ARAFAT INCARNAVA LA LOTTA
DEI PALESTINESI
Intervista di Luc Vancauwenberge con Ahmed Zyad,
rappresentante del Fronte Popolare per la Liberazione
della Palestina, sulla morte di Arafat e sul futuro
della lotta del popolo palestinese.
Che cosa rappresenta Arafat per il popolo
palestinese?
Da quarant'anni, Yasser Arafat incarna la lotta politica dei
palestinesi per i propri diritti. È stato tra i primi ad agire
contro l'occupazione israeliana. Alla fine degli anni ‘60, ha
lavorato per l'unità palestinese nel quadro dell'OLP,
l'Organizzazione di Liberazione della Palestina.
E da quattro anni, paga il prezzo per la sua resistenza ai
progetti israeliani ed americani. Rinchiuso nella Mouqata'a, il
suo quartier generale a Ramallah, ha dovuto vivere in condizioni
difficili, cosa che l'ha certamente indebolito ed è forse alla
base della sua malattia. Ma ne ha accettato il prezzo.
Yasser Arafat ha espresso il desiderio di
essere seppellito a Gerusalemme, ma Israele ha rifiutato
categoricamente. Perché?
Israele ritiene che tutta Gerusalemme gli appartiene e, quindi,
che qui vi possano essere seppelliti solo dei rappresentanti
ebraici. Questo riflette la politica sionista razzista e
discriminatoria. Kahane, un politico israeliano di estrema
destra, è morto negli Stati Uniti, ma è stato seppellito a
Gerusalemme. Qualsiasi tipo di persona purché ebreo può essere
seppellito a Gerusalemme, ma non i palestinesi. Questa
discriminazione la troviamo anche a livello del diritto al
ritorno, accordato a tutti gli ebri nel mondo ma non ai
palestinesi. È questo vale sia prima della morte che dopo.
In particolare, si dice che Arafat si sia
screditato rifiutandosi di firmare quegli accordi proposti nel
2000 a Camp David e che avrebbe perso così l'opportunità di
vedere l'avvento di uno Stato palestinese. Arafat era un
ostacolo alla pace?
Niente affatto. Lui ha tentato di trovare dei compromessi
imbarcandosi nel processo di Oslo nel 1993. Ha fatto delle
grosse concessioni. I palestinesi sono legati ad una serie di
principi molto importanti: il diritto ad uno Stato nei territori
occupati, ossia quelli occupati nel 1967: la Cisgiordania e la
Striscia di Gaza, con Gerusalemme est come capitale, il ritiro
delle truppe israeliane dai territori occupati ed il diritto di
ritorno dei profughi... Nell'Accordo iniziale firmato ad Oslo,
nessuno di questi principi veniva accettato, tutto sarebbe stato
da discutere nella fase finale.
Arafat ha fatto anche delle concessioni importanti accettando
come predominanti gli aspetti della sicurezza. Invece, il
problema è politico e gli aspetti della sicurezza ne sono
solamente una conseguenza: se ci sono delle azioni militari
contro Israele, questo è perché questo paese occupa la
Palestina, impedisce il ritorno dei profughi, confisca sempre
più terre, costruisce un muro, ecc…
E’ Israele che è un ostacolo alla pace. Il 40% delle colonie
israeliane nei territori occupati sono stati instaurate durante
gli anni di Oslo (1993-2000). Questo vuole dire che mentre
parlavano di pace, gli israeliani confiscavano sempre più terre
ai palestinesi. Dimostrando chiaramente che non volevano la
pace, ma imporre il fatto compiuto. E’ questo avveniva allo
stesso modo sia quando il governo era Laburista (“socialista”)
che quando era nelle mani della destra (il Likud, il partito di
Sharon).
Il secondo ostacolo alla pace, sono lo Stati Uniti che
sostengono Israele in questa logica. Ed il terzo, è l'Unione
Europea che vuol far credere di essere favorevole ad uno Stato
palestinese, ma non prende nessuna misura nei confronti di
Israele. Eppure, essendo il suo principale partner economico,
avrebbe tutti i mezzi per esercitare delle pressioni.
Il governo Bush non voleva più neanche
parlare ad Arafat. Perché?
Prima del 2000, Arafat era il capo di stato più ricevuto alla
Casa Bianca. Ma dopo Camp David, è diventato persona non grata.
Gli Stati Uniti hanno esercitato il massimo delle pressioni
possibili affinché Arafat firmasse quegli accordi proposti dagli
israeliani e dagli americani. Ma ha rifiutato perché non
accordavano nessun diritto al ritorno ai profughi e privavano i
palestinesi di Gerusalemme. Arafat ha dichiarato parecchie volte
che Gerusalemme era una città santa anche per un miliardo di
musulmani e che lui non aveva nessun mandato per poter
abbandonare questa città. La posizione di Arafat ha
rappresentato un insuccesso per gli americani. Da allora, hanno
messo a punto una nuova strategia. Arafat era diventato un
ostacolo alla pace, ma la pace di tipo americano-israeliana.
Che cosa cambierà con la scomparsa di
Arafat?
Il periodo del dopo-Arafat sarà molto differente perché Arafat,
personaggio storico incontestato, dominava la vita politica e le
istituzioni palestinesi. Del resto è stato sostituito da almeno
quattro persone.
Un dialogo è già cominciato tra le differenti organizzazioni
palestinesi. Bisogna tirare prima un bilancio. Il tentativo di
fare la pace con Israele è fallito. L'unica alternativa è la
resistenza. E affinché questa sia efficace, tutte le
organizzazioni devono contribuire. Non solo sul terreno di
battaglia, ma anche nelle istituzioni. Bisogna ricercare l'unità
nazionale palestinese tra le differenti forze sul campo,
riflettere su come mettere in piedi una direzione nazionale
unificata. La cornice comune deve essere l'OLP, come era prima
di Oslo. Ma una OLP più larga di prima, che inglobi anche le
forze nuove, come le organizzazioni islamiche. Bisogna anche
riformare l'OLP, democratizzarla: deve essere una rappresentanza
esatta della realtà politica palestinese. Penso dunque che il
cambiamento dovrà essere soprattutto a livello
inter-palestinese.
|