Sinistra per Israele non è un ossimoro?
Crediamo non siano molti
quelli che abbiano mai sentito parlare di un'associazione chiamata "Sinistra per
Israele". In effetti, l'attività di questa associazione non sembra
particolarmente intensa, limitandosi a qualche convegno e alcuni comunicati
stampa. Tuttavia, è interessante vedere chi sono i componenti dell'associazione,
naturalmente non prima di aver dato un'occhiata al suo documento fondativo, che,
mettendo subito le mani avanti, vuol chiarire sin dall'incipit che "Sinistra per
Israele" non è un ossimoro.
Dal documento fondativo dell'associazione estrapoliamo alcuni articoli che
riteniamo particolarmente significativi... per quanto già l'art. 1 ci sembri
illuminante. Abbiamo evidenziato in rosso i passaggi più eloquenti.
(...)
I governi di Israele hanno gravi responsabilità a partire
dalla costruzione e dal finanziamento degli insediamenti così come certe azioni
di forza nei territori occupati; ancor più l'oppressione, le restrizioni e le
umiliazioni che la rioccupazione dei territori infligge all'intera popolazione
civile palestinese, non solo non avvicinano lo sbocco politico del conflitto, ma
finiscono per alimentare il consenso al terrorismo.
La radice del terrorismo, però, non può essere individuata
nell'occupazione della Cisgiordania e di Gaza Il terrorismo nasce da un
sentimento di totale rifiuto dello stato di Israele, e come tale non può essere
giustificato, o anche solo considerato, come risposta ad una pur criticabile
politica di repressione.
Bisogna fare i conti con il dato storico che una parte della società
palestinese non ha mai accettato e non è ancora oggi disposta ad accettare
l'esistenza dello Stato d'Israele e non condivide la soluzione "due popoli due
stati".
Occorre affermare che il rifiuto
degli accordi proposti nel 2000 a Camp David e a Taba – un traguardo positivo
finalmente raggiungibile dopo anni di progressi stentati, alternati da
inadempienze e contraddizioni da ambo le parti – è stato un errore gravissimo
che è responsabilità soprattutto di Arafat.
Sulla dirigenza palestinese andavano fatte, soprattutto da parte della sinistra
e del movimento pacifista internazionale, forti pressioni per chiudere quell'accordo,
e comunque perché non venisse abbandonato il processo di pace e perché non vi
fosse la regressione al piano della violenza e del terrore.
Negare o non ricordare ciò significa porre le basi per il fallimento di
futuri piani di pace.
Chi volesse leggere per intero
il documento e saperne di più sull'associazione e le sue attività, può visitare
il sito www.sinistraperisraele.it;
a noi ora interessa esaminare due aspetti della questione: l'impostazione
dell'associazione e i suoi aderenti.
L'impostazione dell'associazione appare evidente dalla lettura dell'atto
fondativo: a parte alcune concessioni formali alla retorica sinistrese della
tolleranza, dell'accettazione del diverso e del rifiuto della violenza, che
tanto non costano niente, appena si scende nel concreto si fa sapere che
l'antagonismo di sinistra verso Israele è nipote della guerra fredda e figlio di
un non meglio identificato "rinnovato massimalismo terzomondista". Di
conseguenza, quasi sempre le critiche ai governi israeliani degenerano nel
rifiuto di Israele in quanto tale, il che è gravissimo perché Israele è uno
stato democratico e una società pluralista (chiedere, per conferma, ai cittadini
arabi israeliani, n.d.r.).
Stabilite queste premesse, appare ovvio che la causa della violenza non può
essere l'occupazione israeliana dei territori palestinesi, con il suo corollario
di lutti e devastazioni: la causa della violenza, o meglio del terrorismo, è il
"sentimento di totale rifiuto dello stato di Israele".
Naturalmente, il fallimento delle trattative condotte nel 2000 a Camp David e
Taba "è stato un errore gravissimo che è responsabilità soprattutto di Arafat".
Con la perentorietà tipica dei sionisti, si chiosa che "Negare o non
ricordare ciò significa porre le basi per il fallimento di futuri piani di pace".
Le responsabilità dello stato di Israele sono ridotte al minimo: nel documento
della Sinistra per Israele non vi è cenno al continuo ed esasperante sabotaggio
dell'applicazione degli accordi di Oslo e persino le feroci violenze contro la
popolazione palestinese vengono derubricate ad "azioni di forza". Non c'è
da stupirsi, quindi, che il documento fondativo di questa emerita associazione
non contenga alcun riferimento all'assassinio del premier israeliano e fautore
degli accordi di Oslo Itzak Rabin, probabilmente perché la responsabilità di
quell'assassinio - opera di un estremista ebreo tuttora venerato nelle colonie
sioniste - non può essere ascritta ad Arafat, che con Rabin ha condiviso il
Premio Nobel per la pace.
Ma l'aspetto più interessante dell'intera vicenda non è costituito
dall'impostazione dell'associazione, quanto dalla qualità dei suoi aderenti, fra
i quali meritano di essere citati il segretario nazionale dei DS, On.le Piero
Fassino, il parlamentare DS Giuseppe Caldarola, il capogruppo DS al Comune di
Milano Emanuele Fiano, l'ex consigliere comunale DS di Roma Victor Magiar, il
direttore della rivista "Diario" Enrico Deaglio, il deputato della Margherita
Gianni Vernetti e Aldo Aniasi, presidente della Federazione Italiana
Associazioni Partigiane, nonchè ex sindaco socialista di Milano.
Per questi signori, gli appelli per il boicottaggio dell'economia di guerra
israeliana sono "assurdi" e le manifestazioni contro il Muro
dell'Apartheid ripropongono "una visione unilaterale e caricaturale, che
addita Israele come unico ostacolo alla pace ed individua nella parte
palestinese l'unico diritto conculcato e da tutelare. In tal modo non si
prendono le distanze dall'atteggiamento ostile verso Israele di certa sinistra,
in particolare di quella che si definisce antagonista ed alternativa: una
sinistra che a volte si definisce non violenta, ma che inneggia all'Intifada e
non condanna il terrorismo" (comunicato della Sinistra per Israele in merito
alle manifestazioni di novembre contro il Muro dell'Apartheid, pubblicato da
www.opinione.it).
Le performance filoisraeliane di Fassino, Caldarola, Magiar & Co. sono note, ma
nessuno ha mai messo in luce come proprio questi signori siano fra i maggiori
sponsor della cooptazione di Rifondazione Comunista nell'alleanza di
centrosinistra: in particolare, Peppino Caldarola è il più convinto sostenitore
della "innocuità" di un Bertinotti affidabile partner per il futuro governo
ulivista. Ricordiamo tutti le appassionate parole del segretario del PRC dalla
tribuna del V congresso ("Siamo tutti ebrei!") e la sua fervente presa di
posizione in difesa del collega diessino contestato alla manifestazione
pacifista dello scorso 20 marzo, senza naturalmente dimenticare le mille
ambiguità della maggioranza bertinottiana del PRC sulla questione palestinese,
fino alla clamorosa dissociazione dalla manifestazione nazionale contro il Muro
dell'Apartheid dell'8 novembre 2003, in curiosa sintonia con le posizioni
espresse dalla cosiddetta Sinistra per Israele.