“L’autorità palestinese ha ceduto ai diktat di Washington e ha mummificato l’OLP”

Ahmad Saadat    23/07/2004

 


Colloquio con il compagno Ahmad Saadat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina pubblicato sul periodico degli Emirati Arabi (EAU) Albayan.

D: Le richieste israelo-nordamericane sono consistite in una seria di diktat e condizioni per una riforma politica integrale, incominciando dall’incarico del premier e passando per la necessità di celebrare elezioni nazionali generali, mentre la storia dimostra che i popoli esercitano realmente il proprio diritto alla democrazia e alle elezioni dopo l’indipendenza. Qual è il suo commento al riguardo?

R: La norma in questo senso è quella che ha già evidenziato nella sua domanda, anche se, esistono eccezioni a quella norma, poiché le elezioni politiche generali in Sudafrica, Zimbabwe e Namibia costituirono un meccanismo di esercizio del diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale di quei paesi. È possibile che nelle attuali condizioni della lotta nazionale palestinese, le elezioni generali possano essere un meccanismo per esercitare il nostro diritto all’autodeterminazione e per il conseguimento della nostra indipendenza nazionale, se solo facessero parte di un piano politico integrale tendente all’applicazione delle risoluzioni della legalità internazionale emesse e ratificate dall’ONU.
Se le elezioni generali, la creazione di un sistema politico, la determinazione della forma di governo e di Stato, vanno considerati come compiti di costruzione successivi all’indipendenza politica, allora gli obiettivi della riforma democratica sono compito della lotta nazionale, si intrecciano con questa e costituiscono una condizione per rettificare la sua traiettoria. Ovviamente io parlo di una riforma che soddisfi le necessità di un sistema democratico per la società palestinese e per le sue istituzioni politiche e sociali, e che costituisca un perno per sviluppare la nostra lotta nazionale.
Questa è tutta un’altra cosa rispetto alle richieste e ai dettami nordamericano-sionisti che vengono imposti all’autorità palestinese sotto la maschera di una riforma. Questi dettami mirano ad abbattere l’entità politica ed il progetto nazionale liberatore del nostro paese, a creare una leadership alternativa, un sistema politico nuovo che serva fondamentalmente gli obiettivi dei piani imperialisti nella regione araba e mirano alla sicurezza dei coloni e dell’occupazione in Palestina.
È deplorevole che l’Autorità Palestinese abbia accettato i dettami israelo-nordamericani, i quali hanno favorito l’affermazione della visione di G. Bush, presidente degli USA, e successivamente della Road Map come piano politico per fare passare il progetto nordamericano-sionista, col fine di perseguire la liquidazione della causa palestinese e di minimizzare i diritti nazionali del nostro paese. Allo stesso tempo, l’Autorità volta le spalle, e si copre perfino le orecchie, e sabota qualunque sforzo palestinese serio per portare a termine una vera riforma democratica che mobiliti le risorse interne del potere palestinese, per canalizzarlo in un processo di lotta di fronte all’occupazione, alla sua aggressione ed ai suoi piani politici. Inoltre è deplorevole che le richieste israelo-nordamericane vengano confuse con le richieste popolari [palestinesi], sotto la stessa bandiera, nonostante esistano tra i due punti di vista delle differenze essenziali in quanto a contenuto ed obiettivi. Questo significa che l’ostilità verso il processo di riforma da parte dell’Autorità, e la sua mancanza di disponibilità verso le richieste delle forze e delle istituzioni patriottiche e democratiche, hanno aperto una breccia nella muraglia palestinese, attraverso la quale USA e “Israele” hanno potuto imporre i propri dettami e dirigere il processo di riforma svuotandolo dei propri contenuti – cosa che lo fa diventare uno steccato protettivo del progetto di liberazione nazionale palestinese – imponendo il compito della lotta contro la resistenza, sotto la bandiera della cosiddetta lotta contro il terrorismo, come essenza della riforma richiesta.

D: Le forze patriottiche ed islamiche dell’opposizione hanno una posizione ed una propria visione rispetto a tutto il processo pacifico, ma fanno i conti coi dati della realtà e cercano riunificare lo scenario palestinese sulla base di denominatori comuni. Nella sua opinione, data la nuova situazione, quale è la via per concordare un programma politico ed organizzativo unificante capace di difendere la Causa Palestinese e di proteggerla dall’estinzione?

R: Il dialogo è la via ideale affinché le forze patriottiche ed islamiche concordino un programmi politico ed organizzativo, necessario per la congiuntura della tappa attuale della lotta, che favorirebbero l’unità nazionale e popolare, come necessità per il rafforzamento del nostro popolo, e favorirebbe la mobilitazione di tutte le risorse e le capacità della sua forza di fronte all’aggressione totale sionista che sta attaccando tutte le premesse della nostra esistenza nazionale. Il dialogo, capace di riuscire in questi obiettivi, è parte dell’interesse supremo nazionale e non può subire coperture né omissioni davanti alla critica che si basa sulla revisione politica integrale; è ciò che fa dei dati della realtà viva e della lettura realistica delle sue contraddizioni – lontano da interessi settari o di classe – un parametro per giudicare la correttezza delle visioni e dei programmi politici; è ciò che costituisce la maggiore parte dei denominatori comuni che formano la base e le condizioni per qualunque unità; è un dialogo che parte, inevitabilmente, da un desiderio onesto e da una radicata convinzione della necessità dell’unità, il cui fine e consegna dovrebbe essere cercare di arrivare insieme, con tutto lo spettro politico e della società, al punto più vicino alla verità; cosa che conferisce ai programmi di lotta maggiore realismo e capacità di rivitalizzare il processo di lotta nazionale del nostro popolo. Il dialogo – nel linguaggio della politica – è un’espressione condensata della lotta democratica per risolvere le contraddizioni secondarie tra le fila del movimento rivoluzionario. In questo caso, è un processo di lotta che si basa su una seria ricerca di punti in comune, e fare pressione dal basso come espressione di quel dialogo tra i blocchi popolari con coloro che prendono le decisioni. Così il dialogo col nemico nel campo di battaglia, per ottenere delle conquiste concrete da imporre sul tavolo del negoziato, si trasformerebbe in una parte della realtà del programma di unità.
Rispetto alle contraddizioni metodologiche sulla visione della conduzione tattica del conflitto col nemico sionista, e la prosecuzione di questa discrepanza, il metodo ideale per risolverle sarebbe la costruzione di un’istituzione direttiva palestinese con meccanismi democratici che rappresentino ogni tendenza secondo la sua influenza e capacità di mobilitazione nelle strade palestinesi, per consacrare così una direzione ed un punto di riferimento unico, ed una decisione politica nazionale complessiva, determinata dalla maggioranza. La minoranza si sottometterebbe logicamente alla maggioranza. Tutto questo nel caso che fosse difficile arrivare ad un consenso sul contenuto di un programma minimo per l’unità nazionale.

D: L’OLP, è il rappresentante della lotta nazionale del popolo palestinese, ma gli accordi di Oslo ed i suoi annessi l’hanno trasformata in un corpo paralitico ed incapace di perseguire gli obiettivi della sua creazione, come identità, entità e leadership, della sua lotta. A suo giudizio, quale potrebbe essere la via concreta per restituire all’OLP il suo prestigio, ruolo e credibilità?

R: Restituire la credibilità all’OLP in questa tappa storica che sta vivendo il popolo palestinese, costituisce un compito congiunturale decisivo e la pietra angolare per la preservazione e la protezione degli obiettivi nazionali del popolo palestinese e, in primo luogo, del diritto al ritorno che è l’essenza della Causa Palestinese.
Guardando la realtà dell’OLP, danni come la marginalizzazione e la mummificazione del suo prestigio e del suo ruolo, gli sono stati causati da parte della direzione egemonica, così come anche il ruolo delle sue istituzioni è decaduto all’interno e all’esterno della patria. Pertanto, la rivitalizzazione del ruolo dell’OLP in qualità di punto di riferimento e di leadership suprema del nostro popolo esige al più presto la sua ricostruzione. Nello stesso momento in cui il nemico sionista, con l’appoggio incondizionato degli USA, cerca di ridurre il contenuto dei diritti nazionali del nostro popolo ad una cornice di un’entità politica, espressione dell’unione di cantoni isolati, circondati dal muro dell’apartheid (come consacrazione della colonizzazione) e dalla separazione e giudaizzazione di Gerusalemme; strappare un riconoscimento palestinese ed arabo a “Israele” come stato ebreo; eliminare il Diritto al Ritorno e sostituirlo con il ritorno in un insediamento alternativo o per il ritorno solo in quel tipo di entità palestinese così caratterizzata… la rivitalizzazione e la ripresa del ruolo dell’OLP, che rappresenta l’espressione degli obiettivi nazionali del nostro popolo, richiede uno sforzo e una lotta incessante per fare pressione sulla direzione che si è mummificata in sé stessa e ha mummificato l’OLP, in attesa dell’arrivo della “salvezza” proveniente dalla Casa Bianca; richiede una lotta per la creazione di veri meccanismi per la ricostruzione dell’OLP, come una cornice frontista democratica che rappresenti nel suo seno tutto lo spettro socio-politico dell’interno e dell’esterno della Palestina; per intavolare un dialogo profondo, come un mezzo di pressione che proviene dall’interno degli organismi decisionali dell’OLP e delle istituzioni popolari collegate. Mediante l’organizzazione dell’iniziativa popolare e l’esercizio della pressione dal basso da parte di tutte le aggregazioni del nostro popolo palestinese, possiamo spingere questo processo e fare passi in avanti nel cammino, per materializzarlo.
Nel contesto di un’enunciazione teorica di questa questione, esistono ancora alcuni ostacoli che frenano il raggiungimento di questo obiettivo:

* La mancanza di volontà e di serietà da parte della direzione dell’OLP, nel volere la ristrutturazione, nel ristabilire i meccanismi per costruire le sue istituzioni affinché siano integrate al suo interno tutte le espressioni del nostro popolo e tutte le sue forze politiche e sociali. Questa mancanza di volontà è dovuta all’interesse settario della direzione del partito principale dell’OLP che vede nei rapporti di forza attuali, a livello palestinese, la possibilità di veder diminuito il proprio prestigio e il proprio ruolo nella presa di decisioni e magari nella leadership nell’OLP.

* La mancanza di serietà e di disponibilità della leadership della tendenza islamica ad integrarsi nell’OLP, preferendo tenersi fuori in un quadro parallelo e quasi alternativo all’OLP.

L’iniziativa politica del FPLP, presentata prima di iniziare il dialogo al Cairo, contiene delle proposte per superare questi due scogli, poiché prefigura un’alternativa: la formazione di una direzione nazionale unificata come strumento dirigente transitorio che potrebbe essere il risultato di un accordo politico-organizzativo, con un’agenda dei lavori che contempli la ristrutturazione e la ricostruzione dell’OLP in forma democratica, un accordo sul metodo dell’elezione diretta da parte del popolo quando le circostanze lo permetteranno.
Nel caso fosse troppo difficile arrivare ad un accordo politico generale, si ricorrerebbe ad un programma di accordo minimo. In questa maniera il compito della direzione unificata sarebbe spingere la costruzione delle istituzioni dell’OLP come punto di riferimento che rifletta la rappresentanza proporzionale reale del peso delle forze politiche nelle fila del popolo palestinese, sottomettendo le proprie decisioni alla logica del rispetto, da parte della minoranza, dell’opinione della maggioranza. Infine, speriamo che si continui il dialogo che farebbe dei buoni passi in avanti nel cammino per il raggiungimento di questi obiettivi.

D: Il presidente Arafat è sottoposto a crescenti pressioni da parte di USA e “Israele”, le minacce più recenti costituiscono un punto di cedimento del suo prestigio garantito dagli accordi di Oslo e dai suoi annessi. Come considera queste minacce e quale è l’essenza della sua posizione rispetto alla continuazione della scommessa del presidente su un cambiamento della posizione statunitense?

R: Credo che non dobbiamo – come movimento patriottico – sottovalutare le minacce israeliane alla vita del presidente palestinese Arafat, poiché queste sono parte integrante del programma del governo di Sharon in linea con la visione di Bush, della Road Map e di tutto il ventaglio di posizioni statunitensi, rispetto al tema palestinese, che perseguono l’obiettivo di abbattere la direzione palestinese e formare una direzione alternativa che sia a loro immagine, ubbidiente ai loro dettami, disposta a rinunciare ai principi essenziali della Causa Palestinese e il cui sistema politico sia un modello armonico con il nuovo sistema politico che si sta cercando di costruire con il progetto del Grande Medio Oriente. Il piano sionista-statunitense per cambiare la direzione palestinese ha la sua materializzazione “israeliana” pratica nell’assassinio dei dirigenti e dei simboli, nelle detenzioni e negli esili, ci sono molti esempi in questo senso.
Non è una politica nuova dell’entità sionista e specialmente per il governo del premier “israeliano” Ariel Sharon; è stata la condotta di tutti i governi di “Israele” nella loro guerra aperta contro il nostro popolo ed il nostro movimento patriottico.
A onor del vero, la condotta politica dell’Autorità Palestinese, il suo modo di affrontare i problemi e le contraddizioni del nostro popolo e dell’Intifada, l’indecisione delle sue scelte politiche rispetto all’Intifada, e l’accettazione graduale dei dettami “israelo”-statunitensi, hanno condotto all’indebolimento dell’Autorità stessa, del suo prestigio e della sua autorità incoraggiando, contemporaneamente, “Israele” a proseguire la sua rotta di ricatto politico. La risposta alla richiesta di cambiamento della dirigenza e al tentativo di emarginare il ruolo del presidente a beneficio del premier, non deve essere di accettare questi diktat che non devono essere mercanteggiati come se provenissero da una richiesta interna. Neanche si può concepire questa risposta nel quadro di una manovra tattica, mentre le circostanze concrete stanno stringendo sempre più i suoi margini. Il presidente Arafat non è più nella condizione di chi ha la possibilità di mescolare le carte e saltare tatticamente da una posizione all’altra, per guadagnare tempo e mettere fuori gioco una proposta o un piano che attentino alla sua esistenza. La risposta a quelle minacce non può essere altro che l’appoggio all’opzione dell’Intifada, avanzare nel compito della realizzazione di un’unità nazionale e della riforma democratica, di ricostruire la casa palestinese per fortificare i suoi tessuti interni nell’opporsi alla guerra aperta contro il nostro popolo, guerra che attenta a tutte le premesse della sua esistenza in quanto popolo, nei confronti della sua dirigenza e della sua entità politico generale.

D: La continuazione della sua detenzione costituisce un colpo alla giustizia palestinese ed un disprezzo della posizione patriottico-popolare generale che sottolinea la necessità della sua liberazione. A suo giudizio esiste qualche motivo perché l’Autorità continui a rispettare il suo compromesso con gli USA vista la legittimazione della loro amministrazione verso la continuazione della colonizzazione, dell’occupazione, dell’espansione territoriale e della violazione contro tutto quello che sia palestinese?

R: Come non c’era una giustificazione, né un motivo logico, per la detenzione mia e dei miei compagni, la continuazione di questa detenzione è ancora senza giustificazione, e costituisce un segno ed un indizio del fatto che l’Autorità Palestinese preferisce i suoi compromessi sulla sicurezza a beneficio di “Israele” e USA a scapito dei suoi compromessi verso il popolo palestinese ed il suo movimento patriottico. Poiché si è parlato molto e frequentemente di questo fato che perdura da più di due anni, mi interessa ribadire che giustificare la continuazione di questa detenzione con il pretesto della “protezione” non è nient’altro che un slogan propagandistico per occultare la sottomissione dell’Autorità Palestinese, poiché la stessa è stata sempre nelle condizioni di liberarci.
Nel FPLP, abbiamo esonerato l’Autorità, in colloqui e comunicati, dalla responsabilità o dalle conseguenze derivate da ciò che riguarda un’aggressione “israeliana”, siamo come qualsiasi altro militante patriottico che resiste contro l’occupazione, non abbiamo nessuna garanzia – né autorità – per proteggermi, neanche credo che la detenzione sia stata, mai, un mezzo per proteggermi, né che USA e Gran Bretagna abbiano mobilitato una squadra di vigilanza e di custodia ed investito milioni di dollari, dalla firma del trasferimento di Jerico, per proteggerci. Chi lo crede, è lontano dalla verità. Non sarebbe possibile che USA e Gran Bretagna facciano appello a lottare contro la resistenza palestinese qualificandola come terrorismo e, contemporaneamente, proteggano persone e simboli che considerano terroristi.
Quello che vogliamo, senza tanti teatrini, è che l’Autorità ci tiri fuori dal quadro dei suoi compromessi sulla sicurezza e dalle dimostrazioni di buone intenzioni che offre ad USA e “Israele” e che ci liberi senza restrizione né condizioni.
Sono convinto che può farlo, se lo vuole, senza esporre la nostra sicurezza o la nostra vita a qualche pericolo diretto.