|
Reportage da Beirut su LA
STAMPA di giovedì 24 marzo
di Giuseppe Zaccaria.
Dietro la grande
bandiera libanese distesa ieri mattina a ricoprire i guasti
della facciata, intorno al centro commerciale «Altavista» il
futuro del nuovo Libano scricchiola come i passi del personale
di sicurezza sul tappeto di vetri infranti. L'attentato
dell'altra notte ha devastato la passeggiata a mare di Kaslik,
ricco sobborgo cristiano a venti chilometri dal centro,
un'autobomba con almeno cento chili di esplosivo era stata
piazzata al secondo livello del parcheggio attiguo allo
«shopping center» e ha ucciso tre sorveglianti indiani ferendo
altre persone.
Dopo l'autobomba nel quartiere di Jeidé questo è il secondo
attacco ad una zona cristiana nell'arco di tre giorni, poche ore
più tardi un altro allarme bomba ha fatto svuotare l'università
maronita del medesimo quartiere mentre all'ateneo statale di
Beirut tre studenti sono stati feriti a coltellate durante una
rissa scoppiata nella caffetteria.
Da giorni nelle università libanesi assemblee e dibattiti si
trasformano in occasioni di scontro, ieri il confronto tra anti
e filo siriani è degenerato in rissa, e dunque si è reso
necessario un intervento della polizia, con un cordone di agenti
che tentava di frenare il crescere dell'intolleranza. Le cose
virano sempre più verso il peggio, da tutto il Libano giungono
notizie di alterchi, bandiere bruciate, piccoli scontri fra
bande di cristiani che partono nottetempo alla ricerca dei
filo-siriani e gruppi di islamici che ribattono colpo su colpo.
L'esercito di Damasco non ha ancora lasciato il Paese, restano
attive strutture di controllo e organizzazioni di spionaggio
eppure già sembra aprirsi un drammatico vuoto nel quale tenta di
inserirsi ogni genere di gruppo. Il patriarca maronita Sfeir
appena rientrato dagli Stati Uniti propone un governo di unità
nazionale, il partito Hezbollah potrebbe starci però le
opposizioni respingono «qualsiasi partecipazione ad un esecutivo
che sorga all'ombra del regime» ed in questo addensarsi di
miasmi nelle prossime ore la consegna alle Nazioni Unite dal
rapporto sull'assassinio di Rafik Hariri rischia di agire da
detonatore.
Il Libano di questi giorni si sta ponendo sempre più come un
Paese senza memoria nel quale ogni parte predispone contributi
allo sfascio lasciando che un terrorismo sempre più aggressivo
si faccia strada. L'altra notte dinanzi al centro commerciale
devastato Mansuer Ghanem al Bone, un giovane deputato
dell'opposizione, gridava contro «le provocazioni dei filo
siriani e i tentativi di intimidire il movimento di piazza dei
Martiri», ma il gioco sembra già molto più complesso di quanto
si riesca a immaginare e i giornali sono specchio fedele
dell'angoscia che attanaglia la nazione.
Ambasciatori e inviati speciali continuano a rilasciare
interviste nelle quali ritengono, auspicano, postulano;
l'annuale riunione della Lega Araba si è conclusa con molte
parole e nessuna decisione concreta: insomma, non solo il mondo
ma il Libano stesso paiono guardare a quanto accade con una
sorta di rassegnata impotenza, quasi conoscendo già le prossime
scene del copione. In una sceneggiatura rispolverata a distanza
di vent'anni, forze straniere paiono destinate ancora a
scontrarsi sul territorio del Libano per influenzare le sorti di
altri Paesi ancora, i prossimi attentati non avverranno più di
notte, ma colpiranno luoghi affollati, le prossime reazioni non
si limiteranno alle coltellate o ai colpi di bastone, ma saranno
più sanguinose.
In uno Stato che esiste solo virtualmente anche chi dispone di
un brandello di potere vi rinuncia temendo il peggio: ieri il
quotidiano di Hariri che si chiama «Al Mostaqbal» (Il futuro) ha
annunciato che il giudice incaricato di indagare sull'attentato
di San Valentino si è dimesso. Il magistrato si chiama Michel
Abou Arraj, fino ad oggi non è riuscito a stabilire neppure se
la strage sua stata compiuta attraverso un kamikaze o una carica
esplosiva piazzata sotto la sede stradale, a giudizio del
quotidiano «ha un dossier vuoto e non è stato in grado di
ordinare neppure un arresto».
In un clima simile non può stupire il fatto che la violenza si
indirizzi anzitutto verso i «pariah»: oltre ai soldati e alle
spie, sono decine di migliaia i siriani che erano venuti in
Libano soltanto per lavorare e si sono adattati alle attività
più umili. Per esempio, sui 1200 addetti all'azienda di nettezza
urbana di Beirut mille vengono da Damasco, vivono ammassati in
povere baracche per un salario da fame, ruotano ogni tre mesi
perché i visti di espatrio siriano scadono e da qualche tempo
sono questi poveracci a subire per strada insulti, sputi e
aggressioni.
Negli ultimi giorni i siriani rifiutano di recarsi in zone
particolarmente ostili, la pulizia della città comincia a
soffrirne, interi quartieri a maggioranza cristiana come quelli
di Acrafieh vivono ormai in un tanfo perenne coi cassonetti che
traboccano. Ci sono famiglie che cominciano a dare asilo al
portinaio o all'artigiano siriani, minacciati da estremisti e
considerati spie. |