HAMASTAN?

Documenti, valutazioni e commenti sul
nuovo scenario nella Palestina occupata

Il drammatico evolversi della situazione nei Territori palestinesi occupati sta suscitando, come è ovvio e giusto che sia, un acceso dibattito fra gli amici del popolo palestinese in Italia. In questa pagina pubblichiamo gli interventi che danno vita a questo dibattito, con l'auspicio che siano utili a tutti quelli che vogliono farsi un'idea propria rispetto a questo ennesimo tornante della lotta del popolo palestinese per la propria liberazione.

L’unità, la democrazia e il dialogo interpalestinese è l’unica strada. 

 

Comunicato stampa del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP)

Continua a scorrere il sangue palestinese per mano palestinese,  forti le perdite di vite umane e i danni materiali, decine di cittadini sono caduti a causa dello scontro Hamas-Fatah.

Vogliamo rinnovare l’invito alle due fazioni di essere all’altezza della responsabilità politica nei confronti della nostra causa nazionale e di rispondere positivamente agli sforzi di mediazione delle forze patriottiche palestinesi ponendo fine a questo bagno di sangue alimentato da accuse e contro accuse reciproche.

Ribadendo con forza la nostra riprovazione degli scontri che hanno insanguinato la Striscia di Gaza negli ultimi giorni, condanniamo con fermezza  “la soluzione militare” e “la conquista con la forza militare” della striscia di Gaza  da parte di Hamas  e le pratiche violente che hanno accompagnato questi scontri, strane e lontane dalle abitudini, dalla cultura e dai valori morali del popolo palestinese, che avviano la causa palestinese verso una fase drammatica e critica che segnerà negativamente i futuri rapporti politici e sociali inter-palestinesi poiché spalancano la porta all’ingerenza politica straniera e minano alle radici l’unità e le aspirazioni politiche del nostro popolo. 

   Rifiutiamo inoltre la reazione politica, affrettata ed estremista, con la quale si vuole affrontare la crisi drammatica, come decretare lo stato d’emergenza, sciogliendo il governo in carica e formando un governo d’emergenza, con evidenti conseguenze d’accentuazione dello scontro che ne prolungherà la durata e permetterà l’ingerenza esterna come l’invito ad inviare forze internazionali.

  Invitiamo tutti alla costituzione di una dirigenza nazionale provvisoria con la partecipazione di tutte  le forze politiche palestinesi e rappresentanti della società civile per   governare la società palestinese costituendo un inizio di dialogo responsabile  e costruttivo alfine di proteggere l’unità nazionale portando il nostro progetto politico sul binario giusto.

  In questa fase drammatica e pericolosa, invitiamo  la lega Araba e tutte le parti amiche del popolo palestinese ad intervenire positivamente per aiutare i palestinesi ad uscire da questa crisi.

  Nonostante la drammaticità e l’amarezza del momento, affermiamo che la nostra unità, la nostra scelta democratica e la volontà di continuare la lotta per la liberazione, l’indipendenza e la costituzione dello stato palestinese indipendente e sovrano, non è una scelta tra le tante, ma è l’unica scelta che abbiamo e come tale va protetta con tutti i mezzi, respingendo tutti i tentativi, rifiutati in precedenza, come il protettorato e l’annessione da qualsiasi parte venga.

Di nuovo invitiamo le masse del nostro popolo, in patria e in diaspora, ad essere unite, superando il dolore e la sofferenza, condannando le scelte sanguinarie e la logica della vendetta da qualsiasi parte essa venga per proteggere i nostri diritti nazionali, chiediamo ai nostri fratelli di Fatah e Hamas di fare un passo in dietro, e tornare alla ragione e alla coscienza.

  L’unità, la democrazia e il dialogo inter-palestinese è l’unica strada.                                                                  

 

 

Palestina,15.06.07


Comunicato stampa del Palestinian Centre for Human Rights

Non c’è alternativa al dialogo politico

Posizione del PCHR riguardo all’attuale situazione nella Striscia di Gaza e alla ANP

La Striscia di Gaza ha visto ultimamente uno scontro sanguinario senza precedenti tra il movimento di Hamas e quello di Fatah che è culminato con la decisione di Hamas di porre fine al conflitto militare con la presa delle sedi e dei quartier generali della sicurezza palestinese e l’imposizione di un completo controllo sulla Striscia di Gaza da parte della sua ala militare – le Brigate Izzidin al Qassam. Negli scontri sono morti 146 palestinese (36 dei quali erano civili), inclusi 5 bambini e 8 donne, mentre altri 700 palestinesi sono rimasti feriti.
Secondo le informazioni e la documentazione del PCHR, l’ultimo scontro armato tra i due movimenti si è accompagnato con gravi violazioni della legge internazionale che regola i conflitti armati interni, specialmente l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra del 1949. Secondo questo articolo, tutte le parti in conflitto armato di carattere interno sono tenute, come minimo, al trattamento umano di tutte le persone che non sono coinvolte nelle ostilità, inclusi i membri dei gruppi armati che si sono arresi. Si proibisce “violenza alla vita e alla persona in particolare le uccisioni di ogni genere, le mutilazioni, i trattamenti crudeli e la tortura; prendere ostaggi; oltraggiare la dignità personale, in particolare i trattamenti umilianti e degradanti; emettere sentenze e giustiziare senza che ci sia stato un pronunciamento di giudizio da parte di un tribunale regolare”. Inoltre si richiama al trattamento dei feriti e dei pazienti in modo umano.
In violazione di questi standard internazionali, lo scontro fratricida si è accompagnato da diversi casi da uccisioni premeditate e da esecuzioni extra giudiziarie, sparando ai combattenti dopo la loro cattura. Secondo testimoni, alcuni feriti sono stati uccisi negli ospedali e sono stati riportati casi di reciproci rapimenti e torture di persone affiliate, o sospettate di esserlo, al partito avversario. Anche civili disarmati sono stati coinvolti negli scontri tra le due parti, nonostante spesso di trovassero nelle loro case. Inoltre non è stata rispettata la condizione di luoghi civili di alcune case e palazzine di appartamenti, che sono stati usate negli scontri tra le parti. Di conseguenza, la sofferenza dei civili si è duplicata specialmente perché sono stati costretti a trovarsi in zone di combattimento. Ci sono stati molti feriti tra i civili, incluse donne  e bambini.
Inoltre è stato ristretto l’accesso degli staff medici e dei pompieri nelle aree di scontro per evacuare i feriti e spegnere gli incendi (vedi il comunicato stampa del PCHR emesso durante gli scontri).
Da quanto Hamas ha conquistato i quartier generali e le sedi di Fatah prendendo sotto il suo controllo la Striscia di Gaza, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha emesso 3 decreti Giovedì pomeriggio, 14 Giugno, congedando il primo ministro Ismail Haniya; dichiarando lo stato di emergenza in tutte le aree controllate dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP); e formando un governo per gestire lo stato di emergenza. Il 17 Giugno, il presidente Abbas ha emesso altri due decreti, uno sospendendo gli articoli 65, 66 e 67 della Basic Law, (la costituzione temporanea dell’ANP) e l’altro che ha messo fuorilegge le Forze Esecutive (formate dal Ministero degli Interni nel 2006) e le milizie di Hamas, “a causa della loro insurrezione contro la legittimità palestinese e delle sue legittime istituzioni….”
In risposta, Israele ha chiuso tutti i punti di attraversamento da e per la Striscia di Gaza, bloccando tutte le transazioni commerciali con la Striscia. Di conseguenza, i civili palestinesi sono corsi nei negozi, nelle panetterie e nelle stazioni di benzina per acquistare beni di prima necessità, preoccupati dal rischio di una possibile crisi umanitaria nella Striscia di Gaza. Il punto di valico internazionale con l’Egitto a Rafah, che è l’unico punto di contatto con il mondo esterno e che ha operato solo parzialmente negli ultimi anni a causa delle misure israeliane, è stato chiuso.
Contemporaneamente agli incidenti a Gaza, i sostenitori di al Fatah in Cisgiordania hanno condotto una serie di attacchi di ritorsione contro membri della parte avversa, sostenitori e istituzioni di Hamas. In questi attacchi hanno colpito associazioni culturali e mediche, associazioni benefiche, uffici della stampa, stazioni di radio e televisioni, centri sportivi e alcuni consigli comunali locali che erano guidati da Hamas dalle elezioni locali. Secondo la documentazioni del PCHR in tutto 50 istituzioni pubbliche e private sono state attaccate; 3 persone, incluso un bambino, sono state uccise; 60 persone sono state rapite fin da Mercoledì, 13 Giugno 2007.
Alla luce del precipitare della situazione nei Territori Palestinesi Occupati (OPT), e in particolare nella Striscia di Gaza, il PCHR evidenzia quanto segue:

1) Il PCHR condanna l’utilizzo di mezzi militari per porre fine al conflitto tra i movimenti di Hamas e di Fatah, in particolare la decisione di porre fine al conflitto con la presa delle sedi della sicurezza palestinese e degli uffici nella Striscia di Gaza da parte delle Brigate Izzidin al Qassam. Benché il PCHR si consapevole della legittimità del governo e del suo pieno diritto di mantenere i poteri costituzionali e consapevole dei precedenti problemi di sicurezza e dell’urgente necessità di riformare gli apparati della sicurezza, non c’è giustificazioni alcuna per l’impiego delle Brigate Izzidin al Qassam nella conquista e nella prova di forza contro li apparati di sicurezza dal momento che questo non serve in alcun modo alla richiesta di riforme degli apparati di sicurezza.

2) I passi compiuti dal presidente Mahmoud Abbas in risposta, violano la Costituzione (Basic Law) in un modo altrettanto pericoloso di quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza, specialmente perché:

A) Il Presidente ha il diritto di dichiarare lo stato di emergenza e di dissolvere il governo in accordo con l’articolo 7 della Costituzione (Basic Law), ma secondo la Costituzione, il dissolto governo deve operare e servire come un governo in carica fino alla formazione di un nuovo governo che deve essere approvato dal Consiglio Legislativo Palestinese (PLC).

B) La Costituzione non da al Presidente la completa autorità, perfino in uno stato di emergenza, di sospendere il rispetto anche provvisorio degli articoli che riguardano l’autorità del Consiglio Legislativo Palestinese di garantire fiducia al governo, e non ha l’autorità di dissolvere o interrompere i lavori del CLP durante il periodo di emergenza (articolo 113). Questa parte della Costituzione è superiore a tutte le altre leggi, dalla quale tutti i poteri, incluso quello del Presidente e del Primo Ministro, derivano, e non deve essere indebolita o sospesa per nessuna circostanza.

3) Le misure prese dal Presidente stanno complicando la crisi invece che risolverla. Porterà inoltre ad un ulteriore isolamento della Striscia di Gaza e porterà la sua popolazione di 1,5 milioni di abitanti verso il nulla, sottoponendoli a sanzioni internazionali. Ci sono inoltre preoccupazioni riguardo alla situazioni politica effettiva dal momento che la Striscia di Gaza potrebbe essere tagliata dal resto dei Territori Occupati.

4) L’attuale crisi nell’Autorità Nazionale Palestinese è politica piuttosto che costituzionale o legale. Dunque, non c’è alcuna alternativa al dialogo basato su una reale partenership, al rispetto dei risultati delle elezioni legislative del Gennaio 2006 e al fatto di mettere gli interessi del popolo palestinese al di sopra di tutti i ristretti interessi delle parti in conflitto.

5) Nel contesto di questo agognato dialogo è importante sottolineare la necessità di ricostruire il sistema della sicurezza palestinese su basi professionali e nazionali, per assicurare la sua indipendenza e perché non cada nelle mani delle fazioni in conflitto, per essere in grado di assolvere ai sui compiti istituzionali e difendere la patria, servire il popolo, proteggere la società, e assicurare la sicurezza e l’ordine pubblico.

6) L’unica parte che beneficia della continuazione dell’attuale crisi è Israele e le sue forze di occupazione che continuano a creare “fatti sul terreno”, specialmente in Cisgiordania con la costruzione del Muro di Annessione e le colonie che minano ogni possibilità di creare uno stato palestinese sostenibile e indipendente all’interno dei Territori Occupati.

7) La situazione umanitari nella Striscia di Gaza, deterioratasi a causa dell’assedio israeliano e alla sospensione degli aiuti internazionali all’ANP, peggiorerà ulteriormente con la chiusura di tutti i valichi di confine e il blocco delle transizioni economiche.

8) La corrente crisi è una Nuova Naqba (catastrofe, in riferimento alla dispersione del popolo palestinese nel 1948) che crescerà se non verrà fermata immediatamente, considerando la prevista stretta economica e sociale e considerando le migrazioni massicce dalla Striscia di Gaza. Per questo tutte le fazioni politiche palestinesi e i gruppi della società civile devono prendersi le loro responsabilità storiche per fermare la crisi e prevenire questa nuova Naqba, che è stata condotta per mano nostra nel 59° anniversario della Naqba palestinese del 1948.

9) La comunità internazionale e gli Stati arabi sono invitati a prendere misure preventive per prevenire questa catastrofe premendo per il dialogo politico tra i movimenti di Hamas e Fatah, così come tra tutte le fazioni politiche, al fine di porre fine alla crisi che mette a rischio l’ANP e tutto il popolo palestinese.

Per ulteriori informazioni chiamare l’ufficio del PCHR a Gaza:

Gaza Strip, on +972 8 2824776 - 2825893

PCHR, 29 Omer El Mukhtar St., El Remal, PO Box 1328 Gaza, Gaza Strip.

E-mail: pchr@pchrgaza.org, Webpage http://www.pchrgaza.org

 

[traduzione di Patrizia Viglino]



 

I Palestinesi non accetteranno un governo di Vichy
di Khalid Amayreh
 

Gerusalemme occupata -- La grandissima maggioranza dei Palestinesi, a casa e nella Diaspora, non accetteranno un governo collaborazionista a Ramallah che operi agli ordini di Israele. Questo è esattamente quanto l'amministrazione Bush ed Israele si aspettano dal nuovo governo, guidato da Salam Fayyad. Naturalmente ora sta a Fayyad ed al suo governo provare quanto mal risposte siano queste aspettative israeliane e americane. Sfortunatamante, il nuovo governo sembra offrire poche speranze di un domani migliore per il popolo palestinese, messo alla fame, tormentato e prossimo all'esaurimento. In effetti, l'assordante silenzio di Abbas, Fayyad, e altri, di fronte al banditesco comportamento di ben noti hooligan in armi che hanno devastato ed incendiato edifici, istituzioni e centri commerciali per tutta la West Bank assai rivelatore. E' vero, il governo si è costituito da solo poche ore. Comunque, l'assenza persino di una condanna verbale dell'orgia di terrore e vandalismo contro sospetti sostenitori di Hamas, delle loro famiglie e delle loro attività economiche non sembra annunciare niente di buono per l'immediato futuro. Prevedibilmente, Stati Uniti e Israele hanno riversato vagonate di lodi al governo Fayyad. In più, hanno già manifestato la loro entuisiastica volontà di togliere le sanzioni contro la West Bank occupata, apparentemente per rafforzare il fronte Dahlan-Abbas contro gli altri Palestinesi che rifiutano bustarelle ed intimidazioni per cedere all'insolenza israeliana e all'arroganza del suo potere. Il governo Fayyad potrebbe essere temporaneamente favorito dall'appoggio americano e israeliano. Comunque, dovrebbe capire che un aiuto proveniente da quelle fonti è un calice avvelenato. L'esperienza ha dimostrato che in Medio Oriente ogni governo, o fazione, o organizzazione sostenuta dagli USA incontrerà il disprezzo delle masse.. Questo è particolarmente vero nei Territori Occupati palestinesi, dove la collaborazione con Israele, che controlla le politiche americane, è considerato il tradimento supremo. Le masse palestinesi sanno bene ciò che gli USA rappresentano per loro, per i propri bambini e la loro vecchia causa. Rappresentano l'oppressione nelle sue forme peggiori. Simbolizzano l'assassinio di massa, il furto di terra, l'esproprio, la deprivazione e l'essenza stessa della menzogna e dell'ipocrisia. L'America ha reso possibile, sostenuto e giustificato 40 anni di nazismo israeliano il cui obiettivo supremo è la cancellazione dei Palestinesi come nazione, prendendosi la loro patria e rendendo il loro futuro il più precario possibile. In breve, l'America è per i Palestinesi grosso modo ciò che la Germania nazista è stata per gli Ebrei. Pertanto, ogni governo che consentisse a porsi nel grembo dell'America perderà la sua legittimità se non la sua stessa esistenza. Probabilmente è questa la ragione perché i Palestinesi nella Striscia di Gaza non hanno combattuto per Muhammed Dahlan e i suoi uomini. Negli ultimi 18 mesi, gli USA, per il tramite di persone come Keith Dayton, ci hanno dato molto denaro ed armi per ucciderci l'uno con l'altro per compiacere Israele, che non fa alcuna differenza tra questo o quel gruppo di Palestinesi, almeno finchè respingono l'occupazione ed insistono sulla libertà. Questo è successo mentre USA ed Israele (insieme agli ipocriti governi dell'Unione Europea) hanno agito per mettere alla fame e impoverire qualunque Palestinese nella speranza che si rivoltassero contro Hamas ed abbandonassero le aspirazioni palestinesi, in cambio di pane e denaro americano. Si, l'America ci ha fornito armi per ucciderci l'uno con l'altro, mentre ci affamava e ci tormentava, come se i nazisti del nostro tempo ci volessero assassini ed assassinati, nella fame. Queste non sono parole in libertà ma fatti ben noti. Funzionari e media USA hanno parlato apertamente di una guerra civile da alimentare a Gaza e nella West Bank. Elliot Abrams, che parla imbeccato da AIPAC, si è persino vantato del suo successo nel mettere i Palestinesi gli uni contro gli altri. Sfortunatamente il Presidente Abbas non si è mai preso la briga di dire al popolo palestinese la ragione per cui stesse ammassando tante armi fornite dagli Americani. E' perchè voleva combattere l'occupazione israeliana? O voleva decapitare Hamas appena si presentasse l'occasione? E se questa era la ragione, non era forse giustificata Hamas nella sua azione preventiva? I Palestinesi onesti sapevano dal principio cosa stava per accadere. Tutto era già scritto da tempo, e l'apostasia nazionale da parte di alcuni leader palestinesi si faceva sempre più insostenibile. Non c'è dubbio che qualunque flagrante identificazione del nuovo governo con l'occupante israeliano segnerà la sua fine, e questo può accadere da un momento all'altro. Più precisamente, è errato e fuorviante presumere che il movimento Fatah nel suo insieme sosterrà un governo che dica "Ma certo!" ad Israele e Stati Uniti. Un governo del genere sarebbe un governo del tradimento, un governo Quisling. Pertanto, il nuovo governo dovrebbe essere cauto e guardarsi dal raggiungere una qualunque intesa col regime sionista che potrebbe compromettere i nostri diritti nazionali. Qui non c'è questione di Fatah contro Hamas. Qui si parla della Palestina e la Palestina non è in vendita.

Tradotto dall'inglese all'italiano da Gianluca Bifolchi, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte. URL di questo articolo: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?lg=it&reference=3002


 

Una risposta alla lettera di Germano Monti
di Marco Benevento *
 

Caro Germano rispondo a botta calda al tuo intervento che devo dire non mi trova d'accordo sia per l'analisi sia per i modi .
Presumo che sia una condanna irrevocabile per tutta Al Fatah e questo non mi trova d'accordo. Gettare il bambino con l'acqua sporca non mi convince.
La situazione mi sembra purtroppo più complessa ed il problema non è riconducibile semplicemente alla corruzione presente in Fatah o nella figura di Dahalan .
Questa tua lettera mi sembra dettata molto dall'emotività ma poco rispettosa di chi come palestinese ha ragioni e legami più profondi dei nostri.
Non credo che sia compito dei comunisti in Italia dare le indicazioni su come si possa uscire dalla drammatica empasse del movimento di liberazione nazionale palestinese.
Ti giro più domande che certezze .
Hamas è un movimento di liberazione nazionale ?
Questa forza cerca di includere al suo interno tutte le forze palestinesi sfruttando il concetto di eg emonia politica ?
Oppure la priorità del movimento religioso prevale su quella patriottica e di emancipazione sociale ?
E' un movimento indipendente ?
Lasciarsi prendere la mano in questa situazione con giudizi e dichiarazioni lapidarie come questa :
"Di più, penso che sia eccezionalmente puerile (per non dire peggio) l’atteggiamento di quei Palestinesi in Italia che ritengono di fare cosa utile per il loro popolo saltando ad ogni schiocco della frusta di Massimo D’Alema o illanguidendosi ad ogni vaniloquio di Oliviero Diliberto, chiudendo gli occhi sulla miseria e la disperazione in cui il loro popolo si sta consumando anche grazie all’embargo ferocemente mantenuto dal governo di cui quei signori, ed altri come loro, fanno parte. Capisco che vivere a Roma o a Firenze, per quanto in esilio, sia diverso dal vivere a Khan Younis, a Jenin o a Chatila, ma tutti dovremmo capire che è con l’orrore di quella vita lì che dobbiamo fare i conti, perché è lì, nell’inferno dell’occupazione, che nasce e prospera Hamas… e lisciare il pelo al “governo amico” (di Israele) non serve proprio a niente".
E' controproducente ed è un inutile esercizio retorico che non contenendo riferimenti espliciti rischia di creare divisioni ed incazzature.
La situazione è drammatica anche perchè la resistenza palestinese ha ricevuto un durissimo colpo con la fine dell'URSS , colpo quasi mortale.
Oggi è tornata ad essere preda delle potenze regionali che spostano il conflitto con Israele e stati uniti in terra di Palestina .
Questo non è un elemento secondario nello scenario del medio oriente.
La crisi del movimento di liberazione nazionale, dal Fronte Popolare, al Fronte Democratico per arrivare a Fatah è palese .
Dire che il problema è la corruzione, significa citare un elemento, ma così abbiamo un anali si parziale e molto debole.
Siamo sicuri che Fatah abbia una crisi di consensi ed una condanna tra i palestinesi così forte come quella che leggo nelle tua mail ?
I palestinesi chiedono la messa al bando di Fatah e lo scioglimento delll'ANP ?
Cosa sta accadendo dentro Fatah c'è battaglia per cambiare la direzione politica ?
Come si può sviluppare questa in un territorio accerchiato e con elementi del calibro di Dahalan al suo interno e con Barghouti in carcere ?
Quanto questa crisi è dettata dallo stato di assedio ?
Come è possibile condurre la resistenza con confini di burro ?
Stiamo chiedendo ai palestinesi di generalizzare la resistenza trasformandola in guerriglia ?
Questo penso che sia uno dei momenti più difficili .
Anche nelle ultime elezioni in Palestina la sconfitta di Fatah è stata determinata molto dalle divisioni al suo interno. Divisioni e grandi difficoltà che coinvolgono anche le forze di matrice marxista .
Perchè queste forze non crescono ?
Perchè cresce Hamas e perchè Fatah per quanto in crisi mantiene un forte radicamento ?
In Palestina questa è la stagione in cui i fattori sembrano venire a maturazione nel campo nemico o in quello delle forze islamiche, ma questo per quanto sia un momento drammatico non deve indurci alle facili spiegazioni.
Mi sembra che l'obiettivo di azzerare la lotta palestinese come movimento di liberazione nazionale stia procedendo in maniera spedita.
A partire da Camp David passando per l'invasione del Kuwait è risultato chiaro bisgnava privare il popolo palestinese dei suoi leader a partire da Arafat , passando per Yassin, Rantisi per la prigionia di Barghouti .
Leaders di un processo nazionale patriottico e le istuzioni palestinesi comprese le infrastrutture sono diventati obiettivi di una campagna di annientamento.
Oggi la divisione di Gaza da una parte e la Cisgiordania dall'altra ne fanno due entità deboli vulnerabili. Non è peregrino pensare ad una successiva tappa che le veda finire sotto diverse aree di influenza, protettorati magari è troppo, ma sicuramente questa divisione espone il popolo palestinese ai diversi paesi confinanti.
Oggi uno dei risultati della guerra civile e che il popolo palestinese è ancora più isolato e diviso cerchiamo di non cadere nel trappolone dividendo anche il movimento di solidarietà.

* del Comitato con la "Palestina nel cuore"


 

Gaza e noi
di Germano Monti *
 

La drammaticità della situazione nella Striscia di Gaza non può, a mio parere, essere separata dalla più generale tragedia del popolo palestinese, e trovo francamente inaccettabile l’ipocrisia di quanti, oggi, si stracciano le vesti per la “conquista” della Striscia da parte delle milizie del movimento Hamas, peraltro da lungo tempo e di gran lunga la principale forza politica in quel territorio.
Mi chiedo dove fossero i tanti che ora parlano di colpo di Stato (ma quale Stato?, si è chiesto giustamente anche Michele Giorgio) quando l’intera popolazione palestinese è stata sottoposta ad una durissima punizione collettiva per non aver votato come volevano gli occupanti israeliani ed i loro protettori statunitensi. Mi chiedo dove fossero costoro quando i jet israeliani riducevano al buio la Striscia di Gaza, quando le corvette israeliane cannoneggiavano le famiglie sulla spiaggia di Gaza, quando i carri armati israeliani entravano ed uscivano a proprio piacimento dal territorio “liberato” della Striscia di Gaza. Ora che le pagine dei giornali e i servizi televisivi sono pieni delle immagini dei famigliari dei dirigenti di Al Fatah che attendono al valico di Erez il permesso di entrare in Israele, non posso non chiedermi come mai tanta attenzione non si sia manifestata e non si manifesti nei confronti delle migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini costretti ad attendere per giorni e giorni, in condizioni inumane, che lo scientifico capriccio dei carcerieri israeliani decida di aprire per qualche ora il solo punto di passaggio fra Gaza e l’Egitto o uno dei tanti check point che paralizzano la vita civile in Cisgiordania.
Mi chiedo anche come tutte queste anime belle (si fa per dire) abbiano potuto ignorare per più di un anno il fatto che il mix fra la complicità della cosiddetta comunità internazionale con l’occupazione e l’incapacità della leadership di Al Fatah di rinnovarsi ed autoriformarsi non avrebbero potuto che condurre all’esito che stiamo vedendo in questi giorni. Ma davvero qualcuno pensava che un movimento di resistenza, quale è – piaccia o meno – Hamas, avrebbe accettato di lasciarsi logorare all’infinito, fino alla propria autodissoluzione?
Eppure, devono averlo pensato in molti, giustificati dall’esperienza precedente, che ha visto proprio Al Fatah suicidarsi per autostrangolamento in un’estenuante e inutile ricerca del negoziato con una controparte che di negoziare non ha la minima intenzione. In effetti, se è vero che i generali sono soliti combattere le nuove guerre basandosi sull’esperienza delle precedenti (e questo è spesso causa di imprevedibili e clamorose disfatte), deve essere vero che anche i politici faticano ad afferrare le novità e le differenze.
Hamas non è stata al gioco, non ha accettato di ridursi al rango di gendarme dell’occupazione in cambio di una manciata di privilegi per un pugno di dirigenti corrotti. Questo è il punto di partenza dell’analisi, che rimanda alla degenerazione di Al Fatah ed al suo abbandono della lotta per la liberazione nazionale e della resistenza. Il risultato delle elezioni del 2006 – ampiamente prevedibile per chiunque conoscesse anche superficialmente la situazione palestinese – avrebbe dovuto essere per Al Fatah l’ultimo campanello d’allarme sulla necessità di procedere rapidamente e coraggiosamente ad una profonda autoriforma, ad una ricollocazione sul terreno della resistenza e della lotta contro l’occupazione, candidandosi a partire da questo rinnovamento come alternativa credibile alle ricette islamiche di Hamas.
Le cose sono andate diversamente: la vecchia nomenclatura non ha voluto mollare, anzi ha accentuato il proprio servilismo verso gli occupanti, nel tentativo di captarne nuovamente la benevolenza. In questo sporco gioco, hanno ripreso quota le azioni di Mohamed Dahalan e dei suoi tagliagole, già messisi in luce nella repressione del movimento islamico (ma non solo) all’epoca degli accordi di Oslo.
Sorprende come molti amici e compagni palestinesi in Italia si ostinino nel voler evitare di affrontare il ruolo svolto da Dahalan, non a caso il beniamino di Fiamma Nirenstein, che gli ha dedicato più di un appassionato editoriale e di una trasmissione a Radio Radicale. Questa ostinazione nasce, probabilmente, dalla consapevolezza che affrontare il ruolo di Dahalan significa mettere in discussione lo stato in cui si è ridotta Al Fatah, perché non è possibile ignorare che il simbolo stesso della corruzione e della collaborazione con il nemico possa mantenere ed accrescere le proprie posizioni in un movimento di liberazione senza la complicità del movimento nel suo insieme.
Personalmente, non riesco a trovare, nella storia dei movimenti di liberazione, situazioni analoghe a quella rappresentata da Dahalan, cioè quella di un quisling notoriamente sul libro paga della CIA e del Mossad, che continua a far parte del gruppo dirigente del movimento di liberazione, anzi ambisce ad assumerne la guida. Nella storia, anche recente, ogni qual volta si sia data una situazione del genere, la scelta lasciata ai collaborazionisti riconosciuti è stata semplicissima: allontanarsi, o fare una brutta fine. La storia della Resistenza italiana (ma anche quella del Risorgimento) è piena di simili esempi, e non si riesce nemmeno ad immaginare gente come Dahalan fra i barbudos cubani o i vietcong.
Una linea simile a quella di Dahalan è andata effettivamente a realizzarsi, a partire dagli anni 70, all’interno del movimento repubblicano irlandese, anche quella – curiosamente – in teoria nata in avversità alla caratterizzazione “religiosa” della maggioranza del movimento. Sto pensando alla corrente “Official” del Sinn Fein e dell’I.R.A., corrente che si ammantava di un presunto marxismo-leninismo ma che rivelò ben presto la propria natura collaborazionista, fino a macchiarsi del sangue di molti rivoluzionari irlandesi. La differenza con la situazione palestinese, però, esiste anche in questo caso, ed è data dal fatto che Sinn Fein ed I.R.A. non si tennero i collaborazionisti al proprio interno (figurarsi piazzarli in ruoli dirigenti!), ma gli dichiararono e fecero guerra.
Dunque, per quanto sgradevole possa essere, bisogna guardare in faccia la realtà, e la realtà è che attualmente gran parte di Al Fatah non ha più nulla che la accomuni ad un movimento di liberazione, andando piuttosto a configurarsi come una milizia ausiliaria dell’occupazione israeliana. Da questo punto di vista, allora, l’operazione militare di Hamas appare come un’operazione di igiene politica, e c’è da augurarsi che non resti limitata alla Striscia di Gaza e, soprattutto, che non resti limitata ad Hamas.
Mi spiego meglio: non è pensabile che l’anima laica e socialista della rivoluzione palestinese possa essere rappresentata da un’organizzazione che, per quanto rispettabile come movimento di resistenza, soffre del limite ontologico della propria ispirazione religiosa, configurandosi – al pari del libanese Hezbollah – come una sorta di Democrazia Cristiana in armi. L’auspicio che mi sento di pensare (e l’obiettivo per cui dovremmo tutti dare il nostro contributo) è che le componenti della sinistra laica e marxista palestinese, liberandosi dall’ipoteca della nomenclatura tunisina e dei vari Dahalan, possano ridefinire un percorso di resistenza e di liberazione nazionale credibile, che possa, in prospettiva, riequilibrare l’influenza religiosa nella devastata società palestinese. Naturalmente, questo percorso appartiene con pieno diritto non solo alle formazioni storiche della sinistra palestinese, come il Fronte Popolare, ma anche a quelle migliaia di combattenti e quadri di Al Fatah estranei alla corruzione, agli intrighi ed ai tradimenti dei vari Abu Mazen, Dahalan e compagnia.
In conclusione di queste riflessioni, voglio osservare che il movimento di solidarietà con il popolo palestinese e per una pace giusta in Medio Oriente non può ritenersi estraneo a quello che sta succedendo, e penso che sia ampiamente condivisibile quanto scritto dall’Associazione di Amicizia Italia – Palestina. Di più, penso che sia eccezionalmente puerile (per non dire peggio) l’atteggiamento di quei Palestinesi in Italia che ritengono di fare cosa utile per il loro popolo saltando ad ogni schiocco della frusta di Massimo D’Alema o illanguidendosi ad ogni vaniloquio di Oliviero Diliberto, chiudendo gli occhi sulla miseria e la disperazione in cui il loro popolo si sta consumando anche grazie all’embargo ferocemente mantenuto dal governo di cui quei signori, ed altri come loro, fanno parte. Capisco che vivere a Roma o a Firenze, per quanto in esilio, sia diverso dal vivere a Khan Younis, a Jenin o a Chatila, ma tutti dovremmo capire che è con l’orrore di quella vita lì che dobbiamo fare i conti, perché è lì, nell’inferno dell’occupazione, che nasce e prospera Hamas… e lisciare il pelo al “governo amico” (di Israele) non serve proprio a niente.
Possiamo fare di meglio: impedire che prenda corpo la bestialità di una forza militare italiana ed europea nella Striscia di Gaza, riproporre al “governo amico” la necessità di rompere l’embargo verso tutti i Territori Palestinesi (Gaza compresa, dunque) e di revocare l’accordo di cooperazione militare con Israele. Sono le cose più di sinistra che possiamo fare, anche per dimostrare ai Palestinesi che la loro ultima speranza non risponde solo al nome di Hamas.

* del Forum Palestina
 


 

Noi non saremo “Amici” di alcuna gestione dittatoriale del potere in Palestina!
 
Comunicato dell'Associazione di amicizia italo-palestinese onlus (Firenze) sugli ultimi avvenimenti in Palestina
 

Non possiamo dimenticare che l’occupazione israeliana dei Territori è ancora in atto; che non sono cessate le esecuzioni extragiudiziarie, gli arresti, gli espropri, la pulizia etnica portate a termine dalle forze armate israeliane, dai suoi gruppi speciali di intervento e dai coloni ortodossi, integralisti e xenofobi.
Sappiamo che il boicottaggio internazionale nei confronti del legittimo governo palestinese e di tutte le istituzioni locali, connesse eventualmente con il partito di Hamas, prosegue ininterrotto.
Osserviamo che ciò che è stato considerato immorale, incivile, se rivolto contro il popolo di Israele, diviene invece opportuno, morale, giusto , quando applicato contro il popolo palestinese.
Riteniamo che queste siano le cause prime della tragedia che in questi giorni sta lacerando la Palestina, della profonda ferita che violenta il corpo del suo popolo e diffonde il cancro dell’odio e della diffidenza nel tessuto sociale e politico dei suoi figli.
Quanto sta accadendo in queste ore nella Striscia di Gaza e nel West Bank, anche se ci addolora profondamente, non ci meraviglia.
Da tempo, gli USA, il Quartetto, l’UE, Israele hanno sostenuto, in modo plateale e talvolta occulto, personaggi politici palestinesi corrotti e compromessi, inadeguati alle necessità e alle situazioni, screditati irrimediabilmente agli occhi del popolo, propensi sempre e solo a rafforzare il loro potere personale in qualsiasi modo, anche sottostando al compromesso di supportare gli interessi di Israele.
Tutti hanno chiuso volutamente gli occhi di fronte alle scelte democratiche fatte dal popolo palestinese, che, con il voto di gennaio 2006, ha rifiutato di appoggiare oligarchie personali politiche o economiche legate al precedente governo.
Tutti hanno girato la testa di fronte all’evidenza che la scelta a favore di Hamas non era determinata da sentimenti integralisti e violenti, dato che in moltissimi casi essa esprimeva la scelta di ampi strati di una popolazione cristiana o che proveniva da aree precedentemente controllate da Al-Fatah.
Riconfermando il sostegno politico, economico e militare alle forze screditate del partito degli Abu Mazen, dei Mohammed Dahlan, degli Abu Ala…., i paesi “democratici” hanno rinnovato un atteggiamento coloniale nella imposizione della “democrazia”.
Infatti, a loro avviso, il nuovo governo avrebbe dovuto trascurare completamente le indicazioni espresse dal popolo attraverso il voto – come si usa fare ormai nei paesi a democrazia matura – per conformarsi esclusivamente alle pretese israeliane e statunitensi.
Il mondo delle nazioni “democratiche” ha approfittato della miseria, della fame, delle malattie, della disperazione e del terrore di un popolo continuamente soggetto alla violenza dell’aggressione militare israeliana, per corromperne la dignità, l’umanità, il senso di giustizia e di appartenenza ad un’unica nazione palestinese e gettarlo nel pozzo senza fondo dello scontro fratricida, della faida e della vendetta tra gruppi di potere ormai scissi dal cordone ombelicali che li univa alla stessa madre Palestina.
In nome di tutto ciò, noi non potremo essere “Amici” di chi, facendosi scudo di un’organizzazione qual è l’OLP, che alla luce delle elezioni del gennaio 2006 non può più essere considerata rappresentativa di tutto il popolo palestinese in lotta per la propria “liberazione”, azzera con un colpo di spugna l’abbozzo di esperienza di un governo di “unità nazionale” appena costituito, dichiarandolo decaduto, ed impone uno stato di emergenza al fine di reprimere con forza gli avversari politici.
Le decisioni adottate forniranno infatti ad Abu Mazen e a Mohammed Dahlan la gestione di un potere pressochè assoluto che dovrebbe durare fino al lontano momento in cui sarà possibile indire finalmente nuove elezioni che diano però garanzia di ravvedimento da parte del popolo palestinese: il nuovo governo non potrà essere costituito che da marionette che siano disponibili ad accettare il compito di imporre il volere degli USA, dell’UE, del quartetto e, specialmente, di Israele, in quella minima porzione di Territorio che conserverà ancora il nome di Palestina.

Firenze 15.06.2007


 

La tragedia del popolo palestinese
Associazione Comunista Pianetafuturo
 

Assistiamo in questi giorni alla nuova tragedia che investe un popolo da sempre martoriato, depredato della terra, a cui sono negati il diritto alla libertà, alla dignità, ad uno Stato indipendente e autonomo, negato perfino il diritto ad esistere come popolo.
La divisione tra Gaza e Cisgiordania è il risultato di una strategia costruita a tavolino da Israele e Stati Uniti, avviata con il ritiro unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza con l’obiettivo di rafforzare la presenza e la colonizzazione (leggi: depredazione delle terre palestinesi) in Cisgiordania. È inoltre ormai chiaro che in questi mesi i servizi segreti statunitensi, con l’ausilio di Egitto e Arabia Saudita, abbiano alimentato la guerra civile per provocare la divisione politica del popolo palestinese. Infine, il blocco economico europeo ha contribuito attivamente a mettere in ginocchio l'economia palestinese, riducendo i territori sul lastrico e utilizzando gli aiuti per creare divisioni ed indebolire le istanze di una Palestina libera, democratica ed indipendente.
Il mancato pieno riconoscimento della vittoria di Hamas alle elezioni, la corruzione di larghi strati dell'OLP, il boicottaggio internazionale, le tensioni con Al Fatah che da venti anni attende un democratico congresso, tutti questi elementi hanno determinato una crescente tensione che non è stata superata neppure dal tentativo di istituire un governo di unità nazionale.
Lo scontro tra fazioni, che sta sfociando in una guerra civile, può determinare una sconfitta storica del popolo palestinese.
Chi trae maggiori vantaggi da questa situazione è Israele, che vede affermata la sua linea di scontro frontale con Hamas, supportato dagli Stati Uniti in una strategia di più ampia offensiva nell'area (anche per giustificare la presenza militare degli USA nella regione, che intendono controllare le vie petrolifere), come dimostra anche l'attacco (bloccato da Hetzbollah) al Libano.
La tragica divisione del popolo palestinese spiana la strada ai progetti di Israele e degli USA. Il governo italiano, incapace come tutta l'Europa di offrire una soluzione al processo di pace in Palestina (ricordiamo che l'intervento in Libano non ha minimamente permesso di affrontare il problema palestinese, come stoltamente asserivano esponenti della sinistra cosiddetta radicale, ripetendo le ipocrite dichiarazioni del Ministro degli Esteri D’Alema), è sempre più succube di questa strategia colonialista e imperialista: l'unica proposta che sa partorire è quella dell'ennesima forza di interposizione internazionale, magari sotto il comando NATO, come quella filo-sionista in Libano.
Come comunisti siamo fortemente preoccupati per la piega che stanno prendendo le vicende in Palestina. Prima di tutto, perché vediamo allontanare ancora la possibilità di costituzione di uno Stato indipendente, autonomo e libero per il popolo palestinese; in secondo luogo, perché nello scontro tra Al Fatah, che con Abu Mazen ha acquisito sempre più un profilo filo-occidentale, e quella religiosa di Hamas esce sconfitta quella prospettiva di liberazione guidata da forze laico-socialiste, che potrebbe dare al popolo palestinese libertà, dignità ed emancipazione democratiche senza doversi sottomettere all’egemonia di forze confessionali. (18/06/07)

Per la libertà e l’indipendenza del popolo palestinese.

Per il ritiro dell’esercito israeliano nei confini del 1967.

Per l’abbattimento del Muro della Vergogna.

Per la restituzione delle terre colonizzate.

Per il riconoscimento del diritto al rientro dei profughi palestinesi.

Per uno Stato Palestinese autonomo, unitario, laico, democratico, socialista.


 

Una lunga estate nera per due Palestine?
di Pietro Mariano Benni *
 

Un modesto invito alla moderazione rivolto a tutte le parti in causa è stato formulato ieri a New York dal Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon al termine di un incontro con il primo ministro israeliano Ehud Olmert svoltosi non alle Nazioni Unite ma in una colazione di lavoro a casa dell’ambasciatore israeliano al Palazzo di Vetro. Pressappoco nelle stesse ore Benedetto XVI, da Assisi, città di san Francesco e della pace, diceva con toni pressanti e accorati: “Il nostro pensiero va particolarmente alla Terra Santa, tanto amata da San Francesco, all’Iraq, al Libano, all’intero Medio Oriente. Le popolazioni di quei Paesi conoscono, ormai da troppo tempo, gli orrori dei combattimenti, del terrorismo, della cieca violenza, l’illusione che la forza possa risolvere i conflitti, il rifiuto di ascoltare le ragioni dell’altro e di rendergli giustizia. Solo un dialogo responsabile e sincero, sostenuto dal generoso sostegno della Comunità internazionale, potrà mettere fine a tanto dolore e ridare vita e dignità a persone, istituzioni e popoli”. Moderazione di tutte le parti coinvolte e “dialogo responsabile e sincero” sostenuto dalla comunità internazionale, attitudini che diventano ogni giorno più rare eppure più necessarie di fronte a cronache come quelle di questi ultimi giorni dall’Afghanistan all’Iraq alle aree bollenti del Medio Oriente. Proviamo a farne una sintetica rassegna: è di appena qualche ora fa la notizia di sette bambini uccisi a Zarghun Shah, nella provincia di Paktika (sud-est dell'Afghanistan) in un bombardamento contro presunti uomini di 'al Qaida'; è di ieri a Kabul un attentato con 35 vittime e 52 feriti su un autobus della polizia, il più letale dall’invasione americana dell’Afghanistan nel 2001 e per di più in una 'zona pacificata'; altre 10 vittime ieri in Afghanistan in scontri vicino al confine con l’Iran; due misteriosi razzi ‘katiuscia’ lanciati (non è chiaro da chi) dal territorio libanese sul nord d’Israele (già Galilea), senza vittime ma con notevoli danni e ancor più pesanti conseguenze politiche; un’operazione militare israeliana nel nord della Striscia di Gaza stretta in una morsa di valichi tutti chiusi e privata di rifornimenti di carburante anche per le centrali elettriche; palestinesi in fuga da Gaza ricacciati dai militari israeliani dentro la Striscia ufficialmente tutta controllata da Hamas; incessante inasprimento di tutte le tensioni possibili tra ‘al-Fatah’, con il suo nuovo governo d’emergenza, e Hamas che considera quel governo frutto di un golpe; i caduti americani in Iraq contati oltre i 3500 (3525 secondo il conteggio dell’agenzia di stampa americana Associated Press) e quelli civili iracheni soltanto stimati in centinaia di migliaia mentre si colpiscono moschee, si mettono in fuga le minoranze cristiane e un generale americano sostiene ieri la necessità di restare nel paese molto a lungo, forse anche 1o anni...Solo per restare sui principali sviluppi recenti di quel “Grande Medio Oriente” e dintorni che soprattutto Washington e i suoi gruppi di pressione filo-israeliani e/o guerrafondai sono riusciti in pochi anni a trasformare in una 'santa barbara' di violenza, morte e angoscia quotidiana per il mondo intero, anche rifiutando o sopprimendo sistematicamente le occasioni di pace e di quella stessa democrazia che dicono di voler favorire. E costringendo sempre più su posizioni radicali e oltranziste anche forze legittimamente elette (nel gennaio 2006 Hamas ottenne 76 seggi parlamentari su 132 mentre ad al Fatah ne andarono 43) e nonostante gli accordi per un governo di unità nazionale come quelli conclusi alla Mecca appena qualche mese fa. Nelle 53 amare pagine e gli oltre 140 meticolosi paragrafi del rapporto confidenziale (ora disponibile in internet) con cui l’ex-inviato dell’ONU per il Medio Oriente Alvaro de Soto ha concluso in maggio la sua carriera di diplomatico vengono delineate colpe fondamentali per la tragica situazione mediorientale: il “rejectionism” israeliano, ovvero il costante rifiuto di Israele di tutte le possibili occasioni di pace presentatesi negli anni (spesso anche sabotate) e l’assurdità dello “spettacolo secondario” del famoso ‘quartetto’ (ONU, Unione Europea, Stati Uniti e Russia) legato alla sua teorica ‘roadmap’ mentre “venivano imposte sanzioni a un governo liberamente eletto da un popolo in condizioni di occupazione” e “precondizioni che rendevano impossibile il dialogo”.
A guardare gli sviluppi degli ultimi giorni e di questi ultimi mesi – non esclusi gli scontri interpalestinesi ampiamente alimentati per lo meno con armi e danaro dall’esterno - viene quasi il sospetto, la paura, che più di una parte in causa, sia in loco sia altrove, miri non tanto a un processo diverso di pace affidato a un governo palestinese sia pur parziale e d’emergenza, costituzionalmente per lo meno discutibile (nonostante l’appoggio della comunità internazionale) ma a qualcosa che fa venire in mente una sorta di edizione riveduta e corretta degli eventi che vanno sotto il nome di ‘Settembre nero’. Dal settembre 1970 al luglio 1971 tra i sette e gli ottomila civili palestinesi furono vittime di un conflitto che vedeva re Hussein di Giordania opposto a organizzazioni palestinesi che avrebbero avuto intenzione di rovesciare la sua monarchia; l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) –che dal 1974 la Lega Araba considera unica rappresentanza legittima del popolo palestinese – venne espulsa dalla Giordania insieme con migliaia di palestinesi che finirono in Libano. Lo scontro tra 'al-Fatah' di Mahmoud Abbas, eletto nel 2005 presidente dell’ Autorità nazionale palestinese (Anp) nata con gli accordi di Oslo nel 1994, e Hamas di Khaled Meshaal e Ismail Haniyeh (che Abbas ha destituito dal ruolo di primo ministro) non sono cos? dissimili da quelle che contrapponevano Hussein e l’Olp e i relativi schieramenti internazionali. Chiuso nella Striscia di Gaza - sigillata da Israele in ogni suo valico e privata di rifornimenti di carburante - un milione e mezzo di palestinesi gestito ormai solo da Hamas - con cui la comunità internazionale ufficialmente sta rifiutando qualsiasi dialogo - rischia ora un’ “estate nera” o un ancor più lungo e buio futuro. Dopo essere stato con asiatica cortesia invitato alla moderazione da Ban Ki-moon, Olmert va a Washington dal presidente americano che difficilmente farà lo stesso e che da tempo tiene Hamas sulla lista delle organizzazioni terroristiche; si prevede che insieme garantiranno fondi e appoggi d’ogni genere al nuovo governo d’emergenza di Abbas che, nato in fretta e furia per decreto, in teoria entro 30 giorni dovrebbe essere approvato dal Parlamento (a maggioranza Hamas) per continuare ad agire secondo diritto. Si devono allora già immaginare due Palestine, una a Gaza dominata da Hamas (dichiarato “fuorilegge” da Abbas) e un’altra in mano ad ‘al-Fatah’ in Cisgiordania, coccolata dalla comunità internazionale anche grazie al suo primo ministro ‘d’emergenza’ Salam Fayaad, già economista del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, laureato in Texas e in ottimi rapporti con Washington e Israele? E si pu? pensare che uno scenario del genere non sfoci in altre sciagure soprattutto per il popolo palestinese ma anche per la pace del mondo intero? Non sarà ‘settembre nero’, non sarà un’ “estate nera” ma in particolare per i palestinesi di Gaza (e anche per molti in Cisgiordania), l’orizzonte si presenta oggi più che fosco. Probabilmente agli antipodi di quella moderazione chiesta da Ban Ki-moon e di quel “dialogo responsabile e sincero, sostenuto dal generoso sostegno della Comunità internazionale” capace di “ mettere fine a tanto dolore e ridare vita e dignità a persone, istituzioni e popoli” auspicato ieri con tanta convinzione da Benedetto XVI nella città di Francesco e della pace.

* direttore dell'agenzia Misna
 


 

Le forze progressiste palestinesi sono chiamate a riprendere in mano la situazione
 
di Bassam Saleh
 

Gli scontri nel campo profughi di Nahr el Bared e il massacro in atto a Gaza sono la stessa faccia della stessa medaglia: la guerra preventiva e permanente, che l’amministrazione Bush sta portando avanti in Iraq e in Afghanistan. Una “destabilizzazione creativa”, con un disegno gia preparato, e che potrebbe coinvolgere altri paesi mediorientali, come la Sira e l’Iran. Va sottolineato che gli scontri di Naher El Bared sono iniziati dieci giorni dopo la visita del vice presidente americano Dick Cheney nelle capitali del “quartetto arabo” (Egitto, Arabia Saudita, Giordania, ed Emirati Arabi) e in Iraq.
Cheney, da una portaaerei americana ancorata nel Golfo, ha dichiarato che non esclude la scelta militare per trattare la crisi nucleare con l’Iran, ed ha informato i leader arabi che il logoramento del suo paese nel pantano iracheno non significa che gli USA non possano aprire un altro fronte con l’Iran, anzi questo potrebbe essere la soluzione per una uscita onorevole dall’Iraq.
E’ in atto una corsa di preparativi su piani paralleli - diplomatici e militari - mirati a convincere l’opinione pubblica occidentale e americana in particolare, per mobilitarle a sostegno di qualsiasi decisione di bombardare le infrastrutture iraniane. Sul versante militare, gli osservatori registrano l’aumento delle unità navali e delle portaerei statunitensi nel Golfo, con il pretesto di manovre militari, che hanno visto anche la partecipazione di Israele, promotore e evocatore di un attacco contro l’Iran.
Lo scenario della Palestina di oggi, non è lontano da quello che si prepara per il resto del Medio Oriente.
Per comprendere meglio si deve tornare indietro: alle elezioni in Palestina del 25 gennaio 2006..Va ricordato che queste si sono svolte con la Palestina sotto l’occupazione israeliana e malgrado ciò, credo che tutti abbiano apprezzato la trasparenza democratica delle elezioni, come testimoniano tutti gli osservatori internazionali.
Alternarsi alla guida del governo dell’ANP, in modo democratico e pacifico, si è dimostrato nelle consegne e nelle nomine avvenute per i diversi incarichi governativi. Sembrava di essere in un paese libero e in una democrazia molto avanzata. Ma la democrazia palestinese è stata premiata con l’assedio politico e l’embargo economico, ed il popolo palestinese è stato strangolato.
Occupazione militare, muro, insediamenti e coloni e per finire la fame, sono fattori esplosivi in una zona già esplosiva. Di sicuro non sfugge il mal di pancia di alcuni corrotti di Fatah, ma dall’altra parte non mancano corruzione e oscurantismi, basta citare il potere divino che Hamas vanta di avere.
I primi scontri, risalgono a dicembre dell’anno scorso, e sono durati fino all’accordo di Mecca e alla formazione del governo di unità nazionale tre mesi fa. Ma non viene revocato nè l’embargo nè le sanzioni. Gravi sono le responsabilità dell’occidente, Unione Europea compresa.
La Forza esecutiva e le brigate di Al Qassam , con l’appoggio del ex ministro del interno Sayam e del ex ministro degli esteri Zahar, hanno scatenato vergognosi scontri con le forze della sicurezza nazionale e della sicurezza preventiva, al comando del presidente dell’Anp, Abu Mazen, eletto anche lui dal popolo.
Queste forze non sono al comando di Fatah ma sono una grande organizzazione che fa parte del governo di unità nazionale. Quindi sparare e uccidere a sangue freddo, chi appartiene a queste forze è un atto esplicito contro il governo di unità nazionale. Scatenare una guerra contro l’Anp, può avere solo un nome un “colpo di stato”. Le dichiarazioni di alcuni dirigenti di primo piano di Hamas sulla soluzione militare fanno venire i brividi a tutti i palestinesi e, credo, a tutti gli amanti della Palestina e della pace. Colpisce in modo particolare questa dichiarazione, "Questo e' l'inizio del dominio islamico", ha dichiarato a Gaza il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuchri, in un comunicato diffuso ai giornalisti dopo che il movimento islamico ha conquistato la sede della sicurezza preventiva, fedele a Fatah. Questa "e' la seconda liberazione di Gaza", ha aggiunto, spiegando che la prima e' stata il ritiro degli israeliani e ora ci si libera dei "traditori". (ADN Kronos 14/6/07). Forse domani avremo il principato islamico di Gaza che chiederà anche di far parte della Lega Araba e delle Nazione Unite?!
Già, l’inizio del dominio islamico, seconda liberazione, termine che suona strano a chi vive tuttora sotto l’occupazione militare. Ma dove erano queste forze liberatrici quando l’esercito israeliano entrava e usciva, come e quando voleva nel centro di Gaza e uccideva non solo i militanti delle vari fazione, ma cittadini inermi, e se non lo fa oggi e perché lo sta facendo qualcun altro per loro conto.
È un momento drammatico per i palestinesi, non solo per le perdite umane. Politicamente, è in serio pericolo la stessa causa palestinese.
Il presidente Abu Mazen, è chiamato, a continuare il dialogo con tutte le fazioni palestinesi, senza cedere ai ricatti e alle demagogia delle armi. Le forze progressiste e laiche palestinesi sono chiamate a riprendere la situazione in mano insieme alla società civile che ha manifestato contro lo spargimento di sangue palestinese, e hanno dimostrato al mondo che questo popolo ancora una volta è capace di resistere, contro l’occupazione e contro chi spara ai manifestanti.