the; la loro ospitalità è sincera e il silenzio senza imbarazzo.
Dopo sediamo in sala, sul divano, aspettando il caffè che lei ha messo sul fuoco.

Domani c’è l’anniversario della strage, verso le 10:00. La causa delle strage è Sharon, lui è la causa e la molla che ha spinto la Falange e noi stiamo ancora aspettando che sia giudicato. Ogni anno celebriamo l’anniversario del massacro, per non dimenticare; nessuno dimentica, né i piccoli né i grandi, tutti gli anni il 17 settembre…ma ancora stiamo aspettando la sentenza del suo processo.
È un dramma forte per tutti noi, a volte un cane ha più importanza della vita di molti, qui stiamo parlando di persone in carne e ossa…Jamal Kamal Marouf, è scritto qua: mio figlio, se Dio vuole, è ancora vivo.

Fa il mestiere di corniciaio Abu Jamal, vetro e legno sono i materiali che lavora, a volte l’alluminio. Nel mostrarmi la foto del figlio, custodita in una busta e racchiusa dentro una cornice in una composizione elementare con quattro foto più piccole agli angoli, c’è la soddisfazione di un artigiano che mostra la sua opera, insieme al dolore di un padre.
Poi ripongono il ricordo al riparo dalla polvere, in un armadio dal quale domani uscirà per essere portata in strada da Abu Jamal, lungo la via che costeggia il campo di Chatila fino alla fossa comune delle vittime del massacro.
Il suo racconto mi lascia senza parole, più ancora il suo contegno. È l’atteggiamento forte e consapevole che ho trovato negli uomini e nelle donne palestinesi, che apparentemente stona con la figura piccola e il carattere mite di quest’uomo, piegato da un dolore incolmabile e ancora capace di sorridere.
È la rabbia impotente e la volontà di continuare a lottare che il giorno dopo ho respirato durante la marcia di commemorazione.
 



Cari amici, sostenitori, collaboratori,l’arrivo a Beirut è andato bene e l’accoglienza al campo di Mar Elias,dove sono ospite, e al Gaza Hospital è stata veramente calorosa.
È strano, perché in fondo è solo la seconda volta che vengo qui, ma lasensazione è stata un po come tornare a casa…quella dell’altra volta nellaquale mi sono affrettato a depositare i bagagli, perché qualcuno miaspettava sapendo che sarei arrivato; sorrisi, poche parole ed emozioni sincere.
È passata la serata e il giorno dopo il primo appuntamento con Kassem, grande capo di Beit Aftal Assomoud, l’associazione alla quale mi appoggio, che mi ha rinnovato il loro coinvolgimento nel progetto, del quale abbiamo parlato meglio. Gli ho lasciato uno scritto e la cassetta di “Incontri”, nella speranza di poterla successivamente vedere insieme e ricevere dei consigli e delle impressioni…aspetto curioso le reazioni.
Mi sono poi diretto al centro di Assomud nel campo di Chatila, dove Jamila e Zuhur mi hanno messo a mio agio come al solito, e la formalità si è trasformata presto in pratica solidarietà e aiuto concreto…insomma, non solo promesse ma collaborazione, insieme ad infinite tazze di the!
Abed al Rahman aspettava il mio arrivo e si è presentato a Chatila, ci siamo salutati, abbracciati, aggiornati facendo una passeggiata intorno al campo, da Al-Rihab vicino la fossa comune del massacro dell’82, lungo Chatila street, passando il mercato e arrivando sotto il Gaza Hospital, girandogli intorno col proposito di andare più tardi a trovare Youssef e gli altri. Gli odori forti, i claxon delle auto che strombazzano in continuazione, il vocio del mercato e le carni appese di fronte le botteghe… camminavamo e ho sentito strillare il mio nome come sarebbe potuto succedere in una qualsiasi borgata di Roma, era “Maradona” seduto a sorseggiare del the e ad aspirare un narghilè, che avendomi riconosciuto urlava come un matto perché non me ne andassi senza averlo salutato, avendo problemi motori e non potendo alzarsi per rincorrermi.
Abed è stato il nostro corrispondente in questi mesi di lavoro a Roma, a lui devo molto per avere mantenuto i contatti con la gente di qui…così Youssef, incontrato per strada a Sabra, felicissimo di vedermi ma non sorpreso, una delle prime cose che mi ha chiesto è stata come stava il mio braccio dopo l’incidente con la moto, che era un peccato che non fossi riuscito a venire per la fine del Ramadan ma che ne sapeva il motivo, come proseguiva il progetto e cose simili; insomma, sapeva molte cose perché spesso incontrava Abed e gli chiedeva di me.
Siamo andati a casa sua, il figlio Marher mi saltellava intorno e la moglie è venuta a darmi il benvenuto. The e caffè di rito, anche a loro come agli altri avevo portato un pensiero…un panettone che ha voluto aprire insieme mentre cercava buffamente di pronunciarne il nome per poi informarsi dove dormivo offrendomi di farlo da lui.
Gli ho parlato di “Incontri” e della proiezione fatta a Roma, dell’emozione delle persone nel sentire le loro storie e della mia nel mostrare il lavoro. Mi ha chiesto il mio quadernetto, del quale si ricordava perché già a settembre ci aveva scritto qualcosa. In arabo, da destra a sinistra, mi ha scritto una lettera…”al mio fratello e amico Marco, benvenuto a Beirut, a Sabra, ma soprattutto al Gaza Hospital e nella mia casa”. Mi sono emozionato, commosso, rimanendo senza parole che comunque non sarebbero servite.
Non è passato molto che è arrivato Abu Jamal, non so descrivere la gioia e la sorpresa nel vederlo; aveva saputo che ero arrivato ed è corso apposta per salutarmi, più allegro che mai mi ha stretto a se, invitandomi a casa sua questi giorni. Abbiamo parlato, utilizzando sguardi e gesti e non parole, perché non abbiamo una lingua orale in comune.
Ho rivisto Abed il disegnatore, al quarto piano dell’edificio, contenti di rincontrarci ed entrambi fiduciosi in una lunga collaborazione. Gli ho spiegato cosa si è mosso nel frattempo e lui mi ha raccontato del suo corso di montaggio “troppo tecnico”, mentre i fratelli si agitavano sorridendomi e la madre e la sorella facevano avanti e indietro dalla cucina portando caffè e karkadè. Ci siamo raccontati qualcosa sui suoi disegni, ho visto dei murales fatti da lui nel campo a Chatila, abbiamo accennato all’animazione rimandando le chiacchiere di “lavoro” ad un altro momento. Con Abed cercheremo di inserire un breve cartone animatoall’interno del documentario.
Una novità al Gaza sono le finestre: una cooperativa italiana della quale non ricordo il nome, in collaborazione con non so chi, ha distribuito delle finestre alle famiglie dell’edificio. Brutte, in alluminio, a scorrimento laterale e con vetri smerigliati, con gli adesivi dei donatori appiccicati sopra.
È stato difficile uscire dal Gaza Hospital per tornare a casa almeno quanto facile è stato rientrarci dentro, mi è sembrato veramente fossero passati solo pochi giorni dalla mia ultima visita.
A presto allora, a domani…e domani è arrivato, e anche il giorno dopo, e così le visite al Gaza Building sono di nuovo frequentazioni…

Da Beirut, 31 dicembre 2004



In questa prima decina dell’anno si faranno le sorti del popolo palestinese, pensa qualcuno, mentre qui si crede siano già state decise.
Il 9 gennaio sarà giorno di elezioni in Palestina, che le cose qui possano cambiare non ci crede proprio nessuno, almeno come non crede nessuno ci possano essere delle elezioni libere in un territorio occupato.
Oggi, ultimo dell’anno, si è fatta festa comunque e non per festeggiare il nuovo venuto, ma per commemorare la nascita di Al Fatah. Sono 40 anni ormai e quest’anno la morte di Abu Ammar ha amplificato l’evento: le foto di Arafat sono dappertutto nei campi, le più grandi appese in cima agli edifici, o alle macerie degli edifici, le più piccole svolazzano dai fili elettrici o sono incollate ai muri. In questi giorni del 1965 riusciva la prima importante operazione militare dell'organizzazione ed oggi qui si scende in piazza.
Sulla strada che costeggia il campo di Chatila c’è euforia, una piccola sede di Al Fatah ha messo delle grandi casse sul tetto, dalle quali la musica assordante e distorta risuona tra i claxon delle macchine chiuse nell’inevitabile ingorgo.
È festa che porta memoria, orgoglio e dolore, mai rassegnazione; la resistenza contro l’occupazione, qui come altrove, si celebra e si ricorda per trasmetterne il significato. Sono sceso in strada per essere con loro, perché un popolo che lotta non deve mai sentirsi isolato.
Ho passato la mattina a casa di Youssef, Abu Marher, al Gaza Hospital; lì tra un taglio di capelli e una rasatura di barba, alcune visite e qualche tazza di the sono passate le ore. Abbiamo aspettato Abu Jamal nel pomeriggio e quando è arrivato siamo andati insieme; uscendo dal cortile di casa per la prima volta da quando sono ritornato ho usato la telecamera
con loro…erano troppo belli! Attraverso i bui corridoi e le scale del palazzo abbiamo raggiunto la strada di Sabra, da dove con un service siamo andati al campo profughi di Burj El Barajneh, nel distretto sud di Beirut; è il campo più affollato della città. Nel taxi Youssef mi ha raccontato, mentre registravo, dove stavamo andando e il perché…in arabo! Ormai c’è
un’ottima confidenza e lui sa bene che quando parliamo tra noi usiamo l’inglese mentre quando ho la telecamera in mano parla arabo e riesce a spiegarsi meglio; è il suono della sua lingua, la musica stessa della sua terra, sa che mi piace così e non si fa problemi, ormai ha acquisito quelli che si dicono i tempi cinematografici…scherzando glielo dico e lui ride, c’è proprio una bella atmosfera dentro al taxi, sembra quasi di essere in gita.
Insieme ci siamo uniti alla manifestazione; li ho seguiti con la telecamera e quando mi fermavo a fare delle riprese mi aspettavano.
Bambini, vecchi, adulti e ragazzi, gente di tutte le età marciava per i vicoli del campo al suono dei tamburi e di alcune cornamuse, in molti avevano una maglietta gialla con stampata sopra l’immagine di Abu Ammar con alzata la mano in segno di vittoria. E’difficile dire quanta gente c’era, i vicoli sono stretti e il corteo era lungo.
Era quasi finito quando da dietro mi sento toccare la spalla e mi giro…Mohammed! Che bello vederti ancora, come stai, quando sei arrivato, come mai ancora da queste parti, sei il benvenuto…sembrava che reciproche domande e risposte non finissero mai. Mohammed Abu Rudeina è un altro degli abitanti di Chatila che ho seguito nel documentario girato a settembre; ha perso la sua famiglia nel massacro di Sabra e Chatila e fa parte del gruppo che ha denunciato Sharon alla corte Belga, è giovane e arrabbiato…ma questo è un altro “Incontro” e di lui parlerò un’altra volta. Passero' da lui questi giorni, caldo e puntuale è arrivato l’invito.
La manifestazione è ormai finita, è buio nei stretti vicoli del campo e la gente si disperde; "yalla" dice Abu Marher e si ritorna verso Chatila, andiamo. Ci fermiamo al campo, anche qui c'è molta gente e la strada è bloccata; entriamo da dietro e passando vicino a dei palazzi distrutti vicino a un muro che segna l'inizio della zona del campo, Youssef mi si avvicina e a bassa voce mi indica da dove sparavano le milizie di Amal, quando nella Guerra dei Campi hanno assediato Sabra e Chatila distruggendone una buona parte che non è più stata ricostruita. Macerie, terra e spazi vuoti.
Abu Marher ha perso il figlio nel conflitto, Marher era il suo nome e aveva solo 13 anni; parla a bassa voce perchè Amal continua ad essere una realtà molto forte qui, e non vuole avere dei problemi. Troppo spesso i nomi dei padri evocano un vuoto.
E' dalla fine dell'assedio che lui si è trasferito con la sua famiglia al Gaza Hospital, che era stato distrutto e depredato in quel periodo. La sua casa, come quella di molti altri, era stata rasa al suolo; i confini del campo si erano estesi nel tempo e riprenderli è stato proibito, così moltissime persone hanno occupato quello che una volta era stato il loro ospedale e del quale rimaneva solo un enorme scheletro di cemento armato.
Ma anche questa è un'altra storia, anzi, proprio questa sarà la storia che cercheremo di raccontare nel documentario, e che racchiuderà tutte le altre.

Da Beirut, 3 gennaio 2005


Tfaddal, tfaddal grida Umm Farhid dal balcone, verso la strada, verso me.
Hallo Marco…prego, entra, e nella sua lingua mi invita a salire la rampa di scale che ci separa. La signora che mi sta chiamando abita al Gaza Hospital, in una stanza al primo piano che si affaccia su un ballatoio che da sulla strada di Sabra, proprio sopra uno degli ingressi del palazzo che uso più spesso.
Camminavo per perdermi, per trovare vicoli nuovi e come ho attraversato la strada sono tornato indietro. Yalla dico io sorridendo, perché no…in fondo è perdersi anche questo, e accolgo l’invito.
Finora non ero mai stato a casa sua, l’avevo sempre incontrata nel cortile di Abu Marher e a settembre l’avevo coinvolta nelle riprese di una sequenza alla quale ha regalato un intenso primo piano: trasmettevano un documentario sul massacro di Sabra e Chatila in televisione e loro lo seguivano, erano i giorni dell’anniverasario. Credo di essergli rimasto simpatico fin dall’inizio, sembra sempre contenta di incontrarmi e magari il nostro barbiere gli ha parlato bene di me, una parentela li lega.
Mi stringe la mano, senza ritrosia la porge cosa che io ormai non faccio più con le donne che non conosco, se hanno il capo coperto. Mano destra al cuore in segno di saluto, non è stato facile prenderne l’abitudine; a lei non interessa, ha bisogno del contatto e la mano la stringe forte, presentandomi suo figlio Farhid e sua figlia Suhad, 18 anni lui e 17 lei.
Mohammed è un altro dei suoi figli e lui lo avevo già incontrato più volte, si è sposato e ora vive al nono piano dello stabile.
Il sole lambisce il balcone, in questi giorni piovosi non è calda Beirut, così i pochi raggi che ci sono si sfruttano al meglio…shams, sfoggio io in memoria del bellissimo libro di Elias Khuri, e così ci sediamo fuori ed arranchiamo nella conversazione; l’inglese di Farhid e Suhad è assolutamente spicciolo e il mio arabo assente. Andiamo avanti così, regalo loro un dolce fatto da mia madre, sono contenti di sapere che non è comprato ma fatto in casa in Italia.
Ha gli occhi grandi Umm Farhid, grandi e belli ma non sereni, incavati e profondamente espressivi; lineamenti una volta dolci ormai induriti, sulla cinquantina. Una donna di carattere forte, la sua determinazione traspare dai gesti e lo sguardo ne porta il segno, il marito la picchiava, si sono separati e lei ha cresciuto i figli da sola.
Ora vivono in una stanza di due metri e mezzo per tre, con un frigo, una cucinetta a gas nell’angolo e i servizi in comune con il resto degli abitanti del piano. Due sedie e un grande tappeto sul quale si dorme e ci si siede; una cosa che non manca mai è la televisione accesa su un canale musicale, Suhad sembra conoscerle tutte queste canzoni di musica pop araba, che canticchia a voce più o meno bassa senza vergogna ne civetteria. Ha una voce alta e squillante Shuad, ed è anche intonata…credo che sing a song, come dice lei, la rilassi molto; più raramente ho sentito anche Umm Farhid cantare.
Torno a trovarli, senza imbarazzo ne forzature e loro mi ricevono nello stesso modo. Ma Farhid non c’è e io esito, sto per salutare ed andarmene perché due donne sole che ricevono un uomo non è cosa ben vista…invece loro non se ne curano proprio, insistono e dopo poco le mie scarpe attendono vuote sul ciglio della porta.
Suhad è una ragazza carina e assomiglia moltissimo alla madre, è mora e i capelli non li copre, è promessa a Ibrahim e sembra si vogliano bene.
Ibrahim è alto e ha bei lineamenti asciutti, lavora al campo a Chatila dove facendo panini e falafel vive alcuni giorni la settimana, per raggiungere la famiglia in Siria quando puo. Lo avevo già incontrato più volte prima di sapere la sua quasi parentela, sogna di andarsene da qui un giorno.
Marco, speak arabic no english continua a ripetermi Suhad ridendo mentre Umm Farhid mi descrive le foto che sono appese al muro, alcune coperte da una tenda leggera come un velo.
Seduti a terra, naturalmente sorseggiamo caffè e Umm Farhid tira fuori da un vecchio armadio una busta di plastica, è piena di fotografie e io dimentico la tazzina.
Le guardiamo, me le passa in modo che io possa tenerle in mano e mi lascia il tempo di osservarle con calma, sento il peso di quelle immagini. Vecchie e nuove ritraggono loro con i parenti e i sui bimbi da piccoli; alcune sono proprio buffe, scattate in un laboratorio su coloratissimi sfondi kitch, altre invece ritraggono momenti felici come il matrimonio del figlio o loro da piccoli. Alcune del padre sono ancora più vecchie, scattate quando viveva in Palestina e nel dirlo le esce un sospiro, ma quelle che preferisco sono le foto di quando lei era ragazza.
Accanto alla sorella o da sola, alle feste o qualche cerimonia, una donna bellissima dal volto cinematografico, il corpo spesso fasciato da vestiti scollati indossati senza ostentazione, sempre truccata e sorridente.
Ora è malata Umm Farhid, ha un male brutto che giorni dopo mi indicherà su un dizionario italiano-arabo che ho con me, e ora capisco perchè adesso porta il capo coperto. La serenità di quei tempi se ne è andata lasciando spazio ad una grande malinconia e la sofferenza si è portata via la delicatezza dei lineamenti, cambiando la sua bellezza ma non cancellandola.
Me le fanno vedere tutte le fotografie, il tempo passa ed io non me ne accorgo; è come un viaggio e questo diventa a poco a poco una lezione di arabo per insegnarmi le parole che descrivono le immagini, regolarmente appuntate sul quaderno...speak arabic dicono loro e io ci metto buona volontà, diventa un gioco.
Molte sono le foto che non posso scordare, una di queste è abbastanza recente e le ritrae al confine tra il Libano e la Palestina occupata, dove una volta sono state in gita: madre e figlia abbracciate e sorridenti, con una mano alta in segno di saluto; ad Umm Farhid nel tenerla in mano vengono gli occhi lucidi.

Da Beirut, 8 gennaio 2004


Fa caldo oggi, sembra primavera a Beirut e sotto il sole di mezzogiorno gli odori si fanno più forti. Il mercato a Sabra brulica di persone e il vocio continuo crea un tappeto di suoni che si rompe negli acuti dei  claxon o nelle urla di chi vende a meno. Lo attraverso, saltando rivoli di acqua e sangue che in alcuni punti si è accumulata nelle buche: una macelleria ha appena ucciso un montone sul pavimento e un uomo sciacqua a terra con una pompa che scarica in strada. Sono in compagnia di Ms. Zuhur, donna energica ed infaticabile che a volte mi accompagna a conoscere nuove famiglie per raccoglierne le testimonianze.
Le donne si raccontano e lei traduce; piccola di statura ed iperattiva Zuhur è una delle assistenti sociali di Beit Aftal Assomoud al campo di Chatila, abita proprio di fronte al Gaza Hospital e conosce veramente tutti al suo interno…ancora non lo ho fatto, ma un giorno raccoglierò anche la sua storia.
Sono più di venti anni che lavora con l’associazione, ha studiato lingue e il suo sogno è fare l’insegnante di inglese all’università, ma è palestinese e in Libano non è concesso.
Siamo appena usciti dall’edificio numero 2 del Gaza Hospital, quello ad Est; ho conosciuto Fatimeh che ci ha ricevuto vestita di bianco: poche ore ancora e sarebbe partita per il pellegrinaggio alla Mecca. Così tra il movimento continuo delle persone che arrivano per salutarla registro i suoi racconti; non lo hai mai concesso a nessuno, anche se glielo hanno chiesto molte volte: questa è la prima intervista in video che fa…ma di lei scriverò un’altra volta, ora vorrei dire dell’incontro con la signora Elham Yaacoub, dove mi sono diretto quando ho salutato Zuhur nel mezzo del mercato.

Giù per la strada di Chatila, passato il cimitero che oggi ha il cancello aperto e poi a sinistra verso Ghobeiri, c’è l’Acca Hospital. Era un luogo molto pericoloso durante la Guerra dei Campi mi ha detto prima Zuhur e il perché è facile capirlo: un ospedale della Mezzaluna Rossa Palestinese, vicino a Chatila ma fuori dal campo, c’erano i cecchini di Amal appostati
nelle vicinanze.
Elham mi riceve nel suo ufficio, al secondo piano dell’ospedale che a differenza del Gaza è rimasto attivo, anche se non al cento per cento.
Neon al soffitto e pareti bianche, una grande finestra alle sue spalle; si scusa perché non ha molto tempo e cordiale ma sbrigativa va diretta al dunque…Come posso esserti utile? Sinteticamente le spiego il progetto e lei si mette a disposizione per aiutarmi... il tempo si ferma e la fretta scompare, anche se solo temporaneamente. Elham ha lavorato al Gaza Hospital da prima dell’invasione israeliana fino alla fine della Guerra dei Campi, quella che ha segnato la fine dell’ospedale stesso. Non lo sapevo, sono arrivato a lei perché ora occupa un ruolo importante all’interno della Mezzaluna Rossa Palestinese in Libano. Prende a raccontare, cerca di farlo in modo tecnico ma l’emozione si insinua nei silenzi, le parole invece la fuggono.

Comincia così, semplicemente prendendo un foglio bianco e disegnandoci sopra la pianta dell’edificio. Fa un grande quadrato con una strada che gli gira intorno, segna un cerchio per indicarmi dove è il mercato.

…vedi, questa era la parte Est, quella operativa dove c’era la clinica e un reparto chirurgia molto attrezzato; qui c’era l’ingresso per le auto e accanto la zona di pronto soccorso…e questo era il mio ufficio, proprio qui.
All’epoca l’ospedale lavorava così bene da reggere il paragone con l’Università Americana di Beirut.

Continua a parlare e la pianta prende forma, posso riconoscere la struttura ma non il suo utilizzo, tantomeno il significato che ha per lei quello schizzo.
Il Gaza Hospital nasce in una posizione strategica e negli anni settanta e ottanta era l'edificio più alto della zona; ecco perchè per un periodo della Guerra dei Campi le milizie sciite di Amal ci avevano stabilito il loro quartier generale, proprio nel palazzo del quale mi parla ora Elham, all'ottavo piano dove abita Fatimeh. Sì perchè la zona Ovest, quella dove Abu Marher vive, e anche Abed e Umm Farhid, era in costruzione durante l'invasione israeliana e non è mai stata terminata.
Era un grande ospedale, mi dice Elham confermandomi l'opinione comune, c'erano molti reparti dei quali alcuni altamente specializzati, 1500 era il numero di letti.

Sai, se fai un lavoro come questo...in queste condizioni, continua Elham, arriva un certo momento che non vorresti, ma devi congelare le emozioni. Se non lo fai, dopo quello che i nostri occhi hanno visto in quei giorni, nei giorni dell'invasione e del massacro, non riesci ad andare avanti. Dopo quello che abbiamo visto...

Dalle sue parole traspare un legame molto forte con il significato stesso di quel luogo, con il significato del suo lavoro. Già, e per farlo devi freddare l'emotività cerca di farmi capire Elham, perché quello che ha attraversato in quei giorni le corsie dell'ospedale è rimasto come un segno indelebile in chi lo ha vissuto, solo persone coraggiose e con un grande senso della responsabilità potevano riuscire a fronteggiare quella situazione. La stima profonda che nutro per tutti loro è qualcosa che mi scuote ma non so descrivere.
Elham non è più ritornata al Gaza Hospital da quando è stato distrutto, non riesce ancora a capire come si possa prendere di mira in quel modo un ospedale durante una guerra.

Voglio ricordarlo come era, preservare la sua immagine di un tempo…rientrarci ora sarebbe per me troppo doloroso mi dice salutandomi; l'emozione affiora e il suo non voler tornare mi colpisce.

Mi alzo e cordialmente ringrazio; rimarremo in contatto, la Mezzaluna Rossa Palestinese ha un archivio e Elham mi aiuterà nella ricerca dei materiali di documentazione.
Esco e cammino, avrei dovuto prendere un service per Hamra ma cammino...magari lo prendo più avanti.


Da Beirut, 12 gennaio 2005


È pomeriggio e piove, una di quelle giornate che scurisce presto;  l’acqua sembra avvolgere il campo, batte violenta nel fango e riempie ogni buco. Mi copro ed esco, passo al Gaza per un giro di saluti. Ai piani alti.
Al nono, da Mohammed che ha appena staccato dal lavoro – vende pesce con una bancarella a Sabra, proprio davanti al vecchio ospedale – e poi a casa di Ala Ali, un ragazzo appassionato di cinema che all’interno dell’edificio nel quale abita ha una sala di montaggio amatoriale…l’incontro è stato casuale e la sua partecipazione al progetto una logica e rapida conseguenza. Mi fermo con Nazeha e i suoi bambini che rientrano da scuola, lei lavora come sarta unendo tra loro i tessuti ricamati da una cooperativa di donne vedove di martiri, solo
pochi giorni fa mi ha accolto nella sua casa dove mi ha concesso una lunga intervista.
Si è fatta sera e le scale dei nove piani per raggiungere il cortile di Youssef sono al buio, fiocamente rischiarate solo sui pianerottoli dalla luce che filtra dalle stanze. Una donna al sesto fa pulizie, con una pompa d’acqua inonda le scale e con la scopa le strofina nell’invano tentativo di mantenere un minimo di igiene; ma il pavimento non ha maioliche – rubate anche quelle dalle milizie di Amal che nell’87 hanno depredato l’edificio – e un fiume d’acqua precipita in basso portandosi dietro terra e detriti.
Esco in strada, giro intorno all’edificio per rientrare dall’altro ingresso, le ultime bancarelle del mercato si affrettano verso casa alla luce gialla dei lampioni, lasciando a terra un tappeto di avanzi di verdure nei quali i gatti si aggirano padroni. Mi attardo…mi è sempre piaciuta la fine dei mercati, con quella sensazione di malinconia e stanchezza che si porta dietro apre la strada a nuovi personaggi che silenziosamente entrano in scena; il vociare del giorno lascia il passo alle ombre in cerca dei resti e a spazzini svogliati che trascinano secchi per riempirli con gesti lenti e meccanici.

Da Abu Marher mi aspettano: domani partirò per rientrare in Italia e il saluto è una piccola festa…allora come promesso l’altra volta facciamo la pasta!
Occupo la cucina e inizio a preparare il sugo; Zehinab, sua moglie, mi assiste e dopo poco lui prende la mia telecamera e inizia a girare…proprio quello che desideravo, Youssef mi ha anticipato e io non ho chiesto: lo scambio dei ruoli è totale, l’ospite uomo al lavoro in cucina e loro, ormai a turno, a fare le riprese. Così lui e i figli Marher, Walid ed anche la piccola Schirin si succedono dietro l’obiettivo, come anche la figlia più grande Maymana. Abu Jamal, Abed Al Rahman ed altri amici sono sul divano di là, tra ai fornelli e loro si alterna l’interesse dell’operatore di turno.
È pronto, seduti a terra mangiamo e i fusilli al tonno hanno il loro successo; come da programma: cena e cinema, ho con me il documentario girato a settembre – del quale loro sono i protagonisti – e finalmente è arrivato il momento di mostrarglielo.
I ragazzi mi aiutano nei preparativi, gli altri in curiosa attesa distribuiti sul divano e in terra…partono i titoli di testa e sui dettagli del Gaza Hospital si stagliano i loro nomi ed i primi commenti. Camminano tutti in questa sequenza, Youssef su per le scale e Abu Jamal nei corridoi, Mohammed che stasera non c’è nei vicoli di Chatila, l’autocompiacimento lascia il posto ad una visione chiacchierata, commenti e silenzi si alternano alle note dell’oud di Sami Hawat che escono dal televisore.
Loro guardano e il video procede, io mi godo lo spettacolo mentre i più piccoli, a terra naso all’insù, rimangono attaccati allo schermo nel quale riconoscono i loro spazi, il loro mondo fotografato in modo un po’ strambo; non aprono bocca fino alla fine dei titoli di coda, fin quando la voce di Luci Murphy non finisce di cantare la nostalgica Palestine. Schermo nero, video finito e la piccola Schirin inizia a cantilenare Ancora ammo Marcos, ancora zio Marco incitata da i fratelli.
Il lavoro gli è piaciuto, per me è stata una grande emozione ed anche un piccolo esame, l’euforia però si rompe presto nelle immagini trasmesse da Al Jazeera: tre ragazzi palestinesi nei territori muoiono sotto i tiri dei cecchini israeliani mentre provano a trascinar via il corpo di un loro compagno caduto sotto il fuoco. La rabbia si insinua nel silenzio e i corpi giacciono.

Buona fortuna, a presto amici miei ed io che pensavo di salutare tutti questa sera mi ritrovo il giorno dopo di nuovo lì…mi hanno chiesto di passare ancora, anche solo per un attimo e l’attimo sono diventate delle ore e poi riso con le lenticchie. Abu Jamal è tornato per vedermi e dopo poco Umm Farhid, Suhad e Farhid arrivano e siedono con noi.
L’allegria dei più piccoli si veicola presto in una piccola lezione pratica di fotografia…così noi rimaniamo a parlare dentro e loro in cortile a turno seguono le mie indicazioni, per rientrare a mostrarmene i risultati; li correggo e tornano fuori…le foto sono eccellenti e così il prossimo viaggio potrebbe diventare per loro un piccolo corso!

Spalle al Gaza Hospital, verso il campo di Mar Elias. I loro abbracci con me, così forti da lasciare il segno.Issam è in strada, vende occhiali che posa sul marciapiede sopra un cartone; è siriano, abbiamo iniziato a salutarci qualche tempo fa finendo col magiare qualche panino insieme. Prendo il mio dizionario di arabo, cerco di fargli capire che gli auguro buona fortuna…sorride, tornerai?
Da Sabra a Dana, giù verso Cola mi allontano dalla voce del Muezzin della moschea di fronte lo stadio; il suono della preghiera leggero sfuma e il sapore dell’ultimo bicchiere di Mirinda si dissolve in gola…e pensare che io bevande gassate non le ho mai bevute!

Di ritorno da Beirut, 20 gennaio 2005
 


Mohammed Abu Rudeina indica la mano pesante su un giornale.
È il suo nome quello stampato lì, su una pagina ingiallita…non ricordo bene, mi sembra fosse un quotidiano tedesco.
That’s me, from behind…stavolta è una foto scattata da un reporter in un vicolo del campo quella che mi mostra, lui di spalle che cammina e sopra un articolo con la sua storia.

Parla un buon inglese, Mohammed, spesso gli capita di usarlo per raccontare la sua esperienza; in questi giorni lo ho rivisto e mi ha detto che è rientrato da poco da Londra, dove ha partecipato ad una serie di convegni.
…avrà incontrato Swee Chai Ang, penso ora scrivendo, cosa che mi è sfuggita di chiedergli l’altro giorno quando sono stato da lui. Swee è un chirurgo ortopedico e all’inizio degli anni ’80 lavorava come volontaria al Gaza Hospital di Sabra, è una testimone del massacro di Sabra e Chatila che non ha mai smesso di alimentarne la memoria; ora vive a Londra e a distanza mi sta supportando nel lavoro.

È seduto a terra Mohammed, sul pavimento della sua casa nuova nel campo di Chatila a Beirut; è palestinese, ha ventisette anni e ne dimostra molti di più, fino a poco tempo fa viveva in un pian terreno molto più piccolo di questo nuovo bilocale.
La sua età, non lo avrei mai detto…gli sono diventati i capelli bianchi da piccolo mi ha detto un giorno Jamila, la direttrice della sede di Assomoud del campo; è lì che lo ho incontrato la prima volta. Si prendono cura dei bambini al centro, Mohammed poi mi racconterà che loro lo hanno praticamente adottato quando è rimasto orfano, lui come molti altri bambini che hanno perso la famiglia in una lunga serie di violenze che nel tempo hanno coinvolto i palestinesi in Libano. Beit Atfal Assomoud nasce nel 1976, subito dopo il massacro di Tall El Zaatar, come orfanotrofio per i bambini che ne erano sopravvissuti.

Mi chiamo Mohammed e sono nato nel 1977, studio Amministrazione all’università e vorrei anche imparare a fare il cameraman, ma finirò gli studi per avere una possibilità…non so, forse…non sono sicuro di poter trovare lavoro. Dipenderà dalle circostanze, sono loro che decideranno.
Vivo con mia sorella e abbiamo una nuova casa, grazie a Dio abbiamo una nuova casa…ecco, così è la vita, come va avanti...

È alto e robusto, ha un fare nervoso e un portamento deciso, senza girare intorno alle cose va dritto al dunque quando parla…credo sia una malcelata sicurezza la sua, lo sento fragile dietro l’apparenza e porta chiari i segni di una forte depressione, soprattutto nei giorni della commemorazione mi dirà poi Jamila parlandomi di lui.
Mi adatto ai suoi ritmi e lo seguo, prima di portarmi a casa e raccontarmi la sua storia mi accompagna in un cimitero all’interno del campo, sotto la moschea. Perde presto la pazienza e vorrebbe subito muoversi, poi capisce che i tempi della ripresa sono diversi da quelli di una camminata e si tranquillizza, mentre io cerco di essere veloce.
Il cimitero è al chiuso, essenziale: tre lunghe lastre di cemento e poche foto ingiallite tra le colonne, molti nomi alle pareti tra le quali orgogliosa rimbalza la sua voce.

Nel 1985 iniziò la Guerra dei Campi e questi sono i nomi delle persone che difesero il nostro campo dalla milizia libanese di Amal, che ci attaccava con l’artiglieria militare ed i mortai. Questi sono i loro nomi, noi li ricordiamo ogni giorno e veniamo a visitarli ad ogni occasione.

Hanno sepolto i martiri nel campo perché a quel tempo Sabra e Chatila, come Burj El Barajneh, erano completamente assediati, e dare asilo ai corpi fuori dal campo non era possibile.

Siamo a casa ormai, e dopo aver preso un thè guardiamo una serie di ritagli di giornali che lo riguardano…

Questa è la mia famiglia, la mia famiglia e questo sono io, mio padre, quella è mia madre, mia sorella, le mie due sorelle.

È una foto che ne racchiude delle altre in una sorta di collage, quella che avvicinandomi il giornale mi mostra; ho la telecamera in mano, sto girando e lui non si aspetta risposte. Sto zitto, ho paura di invadere e non lo forzo, lascio fare a lui che sceglie di andare avanti, anche se il ricordo fa male.
Mohammed ha scelto di parlare, nella sua vita; non so se è la necessità di preservare memoria che lo spinge, o l’impossibilità di farne a meno. C’è l’estremo dolore di un torto sublito nelle sue parole, l’impossibilità di colmarne l’ingiustizia.
Survivor Chatila è il titolo di un altro articolo che cerca tra le pagine.
I tempi sono ora lunghi e dilatati, improvvisamente è una dimensione sospesa, non è più per me che sfoglia quei giornali, potrei anche non esserci ma la mia telecamera registra e il suono di ogni pagina aperta è come una frustata.
Commemoration of Sabra and Chatila, we will never forget dice un altro titolo sopra l’immagine di una donna in corteo, con in mano la foto di un bambino.
Non scorderemo mai dicono loro, mentre noi non potremo mai capire veramente.
Poi si alza da terra, ripone il tutto dentro una grande busta tranne alcuni articoli…quelli li vuole fotocopiare per portarli a Londra.
Siamo sul divano ormai e ha fretta di parlare, lo fa velocemente e in modo conciso.

Appartengo a quel gruppo di famiglie che nel 2001 hanno incriminato Sharon al tribunale del Belgio.
Ho perso la mia famiglia…un certificato prova che sono una delle vittime sopravvissute al massacro, un certificato con la firma del Presidente della Croce Rossa Internazionale che ha visto coi propri occhi i corpi di mio padre, mia sorella e metà della mia famiglia.
Quel giorno alle 5.00 di pomeriggio gli Israeliani hanno circondato il campo ed hanno fatto luce con i bengala ai falangisti, facendoli entrare per colpire la gente che era dentro.
Ricordo che ci hanno radunato in una stanza poco più grande di questa e ci hanno detto che eravamo in stato di assedio. I falangisti sono entrati in casa e ci hanno costretto ad uscire. Hanno messo gli uomini in fila contro il muro e hanno fatto fuoco.

Aveva poco più di cinque anni all’epoca, e ha visto tutto.
Prima che che me ne vada vuole farmi vedere un’altra cosa, mi invita a farlo di là, dove la sorella con la quale vive sta riordinando la stanza.
Aspetto sulla porta, lui si avvicina all’armadio e da sopra ne prende una busta trasparente, con dentro una vecchia foto in una cornice col vetro rotto.
È una bella ragazza quella ritratta in primo piano, con la testa scoperta e un sorriso aperto; senza neanche levarla dalla busta si avvicina e ci batte sopra con le dita, afferrandola poi con due mani per porla proprio davanti l’obbiettivo della camera.

Questa è la fotografia di mia sorella, quando venne mutilata e uccisa nel massacro lei era incinta…e questa foto del 1982 è un suo ricordo di quel giorno, la foto è vecchia…ha ventidue anni ormai.

Ho incontrato ancora Mohammed in questo viaggio, alla marcia di commemorazione della nascita di Al Fatah e poi giorni fa a casa sua.
Gli ho lasciato una cassetta di “Incontri”, quel documentario è più suo che mio; è stato contento, non se lo aspettava, mi ha ringraziato ed io non ho trovato le parole adatte per spiegargli che sono io quello che deve ringraziarlo, mi sono limitato a dirglielo rendendomi conto di non riuscire a dare alle parole il peso che avrei voluto.
Abbiamo parlato dell’Italia, dell’Europa, mi ha chiesto dove ero stato e quali posti mi sono piaciuti di più, se ero mai stato in Inghilterra, come sono la Danimarca e la Germania e se le donne italiane sono carine.
Vuole viaggiare Mohammed, non gli piace vivere al campo a Chatila; l’augurio più grande che posso fargli è quello di riuscirci.
Mi piacerebbe potergli augurare serenità, ma sarei un illuso se lo credessi possibile.
 



La famiglia di Abu Maher Youssef è uscita dalla Palestina durante il grande esodo del 1948; lui aveva due anni e per lungo tempo una tenda è stata la sua casa. Da allora vive in Libano, da poco dopo a Beirut, dal 1987 nel cortile del Gaza Hospital a Sabra: un mostro di cemento armato in una posizione di centrale importanza per la zona, della quale fornisce un’impressionante visione panoramica.
La sua bottega si affaccia sul cortile del vecchio ospedale palestinese; l’edificio porta con sé i segni del passato, evidenti sulle facciate i fori lasciati dal fuoco delle armi, i muri distrutti sono stati nel tempo ricostruiti da chi progressivamente lo andava ad abitare. Stanze affacciate all’esterno per la mancanza di pareti sono divenute case, gli occupanti sempre più numerosi una comunità, il palazzo un campo profughi, mentre i vuoti architettonici si colmavano di cemento e mattoni, risultato evidente e irregolare dell’auto-costruzione.

Sei mai stato sul tetto? mi chiede un pomeriggio Youssef, era uno dei primi giorni che passavo di lì; così tira fuori dalla tasca dei pantaloni un mazzo di chiavi con le quali apre una porta che da sul pianerottolo e iniziamo a salire. Un profondo labirinto di scale e corridoi nel quale lo spazio privato si separa da quello pubblico per mezzo di tende, lame di  luce rischiarano a tratti gli oscuri passaggi dai quali i bambini appaiono e scompaiono giocando, nel rimbombo cupo e continuo delle loro voci e rumori. Dal tetto Abu Maher indica lontano.

Questa è la strada di Sabra, da questo lato c’è il Gaza Hospital e in fondo dall’altra parte Al Rihab, poi il campo di Chatila dove è avvenuta la strage guidata da Sharon nel 1982.
In fondo a questa strada c’è stata la strage e le vittime sono state moltissime, sia libanesi che palestinesi.

Poi Youssef raggiunge la balaustra dall’altro lato della terrazza, io lo seguo e questa volta indica in basso, verso il cortile dove abita e sul quale mi affaccio.

Io faccio il barbiere, abito in questo palazzo che prima era il Gaza Hospital, noi adesso siamo all’ottavo piano. Questo ospedale prima del 1982 funzionava molto bene, qui si facevano le operazioni chirurgiche più importanti…era migliore dell’università americana.
Successivamente all’invasione israeliana e all’uscita dell’O.L.P. da Beirut è iniziata la Guerra dei Campi, poi il saccheggio di tutte le attrezzature e ogni cosa in questo ospedale; nel 1987 hanno bruciato tutto il palazzo, noi che abitiamo qua prima avevamo le case nel campo a Chatila e prima ancora a Tall El Zaatar.

Lo spazio dove Youssef vive è un luogo di incontro e passaggio, il centro fisico dello stabile che da lì si eleva e incombe: la sua famiglia ha spesso visite, tra un taglio di capelli e una rasatura di barba il lavoro sporadico lascia il tempo alla socialità del ritrovo e dei racconti.
Nella sua casa sono sempre accolto, ormai senza la formalità dovuta agli ospiti; passo il tempo sostando nella bottega o in cortile in compagnia sua o dei figli, spesso proprio lì faccio incontri nuovi. Il nostro rapporto e la sua disponibilità sono cresciuti nei giorni, così Abu Maher è diventato uno dei protagonisti di “Incontri” nel quale ha coinvolto anche Abu Jamal, suo amico e parente.
Un giorno ci sediamo in casa e Youssef ricorda quando i Fedayin sono stati costretti a lasciare la città, la consapevolezza amara che la loro partenza avrebbe reso i campi vulnerabili; erano i giorni precedenti il massacro di Sabra e Chatila.

Quando l’O.L.P. è stato evacuato da Beirut l’esercito israeliano era a Kalde, Arafat aveva chiesto garanzie per la sicurezza dei campi e i governi libanese e israeliano le avevano garantite firmando un accordo internazionale.
Il 15 di settembre è stata una sorpresa vedere l’esercito israeliano entrare a Beirut Ovest, hanno preso posizione all’ambasciata del Kuwait. Bashir Gemayel, in quel periodo, è stato eletto presidente del Libano ma dopo poco è stato ucciso, quel giorno gli israeliani sono arrivati fin qua sotto dalla strada principale. La gente ha cominciato a scappare dal campo di Chatila verso Sabra…quello che abbiamo visto nelle stradine del campo…tutti quei morti, bambini, donne e vecchi, nessuno di loro era armato.
il 15 settembre se mi ricordo era un giovedì, la strage c’è stata nel giovedì, venerdì e sabato; in quei giorni gli israeliani sono arrivati fino alla piazza di Sabra e al Gaza Hospital, che prima dell’invasione lavorava normalmente, e sono entrati nell’ospedale…

Sto registrando e Youssef mi guarda dritto negli occhi quando parla, come potessi capire la sua lingua. Cerco il senso nel suono della voce, Abed è con noi e mi spiega: sta parlando delle esecuzioni nello stadio di Sabra, delle persone sequestrate che non sono più tornate.
Ora il tono si fa confidenziale, Abu Maher vuole dirmi come la pensa e il risentimento prende sfogo.

Ti dico che chi ha compiuto la strage lo ha fatto con la certezza che gli arabi non avrebbero fatto nulla…non il popolo arabo ma i capi dei governi con il loro silenzio, sono anche essi responsabili di quanto è accaduto.
Basta osservare quanto sta succedendo in Palestina: Sharon ha violato le risoluzioni dell’O.N.U., calpestando diritti umani e legalità internazionale.

Anche Abu Maher ha abitato a Chatila fino alla Guerra dei Campi, quando le milizie libanesi di Amal hanno tenuto Sabra, Chatila e Burj el Barajneh sotto assedio per mesi consecutivi. Come gli altri ha vissuto per molto tempo in un rifugio, in totale mancanza di acqua e cibo. Costretto alla fame il popolo palestinese ha comunque resistito, pagando grandi perdite non si è arreso nonostante la disparità dei mezzi. Le fontane per l’acqua potabile erano fuori dal campo e il gioco preferito dei cecchini era il tiro al bersaglio nelle loro vicinanze. Il figlio di Youssef è morto così, mentre trasportava una tanica di acqua sulla testa.
Su una mensola in bottega, sopra lo specchio di fronte la poltrona da barbiere, ha una sua piccola foto, montata su una tavoletta di legno con inciso il nome del profeta Mohammed; Youssef la prende in mano e portandola vicino l’obiettivo me la mostra.

Questa è la foto di mio figlio Maher che è morto nella Guerra dei Campi…Dio se l’è preso nel campo a Chatila, dove c’era un conflitto con le milizie di Amal. Lui è stato colpito in quella battaglia, ora è sepolto nella moschea all’interno del campo. È diventato martire nel 1987, aveva 13 anni…se fosse vivo adesso ne avrebbe 32 o 33.

La tavoletta la ha incisa lui, prendendola da una delle cataste di legna nell’angolo di cortile adibito a laboratorio, sotto la tettoia…sì, perché Abu Maher arrotonda lo stipendio facendo il falegname, aggiustando e costruendo mobili su commissione con materiali poveri e fattura grezza.
Il grande rammarico di Abu Maher è il futuro dei figli, gli piacerebbe molto potessero studiare in una buona università, girare il mondo e tornare in Palestina.
Lui da giovane ha vissuto in Germania, dalla quale è tornato dopo il massacro di Tall El Zaatar per seppellire i morti della sua famiglia, mi guarda e sorride sapendo di trovare consenso, non è bello viaggiare?!?

Kinoki mrc
da Beirut, 30 maggio 2005


Il caldo rende gli odori più forti e l’asfalto bollente, non è ancora giugno ma la temperatura è già alta. Sono diretto a Sabra, non lontano dal campo di Mar Elias da dove vengo; la sensazione di tornare a casa è sempre più forte di volta in volta.

Ho fatto colazione nel negozio di Abu Mohammed Alì a Mar Elias, dopo quattro mesi di assenza è stato come rinnovare un rito; non è un bar quello di Abu Mohammed, ma una sorta di emporio-alimentari in una stanza molto piccola che trabocca di cose. È il pian terreno della sua casa, una tazza di caffè e una chiacchierata non mancano mai, così l’appuntamento mattutino si è fatto nel tempo piacevole consuetudine.
Sono arrivato ieri e Abu Mohammed è venuto a prendermi all’aereporto con il furgoncino col quale accompagna i bimbi dei campi nelle scuole al mattino; Alaa Alì era con lui, non si conoscevano prima ma entrambi sono voluti venire al mio arrivo…così li ho messi in contatto e la loro presenza è un bel benvenuto!

Camminare mi aiuta a riflettere, guardarmi intorno mi rilassa e concentra nello stesso tempo e il movimento cadenzato scandisce i pensieri; ogni ritorno è di fatto un resoconto del lavoro svolto nel frattempo, inevitabilmente se ne parla con le tante persone che sono coinvolte nel progetto ed è proprio questo confronto che mi aiuta a capire cosa è successo dall’ultimo viaggio.
È una questione di andamento dice Ascanio Celestini ed io lo seguo fino all’ufficio di Kassem – direttore dell’organizzazione palestinese che mi appoggia nel lavoro - dove l’incontro espone a grandi linee le elaborazioni del tragitto.
Il lavoro procede bene nonostante non riesca a dedicarmici a tempo pieno, unico aspetto negativo è quello economico – dico io - ma è noioso parlarne e poi era prevedibile, mentre la proiezione di Incontri in alcuni festivals e varie iniziative rende tutti emozionati, soprattutto quella a Washington DC di pochi giorni fa, all’interno del convegno annuale dell’A.D.C. (American Arab Anti-Discrimination Commettee), una delle organizzazioni arabe più importanti in America.

Lascio l’uffficio e inizio il giro di saluti nel campo di Chatila e poi al Gaza Hospital: i volti, gli abbracci e le parole di benventuo di Jamila, Zuhur, Abu Maher, Abed Al Rahman, Umm Farhid, Mohammed, Samir sembrano non finire mai. È bello essere di nuovo tra voi, semplice ma sincera è la frase che ripeto più spesso, perché viene da dentro.
Finalmente sono al Gaza Building; vederlo da fuori – imponente – mi emoziona, questo edificio ha acquisito per me un significato importantissimo che vorrei riuscire a trasmettere con il nostro lavoro.
Parliamo seduti in cortile da Abu Maher - infaticabile barbiere/falegname protagonista del documentario - e la sensazione è di piacevole quotidianità.
Raccontiamo le reciproche novità e il fiume di parole si arena un po’ nell’utilizzo della lingua straniera.

Suhad, la figlia di Umm Farhid che mai si stancava di insegnarmi nuove parole in arabo, si è sposata con Ibrahim; si sono trasferiti in Siria dove la famiglia dello sposo – palestinese anche lui - vive rifugiata.
Anche Farhid, fratello di Suhad, è andato a vivere con il padre in Siria e così Umm Farhid è rimasta sola al primo piano del Gaza Hospital; ne parla e amaramente sorride svelando una malcelata tristezza, poi dice che Suhad ha chiesto di salutarmi quando sarei tornato a Beirut.
That’s life traduce Abu Maher dalle parole di lei, che non parla inglese ma ha degli occhi che raccontano più di ogni linguaggio.
Dispiace anche a me, mi ero affezionato a questa dolce coppia di ragazzi, alle nostre stentate conversazioni ed alle improvvisate lezioni di lingua; ora Suhad è incinta e ormai è una donna, a Umm Farhid rimangono il figlio Mohammed con i nipoti al nono piano del Gaza, tanta malinconia sospesa nel respiro e la sensazione di diventare vecchia troppo presto.

Si è fatto buio, mi trovo in strada sulla via di ritorno, le emozioni del rientro mi tengono compagnia e io mi abbandono. Scelgo il percorso più lungo, è presto per andare a dormire e comunque non riuscirei. Salgo per Sabra e giro nei vicoli interni, la notte stende sulla città uno strano, irreale silenzio e alcune persone - sedute a fumare narghilè - mi guardano arrivare; basta un sorriso…salam aleikum dico io e veloce ma cordiale arriva la risposta, loro riprendono a parlare ed io vado avanti tranquillo.

Lascio i vicoli e mi avvicino a Cola, la presenza della polizia è imponente ad ogni angolo, in assetto militare vigilano sulla città nel dopo elezioni; loro sì che mi mettono agitazione - non gli sguardi della gente nella notte - con i loro mitra nei tetti delle jeep e i fucili imbracciati…sarà che non sono abituato alle armi; proseguo e passo vicino, uno di loro mi urta con un fucile girandosi e io lo guardo; sono già alle mie spalle, l’arroganza della divisa è proprio uguale dappertutto.

Su ogni muro, porta, finestra o angolo libero ci sono posters di Saad Hariri e suo padre Rafik, l’ex presidente del consiglio recentemente ucciso in un attentato a Beirut; dai cavi tesi tra i palazzi sventolano bandierine con i loro volti, mentre i taxi sono pieni di adesivi che li ritraggono. Così Rafik Hariri è apparentemente diventato un martire e la lista politica di suo figlio ha vinto a Beirut, ma per i risultati finali bisognerà attendere almeno un altro mese l’esito delle elezioni nel resto del Paese.
Corre voce che il consenso popolare sia dovuto ad una lauta elargizione di soldi, promesse per i palestinesi ne sono state fatte molte ma di fiducia mi sembra di capire ce ne sia poca. Periodo di mutamenti e tensioni, gli ultimi mesi hanno visto il ritiro dell’esercito siriano e alcuni attentati…con questi pensieri arrivo al campo di Mar Elias, Abu Mohammed è ancora al negozio e veloce passo a fargli un saluto; la fretta di scrivere mi porta nella mia stanza, dove un bicchierino di arak allenta la scrittura e concilia il sonno.


da Beirut, 3 giugno 2005
Kinoki mrc


Una voce squillante esce dalla cornetta della cabina telefonica, la linea è disturbata ma la cosa più importante riesco comunque a capirla: Sarà felice di incontrarti risponde gentile, le interessa il progetto e ha voglia di parlarne.
Appuntamento al campo di Mar Elias – the most “open space” to meet you, mi dirà mesi dopo ricordando l’incontro - e dopo qualche giorno il nome prende un volto.

Aspetto nella bottega di Abu Mohammed Alì dove una sedia e un caffè non mancano mai; alto e robusto, a Abu Mohammed piace raccontare e seduto dietro la bilancia si perde in discorsi di questi e altri tempi. » ormai l’ora, mi avvicino all’ingresso del campo.

La signora Aziza Khalidi scende dalla macchina nello sterrato e sorridente mi viene incontro. Volto largo e gioviale incorniciato nel velo che le copre il capo, è disponibile fin da subito a mettere in gioco la sua esperienza.
Aziza è nata a Beirut pochi anni dopo la Nakba, da padre palestinese e madre di famiglia siriana, esercita da sempre nella sanità e ha dedicato il suo lavoro ai palestinesi. La dottoressa Swee Chai Ang – volontaria al Gaza Hospital nel 1982 - mi ha parlato di lei come un punto di riferimento per chi lavorava nell’ospedale durante l’invasione israeliana e il massacro di Sabra e Chatila; donna forte e attiva, Aziza – nonostante la giovane età – era all’epoca l’amministratrice generale della struttura.

Il Gaza Hospital era l’ospedale più importante e attrezzato in Libano dopo l’American University Hospital of Beirut, che aveva però tariffe così alte da renderlo difficilmente accessibile alla maggior parte delle persone.
Al Gaza si facevano le operazioni più delicate, aveva tre grandi reparti tra cui uno per le emergenze e la maternità; i palestinesi costituivano solo una parte dei pazienti: la Mezzaluna e l’O.L.P. applicavano un’efficace politica sociale nell’assistenza sanitaria, così al Gaza Hospital confluivano le fasce più povere della popolazione libanese che qui ricevevano cure gratuite.
Al Mustàkfa Gaza non si è mai fermato – dice Aziza - nè durante l'invasione nè durante il massacro…non che fossimo eroi, facevamo semplicemente il nostro lavoro, che abbiamo lasciato solo quando ci hanno costretto…

Parla con dolcezza e determinazione, per farmi capire lo stato d’animo di chi ha vissuto quei giorni nell’ospedale, continuando a prestare la propria opera anche nei momenti più pericolosi. Le sue parole mi scuotono, una frase soprattutto non posso e non voglio scordare: Quello che vorrei si capisca è che il Gaza Hospital non è stato una vittima, anzi: è un ospedale che ha resistito e lottato, che non si è arreso.

Questi e altri i racconti di quel pomeriggio, lucide memorie di alcuni tra i giorni più duri di Sabra e Chatila, che hanno lasciato un segno indelebile in chi le ha vissute. Durante l’invasione israeliana del 1982 i sotterranei dell’ospedale erano stati adattati a rifugio dalla Mezzaluna Rossa Palestinese mentre ai piani superiori l’ospedale continuava il suo lavoro, sempre più intenso a causa dei numerosi feriti civili dei bombardamenti.

Fortunatamente – ironizza Aziza – le cucine erano abbastanza grandi per sfamare tutti!

Ora i sotterranei del Gaza Building sono abbandonati al buio e al degrado: le capienti perdite d’acqua dalle tubature dell’edificio e l’impianto fognario vecchio e insufficiente ne hanno fatto uno spazio maleodorante e semi-allagato. Quando ne parla l’espressione del volto diventa improvvisamente cupa, ricordare quel periodo muove i pensieri e crea dolore - mi dirà poi – e il viso registra i repentini cambi di umore.

Aziza è una corrispondente sincera e costante nei periodi che sono lontano da Beirut, nei quali a distanza abbiamo imparato a conoscerci meglio.
Dipinge, lavora come ricercatrice e crede nel potere rivoluzionario dell’arte; dopo aver conseguito un dottorato in America è tornata in Libano e ha continuato nel tempo una stretta collaborazione professionale con la Mezzaluna Rossa Palestinese, integrandola con progetti di ricerca e assistenza sanitaria nei campi.

Questa volta ci incontriamo a Dana, non ci stringiamo la mano ma lo scambio di sorrisi e di piccoli regali è eloquente; aspettiamo Alaa Al Alì, amico e collaboratore, e scendiamo dalla strada di Sabra verso il  mercato, proprio di fronte il Gaza Building. E' sera, la via è piena di bancarelle e i negozi inondano il marciapiede con mercanzie di tutti i generi; c’è molta confusione e non si riesce a parlare, passando tra una macchina e l’altra arriviamo nella nuova casa di Alaa.

Sediamo sul divano, la porta rimane aperta sul pianerottolo e lentamente riprendiamo confidenza; Aziza racconta, come se la nostra conversazione non si fosse mai interrotta. Il ventilatore acceso muove l’aria umida dando un po' di sollievo, il the aiuta il flusso dei pensieri e lei si immerge nelle memorie di più di venti anni fa, quando l’aviazione israeliana bombardava Beirut e al Gaza Hospital sono stati accolti e curati due prigionieri nemici.
Gli occhi di Aziza si velano di infinita tristezza.

…perchË la Mezzalunarossa Palestinese è un organismo umanitario – ci tiene a sottolineare – che non ha mai fatto distinzione di razza o religione, è parte della Croce Rossa Internazionale e come tale si deve comportare.
Adesso la Mezzaluna non è più come prima – continua – anche lei subisce influenze politiche e ha gravi problemi economici…pensa che il Gaza Hospital aveva circa 250 posti letto, cifra che ora è quasi paragonabile al numero totale dei letti negli ospedali della Mezzaluna Rossa Palestinese in tutto il Libano. Quando Fathi Arafat – fratello di Yasser – dirigeva la Mezzaluna le cose andavano meglio, lui era veramente bravo a trovare i soldi per portare avanti l’ospedale, finanziamenti che spesso venivano dai paesi del Golfo.

Si è fatto tardi, dovremmo andare ma entrambi esitiamo.
A Chatila ci sono state le elezioni, poco prima di quelle ufficiali del Libano; Aziza ne è contenta, crede importante la costituzione di un nuovo comitato con dei responsabili che perseguano il miglioramento delle condizioni di vita nel campo, anche se non è fiduciosa nella situazione politica e sociale del Libano. Sono state fatte molte promesse ai palestinesi, ma la crescita della tensione degli ultimi mesi non promette bene e la recente uccisione di Samir Kassir è un segno pesante che riporta al passato.

Vedi, c’è un momento che prepara al peggio dove l’obiettivo da istituzionale diventa intellettuale, succede quando si vuole colpire la libertà di esprimersi; uccidendo Samir hanno colpito un simbolo, non era solo un giornalista ma una mente critica che ha sempre preso posizioni scomode…

Ci alziamo, il Muezzin chiama alla preghiera e per Aziza Ë ora di andare in moschea. Gli abitanti del Gaza Hospital vogliono seguire l’esempio di Chatila e forse la prossima settimana ci saranno le elezioni; i problemi abitativi e sociali nello stabile sono molti e certo ce ne sarebbe bisogno.
Inshallah - escalama lei che non ne era a conoscenza - e salutando si allontana.

In molti nel Gaza Bulding vorrebbero eleggere Abu Maher, ma lui nonostante sia nel comitato organizzativo di esserne il presidente non vuole saperne…as salam aleikum cara Aziza, sei una di quelle persone che con la tua fiducia mi da la forza di continuare.


da Beirut, 12 giugno 2005
Kinoki mrc