Beirut, sangue dopo il voto. Ucciso Hawi

Il leader comunista libanese assassinato con una bomba fatta esplodere sotto il sedile della sua auto, come Samir Kassir. Con l'eliminazione di un altro simbolo va avanti la destabilizzazione del Libano. Chi sarà il prossimo?


STEFANO CHIARINI


Una forte esplosione ha scosso ieri mattina verso le 9:45 il popolare quartiere di Wata Mousaitbeh, non lontano dall'incrocio di Cola, nel cuore di Beirut ovest, uccidendo a bordo della sua «mercedes» nera l'esponente comunista George Hawi, appena uscito di casa. L'ordigno (400 grammi d'esplosivo secondo i primi accertamenti) che ha ammazzato l'ex dirigente della resistenza contro l'occupazione israeliana del Libano negli anni ottanta, ex segretario del partito ed esponente dell'opposizione interna al Pcl, era stato collocato sotto il sedile di guida e sarebbe stato azionato con un comando a distanza, come avvenne per l'uccisione, il 2 giugno scorso, del giornalista Samir Kassir, del quotidiano an Nahar. Un omicidio mirato, di precisione, tanto che l'autista, ferito ma non in modo grave, ha avuto il tempo di buttarsi fuori dall'auto che ha proseguito il suo cammino per alcuni metri andandosi a fermare contro un cartellone pubblicitario elettorale. La moglie di George Hawi - ci racconta l'impiegato di un'organizzazione non governativa - ha sentito l'esplosione dalla clinica nella quale stava lavorando (non lontana dal luogo dell'attentato) ed è corsa verso l'auto mentre l'autista e il lavorante di un bar stavano cercando di estrarre dalle lamiere il corpo del dirigente comunista. Appena il tempo di riconoscerlo e la donna si è accasciata al suolo svenuta. Il leader comunista, di origini cristiane, soprannominato il «gigante buono» per il suo aspetto massiccio e bonario, ha resistito per alcuni minuti dopo aver chiesto aiuto ai suoi soccorritori ma è spirato poco dopo tra le loro braccia.

Il segretario di stato Usa, Condoleezza Rice, da Bruxelles ha dichiarato di non sapere chi ha ucciso George Hawi, ma «la Siria deve smettere di destabilizzare il Libano». Il capo dello stato Lahoud da parte sua ha fatto sapere che «riguardo alle insistenti insinuazioni secondo le quali il presidente è legato ai cosiddetti apparati di sicurezza, tutti sanno che egli non controlla le agenzie di sicurezza».

Il paese dei cedri, uscito da appena due giorni da un'accesa campagna elettorale, è ripiombato ieri nell'angoscia di una strategia della tensione i cui registi evidentemente vogliono dimostrare l'incapacità del Libano di governarsi da solo. Per il momento obiettivi degli attentati sono state delle figure pubbliche molto note - la cui morte ha sconvolto il paese - ma prive di un reale potere, come Rafiq Hariri, Samir Kassir, noto columnist di an Nahar e ora il comunista George Hawi. Tutti e tre in qualche modo esterni alle strutture del potere feudale. Il timore di molti è che ora, visto che il paese fino ad oggi ha «tenuto», gli strateghi della tensione potrebbero mirare più in alto, colpendo qualche esponente dei blocchi confessionali usciti vincitori delle elezioni e facendo precipitare la situazione. Particolarmente pericolosi saranno i prossimi quindici giorni, prima della convocazione del nuovo parlamento che dovrà designare lo speaker sciita dell'assemblea dove Saad Hariri ha sì la maggioranza di 78 seggi su 128 ma si trova a capo di una coalizione assai variegata - dal druso Jumblatt alle forze libanesi - per nulla unita al suo interno su tutte le questioni di fondo del paese. Il primo ministro Najib Mikati, dimissionario, commentando l'uccisione di George Hawi ha dichiarato: «Siamo sconvolti. Ogni qualvolta il paese fa un passo avanti qualcuno cerca di minarne la sicurezza con questi delitti». Durissimo il segretario del Pcl, che giunto sul luogo dell'attentato ha accusato dell'uccisione i servizi israeliani ai quali ha ricondotto l'intera strategia della tensione e ha messo in guardia i suoi concittadini dal cadere nella trappola preparata per loro dagli Usa. E non solo dagli Usa. Il possibile futuro premier del paese, Saad Hariri, per sondare i piani di Washington e Parigi è volato ieri nella capitale francese dove si è incontrato a lungo con il presidente Chirac.

Di tutt'altro tenore le dichiarazioni degli esponenti drusi e di alcuni settori dell'opposizione che hanno colto l'occasione dell'attentato per accusare di nuovo, come nel caso dell'attentato a Rafiq Hariri, la Siria e i servizi libanesi e quindi indirettamente il presidente Emile Lahoud. La richiesta di dimissioni del presidente libanese, criticato per i suoi rapporti con la Siria ed in particolare con la resistenza degli Hezbollah, è sostenuta anche dagli Usa ed è indirettamente sponsorizzata dalla stessa commissione di inchiesta internazionale sull'uccisione di Rafiq Hariri che ha deciso ieri, con grande tempismo, di iniziare le sue interviste con i vari esponenti dell'establishment della sicurezza libanese proprio dal capo della guardia presidenziale, il colonnello Mustafa Hamdan.

E che l'intera strategia della tensione possa mirare proprio alla resistenza libanese, della quale gli Usa chiedono il disarmo insieme a quello dei campi profughi palestinesi, è convinto Ibrahim al Mussawi, il responsabile della redazione politica della televisione al Manar, vicina agli Hezbollah, da noi raggiunto telefonicamente nel suo ufficio nella periferia sud di Beirut: «È un orrendo crimine che ha colpito uno dei pilastri e uno dei simboli della resistenza contro l'occupazione israeliana del Libano. Un atto criminale che punta a destabilizzare il Libano e a dimostrare che la situazione del paese è talmente fragile da richiedere un intervento esterno che limiti ancora una volta la nostra sovranità nazionale».
 


La resistenza del partigiano George

Dalla lotta anti-israeliana negli anni '80 a quella contro il confessionalismo


S. CH.


George Hawi, di origini cristiane, è stato protagonista fin dalla fine degli anni sessanta della vita politica libanese e ha sempre cercato di promuovere riforme democratiche in grado di superare la struttura confessionale e feudale del suo paese - «la soluzione ai nostri problemi sta nei partiti e non nelle sette o nelle confessioni», ci diceva nel 2002 durante un incontro per commemorare Sabra e Chatila - e di difendere l'autonomia e la sovranità del Libano invitando però i suoi concittadini a partire dai problemi interni al paese senza scaricare tutte le responsabilità sulle forze esterne al Libano, «il ritiro della Siria è importante ma non sarà una bacchetta magica che risolverà tutti i nostri problemi» ammoniva un paio d'anni fa. Il comunista George Hawi, ucciso nella zona dove più forte è stato nel passato il suo partito, un'area popolare a maggioranza musulmana ma con una certa presenza cristiana e drusa e dove fortissima era la presenza palestinese, è stata una delle figure più importanti della sinistra libanese sin dal 1968 quando, nel secondo congresso del partito, giocò un ruolo assai importante nel «rinnovamento» post staliniano dell'organizzazione. Sempre schierato a fianco della resistenza palestinese, venne eletto alla segreteria nel 1979 e dal 1982 fu uno degli animatori della «Resistenza nazionale» contro l'occupazione israeliana. Fu lui, insieme a Mohsen Ibrahim dell'Organizzazione di Azione comunista, a firmare a casa Jumblatt il manifesto con il quale il 16 settembre del 1982, a poche ore dall'invasione di Beirut ovest da parte dell'esercito di Sharon, si invitava la popolazione a prendere le armi contro gli occupanti.

Una resistenza che poi, dopo il taglio di ogni sostegno economico da parte dell'Urss di Gorbaciov (quando l'unica fonte di sostentamento del partito rimase un noto stabilimento balneare con un ottimo risorante di pesce a sud di Beirut) e in seguito alle pressioni di Damasco e di Tehran, sarebbe stata assunta e portata a compimento dal movimento degli Hezbollah. Una resistenza durissima quella portata avanti dal Pcl (alla quale si unirono presto il Partito social nazionale siriano, i nasseriani e il movimento Amal) contro gli occupanti che vide anche alcune operazioni suicide, erroneamente attribuite agli hezbollah: «un religioso compie un'azione eroica di questo tipo contro gli occupanti - dichiarava George Hawi nel 2002 - sostenuto dall'idea di un posto in paradiso, un laico lo fa per il bene dei suoi concittadini, del suo paese». Negli ultimi due anni George Hawi si era spostato su posizioni critiche nei confronti della nuova leadership del partito e del segretario Khaled Hdeydi, sostenendo la necessità di un nuovo rinnovamento e di una maggiore apertura, e di una linea più «nazionale» sia nei confronti degli Usa - «è suicida pensare che a Washington importi nulla dei cristiani libanesi. A loro interessa solo Israele e il petrolio» - che della Siria e di un rapporto positivo con le varie espressioni politiche della galassia cristiana in vista di una «riconciliazione nazionale». Anche grazie a lui il Pcl nel corso della presunta «primavera dei cedri», seguita all'uccisione di Hariri il 14 febbraio scorso, ha assunto una posizione intermedia assai favorevole al ritiro delle truppe siriane ma contraria alla loro sostituzione con un nuovo mandato agli Usa e alla Francia. E proprio per la sua convinzione che il ritiro delle truppe di Damasco fosse si centrale, una premessa necessaria, ma non il vero e unico problema del Libano - il confessionalismo istituzionalizzato - e soprattutto che con la Siria occorresse mantenere un rapporto privilegiato, George Hawi non aveva seguito fuori del partito la pattuglia di intellettuali che aveva dato luogo alla «Sinistra democratica» di Abdel Samad, assai attiva nell'opposizione antisiriana.

Dal Manifesto del 22.6.2005