Dopo la rivolta il Libano non sogna più

Confessionalismo elettorale Nel silenzio delle élite tornano in piazza le destre maronite, incoraggiate dal patriarca Sfeir che reclama la creazione di circoscrizioni confessionalmente omogenee. E alla vigilia del voto anche i politici rafforzano il settarismo e si dividono le spoglie del paese dei cedri


STEFANO CHIARINI

INVIATO A BEIRUT - Il Manifesto - 18 maggio 2005

Una decina di tende blu sul prato attorno al restaurato monumento ai martiri dell'indipendenza libanese, al centro di quella che era una delle più belle piazze liberty del medioriente - danneggiata dai combattimenti della guerra civile, rasa al suolo dalla speculazione e ora ridotta a un enorme spiazzo aperto che guarda verso il mare - è quel che resta della grande tendopoli messa in piedi dal movimento «Indipendenza 05» all'indomani dell'uccisione, il 14 febbraio scorso, in un devastante attentato sul lungomare di Beirut, dell'ex premier Rafik Hariri. Un freddo vento di mare agita le tende dove, dopo la partenza dell'ultimo soldato siriano dal paese - la richiesta che aveva unito i seguaci sunniti di Hariri, i drusi di Walid jumblatt, le destre cristiano maronite e i nazionalisti del generale Aoun - sono rimasti i giovani militanti di destra delle Forze libanesi e, su posizioni più «nazionali», i loro ex acerrimi nemici, i seguaci del generale Aoun. I partiti e i movimenti confessionali cristiani sono scesi di nuovo in piazza in questi giorni, incitati dal patriarca Boutros Sfeir, per chiedere, a pochi giorni dalle elezioni, il cambiamento della legge elettorale con la creazione di circoscrizioni confessionalmente omogenee - «i deputati cristiani devono essere eletti da elettori cristiani» - e la liberazione di Samir Geagea, il leader delle Forze libanesi ancora in carcere. L'ultimatum del patriarca ha riacceso i più tetri sentimenti confessionali e così, sia in piazza dei martiri che, soprattutto, davanti alla sue sede vescovile di Bkerké si succedono affollate manifestazioni segnate dai simboli e dalle bandiere di tutte le possibili sfumature delle destre maronite. Si va dalle croci delle già ricordate Forze libanesi (formatesi dall'unificazione manu militari delle milizie degli anni `70 ad opera di Bechir Gemayel, di Elie Hobeika e di Samir Geagea, i killer di Sabra e Chatila ma anche di molti loro correligionari), ai vessilli arancioni dei seguaci dell'«uomo della provvidenza», il generale Aoun, che nel 1989-1990 lanciò la «guerra di liberazione» contro la Siria e gli accordi di Taif che posero fine alla guerra civile, passando per i grandi striscioni degli abitanti di Zghorta con le bandiere delle milizie «Marada» e i ritratti del vecchio signore Suleiman Franjieh, e i cartelli dei villaggi cristiano maroniti della ex fascia di sicurezza occupata da Israele che chiedono la liberazione e il ritorno degli ufficiali e dei torturatori delle milizie filo-israeliane fuggiti all'estero nel maggio del 2000, quando l'esercito di Tel Aviv lasciò dopo diciott'anni, il paese dei cedri. Quel che colpisce è il fatto che di fronte a questi rigurgiti sinistri quasi nessuno abbia nulla da obiettare, mentre tutti i membri dell'élite del paese sono pronti a sdoganare i loro omologhi nel comune interesse a dividersi le spoglie del Libano e a controllare in modo feudal-clientelare le proprie comunità. Di fronte alle richieste del patriarca ecco quindi che la parte musulmana dell'«opposizione» antisiriana, il leader druso Walid Jumblatt e quello sunnita Saad Hariri, figlio dell'assassinato Rafik, dopo aver raggiunto un accordo con gli sciiti di Amal e di Hezbollah per il mantenimento alle prossime elezioni delle circoscrizioni elettorali miste previste dalla legge del 2000, hanno deciso di far entrare nelle loro liste, senza alcun problema, alcuni esponenti dell'ultra destra cristiano-maronita. I sunniti di Beirut eleggeranno con Saad Hariri, Solange (alla quale il seggio è stato già assegnato prima del voto, per mancanza di altri candidati), la moglie dell'ex presidente falangista Bachir Gemayel mentre i socialisti progressisti di Walid Jumblatt - in seguito a un accordo tra il leader druso e le forze libanesi di Samir Geagea - segneranno sulla scheda il nome di George Radwan, ex esponente della brutale milizia dei «Guardiani del cedro» che squartava i palestinesi e i musulmani trascinandoli con le auto per le strade di Beirut est. Lo stesso avverrà nel nord dove Hariri farà eleggere altri due esponenti delle Forze libanesi di Geagea.

«È una situazione disgustosa - ci dice Talal Salman direttore del quotidiano laico-progressista Al Safir nel suo ufficio di Hamra, mai lasciato neppure durante l'occupazione israeliana - non c'è più politica, non ci sono partiti, non ci sono cittadini ma solo «credenti» e membri delle varie confessioni guidati dalle solite grandi famiglie e dagli esponenti religiosi. Questa sarebbe la democrazia?» e poi aggiunge «In realtà quel che sta andando avanti è il vecchio progetto israeliano della creazione di tanti cantoni confessionali - lo stesso che gli Usa stanno imponendo in Iraq e domani in Siria - al fine di controllare meglio questi paesi, disgregarli, impedire che vi siano forme di «resistenza nazionale» e, in quest'ottica, isolare gli Hezbollah per poi colpirli e negare uno stato ai palestinesi, cacciandoli in questo o quel cantone mediorentale musulmano. Gli Usa parlano di democrazia, ma dove arrivano diffondono solo fondamentalismo e guerra». Pur avendo coscienza che i libanesi, dopo tanti lutti, sono indubbiamente vaccinati contro le tentazioni di nuove guerre civili, la celebrazione di personaggi come Geagea e le invettive confessionali del patriarca sono comunque inquetanti e non augurano certo al Libano un futuro di pace. Lo stesso volto della città è cambiato: ora è spenta, senza visitatori, senza luci. Basta vedere come Samir Geagea, leader dal 1986 delle Forze Libanesi, scruti ormai minacciosamente i passanti praticamente da ogni muro dei quartieri cristiano maroniti come la «piccola montagna» di Ashrafieh, ma anche da quelli delle scuole e delle università di Beirut est, del porto di Jounieh e dei paesi della montagna che chiedono a gran voce la sua liberazione. Richiesta alla quale, alla ricerca dei voti ancora in libertà dei seguaci delle Forze Libanesi - ufficialmente ancora fuori legge - si sono associati anche esponenti religiosi come il patriarca Boustros Sfeir, politici di ogni risma, e molti capiclan tra i quali lo stesso Walid Jumblatt, in nome della «riconciliazione» senza memoria e senza verità che ha caratterizzato il dopo guerra civile libanese.

Eppure Samir Geagea venne condannato all'ergastolo nel 1994 da un tribunale penale, dopo un lungo processo, per l'uccisione dell'ex premier Rashid Karameh, fatto saltare in aria il 1 giugno del 1987 con una bomba posta sull'elicottero militare su cui viaggiava. Il fatto che nella vicenda abbiano anche pesato le sue posizioni anti-siriane (pur avendo aiutato Damasco a togliere dalla scena il generale golpista Aoun nel 1990), il suo progetto di una «cantonizzazione» confessionale del Libano e il suo rifiuto del trattato di Taif del 1989, un minimo di decenza e di memoria avrebbe dovuto consigliare di non dipingere come un martire della fede uno dei più crudeli killer della guerra civile, come invece fanno i giovani delle Forze libanesi tra le tende della piazza dei martiri in una giornata stranamente e sinistramente nuvolosa. Spenti i fari delle televisioni che celebravano la «rivoluzione dei cedri», il Libano, come impaurito, si è trovato di fronte ai problemi di fondo della sua struttura istituzionale e confessionale. I problemi di un paese e di una città come Beirut, formalmente unita, ma in realtà sempre più divisa territorialmente e composta da tanti quartieri divenuti dal 1975 ad oggi, prima con la guerra e poi con la pace, sempre più omogenei dal punto di vista confessionale e sempre controllati dalle solite famiglie decise a spartirsi, con ogni mezzo, le spoglie di un paese e di uno stato visto sempre come un pericoloso nemico per i loro interessi particolari. Lungo la ex «Linea verde», là dove una volta c'erano i cecchini, adesso scorrono grandi autostrade disegnate proprio per rendere urbanisticamente e socialmente invalicabili i confini dei territori delle varie comunità, spesso conquistati con la guerra.

In questo senso la privatizzazione totale delle funzioni statali fa si, secondo lo scrittore libanese Elias al Khouri - cristiano progressita da sempre schieratosi a fianco dei palestinesi - che il Libano non sia il passato ma il futuro di tanti paesi della regione e non solo. Il fenomeno Berlusconi, grande amico dell'ex primo minitro assassinato, Rafik Hariri, proverebbe infatti - secondo il narratore - quanto sia esportabile questo modello: nessuna limitazione alla speculazione edilizia, nessun intralcio allo sfruttamento del lavoro, nessun interesse o partito «nazionale», distruzione del Welfare, profitti privati e deficit pubblici, intrecci tra politica e malaffare, ingerenza di altri paesi, ogni contrasto di classe affogato nella melma dell'assistenzialismo confessionale.

Il tutto addolcito da una certa libertà di stampa e di pensiero e da una generale politica del «lasciar fare». Questa è la Beirut di oggi, la capitale che élite politiche ed economiche e signori della guerra hanno sempre desiderato, per poi contendersi armi alla mano spazi, territori e privilegi, sempre pronte ad allearsi a qualsiasi potere esterno al paese fosse loro utile, dalla Francia agli Stati uniti, dalla Siria, ad Israele. Esattamente quelle élite politiche contro le quali tuonava il grande poeta libanese Khalil Gibran «Pietà per la nazione che accoglie festante il suo nuovo signore per poi dirgli addio tra urla e grida di scherno, solamente per accogliere festante il successivo...Pietà per la nazione divisa in frammenti, ciascuno dei quali si considera una nazione».