Il ritiro siriano entro aprile disinnescherà le
pressioni Usa-Francia?
di
Stefano Chiarini
su
Il Manifesto del 05/04/2005
LIBANO
La partita a scacchi dentro e fuori il paese dei cedri. Le
opposizioni dovranno ora rispondere alle mosse annunciate da
Damasco
I nodi veri sono due Il disarmo degli Hezbollah e dei campi
profughi palestinesi. Molto difficili da sciogliere.
La seconda ed ultima fase del ritiro delle truppe siriane dal
Libano inizierà giovedì prossimo e si concluderà con il
passaggio del confine degli ultimi soldati di Damasco entro il
30 aprile. Lo hanno reso noto fonti militari siriane e libanesi
al termine di una una riunione al massimo livello delle autorità
militari dei due paesi tenutasi ieri in una località della valle
della Beqaa. La decisione di ritirare tutte le truppe siriane
dal Libano - entrate nel paese, è bene ricordarlo, nel lontano
`76 su richiesta della Lega araba e della comunità
internazionale, oltre che delle autorità libanesi, per impedire
che una delle varie parti impegnate nella guerra civile (destre
cristiano-maronite da un lato, musulmani, progressisti e
palestinesi dall'altro) prevalesse sulle altre e che il paese
fosse diviso in cantoni confessionali - era stata annunciata due
giorni fa al termine dell'incontro tra Terje Roed Larsen,
l'inviato dell'Onu (mai così sollecita nell'esigere il ritiro
delle truppe israeliane dalla Palestina più volte richiesto
dalle risoluzioni dello stesso Consiglio di sicurezza) con il
presidente e il ministro degli esteri siriani, Bashar Assad e
Farouq al Sharaa. La Siria si è impegnata a ritirare dal Libano
per la stessa data anche tutte le sue strutture di sicurezza ed
ha accettato che il ritiro venga verificato da una commissione
Onu. L'emissario di Kofi Annan, in una successiva conferenza
stampa, ha definito la decisione di Damasco «un passo di portata
storica». Da parte sua al Sharaa ha sostenuto di «augurarsi che
l'iniziativa sgomberi il campo dalle accuse e dalle
incomprensioni con gli Stati uniti. Tutto quanto la Siria ha
fatto è sempre stato a favore della stabilità e della pace in
Medio Oriente». L'inviato dell'Onu ha poi incontrato a Beirut il
presidente libanese Emile Lahoud che si è detto d'accordo sulla
presenza di una delegazione incaricata di verificare il ritiro
di Damasco.
Ritiro in realtà già in pieno svolgimento. Damasco infatti, che
al tempo della guerra civile aveva nel paese circa 40.000
uomini, in linea gli accordi di Taif del 1989 e con i due
trattati di assistenza militare con il Libano del 1991 negli
ultimi 4 anni aveva cominciato a ridurre il suo contingente
lasciando nel paese dei cedri circa 16.000 uomini.
Il processo si è accelerato dallo scorso settembre quando il
Consiglio di sicurezza, su pressioni della Francia, l'ex potenza
coloniale in Libano, e degli Stati uniti, ha approvato una
risoluzione che chiedeva il ritiro delle truppe siriane ma anche
- in violazione della sovranità libanese e in piena sintonia con
le richieste di Ariel Sharon - sia il disarmo degli Hezbollah,
le forze della resistenza islamica che esigono il recupero delle
«fattorie di Sheba», l'enclave occupata da Israele sul confine
Siria-Libano, sia delle forze palestinesi che difendono i campi
profughi dove vivono oltre 300.000 cacciati dalla Palestina nel
1948.
Il ritiro delle truppe siriane entro il 30 aprile, prima delle
previste elezioni di fine maggio, toglierà ora agli Stati uniti,
alla Francia e alle destre del Libano una delle principali armi
di pressione su Damasco e sulle resistenza libanese, e
contribuirà a dividere il fronte filo-Usa. E' un sintomo che il
leader druso Walid Jumblatt, dall'uccisione del premier Hariri
alleato delle destre cistiano-maronite, abbia sostenuto ieri che
«dopo il ritiro delle truppe, le relazioni tra Libano e Siria
devono continuare ad avere un carattere speciale».
Il fronte delle opposizioni è molto diviso al suo interno sui
nodi di fondo ripresi anche dalla risoluzione 1559: non solo il
ritiro siriano e il rapporto «storico» speciale tra Beirut e
Damasco ma anche - il nocciolo duro del problema - il disarmo
degli Hezbollah e dei campi palestinesi. A rigore la Siria può
presentare il suo ritiro - e questo lo concede anche Jumblatt -
come dovuto agli accordi di Taif del 1990 prima ancora che alla
risoluzione 1559. Non a caso sia il presidente libanese Emile
Lahoud sia il premier dimissionario libanese Omar Karame
(incaricato di formare il nuovo governo) si sono mostrati molto
disponibili con l'inviato dell'Onu Larsen sul ritiro siriano e
su una sorta di commissione di inchiesta internazionale
sull'uccisione dell'ex premier Rafik Hariri (però «che rispetti
la sovranità del Libano»), ma hanno sostenuto con fermezza che
il disarmo degli Hezbollah e dei campi palestinesi «non è
all'ordine del giorno».