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Intervista ad Alì Fayyad
direttore del Centro consultivo per gli studi strategici e la
documentazione di Hizbullah
(7 ottobre 2006)
Intervista apparsa sui Quaderni speciali di Limes n°4/2006
L: Qual è il rapporto tra il vostro centro ed Hizbullah?
Fayyad: Il centro che dirigo è un istituto creato dal partito
per approfondire la ricerca e gli studi in ambito strategico,
politico, sociale e culturale. Siamo dotati di una ricca banca
dati di un archivio mediatico aggiornato e ci avvaliamo
dell’esperienza di esperti che conducono immagini, sondaggi
d’opinione, analisi che poi vengono utilizzate dai vertici del
partito per definire la sua politica.
L: Hizbullah si considera vincitore dell’ultima guerra. Perché?
Fayyad: Dal punto di vista militare è evidente: gran parte delle
nostre infrastrutture è rimasta intatta e Israele non è riuscito
ad annientarci come voleva. Dal punto di vista politico oggi si
parla di negoziati per liberare i nostri prigionieri detenuti
nelle carceri nemiche e anche la questione dei territori
occupati da Israele, come le fattorie di Sheeba, è ormai
inserita nell’agenda delle trattative. I nostri due obiettivi
principali sono oggi più vicini. Inoltre abbiamo vinto dal punto
di vista mediatico e della popolarità nel mondo arabo-islamico:
le società dei vari paesi della regione sono oggi più coscienti
della possibilità di costringere il nemico alla resa e questi
popoli sono ora più pronti a esercitare pressioni sui loro
stessi governanti. E’ un buon risultato per noi.
L: Più volte il segretario generale di Hizbullah ha detto che se
anche Israele si ritirasse dalle fattorie di Sheeba, il Partito
non rinuncerà al suo arsenale perché “la minaccia strategica
nemica non diminuirà”. A cosa servono le vostre armi?
Fayyad: Per ora non c’è stato alcun ritiro dalle Fattorie. Per
il momento la resistenza continua a mantenere le armi per la
liberazione delle terre libanesi occupate e per la restituzione
dei nostri prigionieri. Ma anche quando questi due obiettivi
saranno raggiunti, non rinunceremo a difendere il paese. Lo
stato ebraico minaccia la sovranità del Libano e da sempre
intende assicurarsi il controllo delle risorse idriche del Sud,
quelle che scendono verso la Palestina occupata. Noi vogliamo
evitare che il nemico possa aggredirci ogni volta che vuole. Su
questo punto siamo d’accordo con tutte le forze politiche
libanesi. Prima della guerra stavamo definendo con loro una
strategia di difesa comune proprio per faer fronte
all’atteggiamento ostile di Israele. Secondo noi lo stato
ebraico è per sua natura aggressivo e tenterà sempre di
minacciare il nostro paese, di dividerlo, di destabilizzarlo.
Anche nell’ultimo conflitto ha cercato in ogni modo di
riportarlo sull’orlo della guerra civile.
L: La risoluzione 1701 dell’ONU rinnova l’invito al disarmo
delle milizie non appartenenti all’esercito regolare libanese.
Cosa intendete fare?
Fayyad: Rispetteremo la 1701 e gli impegni presi dal governo
libanese di cui siamo parte. Va detto però che il compito delle
forze internazionali che vigileranno sulla 1701 è quello di
assicurare che Israele si ritiri dai nostri territori, che la
Linea blu( confine tracciato nel 2000 tra Israele e Libano)
venga rispettata non solo a terra ma anche nei cieli e sui mari.Per
il momento queste due condizioni non sono rispettate da Israele.
Nella 1701 viene specificato che i militari dell’Unifil dovranno
affiancare l’esercito libanese nell’operazione di consegna delle
armi non appartenenti alle forze regolari di Beirut. La
questione è quindi fra la Resistenza e l’esercito libanese. Con
questo la Resistenza si coordina in piena armonia, così come i
vertici politici del partito sono in contatto costante con le
altre forze politiche del paese.
L: Ma c’è chi dice che invece ora chiedete di contare di più in
Libano dal punto di vista politico . E’ vero?
Fayyad: Assolutamente no. Chi conosce la nostra storia sa che
più cresciamo in termini militari e di popolarità e più siamo
disposti a concessioni sul piano interno. Quando nascemmo negli
anni Ottanta eravamo ancora deboli eppure parlavamo di Stato
islamico. Da anni abbiamo abbandonato questo progetto eppure
oggi siamo più forti. Oggi lavoriamo per la costruzione di uno
stato fondato sulla giustizia sociale in cui ogni cittadino
abbia gli stessi diritti e doveri, al di là della sua
appartenenza professionale, in cui venga ripristinato il
rapporto di fiducia e reciproca assistenza tra governato, in cui
il valore supremo sia la cittadinanza libanese e non l’identità
etnica o religiosa. Uno stato in cui il presidente della
repubblica sia scelto direttamente dal popolo non in base al suo
essere cristiano o musulmano ma in base ai suoi meriti
riconosciuti.
L: Comunque la comunità sciita, che costituisce la vostra base
popolare, ha la maggioranza relativa nel paese.
Fayyad: Il Libano è un paese di minoranze e il suo equilibrio è
assicurato da un sistema elettorale che non consente a nessuna
comunità di prendere il sopravvento sulle altre. Non intendiamo
certo alterare questo equilibrio né monopolizzare il potere. Non
intendiamo fare un colpo di stato, ma proponiamo di passare a un
sistema elettorale su base proporzionale, in modo da dare la
giusta rappresentanza anche alle piccole formazioni e alle
minoranze più esigue, per evitare la concentrazione
dell’autorità nelle mani di pochi.
F: E’ vero che Hizbullah segue l’agenda di Theran?
Fayyad: Nessuno nasconde che L’Iran è un nostro forte alleato:
Questo nion significa che siamo sottomessi alla volontà di
Theran. E’ un’alleanza strategica perché sia noi che loro ci
opponiamo alla politica di Israele e degli Stati Uniti nella
regione. Noi rimaniamo una forza libanese indipendente.
L:Credete che questa guerra abbia a che fare col confronto più
ampio tra Stati Uniti e Iran?
Fayyad: Senza dubbio gli Usa tentano di indebolire gli alleati
regionali dell’Iran e lo fanno anche attraverso Israele. E’
stata la nostra guerra, ma nell’ottica di Washington può essere
un passo intermedio in vista della battaglia finale contro
Theran. Anche in questo senso vanno lette le pressioni americane
nei confronti della Siria, altro alleato importante dell’Iran.
L: In che modo il vostro alleato iraniano vi ha sostenuto in
questa guerra? Vi ha fornito armi?
Fayyad: L’Iran ci ha aiutato a livello politico e a livello
materiale, fornendo sostegno alle nostre organizzazioni
sanitarie e sociali per far fronte all’emergenza durante
l’aggressione. Quanto alle armi, è un diritto della Resistenza
cercare sostegno presso i propri alleati. Israele viene
rifornita dai suoi alleati, così noi. Ma di certo nessuno rivela
l’origine dei rifornimenti.
L: E la Siria?
Fayyad: Damasco è il nostro altro importante alleato nella
regione: Ma, lo ripeto, alleanza non vuol dire sottomissione: La
Siria ha aiutato il Libano a livello diplomatico, politico e
sociale. Ha ospitato centinaia di migliaia di sfollati nel suo
territorio.
L: I vostri missili sono arrivati via Siria?
Fayyad: Ribadisco che è nel diritto della Resistenza ricorrere a
ogni mezzo per resistere all’aggressione israeliana. Circa la
fonte del nostro arsenale, non intendiamo rivelare alcun
particolare. Non è stato fatto in passato, non intendiamo farlo
oggi.
L: Si discute dell’opportunità di dispiegare unità dei caschi
blu lungo il confine siro-libanese per evitare l’afflusso di
nuove armi ad Hizbullah. Cosa ne pensa?
Fayyad: Si tratterebbe di una chiara violazione della sovranità
libanese e di un modo per cercare di mettere ulteriormente in
crisi le relazioni tra i due paesi. Il Partito di Dio rifiuta
questa proposta e non la considera praticabile. Le autorità
libanesi sono in grado con quelle siriane di risolvere la
questione senza l’intervento di forze straniere che finirebbero
per servire solo gli interessi americani e israeliani.
L: Qual è il Medio Oriente immaginato da Hizbullah, da
contrapporre a quello proposto dall’attuale amministrazione
americana?
Fayyad: Gli Stati Uniti, assieme a Israele, vogliono soltanto
eliminare i loro nemici nella regione col pretesto di diffondere
la democrazia e di lottare contro il terrorismo.. Noi lavoriamo
per una regione in cui i popoli possano vivere in pace, nella
stabilità, senza il dominio straniero, senza che l’Occidente
impedisca il loro sviluppo o che tenti di dirigerli verso un
finto benessere solo per soddisfare i propri interessi. Non
immaginiamo un Medio Oriente islamico, come alcuni sostengono,
ma una regione in cui sia rispettato il principio di
autodeterminazione dei popoli.
L: In concreto cosa significa? Né la Giordania, né la Siria né
l’Iraq di ieri e di oggi rappresentano un modello di questo
Medio Oriente. Come pensate che la realtà possa mutare?
Fayyad: E’ vero il mondo arabo dalla caduta dell’impero ottomano
si trova prigioniero di una forte contraddizione: da una parte
c’è l’appartenenza alla nazione araba, dall’altra la divisione
in Stati. Lo Stato moderno è stato imposto alla regione e da
allora ci troviamo a ragionare in termini “arabi” ma anche di
“giordani”, “libanesi”, “siriani”, “iracheni”. Dobbiamo
accettare la realtà e sperare che nel futuro si possa arrivare a
un processo politico simile a quello che è avvenuto in Europa
con l’Unione Europea, ma con le dovute differenze. Perché non si
possono innestare delle esperienze storiche in terreni che hanno
vissuto un altro percorso di civiltà. Svilupperemo la nostra
forma di democrazia che è senza dubbio diversa da quella che
intendete voi in Europa: per noi, democrazia è attuare quel che
desidera il popolo. Romperemo così le catene delle dittature e
ristabiliremo il rapporto di fiducia tra autorità e governati.
Riusciremo a opporci alle influenze neocoloniali e potremo
uscire dall’attuale crisi dello sviluppo.
L: Qual è la vostra soluzione alla questione palestinese?
Fayyad: Fino ad oggi soltanto la Resistenza armata ha pagato
nella lotta per restituire ai palestinesi i loro diritti
legittimi. Né le risoluzioni dell’ONU né le garanzie offerte
dalla comunità internazionale sono servite a ridare la terra ai
palestinesi. Noi crediamo, forti della nostra esperienza, che
l’unico modo per costringere Israele al ritiro sia quello di
arrivare ad un equilibrio strategico con il nemico. Questo è
certo difficile oggi in Palestina, ma per il momento non vi sono
altre scelte.
L: Quale Palestina immagina Hizbullah?
Fayyad: Un unico stato nei confini della Palestina storica,
venutasi a creare con le ultime divisioni amministrative
ottomane: dalla Galilea al Negev, dal Giordano al Mediterraneo.
Uno stato multiconfessionale in cui vivano assieme i palestinesi
di ogni confessione e appartenenza: musulmani, cristiani ed
ebrei: Uno stato democratico in cui tutti i cittadini siano
uguali di fronte alla legge.
L: E che ne sarebbe dell’attuale Stato d’Israele?
Fayyad: Accetteremo soltanto uno Stato chiamato Palestina. E poi
non è detto che la situazione sul terreno sia immutabile. Chi lo
avrebbe detto, ad esempio, che il regime di apartheid in
Sudafrica potesse essere smantellato?
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