| La delegazione
del Comitato "Per non dimenticare Sabra, Chatila
e Qana" ha fatto rientro in Italia dopo una
settimana (dall'11 al 17 settembre) a Beirut e
nel Sud del Libano. Una vera e propria “indagine
sul campo”ci consegna uno scenario assai diverso
da quello su cui si basa l’informazione e il
dibattito politico in Italia. Abbiamo portato
materiale filmato ed informazioni sulla
situazione utili per stimolare e rilanciare il
dibattito all’interno del movimento contro la
guerra. TUTTE LE
REALTA’ INTERESSATE AD INCONTRI, PROIEZIONI,
DIBATTITI POSSONO CONTATTARE il 338/1028120 o
338/4014989
oppure via mail a
info@disarmiamoli.org o
viadalliraqora@libero.it |
In una intensa settimana di spostamenti ed incontri
abbiamo potuto osservare sul campo le distruzioni dei
bombardamenti israeliani in questo paese gia' martoriato
da recenti e remote invasioni dell'esercito di Tel Aviv
e da una guerra civile durata quindici anni.
Il primo giorno a Beirut, incontrando le ONG
palestinesi, da oltre 50 anni intente a riparare i danni
di un esilio forzato per oltre 400.000 profughi in fuga
dalle loro case e terre espropriate con la forza dagli
israeliani dal 1948 in poi, verifichiamo la prima
novità. In questa ultima guerra, per la prima volta
nella storia della loro cattivita' in Libano, i campi
profughi palestinesi si sono aperti a centinaia di
migliaia di libanesi in fuga dal Sud, determinando così
le condizioni di una unità senza precedenti tra libanesi
e palestinesi, vittime della identica volontà di potenza
del vicino Israele.
Insieme a loro incontriamo Talan Salman, il direttore
dell'importante quotidiano libanese As Safir, che ci
offre un esaustivo quadro d'insieme dello scenario
politico determinatosi dopo il conflitto, del profondo
mutamento interno al paese e nell'area mediorientale, e
una valutazione realistica delle luci e delle ombre
della risoluzione ONU n. 1701. Salman, tra l’ironico ed
il preoccupato, evidenziava il vero e proprio “ingorgo”
in terra ed in mare che progressivamente si determinerà
con l’insediamento di 15.000 soldati della missione
UNIFIL 2 e i 15.000 militari libanesi in un lembo di
terra di 1.000 kmq, tra il confine di Israele ed il
fiume Litani,. dove vivono circa un milione di libanesi
e palestinesi.
L’altro elemento di preoccupazione è il dibattito sul
possibile presidio dei confini siriani.
La risoluzione 1701 dell’ONU, in questo senso, pur
essendo una garanzia per il cessate il fuoco, proviene
da un tribunale storicamente non imparziale (il
Consiglio di Sicurezza dell’ONU) e contiene elementi di
ambiguità sulle prospettive che può aprire.
Le preoccupazioni e le ferite di Beirut
La mattina del secondo giorno nel palazzo Presidenziale
ci ha ricevuto Emile Lahoud, Presidente della repubblica
libanese. Dopo aver ringraziato la delegazione per la
determinazione dimostrata in 7 anni di iniziative al
fianco dei profughi palestinesi colpiti dalla strage di
Sabra e Chatila, Lahoud ci ha parlato con orgoglio della
vittoria militare e politica conseguita contro il nemico
storico del Libano: Israele: E’ la seconda vittoria dopo
la ritirata del 2.000. Ma ci parla anche delle
prospettive di pace che si possono aprire: “Ci
auspichiamo che Israele abbia capito la lezione e si
sieda ad un tavolo di trattative nella posizione che ha
assunto, di paese sconfitto”. Sulla base di questo
presupposto il Presidente ha ipotizzato
l’implementazione di una conferenza di pace regionale
sul modello dell’ultima svoltasi a Madrid nel 1991, dove
la base di discussione per la costruzione di una pace
vera dovrà essere quella della restituzione dei
territori, la liberazione dei prigionieri, il rispetto
dei confini terrestri, marittimi e aerei
La memoria di Lahoud sugli ultimi accordi non è buona, a
partire dal citato vertice arabo del 2002, che aprì la
strada all’assedio della Muqtada a Ramallah e all’inizio
dell’agonia di Yasser Arafat
Nel pomeriggio incontriamo il Sindaco (Hezbollah, NdR)
del municipio di Ghobeyreh, uno dei più colpiti dai
bombardamenti. Il sindaco ci ha accolto in una sala
rimasta parzialmente lesionata dagli attacchi aerei,
posizionandosi di fronte ad una finestra con i vetri
bucati dai proiettili. Tra le tante cose utili a capire
il contesto post bellico, particolarmente interessante
il suo giudizio sulla conduzione della guerra da parte
di Israele. I vertici militari di Tsahal avevano
ipotizzato il blocco dell’offensiva ad appena 7 giorni
dal suo lancio, a causa delle perdite per l’inaspettata
capacità militare di Hezbollah. Solo l’intervento
dell’amministrazione americana e del Segretario di Stato
Condoleeza. Rice ha imposto la continuazione delle
ostilità sino al trentatreesimo giorno. Nell’ipotesi
degli USA,. questa offensiva doveva essere un momento di
rilancio forte del progetto del “Grande Medio Oriente”,
attraverso l’annichilimento della resistenza libanese,
l’imposizione di un governo “amico” a Beirut e
l’apertura del fronte siriano e iraniano. Le cose, come
abbiamo visto, sono andate assai diversamente.
Dopo l’incontro con il sindaco di Ghobeyreh siamo stati
accompagnati dalla Resistenza nel quartiere di Haret
Hreyk, dove avevano sede gli uffici del comando di
Hezbollah e la televisione Al Manar
Lo scenario che ti trovi di fronte è sconcertante:
palazzi di 20 piani completamente rasi al suolo, aree
densamente popolate trasformate in immense piazze di
rovine fumanti.
Nel mezzo di queste rovine la Resistenza ha installato
alcuni grandi tendoni dove oltre 6.000 volontari si
coordinano per i lavori di ricostruzione. Intorno ai
tendoni tante opere di pittori, poeti e scultori contro
la guerra.
Sulla linea del fronte, dove gli israeliani
hanno perso la guerra due volte
Il terzo giorno siamo scesi verso il Sud, prima a Sidone
poi aTiro, colpite ripetutamente dai bombardamenti e
vittime dell'assedio dal cielo e dal mare. I sindaci
delle due citta' ci hanno descritto le devastazioni
dell'aggressione israeliana ma anche la capacita' di
resistenza, l'orgoglio e la determinazione dei loro
cittadini.
Ed è proprio a Tiro che abbiamo incontrato e ripreso i
soldati italiani della "UNIFIL, in giro per i villaggi e
i quartieri con autoblindo mimetiche, in assetto di
guerra e le mitragliatrici sistemate sulla sommità dei
carri. Un aspetto per niente pacifico in mezzo ad una
popolazione pacifica ed impegnata in intense attività di
ricostruzione.
Vicino alla città di Tiro è collocato il campo profughi
palestinese di Rashidiyeh, uno dei più organizzati e
coesi campi di tutto il Libano. Lì incontriamo Sultan
Abu Alaynen, organizzatore della resistenza dei campi di
Beirut a metà degli anni '80, e attualmente comandante
di Al Fatah in Libano, il quale con sdegno rifiuta ogni
ipotesi di disarmo delle milizie palestinesi poste a
difesa dei campi, come previsto nella risoluzione 1701.
Nel 1982, dopo il disarmo dei feddayn a Beirut, i
falangisti coperti dalle truppe israeliane portarono a
termine la mattanza di Sabra e Chatila. Disarmo si – ci
dice Sultan - ma solo dopo che Israele avrà rispettato
le 73 risoluzioni dell’O.N.U., a partire dalla 194 per
il diritto al ritorno dei profughi nella loro terra, la
Palestina.
Interessante la valutazione politico/militare di Sultan
sui 33 giorni di guerra di questa estate.
Sulla base della sua lunghissima esperienza in materia,
il comandante di Al Fatah ci evidenzia la mancanza di
una strategia chiara nell’offensiva israeliana, con
attacchi mirati in alcuni luoghi simbolo come Kiam e
Bent Jbail, senza un coordinamento nelle varie offensive
di terra
Lasciatoci alle spalle Rashidiyeh scendiamo ancora piu'
a Sud verso il confine con Israele: Torniamo così a
vedere Kiam, sede del famigerato carcere israeliano
durante i 18 anni di occupazione del Sud Libano,
distrutto sistematicamente nei bombardamenti di questa
estate per cancellare una testimonianza scomoda della
storia.
A Kiam abbiamo incontrato Nabil Qaouk, responsabile
politico-militare di Hezbollah per il sud del Libano, il
quale ci accoglie sottolineando che l’incontro stesso
con lui in questo avamposto così vicino all’entità
sionista (Israele) dimostra la sconfitta dei piani
americani ed israeliani: “Siamo vivi, attivi ed
intenzionati a mantenere le armi per la difesa della
nostra terra. Rispettiamo le truppe UNIFIL ,che si
possono posizionare tranquillamente sul territorio, ma
le nostre armi non sono argomento di trattativa, tanto
meno di una nuova e più restrittiva risoluzione di cui
si parla in questi giorni a Beirut (Qaouk fa riferimento
alle posizioni progressivamente assunte da quel fronte
di forze coagulatosi durante la cosiddetta “rivoluzione
dei cedri”, successiva all’assassinio di Rafik Hariri) e
in altri paesi occidentali”. Qaouk ci saluta dicendoci
che il prossimo anno ci saremmo visti e salutati nelle
fattorie di Sheeba, proprio di fronte a Kiam, visibili
dalle sue alture, alle pendici delle colline che
separano il Libano dalla Palestina occupata da Israele.
A ridosso del confine israeliano, che abbiamo
costeggiato per chilometri, si trova Bent Jbail,
definita nei cartelloni stradali come "la capitale della
Resistenza".
Data ripetutamente per conquistata dalle truppe speciali
israeliane, questo piccolo borgo contadino non e' mai
stato preso per la feroce resistenza della popolazione e
per la capacità militare espressa in operazioni
minuziosamente preparate in anni di esperienza. Il
centro storico di Bent Jbail porta il segno di questa
resistenza. Per rendere l'idea occorre ritornare con la
memoria alle devastazioni del terremoto del 1980 in
Irpinia .
Ritorno a Qana, la città dei massacri
Ma il nostro viaggio al Sud ci porta di nuovo a visitare
Qana dove l'aviazione israeliana ha massacrato oltre 50
civili tra cui 34 bambini nell'ultima aggressione.A Qana
i bombardieri israeliani questa volta hanno colpito a
poche centinaia di metri dal sacrario che ricorda la
strage del "laburista" Simon Peres, Ministro della
Difesa nel 1996, il quale ordino' il bombardamento con
fosforo bianco dell’edificio dell UNIFIL , dove persero
la vita 11 caschi blu delle isole Figi e oltre 100
profughi libanesi che si erano rifugiati sotto nella
base dell’ONU sperando di essere al sicuro.
Il giorno successivo il nostro obiettivo è la valle
della Bekaa. A Baalbek, colpita dal primo all'ultimo
giorno della guerra dai bombardamenti e dalle incursioni
delle squadre speciali israeliane respinte piu' volte
dalla Resistenza locale. Qui oltre al sindaco
incontriamo i responsabili locali di Hezbollah, con i
quali andiamo a visitare le rovine della recente guerra
e quelle assai più antiche di un'altro occupante,
l'impero romano.
Gli ultimi due giorni ci consentono di incontrare gli
esponenti di tutte le formazioni e dei partiti
palestinesi e libanesi.
Nel campo profughi di Mar-Elias incontriamo prima gli
esponenti delle organizzazioni palestinesi aderenti
all'OLP (Al Fatah, Fronte Popolare, Fronte Democratico)
e poi le altre che - al di fuori dell'OLP - hanno dato
vita all'Alleanza delle Forze Palestinesi. Ci sono
elementi di ottimismo (Al Fatah) e pessimismo (Fronte
Democratico) sui rapporti con il governo libanese. Le
discriminazioni legali contro i palestinesi sono ancora
in vigore, anche se la nuova situazione potrebbe aprire
spiragli interessanti. Il rappresentante del Fronte
Popolare sottolinea come la "non vittoria di Israele"
rappresenti una v ittoria sia perchè è stato dimostrato
che non invincibile sia perchè non è riuscita a dividere
la società libanese.
Particolarmente significativo l'incontro con il
Segretario del Partito Comunista Libanese, che ha
partecipato attivamente con i suoi militanti alla
Resistenza durante i 34 giorni di guerra. Sono 13 i
militanti del PCL caduti, uno dei quali della gioventu'
comunista. Il venerdi pomeriggio a Beirut sfilerà la
manifestazione che tutti gli anni ricorda i massacri di
Sabra e Chatila, quest’anno – per la prima volta - vi
partecipano anche i deputati arabo-palestinesi alla
Knesset.
Gli spettri di una nuova guerra civile
La mattina di domenica 17 settembre, mentre all’alba ci
avviavamo all’aeroporto di Beirut, le agenzie di stampa
battevano la notizia di un breve ma intenso conflitto a
fuoco tra le milizie di Amal (organizzazione storica
degli sciiti libanesi diretta da Nabil Berri, attuale
Presidente del parlamento libanese) e le milizie
falangiste dei Guardiani del cedro, partito di Samir
Geagea, liberato dopo 15 anni di prigionia a causa della
sua attività terroristica contro palestinesi e sciiti.
Il conflitto a fuoco è avvenuto sulla cosiddetta “linea
verde, nel centro di Beirut, dove scoccò nel 1975 la
scintilla della guerra civile che per 15 anni sconvolse
il Libano. Per alcune ore i timori manifestati da tutti
i nostri interlocutori sull’innesco eterodiretto di una
nuova guerra civile libanese, sono sembrati prendere
forma ancora più rapidamente delle peggiori previsioni.
• * Comitato per il ritiro dei militari
italiani
• ** Forum Palestina