LA PALESTINA, ANCORA…
Se Abu Mazen fosse un vero leader nazionale e non un meschino commerciante, rifiuterebbe di partecipare al summit e a qualsiasi altro incontro fino a quando non venisse rimosso il blocco su Gaza (…). L'impressione che fa' Abu Mazen e' quella di un sopravvissuto della politica. Partecipa al ballo mascherato americano-israeliano non perchè ingenuo o debole: per lui Gaza è un "territorio ostile" come per Israele. Quindi, condivide un vergognoso interesse comune con Israele che non porterà niente di buono a nessuna delle due parti. A giudicare dal suo comportamento, non solo non si oppone a quello che Israele sta facendo a Gaza, ma probabilmente concorda con la contorta dottrina che una pressione crudele potrebbe domare Hamas e ricondurre il popolo tra le braccia di Fatah. Facendo ciò Abu Mazen dimostra di non essere un "soffice pulcino", come lo aveva descritto una volta Ariel Sharon, ma un cinico gallo che si cura poco del benessere del proprio popolo.
Gideon Levy (giornalista del quotidiano israeliano Haaretz)
Quanto sta avvenendo – ormai, da mesi – nella Striscia di Gaza è semplicemente mostruoso. E la complicità del governo italiano e delle forze sedicenti di sinistra che lo sostengono, è un’infamia che il tempo non potrà cancellare.
La situazione è nota: dopo essere stati obbligati a procedere a democratiche elezioni all’ombra dei carri armati israeliani, i Palestinesi hanno commesso l’irreparabile errore di non votare la formazione sostenuta dai loro carnefici, un partito che si chiama ancora Fatah ma che non ha più nulla a che vedere con l’organizzazione che iniziò il riscatto dell’identità nazionale palestinese, sottraendola non solo alla dominazione coloniale sionista, ma anche all’ingombrante tutela dei regimi arabi “fratelli”. Del Fatah della battaglia di Karameh, insomma, è rimasto solo il nome, e dietro quel nome glorioso si riparano i fantocci e i collaborazionisti, più o meno come i complici italiani degli occupanti nazisti si nascondevano dietro il nome altisonante di Repubblica Sociale.
Convinti dell’ineluttabilità della legittimazione elettorale che avrebbero ricevuto i repubblichini palestinesi, si capisce come e perchè Washington e Tel Aviv abbiano reagito rabbiosamente alla vittoria di Hamas, il movimento ritenuto dalla popolazione più determinato e coerente nella resistenza e nella lotta contro l’occupazione.
La reazione imperialista e sionista, cui l’Europa si è prontamente accodata, si è articolata attraverso il blocco di ogni attività economica con i Palestinesi e il totale isolamento della Striscia di Gaza, dove Hamas è più forte e radicata, nonché con l’aumento della pressione militare. Una pressione militare nel senso israeliano del termine, cioè con azioni di massacro indiscriminato, nelle strade, sulle spiagge, fin dentro le povere case di Gaza.
Contemporaneamente, gli uomini di Fatah a Gaza si sono incaricati di destabilizzare la situazione dall’interno, mentre la loro dirigenza rifiutava ogni possibilità di accordo per la formazione di un esecutivo di unità nazionale; anche quando questo esecutivo, dopo molti mesi di conflitto e in virtù della mediazione saudita, ha visto la luce, l’intensità delle provocazioni della corrente golpista di Fatah, guidata da Mohamed Dahalan, non si è affatto attenuata. Oggi, tutti gli osservatori della situazione mediorientale concordano nell’affermare che l’iniziativa con cui Hamas ha cacciato da Gaza le milizie di Dahalan non è stata altro che un’operazione di autodifesa, come ha confermato alla rivista Limes, coperto dall’anonimato, un collaboratore dell’ufficio di Abu Mazen, che cito testualmente: “Da tempo Fatah aveva pianificato la distruzione di Hamas nella Striscia di Gaza. Hamas ci ha molto semplicemente anticipato e ha vinto grazie alla sua migliore organizzazione”.[1]
Il ruolo assunto dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, la sua repressione contro Hamas nei territori che Israele gli consente di controllare, una serie di episodi avvenuti nei campi profughi del Libano, nonché la pronta riapertura dei cordoni della borsa da parte dell’Occidente a beneficio esclusivo di Fatah, fanno pensare che la massima ambizione di questa organizzazione sia ormai quella di entrare a far parte della Coalizione dei Volenterosi, dando così il suo contributo, da questo versante, allo scontro di civiltà.
D’altro canto, Gaza soffoca nella morsa dello strangolamento imposto all’intera popolazione dalla cosiddetta comunità internazionale, sempre accompagnato dai bombardamenti e dalle operazioni militari israeliane. Un milione e mezzo di persone, due terzi delle quali ammassate nei campi profughi della Striscia, vengono letteralmente affamate dalle democrazie occidentali, naturali alleate della sola democrazia del Medio Oriente, quella israeliana.
*****
Il governo italiano di centrosinistra è assolutamente complice del lento genocidio dei Palestinesi di Gaza, e questo riguarda anche quelle forze che si proclamano amiche del popolo palestinese, ma partecipano ad un esecutivo e ad una maggioranza che, nei confronti di Israele, ha mantenuto una sostanziale continuità con l’operato del precedente governo di centrodestra. L’embargo economico contro il popolo palestinese, ordinato da Tel Aviv e prontamente eseguito da Berlusconi e Fini, è stato ed è perpetuato da Prodi e D’Alema, così come l’accordo di cooperazione militare con Israele sottoscritto dal governo Berlusconi è pienamente in vigore con Prodi, senza dimenticare i fiorenti rapporti con Israele di molti enti locali guidati dal centrosinistra.
Il movimento No War - che pure il 9 giugno 2007 ha marcato positivamente la sua autonomia dal governo - non ha ancora assunto la consapevolezza della centralità della questione palestinese e del suo essere la chiave di volta di ogni prospettiva futura per il Medio Oriente e l’intero mondo arabo e islamico. Per spiegare questa carenza non è sufficiente riferirsi all’istintiva diffidenza verso un movimento di ispirazione islamica, quale è Hamas, e questo perché ci si è mobilitati a fianco della resistenza irachena e di quella afgana senza che questo comportasse simpatie verso gli Ulema e i Talebani, ma semplicemente perché, da che mondo è mondo, gli amanti della libertà e della giustizia stanno dalla parte di chi resiste all’oppressione. Senza dimenticare, peraltro, che in Italia le difficoltà a mobilitarsi in solidarietà con i Palestinesi risalgono a ben prima che Hamas si affermasse come forza maggioritaria, quando la leadership palestinese era ancora saldamente nelle mani di Yasser Arafat e di Fatah, movimento laico per eccellenza.
Quali che siano le difficoltà e le esigenze della tattica politica, rifiutarsi di assumere la questione palestinese come centrale significa solo essere complici del genocidio di un popolo. Un genocidio che a Gaza procede spedito, attraverso l’affamamento di massa, il degrado e la distruzione delle infrastrutture e l’assenza di ogni prospettiva per una soluzione giusta e duratura del dramma palestinese. Non saremo certo noi a dire l’ultima parola sulla questione palestinese, ma qualche parola dobbiamo dirla, e le sole credibili, oggi, sono poche, ma chiare.
Primo: la partecipazione italiana all’embargo contro il popolo palestinese è un’infamia che grava sul governo Prodi e sui suoi alleati.
Secondo: la collaborazione militare con Israele è una vergogna di cui il governo Prodi è responsabile quanto il governo che lo ha preceduto.
Terzo: non esiste una sola giustificazione moralmente e politicamente accettabile per l’assenza di una mobilitazione in solidarietà con il milione e mezzo di esseri umani che le democrazie occidentali stanno torturando con la fame e la miseria.
Allora, bisogna fare quello che si fa in situazioni come questa: bisogna scendere in piazza. Bisogna far sentire ai Palestinesi, al mondo intero ed a quello schifo di governo che ci ritroviamo la voce del popolo della solidarietà, della pace e della giustizia. Sono importanti gli appelli, le raccolte di firme, le lettere ai giornali, i siti internet, ma niente può sostituire la mobilitazione delle persone in carne ed ossa, e questa mobilitazione – a mio avviso – rischia già di essere tardiva.
Una manifestazione come quella che occorre per Gaza e la Palestina non si costruisce dall’oggi al domani, ma da qualche parte bisogna pur cominciare, con la consapevolezza (acquistata in tutti questi anni di iniziative del Forum Palestina) che la solidarietà con la resistenza del popolo palestinese da fastidio ad un sacco di gente, anche a sinistra della sinistra radicale di governo.
Credo che si possa e si debba cominciare avviando sin da ora la costruzione della manifestazione, moltiplicando le iniziative in ogni città, nelle scuole, nelle università, fra i lavoratori, come abbiamo fatto nei mesi che hanno preceduto la grande manifestazione del 9 marzo 2002, quella che ha rotto il silenzio e spazzato via le ambiguità sulla Palestina e la lotta del suo popolo per non scomparire e per poter vivere in pace e dignità sulla propria terra.
Dobbiamo portare le bandiere della Palestina in ogni manifestazione di questo autunno che dicono caldo, a Roma come a Vicenza, e dire a tutti - compresi quelli che non vorrebbero sentirlo - che la Palestina è nel cuore e nella mente di tutte le donne e gli uomini liberi, e che torneremo presto a Roma in migliaia e migliaia, a fianco della resistenza palestinese, senza se e senza ma. E che il viaggio è già cominciato.
Germano Monti (Forum Palestina)
[1] Requiem per uno Stato mai nato, editoriale del numero di Limes “La Palestina impossibile”, n. 5/2007