(Reportage dal campo profughi della città palestinese. Dove i sopravvissuti convivono con la morte)
Al Mokhayyam Jenin è finita l'umanità
Patrizia Viglino, 17.4.2002
Jenin.
Un crimine contro l'umanità, di proporzioni
inimmaginabili, è l'unico termine che può vagamente sintetizzare il risultato
delle operazioni militari di Israele nel campo profughi di Jenin nel nord della
Cisgiordania. Soltanto una tragedia di tali proporzioni ha potuto motivare i
pochissimi stranieri (volontari civili e giornalisti) che hanno violato il
coprifuoco imposto intorno all'area del campo, dopo 13 giorni di totale
isolamento. Il coprifuoco è stato sospeso sabato e domenica per due ore dal
villaggio di Jenin, ma resta impossibile raggiungere il campo profughi. Solo
domenica mattina alcuni operatori della Croce rossa internazionale sono potuti
entrare per portare via alcuni cadaveri dalle strade. Raggiungo il Mohaian Jenin
lunedì mattina (15 aprile) dopo quattro giorni di tentativi falliti a causa
della presenza dei carri armati e dei soldati israeliani che sigillano l'area
aprendo indiscriminatamente il fuoco su tutto. I 300 metri che percorro allo
scoperto tra gli alberi d'ulivo e due carri armati israeliani sono
interminabili. L'area è zona militare chiusa e quello che sto per vedere è molto
scomodo per lo Stato di Israele, stando ai racconti degli scampati.
Tutto distrutto.
Le prime case nell'ingresso ovest del campo
sono state colpite con il fuoco dei carri armati. Ci sono buchi del diametro di
un metro sui muri esterni. La maggior parte dei tetti sono sfondati o presentano
fori da 50 cm a causa dei lanci di missili. Alcune case sono crollate mentre la
maggior parte non ha più i muri esterni. Ci sono una quantità incredibile di
vetri ovunque che formano un tappeto nei vicoli del campo e nelle case.
All'interno continuano a rifugiarsi le famiglie, donne e bambini, tra le macerie
e il mobilio completamente distrutto, i muri pericolanti, i primi fuochi accesi
per bruciare quel che resta, immondizia, cibo avariato, carcasse di animali
morti. Un puzzo incredibile aumenta man mano che casa per casa mi spingo verso
l'area centrale del campo. "Da Babbi", carro armato, è la parola chiave per
evitare di incontrare soldati. La maggior parte delle stradine sono presidiate
militarmente. La popolazione è stremata. La pressione psicologica fortissima.
Nessuno sa come affronterà le prossime ore per la mancanza di acqua, medicine e
cibo. Il 30 per cento della popolazione del campo, circa 15mila persone, ha
perso tutto. Il restante ha perso almeno il 90 per cento di quello che aveva.
Non è rimasta in piedi una sola infrastruttura: l'elettricità, le fognature, le
scuole, i centri medici, i negozi, le auto, nulla si è salvato dall'assedio
devastante dell'esercito di Sharon, iniziato mercoledì 3 aprile e non ancora
concluso. Le strade sono un viatico degli orrori, cosparse di proiettili made in
Usa, di tutte le misure e portate. I bambini li raccolgono per mostrarli, specie
quelli da 20 mm, e mimano gli spari degli elicotteri Apache, e degli F-16.
Tuttavia quello che vedo nel centro del campo di Jenin non rappresenta un
semplice bombardamento sulla popolazione civile. Solo una volontà cieca di
distruzione può aver dato luogo a una devastazione totale. Che si estende per
diverse centinaia di metri quadrati. Almeno due interi quartieri non sono più
riconoscibili. Completamente rasi al suolo dai bulldozer dopo un'azione
massiccia di bombardamento. Le macerie raggiungono qualche metro di altezza,
disseminate di stracci, vestiti, pezzi di mobilio. Un uomo mostra una grossa
copia del Corano recuperata mentre scavava a mano, la maggior parte delle
persone rovista anche solo per rendersi conto di quello che è successo. Sul
limite dell'area distrutta, paragonabile ai bombardamenti della II guerra
mondiale, ci sono alcune parti di edifici pericolanti. Ci sono segni di incendio
causato dai missili sparati dagli elicotteri Apache. Al primo piano di uno di
questi edifici c'è un cadavere. Si tratta del corpo di Abed Ahmad Hussein, di 24
anni, disteso per terra in una stanza, completamente bruciato e in stato di
decomposizione. Le piante dei piedi e delle mani sono gli unici pezzi di pelle
distinguibili. Le ossa delle gambe spezzate. Su quello che resta del volto è
impressa un'espressione di orrore. Suo fratello, di 15 anni, è nel gruppo di
palestinesi che ci accompagna a vedere i Dead Bodies, come chiamano gli
insepolti. Anche nella casa di fronte c'è un corpo, seppellito dalle macerie, di
cui vedo solo la testa e metà del busto.
Vivere con il terrore
L'odore della morte si spande per tutto il
campo. Solo dopo qualche ora di questo terrificante spettacolo, mi rendo conto
che ci sono solo persone vive e persone morte. Questo attacco non ha lasciato
feriti. Chi è rimasto ferito è di certo morto nei giorni precedenti perché gli
israeliani hanno impedito ogni genere di soccorso medico e volontario; tuttavia
ancora fino a ieri c'erano persone vive sotto le macerie, in alcune zone
presidiate dai soldati dove nessuno può avvicinarsi. In un'altra casa, questa
volta in mezzo alle abitazioni dove vivono ancora delle famiglie, vedo altri
quattro corpi, tre civili e uno con tutta probabilità di un poliziotto
dell'Autorità palestinese.
La gente convive con questo orrore da giorni. I bambini, la maggior parte dei quali non hanno notizie della propria famiglia, entrano e escono dalla stanza al piano terra dove stanno decomponendo questi corpi, colpiti da un missile, con segni di bruciature e diversi pezzi staccati, avvolti in nugoli di mosche e insetti che appestano l'aria per diverse decine di metri. I soldati israeliani non hanno permesso alla popolazione di seppellire questi corpi. Ora lo stato di decomposizione rende impossibile rimuoverli a mano, senza un intervento esterno. C'è un rischio concreto di epidemie anche per l'aumento della temperatura degli ultimi giorni. I pochi medici palestinesi non possono fare assolutamente nulla, bloccati nel campo insieme alla popolazione civile. I neonati stanno soffrendo per la totale mancanza d'acqua. Israele ha imposto un sistema di terrore che impedisce i soccorsi in un'area duramente colpita, con un livello di emergenza simile a quello causato da un potentissimo terremoto. Sappiamo che in alcune case ci sono delle persone sepolte. La gente si chiede se in futuro i nostri governi saranno disposti ad aiutare le famiglie rimaste senza nulla. Intanto però non arrivano neanche i primi soccorsi. Ci sono centinaia e centinaia di persone che non sanno più dove siano i loro familiari. Una distruzione di tali proporzioni può aver fatto centinaia e centinaia di vittime civili. Si parla della sparizione di moltissimi cadaveri che alcuni testimoni hanno visto portare via dagli israeliani probabilmente verso la Valle del Giordano. Il racconto degli orrori è infinito, si paragona questo massacro a quelli di Sabra e Chatila ma probabilmente la catastrofe di Jenin è ancora più vasta. Occorreranno settimane prima di poter affrontare delle stime, senza la presenza dell'esercito israeliano. Quelli che restano nel campo conducono la vita dei topi, intrappolati in un meccanismo mortale anche per le continue ronde dei carriarmati e l'appostamento dei cecchini nelle case. E' urgente far cessare l'assedio dell'esercito israeliano per garantire alla popolazione civile i primi soccorsi in acqua, medicine, cibo, assistenza psicologica. Ogni ritardo rende ancora più tangibile il fallimento delle politiche globali. Senza coraggiose iniziative locali si rischia l'annientamento di un intero popolo e il via libera per il ripetersi di tali atti di distruzione di massa. In altre parti della Cisgiordania.