il Manifesto - 18.4.2002

Jenin, crimini di guerra

Giornalisti, volontari, Amnesty: prime testimonianze sulla strage


STEFANO CHIARINI


«Un mostruoso crimine di guerra che Israele ha cercato di coprire per una quindicina di giorni sta venendo alla luce. Le sue truppe hanno devastato il centro del campo di Jenin...dove migliaia di persone vivono ancora tra le rovine. ... Il dolce e agro sapore di corpi umani in decomposizione è ovunque, prova che si tratta di una grande tomba. ... in un edificio semidistrutto, annerito dal fumo, giace il corpo rigonfio di un uomo coperto da una stuoia. In un altro troviamo i resti del ventitreenne Ashraf abu Hejar sepolto sotto le rovine... In un terzo edificio cinque uomini, morti da lungo tempo, giacciono sotto delle coperte». I reportage di Phil Reeves del «The Indipendent», e degli inviati dei principali giornali internazionali, le testimonianze di alcuni volontari di vari paesi, di funzionaàri Onu e soprattutto di una delegazione di Amnesty international hanno cominciato a provocare le prime crepe nel muro di silenzio che l'esercito israeliano ha costruito attorno alla strage nel campo profughi di Jenin. Una settimana di duro lavoro ha fatto si che molti dei corpi dei rifugiati palestinesi uccisi non siano più visibili sepolti come sono sotto le macerie o portati via chissà dove o sepolti in fosse comuni. Un sopravvissuto, un certo Kamal Anis, interrogato da Phil Reeves, indica una zona coperta di rovine: «li ci dice ha visto i soldati israeliani ammucchiare una trentina di corpi sotto una casa mezza diroccata. Completata la pila hanno buttato giù l'edificio e hanno spianato l'area con un carro armato. Non possiamo vedere i corpi. Ma sentiamo il loro odore». Non diverso il racconto fatto dal delegato di Amnesty international, Javie Zuniga, che dal campo distrutto ha lanciato un drammatico appello per l'assistenza ai sopravvissuti e per una inchiesta internazionale: «E' una delle peggiori scene di devastazione che abbia mai visto... c'è ancora la possibilità che sotto le rovine vi sia ancora qualcuno in vita...eppure non c'è alcun tentativo coordinato per cercare e salvare eventuali sopravvissuti». A conferma di quanto sostenuto da Amnesty international ieri sera sono stati estratti dalle macerie della loro casa due donne, la sessantenne Farhan a-Saadi e Lina Abdel Latif. Un altro membro del team di Amnesty international, il professor Derrick Pounder, anatomo patologo, è riuscito ieri ad arrivare all'ospedale governativo di Jenin per condurre autopsie sui corpi provenienti dal campo. Ma di corpi per il momento ne arrivano pochi. Sino ad oggi una cinquantina. L'esercito si guarda bene dal fornire i mezzi per scavare e impedisce tuttora un coordinato sforzo di soccorsi e di indagine.

Oramai non solo i palestinesi ma anche molti esponenti di organizzazioni umanitarie internazionali denunciano senza mezzi termini quello che appare come un vero e proprio crimine di guerra, una chiara violazione della Convenzione di Ginevra sulla protezione delle popolazioni civili sotto occupazione militare. Convenzione che vieta l'uso della violenza contro i civili, così come i trattamenti inumani e umilianti e la distruzione di case per rappresaglia. Inoltre la Convenzione, che imporrebbe a tutti i paesi firmatari di intervenire per farne rispettare le indicazioni, impone di soccorrere i feriti e di curarli e che venga dato libero accesso agli aiuti e ai rifornimenti. Tutto ciò non è avvenuto. Un importante funzionario delle Nazioni unite ha così dichiarato: «visto il deplorevole e senza precedenti rifiuto di permettere l'ingresso alle organizzazioni di soccorso e umanitarie internazionali nei campi dove la gente stava morendo lentamente nelle macerie delle loro case per le ferite e per la sete, spetterà ad Israele rendere conto della scomparsa di migliaia di rifugiati che vivevano nel campo sino a qualche settimana fa». E ancora: «... in realtà stavano nascondendo un crimine di guerra, in realtà due crimini di guerra: l'uccisione di massa e la proibizione dei soccorsi». L'Unrwa, l'agenzia dell'Onu per il welfare dei profughi palestinesi, ha deciso di riregistrare tutti i 13.000 rifugiati del campo ma molti sono fuggiti, altri arrestati, altri sepolti chissà dove e ci vorranno mesi per individuare il numero delle vittime. Così come per il massacro di Sabra e Chatila, ancora oggi non si conosce ancora esattamente il numero di coloro che vennero uccisi, almeno 2000, dai falangisti coordinati e sostenuti dall'esercito israeliano guidato dall'allora ministro della difesa Ariel Sharon. Quello stesso Sharon che dopo Qibia, Gaza, Sabra e Chatila adesso è diventato anche il boia di Jenin.