Intervento di Claudio Grassi sulla missione in Libano

13/09/2006

Esprimerò un voto favorevole, quando in commissione e in Parlamento si discuterà della missione italiana in Libano. Lo farò partendo dalla consapevolezza che quello che abbiamo davanti è un fatto nuovo, impossibile da confondere con le altre missioni militari, in particolare quelle in Iraq e in Afghanistan, che abbiamo fieramente combattuto nelle piazze del movimento della pace come in Parlamento.
Chi, al contrario, mettesse quegli interventi militari sullo stesso piano farebbe un grave errore, perchè semplificherebbe in maniera strumentale una realtà molto complessa e contraddittoria.
Ma egualmente non posso condividere i toni trionfalistici che anche il nostro partito- penso, ad esempio, ad alcuni articoli di Rina Gagliardi su Liberazione- ha usato, dinanzi alla partenza delle truppe italiane. Io credo che la realtà sia più complessa, e che nell'analisi delle difficoltà che incontra l'unilateralismo americano svolta nella relazione del compagno Fabio Amato, che contiene spunti interessanti econdivisibili, manchino valutazioni che mi sembrano decisive.
1) La risoluzione 1701 è certamente un elemento positivo: non solo ha contribuito alla cessione delle ostilità, ma prevede anche il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano, senza cedere alla richiesta israeliana del disarmo di Hezbollah. Ma la 1701 è giunta purtroppo in colpevole ritardo, quando ormai l'invasione israeliana aveva dispiegato in pieno la propria forza distruttiva e provocato terribili danni alle infrastrutture e l'uccisione di centinaia di civili. Quella risoluzione, inoltre, manca di una netta distinzione tra aggressore ed aggredito, non contiene, cioè, una chiara condanna dell'intervento militare di Israele. E, specialmente, non fa menzione della questione palestinese, vero punto di svolta di ogni politica di pace in Medio Oriente. Non c'è traccia, insomma, di una semplice quanto necessaria considerazione: la pace in questa regione sarà possibile solo quando il popolo palestinese avrà un proprio Stato.
2) Che ogni enfasi sulla capacità della missione di garantire realmente la pace sia fuori luogo è dimostrato dal fatto che nessuno è oggi in grado di prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi sul campo.
E' a tutti chiaro che la fine delle ostilità non equivale necessariamente alla pace, che nessuna svolta si intravede nella politica imperialista di Israele nella regione, che lo scenario
politico libanese è molto fluido e complesso. La funzione politica della missione, quindi, assumerà contorni più definiti nel corso del suo svolgimento. E' un campo aperto a diverse possibilità, e su questo deve incentrarsi il nostro lavoro: far sì che la missione svolga un effettivo compito di interposizione e mantenimento della pace, e che dia un contributo a riaprire la questione della nascita dello stato palestinese.
3) E' quindi sulla vicenda palestinese che il nostro impegno dev'essere maggiormente incentrato, chiedendo l'abbattimento del muro per mezzo del quale Israele vuole fare dei territori occupati una serie di "riserve", carenti di risorse, discontinue, scarsamente collegate; la rottura dello scellerato accordo militare con Israele, che viola la nostra Costituzione, che esclude con nettezza accordi di carattere militare con paesi impegnati in conflitti bellici. Sono, per noi, richieste minime: infatti, nonostante Israele abbia messo sotto i piedi ben 71 risoluzioni dell'Onu, anche a sinistra si ha ancora un ingiustificato timore a schierarsi, con nettezza, dalla parte della causapalestinese.
Sulle difficoltà che incontra la strategia statunitense di guerra credo siano necessarie alcune precisazioni. Per quanto riguarda la recente guerra israeliana al Libano, concordata con gli Usa, non è possibile comprendere quando è accaduto senza analizzare il ruolo svolto sul campo della resistenza libanese, in particolare da Hezbollah. Forza politica nazionale nata dalla resistenza all'invasione israeliana dell'82, Hezbollah è riuscita ad impedire il tentativo di imporre una "pax americana" sul Libano, non ha permesso la nascita in quel paese di un governo fantoccio succube dei diktat americani, si è difesa strenuamente dall'offensiva israeliana. La resistenza di Hezbollah, dunque, è l'elemento che ha fatto saltare i piani israeliani e americani e che ha reso possibile l'intervento dell'Onu e dell'Europa in questa regione. In Libano è accaduto qualcosa di molto simile a quanto succede ancora oggi in Iraq e Afghanistan: l'unilateralismo e la guerra preventiva di Bush e del suo alleato israeliano trovano sempre maggiori difficoltà a confrontarsi con la resistenza dei popoli della regione. Ma a limitare le mire egemoniche statunitensi ci sono anche nuove potenze emergenti, che minano il quadro unipolare che gli Usa vorrebbero imporre al mondo e spingono per una politica internazionale meno aggressiva e più condivisa: Cina, Russia, India, importanti paesi dell'America Latina si muovono chiaramente come contraltare dello strapotere americano sul mondo. Sono questi- la resistenza dei popoli e l'emergere di nuove potenze regionali- elementi che non possiamo dimenticare, se vogliamo veramente comprendere la natura della crisi della politica estera americana.

Mi avvio alla conclusione: questa estate molte voci hanno giustamente affermato che il nuovo impegno in Libano delle truppe italiane apre un importante spazio per ridiscutere la presenza in Afghanistan. Il senatore Salvi ha rilevato che la credibilità del nostro paese in Medio Oriente aumenterebbe considerevolmente dinanzi ad un ritiro dello scenario di guerra afghano. Eppure il ministro della Difesa Parisi e il Generale Fabrizio Castagnetti non escludevano l'uso di nostri militari anche in azioni di guerra, non è diminuto il numero dei militari in campo, nè si hanno ancora notizie sulla Commissione di Controllo istituita nella mozione di rifinanziamento della missione.
Infine l'ultimo drammatico incidente, con il ferimento dei militari italiani vittime di una bomba durante un'azione di pattugliamento: tutti fatti che devono indurci a riaprire la questione della missione in Afghanistan. Iniziamo a discuterne al nostro interno già da adesso, in maniera da arrivare al prossimo voto sul rifinanziamento con una posizione forte e unitaria per il ritiro dei militari italiani.