(17 settembre 2006)
1. L’invio della missione “Unifil 2” in Libano è oggetto di giudizi
differenziati all’interno delle forze che in questi anni hanno dato vita
al movimento contro la guerra, oltre che tra i partiti comunisti. Poiché
riteniamo politicamente essenziale, pur in presenza di valutazioni
divergenti, mantenere tra queste stesse forze ancora ben teso il filo
della discussione e dell’approfondimento sui dati di fatto, proviamo a
fornire qualche considerazione analitica a supporto della posizione non
sfavorevole che la componente di minoranza del Prc “Essere comunisti” ha
maturato in relazione alla suddetta questione. Detto per inciso,
restiamo fortemente preoccupati per gli sviluppi che il teatro
mediorientale può riservare nell’immediato futuro; così come ci sono
sembrati del tutto fuori luogo alcuni toni trionfalistici - comparsi
anche su ‘Liberazione’ - con cui è stata accolta la decisione
dell’impegno militare italiano in Libano. Non siamo tuttavia d’accordo
con quanti hanno su di essa espresso un giudizio radicalmente e
pregiudizialmente negativo.
2. Muoviamo, intanto, dalla giusta indicazione dell’ “ambiguità” che
grava sulla risoluzione 1701, con cui l’Onu ha dato il via libera alla
missione lo scorso 21 agosto. La risoluzione non contiene infatti alcuna
condanna di Israele, non distingue con chiarezza tra aggressore e
aggredito, disloca il contingente Onu sulla frontiera israelo-libanese
ma integralmente entro i confini del Paese dei Cedri, non fa alcun cenno
alle passate e ripetute aggressioni al territorio libanese (la cui
porzione meridionale è restata sotto l’occupazione delle truppe di Tel
Aviv per 18 anni a partire dal 1982, da quando cioè l’esercito di Sharon
lanciò la sua offensiva militare causando tra le 15 e le 20 mila vittime
tra la popolazione civile). Soprattutto, essa lascia margini di
ambiguità in ordine ad un eventuale uso della forza e - di riflesso - al
cosiddetto “disarmo di Hezbollah”. Infine, la risoluzione non fa parola
della questione palestinese, vero punto di svolta per qualsiasi ipotesi
di pace duratura in Medio Oriente. E’ evidente che i silenzi e le
interpretazioni capovolte cui è costretta tale mediazione condensano
ancora una volta lo strabismo ipocrita che ha caratterizzato sin qui
l’atteggiamento della cosiddetta “comunità internazionale” nei confronti
dei principali attori mediorientali.
3. In merito alla condanna della politica coloniale di Israele occorre
essere chiari. Questa ennesima aggressione al Libano non è un evento
imprevedibile e determinato da circostanze contingenti. Esso si inquadra
nella logica della “guerra preventiva e permanente”, resa operativa
all’indomani dell’11 settembre 2001 ma concepita ben prima di tale data,
in sintonia con i “vitali” interessi economici e geopolitici degli Usa:
l’espansionismo neocoloniale israeliano, in cui nei fatti si traduce la
costante mobilitazione dell’opinione pubblica attorno all’uso della
forza e al fantasma della sicurezza nazionale, costituisce il caposaldo
mediorientale di tale politica globale. Anche in riferimento a quest’ultimo
massacro bellico, non vi è alcuna giustificazione etico-politica che
possa attenuare le responsabilità di Israele. Con rarissime eccezioni,
la stampa occidentale ha mischiato le carte, individuando nel 24 giugno
scorso - giorno della cattura del caporale israeliano Gilad Shalit - la
data di inizio delle ostilità. Ma, come ha osservato Noam Chomsky,
nessuno ha ricordato che appena il giorno prima i soldati israeliani
avevano rapito due civili da Gaza; esattamente come era successo a
decine di altri civili palestinesi. Allo stesso modo, con estrema
disinvoltura i giornali occidentali hanno rapidamente archiviato il
fatto che, ben prima del “rapimento” (ma perché non “cattura”?) dei due
militari della Tsahal, le truppe d’occupazione israeliane avevano
sequestrato e imprigionato nove ministri del governo palestinese
legittimamente in carica e una trentina di parlamentari eletti in libere
elezioni, tutti appartenenti ad Hamas. Assordante, davanti a simili
azioni, il silenzio dei difensori nostrani di diritti individuali e
democrazia: peraltro già anticipato dal gravissimo atteggiamento
adottato dall’Unione Europea, in complice e servile sintonia con le
reazioni di Usa e Israele, nei confronti della (democraticamente
ineccepibile) vittoria elettorale di Hamas. Così, alla cattura dei due
suoi soldati, Israele risponde devastando un intero Paese e lasciando
sotto i bombardamenti un migliaio di vittime inermi. Tutto ciò va
chiamato col suo proprio nome: terrorismo di stato.
4. Stati Uniti e Israele da tempo avevano pianificato l’attacco
israeliano al sud del Libano: lo riferisce, documenti alla mano, il
giornalista americano Seymour M. Hersh sul New Yorker del 21 agosto. Si
pensava che, colpendo le infrastrutture e annichilendo la vita civile
del Paese, si sarebbe potuto ottenere il risultato immediato di una
sollevazione popolare contro Hezbollah da parte della maggioranza della
popolazione cristiana e sunnita. Una tale azione – aggiunge Hersh –
avrebbe dovuto supportare l’obiettivo a lungo termine della costituzione
di una coalizione arabo/sunnita, alimentata da Arabia Saudita, Egitto e
Giordania, contro lo stesso Hezbollah e l’Iran a maggioranza scita.
Secondo la ricostruzione di Joseph Halevi - professore di economia
internazionale, nonché ebreo comunista e assiduo collaboratore de ‘Il
Manifesto’ - l’attacco era stato tuttavia preventivato per un periodo
successivo, all’approssimarsi dell’inverno: in concomitanza cioè con
l’intensificarsi della pressione Usa sull’Iran e all’indomani del
rifiuto da parte di quest’ultimo di piegarsi al diktat di interrompere
il suo programma nucleare. La pressione della destra e dell’apparato
militare, già impennatasi con il sequestro del soldato israeliano, ha
infine indotto il governo Olmert a cogliere al volo l’opportunità della
cattura dei suoi due militari e ad anticipare il lancio dell’operazione,
mantenendo comunque inalterati i suoi obiettivi immediati: eliminazione
di Hezbollah, insediamento in Libano di un governo filo Usa-Israele,
consolidamento dell’occupazione delle porzioni di territorio libanese,
isolamento politico della Siria. Grazie alla resistenza di Hezbollah,
nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto. Anzi, possiamo dire che
l’apertura del “terzo fronte” - dopo l’Afghanistan e l’Iraq - ha
aggiunto problemi a problemi, ponendo ancora più a nudo gli esiti
fallimentari della politica di “guerra preventiva e permanente”:
Hezbollah, fermando sul campo quello che è considerato uno dei più
potenti eserciti del mondo, ha conseguito un enorme risultato politico e
simbolico, guadagnando la quasi totalità dei consensi all’interno del
Libano e aumentando il suo prestigio nell’intero mondo arabo; al
contrario, la politica guerrafondaia di Bush e Olmert – e non la Siria –
è oggi più isolata di ieri presso le rispettive opinioni pubbliche e,
all’esterno, nell’opinione internazionale.
5. Sino a questo punto, le opinioni presenti nel movimento contro la
guerra, nelle sue varianti di pacifismo integrale e di ispirazione
antimperialista, grosso modo si trovano concordi. La forte
preoccupazione per la stretta correlazione tra vicenda israelo-libanese
e anglo-iraniana, con la seria prospettiva a breve di una conflagrazione
più generale, è di tutti. Che la tregua possa essere concepita non come
un passo verso la pace, ma come una temporanea interruzione della
guerra, è cosa a tutti presente. In proposito è istruttiva, nonché
sinceramente impressionante, la lettura dei resoconti della stampa in
lingua ebraica di questi giorni, con dichiarazioni di autorevoli
esponenti del governo e di alti ufficiali dell’esercito di Tel Aviv,
così come sono riportati dallo stesso Halevi e da Uri Avnery. Su
Ha-Aretz del 29 agosto, Ari Shavit così sintetizza la prospettiva: “Sul
fronte iraniano il quadro è limpido: il momento della verità cadrà in
inverno. Se gli Usa attaccheranno l’Iran, Israele verrà attaccata. Se
gli Stati Uniti non attaccheranno, allora Israele dovrà far fronte alla
più seria minaccia alla sua esistenza dalla data della sua fondazione”.
La strada dell’escalation bellica, posta su queste basi, appare
obbligata.
I termini analitici di tutta questa vicenda sono dunque chiari; ma la
discussione si problematizza quando si passa al giudizio sul “che fare”
, o meglio su quello che già si sta facendo. Si è detto della grave
ambiguità della risoluzione 1701. Ma da qui a sostenere che tale
risoluzione e la missione che essa autorizza “avallano la guerra
israeliana”, che in sostanza la missione in Libano non si distingue
dalle precedenti in Afghanistan e Iraq, poiché tutte insieme sono
l’espressione di una medesima e uniforme politica di aggressione
imperialista, ce ne corre. Queste ultime sono, a nostro parere,
valutazioni schematiche e sbagliate, sia sotto il profilo dell’analisi
delle forze in campo, dei conflitti e delle contraddizioni che le
attraversano, sia sotto quello della possibilità di garantire all’azione
politica passaggi stretti ma possibili, prima che sia troppo tardi.
6. Diciamo per inciso che la discussione andrebbe depurata da fattori
spuri. A cominciare dall’influenza che qui in Italia può avere su di
essa la battaglia politica interna e la posizione di ciascuno rispetto
all’attuale governo. E’ evidente che il giudizio sul governo può
trascinare con sé un giudizio premeditato su ogni azione, quale che sia,
del governo stesso. Dal momento che, in ogni caso, tale interferenza può
riguardare chiunque operi politicamente nel nostro Paese, è bene
contemplarla in parentesi e stare al merito specifico delle questioni.
Torniamo dunque ai fatti. L’incontro internazionale di Roma aveva visto
prevalere l’oltranzismo bellicista degli Usa, aprendo la strada per
ulteriori vittime e devastazioni. Sul fatto che vi fosse la drammatica
urgenza di un ‘cessate il fuoco’ non può ovviamente esservi
disquisizione alcuna: averlo poi raggiunto ha - soprattutto per la
popolazione libanese - un valore umanitario in sé. Ma va detto che,
lungi dall’ ”avallare” l’aggressione israeliana, la risoluzione 1701 è
stata - nonostante tutto - manifestamente subita da Israele. Sino ad
ora, quest’ultimo non aveva mai accettato la presenza di truppe Onu a
dirimere controversie che lo riguardassero o comunque in funzione di
interposizione. Israele ha acconsentito alla tregua perché è stato
fermato sul piano militare. Possiamo dire quindi che la resistenza
hezbollah ha costituito la base materiale sulla quale si è potuta
inserire l’azione di mediazione europea e, in particolare,
franco-italiana. Non è insomma la tregua dei vincitori; è la tregua
imposta dalla resistenza. Interpretare ogni cosa come derivante dalla
forza e dall’astuzia dell’avversario fa perdere di vista pezzi
importanti di realtà. Ad esempio, il valore delle dichiarazioni
ufficiali che hanno accompagnato le trattative per la composizione della
missione. Si è detto che la risoluzione non scioglie le ambiguità sulla
natura di quest’ultima. Ma va anche detto che in merito al punto più
delicato non solo Prodi e D’Alema ma lo stesso segretario generale delle
Nazioni Unite hanno ripetutamente ed esplicitamente dichiarato - in
contrasto con le reiterate pressioni israelo-statunitensi - che il
disarmo di Hezbollah non fa parte dei compiti del contingente. Non è un
punto da poco. Beninteso, noi pensiamo che Hezbollah abbia tutto il
diritto di non smobilitare la sua organizzazione militare finchè il
territorio libanese rimarrà minacciato e parzialmente occupato. Nel
contempo, non pretendiamo che D’Alema o Annan dicano esplicitamente la
stessa cosa, impegnati come sono a cercare una mediazione possibile con
la parte anglo-israeliana. E’ tuttavia importante il fatto che si
riconosca tale tema come appartenente per intero al dibattito interno
alle forze politiche libanesi: ciò che Hezbollah ha più volte ribadito.
7. Allo stesso modo, è un fatto significativo che la pressione di Annan
per la revoca del blocco aero-navale sul Libano abbia raggiunto lo
scopo. Va ricordato che Israele era all’inizio rigidamente intenzionata
a mantenere il blocco finchè la risoluzione 1701 non avesse trovato a
sud del fiume Litani un’applicazione “completa ed estensiva”: dando
ovviamente per scontato che a decidere di un tale riscontro sarebbe
stato solo e soltanto Israele. Ancora: Israele si era nettamente opposta
all’ipotesi che facessero parte della missione ‘Unifil 2’ Paesi di fede
musulmana. Anche su questo ha dovuto recedere dalle sue posizioni
iniziali: Malaysia e Indonesia non intrattengono rapporti diplomatici
con Israele, ciononostante daranno il loro contributo alla missione. In
effetti, il coinvolgimento di Paesi islamici e non europei era stato uno
dei punti di intesa tra Prodi e Chirac. Confermato, peraltro, nelle
recenti dichiarazioni di quest’ultimo: ”Era significativo che i Paesi
musulmani si impegnassero. Era fondamentale che le nazioni dell’Estremo
Oriente come la Cina e la Corea del Sud si impegnassero per mostrare
l’unità della comunità internazionale nel sostegno alla ricostruzione e
alla pace in Libano” (Il Sole 24 Ore, 12-9-06). Sappiamo bene che Chirac
non è un buon samaritano. Ma non può sfuggire ad una seria valutazione
il carattere dirimente mantenuto dalla stessa composizione della
missione: è evidente che l’orientamento dei Paesi che vi partecipano
contribuisce a determinarne la natura.
Infine: la risoluzione 1701 non fa parola della questione palestinese.
Ciò tuttavia non ha impedito a D’Alema di rilasciare, nel corso di un
recente incontro con Abu Mazen, un inequivoco pronunciamento per la
costituzione di uno stato palestinese. Si tratta, è vero, della mera
espressione di un’intenzione. Ma perché dovremmo azzerare il valore del
contenuto politico che essa veicola? Perché dovremmo impedirci di vedere
che essa allude ad un percorso post-tregua diverso da quello che abbiamo
visto descritto nei resoconti di Halevi? Essa è evidentemente parte di
un atteggiamento complessivo nei confronti del mondo arabo: che non è
quello di Bush.
Tutti questi sono fatti. Ma con l’ultima notazione siamo giunti, forse,
al cuore di una questione rilevante. Si diceva di Chirac e D’Alema: essi
sono, seppure con diverse collocazioni, entrambi parte della compagine
capitalistica europea. E incarnano il nuovo protagonismo
“multilaterale”, che ha a che vedere con gli interessi che la suddetta
compagine detiene nell’area mediorientale. In questo senso, concordiamo
senz’altro con l’affermazione che la risoluzione 1701 sia anche frutto
di “un compromesso tra interessi capitalistici” (Salvatore Cannavò).
Questo però non significa che tale compromesso sia in sé ricompositivo
delle evidenti linee di frattura che - pur se contenute dallo strapotere
militare Usa - continuano a sussistere tra questi diversi poli. Molto
banalmente: Bush non è Chirac; e non è nemmeno D’Alema (non lo vedrete
mai accanto a rappresentanti di Hezbollah tra le rovine di Beirut). Si
tratta di capire bene il perché.
8. Come si vede, il giudizio sulla missione ‘Unifil 2’ è condizionato
anche dai differenziati approcci ad un tema che è a tutt’oggi oggetto di
dibattito tra i partiti comunisti, così come all’interno del movimento
contro la guerra: il tema del peso delle cosiddette “contraddizioni
interimperialistiche” nei rapporti tra Usa e Ue, nonché quello -
strettamente connesso - del ruolo sull’arena internazionale di nuove
potenze economiche emergenti, quali la Cina o l’India.
E’ bene, intanto, ribadire che la contrapposizione agli Usa di Francia e
Germania in occasione dell’aggressione statunitense all’Iraq non è stata
un accidente della storia ed è anzi derivata dal perseguimento di
interessi strutturalmente divergenti. Ricordiamo anche che la prima
guerra del Golfo fu da più parti ribattezzata “una guerra contro
l’Europa”. L’Unione Europea non è interna al piano statunitense del
cosiddetto “Nuovo Medio Oriente”: il quale prevede l’appoggio
all’espansionismo di Israele, vero e proprio gendarme dell’intera area,
l’obbedienza filo-atlantica - quali che siano i loro governi - di
Afghanistan e Iraq, l’annichilimento di Iran e Siria, la subordinazione
politica - seppur entro una forma pseudo-statuale - dei palestinesi. La
posta è in definitiva il controllo politico e militare dell’area
mediorientale e delle sue risorse energetiche. Come è stato ampiamente e
da più parti tematizzato, si tratta della messa in opera di due
dispositivi conflittuali e, ognuno a suo modo, riconducibili alla
nozione di imperialismo. Con il primo, espressione di una conflittualità
imperialistica “classica”, si ha di mira il controllo delle risorse
energetiche, in una fase critica di surriscaldamento planetario della
corsa alle fonti di petrolio e gas naturale: proprio la politica
espansionista Usa in Medio Oriente serve a mostrare che il controllo
dell’area non serve semplicemente a soddisfare il proprio fabbisogno
energetico, ma anche – e soprattutto – a condizionare la produzione (ad
esempio, russa) e l’approvvigionamento altrui (in particolare, di Europa
e Cina). Il secondo dispositivo rappresenta una forma contemporanea di
competizione tra poli capitalistici, concretizzatasi nel
confronto/scontro tra aree monetarie. La maggior parte delle transazioni
internazionali avviene in dollari e la quota principale di esse è
costituita appunto dall’interscambio energetico: ciò ha sin qui fatto
del dollaro la moneta egemone. E’ noto che, prima di essere attaccato,
l’Iraq di Saddam aveva deciso di passare dal dollaro all’euro per le
riscossioni petrolifere. Anche se in primo piano campeggia soprattutto
la vicenda del nucleare, il medesimo confronto “monetario” sembra
riproporsi con l’Iran; ed anche con questo Paese, come già con l’Iraq,
gli interessi e i legami economici dell’Europa (e della Cina) sono
giganteschi.
9. Si tratta di questioni sufficientemente note: non per questo esse
vanno derubricate dalla discussione. Esse contribuiscono certamente a
rendere conto di atteggiamenti politici, di “sensibilità” differenti
verso il mondo arabo e, per converso, di una certa tradizionale
“diffidenza” di Israele nei confronti dell’Europa. Si pensi ad esempio
all’Italia, alla sua vocazione mediterranea che fu già propria di
settori della “prima repubblica” (penso ad Andreotti e allo stesso
Bettino Craxi), che Berlusconi interruppe drasticamente e che
presumibilmente D’Alema cerca ora di riesumare. Che poi,
contemporaneamente, quest’ultimo sia il ministro degli Esteri di un
governo che ha ereditato dai suoi predecessori un patto pluriennale di
cooperazione militare con Israele (Paese nucleare, che non aderisce al
Trattato di non proliferazione) è una contraddizione che pesa gravemente
sul preteso cambiamento di passo in merito alle questioni internazionali
e mediorientali in particolare.
In ogni caso, abbiamo a che fare con una realtà non semplificabile, che
coinvolge le politiche di blocchi economici e di singoli stati, di cui
occorre tenere conto. Sappiamo che nel movimento contro la guerra
coesistono culture diverse e che, tra queste, il pacifismo
antimilitarista diffida per principio delle divise militari e delle armi
(nonché, per certi versi, degli stati di cui gli eserciti sono
emanazione). Rispettiamo tale impostazione pur non trovandola affine
alla nostra. Non amiamo affatto la retorica militarista, ma riteniamo
giusto contemplare la possibilità di missioni militari di
interposizione, laddove sia effettivamente garantito tale carattere. Ad
esempio, in riferimento alla natura e agli esiti possibili di ‘Unifil
2’, non può dal nostro punto di vista lasciare indifferenti il fatto che
Cina e Russia - due membri con diritto di veto del Consiglio di
sicurezza dell’Onu – abbiano ufficializzato la loro partecipazione al
contingente internazionale. Ciò contribuisce in maniera determinante, a
nostro avviso, a caratterizzare il prevalente segno politico della
missione in direzione di una reale interposizione. Non è privo di
significato il fatto che Cina e Russia abbiano da un po’ di tempo
coordinato le loro politiche, entrando ad esempio a far parte del
cosiddetto Gruppo di Shanghai (assieme a Uzbekistan, Kazakistan,
Tajikistan e Kyrgyzstan), costituendo così nel cuore dell’Asia un patto
di cooperazione che raccoglie insieme un miliardo e mezzo di persone e
che chiaramente punta a riequilibrare i rapporti di forza planetari
rispetto all’area filo-atlantica. Ciò dovrebbe rappresentare anche agli
occhi del mondo arabo un’ulteriore garanzia che la missione stessa non
si trasformi in una sorta di ‘cavallo di Troia’ al servizio degli
intenti aggressivi di Usa e Israele.
10. In conclusione. Siamo perfettamente consapevoli dei rischi.
L’abbiamo detto: essi si condensano nella propensione bellica
dell’establishment statunitense e israeliano. E la prospettiva delle
elezioni americane di novembre non contribuisce certo a diminuire le
preoccupazioni. Non siamo indovini e non sappiamo quale piega possano
prendere gli avvenimenti: in un contesto come quello descritto non vi
sono garanzie assolute. Sta di fatto che Hezbollah e Hamas, pur
mantenendo nel merito un atteggiamento critico, hanno comunque accettato
la mediazione. Crediamo che al movimento contro la guerra spetti non il
compito di essere “più Hezbollah di Hezbollah” ma quello di vigilare e
operare tutte le pressioni necessarie affinché la missione mantenga
caratteristiche compatibili con lo sviluppo di un vero ed equo processo
di pace in Medio Oriente. Per questo occorre pazientemente lavorare per
ritrovare l’unità del movimento contro la guerra. Nei prossimi mesi sarà
determinante la sua presenza e visibilità per far compiere passi
concreti in direzione della pace: chiedendo con forza il ritiro delle
truppe italiane dall’Afghanistan, denunciando il patto militare tra
Italia e Israele, sollecitando la convocazione di una Conferenza
internazionale per la Pace in Medio Oriente, che riunisca tutte le
principali forze ivi presenti. Senza uno scatto in avanti della
politica, la stessa missione di interposizione resterebbe
drammaticamente priva di prospettive.
Roma, 15 settembre 2006
Bruno Steri (Prc Essere Comunisti – www.lernesto.it)