LIBANO:L’ESCALATION POSSIBILE

La storia del popolo palestinese e della sua lotta per non essere annientato è costellata di vicende e personaggi ambigui ed oscuri, in quelle che talvolta sono state zone d’ombra fra lotta di liberazione e provocazione internazionale. Non è un mistero, come non è un mistero che la lotta dei Palestinesi sia stata spesso strumentalizzata dai "fratelli arabi", o meglio dai governi reazionari dei Paesi i cui confini vennero tracciati con il righello dai plenipotenziari del colonialismo europeo.
Si può dire che la strumentalizzazione della lotta dei Palestinesi sia iniziata con la lotta stessa, come sa chiunque abbia conoscenza delle vicende degli anni 30 e 40, quando ad ergersi ad improbabili tutori della liberazione araba dal colonialismo erano le potenze dell’Asse, e i punti di riferimento del movimento anticolonialista erano le cancellerie di Roma e Berlino: basti pensare al sostegno italo-tedesco al celebre Muftì di Gerusalemme, o alle trasmissioni in arabo dai microfoni di Radio Bari e di altre emittenti che trasmettevano dall’Italia (Radio Giovane Tunisia, Radio Nazione Araba e Radio Egitto Indipendente), fino al coinvolgimento diretto del futuro Presidente egiziano, Anwar Sadat, nei rapporti con il generale Rommel, che i nazionalisti egiziani vedevano come il liberatore dall’odiata occupazione britannica. Per la verità, piuttosto stretti furono anche i rapporti intercorsi fra le dittature di Roma e Berlino ed altri movimenti di liberazione non arabi, primo fra tutti quello indiano, come testimoniano anche alcune corrispondenze personali fra Hitler e il Mahatma Gandhi, che nel 1931 venne accolto trionfalmente a Roma dal Duce, davanti al quale si presentò insieme alla capretta che lo seguiva e nutriva ovunque con il suo latte.
Successivamente, i vari governi arabi si sono alternati nel ruolo di "protettori" della causa palestinese, a volte anche muovendo i loro sgangherati eserciti contro la formidabile macchina da guerra sionista, più spesso limitando il proprio impegno a dichiarazioni roboanti contro l’entità sionista, accompagnati da accordi sottobanco con l’entità medesima e i suoi potentissimi protettori atlantici.
In questo sottobosco hanno spesso agito uomini ed organizzazioni di difficile decifrazione, quando non direttamente al servizio di cause che con la Palestina avevano (ed hanno) ben poco a che spartire; del resto, fino alla svolta impressa dalla comparsa di Yasser Arafat e dalla nascita di Al Fatah, la stessa Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) era poco più di un ente assistenziale gestito direttamente dai governi arabi.
Il caso di ambiguità più conosciuto degli ultimi decenni è stato senza dubbio quello di Abu Nidal e della sua organizzazione, Fatah – Consiglio Rivoluzionario, nata da una scissione del movimento fondato e guidato da Arafat. Dalla seconda metà degli anni 70 alla sua misteriosa fine, avvenuta in Iraq poco prima dell’invasione angloamericana del 2003, probabilmente per mano dei servizi iracheni, che eliminavano così un testimone decisamente scomodo. Nel corso della sua attività, Abu Nidal è stato sostenuto, di volta in volta, da diversi regimi arabi, e – pur potendo contare su un discreto seguito nei campi palestinesi in Libano – nelle azioni della sua organizzazione non è mai apparso chiaro il confine fra la lotta contro l’occupazione sionista e l’operato, per così dire, di servizio per conto terzi. Una di queste azioni (l’attentato contro l’ambasciatore israeliano a Londra) fornì il pretesto ad Israele per l’invasione e l’occupazione del Libano nel 1982, che porterà all’espulsione di Arafat e dei fedayn e allo smantellamento della struttura dell’OLP in quel Paese.
Quello che sta avvenendo in queste ore in Libano presenta alcuni caratteri di novità, ma anche inquietanti analogie con il passato. La novità è rappresentata dalla caratterizzazione islamica delle organizzazioni che si sono (troppo?) rapidamente insediate e sviluppate nei campi palestinesi di Nahr El Bared e Beddawi, nei pressi di Tripoli, e in quello di Ein Elweh, vicino Sidone; una novità che deve far riflettere, se solo si pensa che anche le organizzazioni di ispirazione islamica più forti nei Territori Occupati – Hamas e Jihad Islamico – nei campi palestinesi del Libano non hanno mai avuto molto seguito, stante l’egemonia conflittuale fra Al Fatah, le fazioni della sinistra (FPLP e, in misura minore, FDLP) e quelle più o meno dichiaratamente legate a Damasco (Fatah – Intifada, Saiqa, Fronte Popolare – Comando Generale, ecc.). Dirò di più: subito dopo la precipitosa evacuazione degli Israeliani e dei loro alleati fascisti libanesi dal sud del Paese, sotto l’incalzare dei combattenti della resistenza di Hezbollah, nel nord avvenne una strana "sollevazione" di elementi – si disse – legati ad Al Qaeda, che vennero letteralmente annientati proprio dai miliziani di Hezbollah, congiuntamente a truppe regolari libanesi e siriane.
L’inconciliabilità fra il jihadismo globale di Al Qaeda, il nazionalismo laico del Baath siriano e quello religioso ma pragmatico di Hezbollah è cosa nota; fra l’altro, il fondamentalismo sunnita wahabita che sta alla base dell’ideologia di Al Qaeda considera gli sciiti come "traditori dell’Islam" e li pone sullo stesso piano degli "ebrei" e di tutti gli altri "infedeli". Non si capisce, allora, come sia possibile parlare – come stanno facendo tutti gli organi di informazione in queste ore – di gruppi "legati alla Siria e vicini ad Al Qaeda". Si tratta di un evidente ossimoro, se solo si considera che il migliore alleato di Damasco e dei Palestinesi in Libano sono proprio gli sciiti di Hezbollah e che lo stesso gruppo dirigente siriano è espressione di una minoranza sciita, quella degli Alaouiti.
La confusione aumenta nel leggere che il gruppo palestinese Fatah al Islam, che si sta scontrando con le forze regolari libanesi, sarebbe - oltre che "legato alla Siria e vicino ad Al Qaeda" – nato da una recentissima scissione di Fatah - Intifada, fazione palestinese staccatasi da Al Fatah nel 1983 e alle dirette dipendenze di Damasco.
I conti non tornano, e davvero ci mancano la straordinaria cultura e l’ineguagliabile conoscenza del Medio Oriente di Stefano Chiarini, la cui scomparsa continua a pesare come e molto più di un macigno. Stefano sarebbe riuscito meglio di chiunque altro a decifrare gli attuali avvenimenti, ma il loro segno appare chiaro anche a chi non dispone della sua levatura intellettuale.
I piani dei neocons statunitensi e israeliani per la destabilizzazione dell’intero Medio Oriente a partire dall’anello debole, il Libano, hanno subito una battuta d’arresto a causa del fallimento dell’aggressione israeliana dello scorso anno e della perdurante impossibilità degli U.S.A di sconfiggere la resistenza irachena e quella afgana, nonostante il generoso sostegno della N.A.T.O. e dei governi europei. Ma quei piani non sono mai stati accantonati, e quello che sta avvenendo in queste ore in Libano sembra fatto apposta per provocare un’escalation, come segnalano gli analisti di Al Jazeera, ovviamente ignorati dai loro colleghi occidentali.
In una scheda di approfondimento su Fatah al Islam del 20 maggio, Al Jazeera osserva che esiste un accordo in base al quale le forze armate libanesi non possono entrare nei campi palestinesi, ma che la Risoluzione O.N.U. n. 1559 dell’ottobre 2004 (quella fortemente voluta da U.S.A. e Francia, i nuovi e vecchi colonizzatori del Libano) chiede "lo scioglimento e il disarmo di tutte le milizie libanesi e non libanesi" e dunque, sempre secondo Al Jazeera, "invita implicitamente all’azione contro i gruppi armati palestinesi", poiché non si riferisce solo alle milizie libanesi, ma anche a quelle palestinesi cui è affidata la sicurezza dei campi profughi. La successiva Risoluzione O.N.U. n. 1701 dell’agosto 2006 (quella in virtù della quale sono stati inviati in Libano più di duemila soldati italiani), sottolinea Al Jazeera, reitera la posizione espressa nella 1559.
Adesso i conti cominciano a tornare, e non sono affatto tranquillizzanti.
Fatah al Islam è una milizia palestinese, anche se sembra che i suoi componenti siano prevalentemente di altre nazionalità arabe e non si comprende come abbiano fatto ad entrare così facilmente in Libano. Dal punto di vista della cosiddetta comunità internazionale, a questo punto l’esercito libanese sta cercando di applicare le Risoluzioni 1559 e 1701 e, qualora non vi riuscisse, sulla base delle predette Risoluzioni sarebbe ampiamente legittimato a sollecitare l’aiuto internazionale, in primo luogo quello delle truppe inquadrate nella missione UNIFIL 2 già presenti sul suo territorio. Appare ragionevole l’idea che l’intervento non si limiti a Fatah al Islam e che si estenderà alle altre milizie palestinesi, innescando un’escalation che non potrà non coinvolgere Hezbollah e dare il via al tragico gioco del domino pensato dai think tank di Washington e Tel Aviv.
Allo stato, questo scenario è ancora del tutto ipotetico, ma il fatto che sia stato evocato dal media più informato del mondo arabo dovrebbe indurre a qualche riflessione. Prima che sia troppo tardi per riflettere.

Germano Monti

22.5.2007