LA SCONFITTA ISRAELIANA IN LIBANO

In Libano sono ancora evidenti i danni e le devastazioni provocati dalla feroce aggressione israeliana dell’estate 2006, nonostante la ricostruzione stia procedendo con un ritmo ed un’efficienza semplicemente inconcepibili per un osservatore italiano. L’aeroporto e il porto di Beirut appaiono in perfetto stato e le linee di comunicazione fra la capitale e il sud del Paese sono state riparate, anche se i ponti sui fiumi Litani e Wazzani sono ancora impraticabili, costringendo auto, camion ed autobus a deviazioni anche lunghe e tortuose. Nei villaggi vicini al confine, quasi rasi al suolo dai bombardamenti aerei e dall’artiglieria israeliana, la ricostruzione – sostenuta economicamente ed organizzativamente dal partito Hezbollah – procede con speditezza e nella più assoluta trasparenza, e così anche nei quartieri popolari della sterminata periferia sciita di Beirut, dove Abu Said Al-Khansa, sindaco Hezbollah della municipalità di Ghobeiry e grande amico di Stefano Chiarini, oltre che alla ricostruzione pensa al risanamento, per esempio prevedendo che ogni palazzo ricostruito dovrà avere un proprio parcheggio sotterraneo per disingolfare le strade dalle automobili.
Il villaggio di Bint Jbeil, la Stalingrado della resistenza libanese, è ora anche il simbolo della ricostruzione, anche se intere zone – come quella del mercato – sono ancora un cumulo di macerie.
E’ proprio a Bint Jbeil che la resistenza libanese ha inchiodato le truppe israeliane, che su tutto il fronte libanese, in oltre un mese di guerra, non sono riuscite ad avanzare che per qualche chilometro, in molti casi per non più di poche centinaia di metri, ed a caro prezzo, come testimoniano i numerosi rottami di mezzi corazzati con la stella di David che si possono vedere un po’ ovunque.
La portata della sconfitta militare israeliana è stata sottovalutata da molti; infatti, non solo i generali di Tel Aviv non hanno raggiunto uno solo degli obiettivi dichiarati, ma lo svolgersi degli eventi sul campo ha letteralmente distrutto la fama di invincibilità dell’esercito israeliano, particolarmente in relazione a quelli che apparivano come i suoi punti di eccellenza. Da un lato, infatti, è emerso in maniera lampante che i soldati israeliani "rendono" molto meno di fronte ad un avversario bene armato di quanto non facciano di fronte a gente inerme o, tuttalpiù, a qualche miliziano armato solo di vecchi kalashnikov o arcaici lanciagranate. D’altro canto, è crollato miseramente anche l’altro pilastro su cui si è sempre retta la potenza militare israeliana, vale a dire l’intelligence: nell’ultima guerra del Libano, la leggendaria efficienza del Mossad è stata letteralmente ridicolizzata, raggiungendo vette di involontaria comicità, come quando – sulla base di informazioni ritenute sicure – venne approntata un’ardita incursione di commandos nella Valle della Bekaa per catturare quello che si riteneva essere il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, per poi scoprire che si trattava di un semplice e innocuo omonimo dello stesso. Sembra che questo abbaglio del Mossad sia anche costato la vita ad un certo numero di soldati israeliani, del tutto impreparati di fronte alla reazione della resistenza libanese. In questa come in altre battaglie, oltretutto, è avvenuto che gli Israeliani feriti non siano stati soccorsi dai loro elicotteri, i cui piloti avevano paura di essere abbattuti dalla contraerea degli Hezbollah.
Questi ed altri episodi (basti ricordare l’affondamento di una corvetta lanciamissili della marina militare israeliana o la distruzione di un numero imprecisato di carri Merkava di ultima generazione) hanno scosso profondamente l’opinione pubblica israeliana, almeno quanto la pioggia di missili che si è abbattuta sugli insediamenti nel nord del Paese, raggiungendo anche la città di Haifa e minacciando direttamente la stessa Tel Aviv, portando la guerra in casa di chi da decenni è abituato a farla in casa altrui. D’altro canto, la sconfitta israeliana ha avuto un effetto entusiasmante sul morale delle masse libanesi ed arabe, influendo anche sull’evoluzione della crisi politica interna al Libano, dove le forze reazionarie e filoimperialiste non sono riuscite ad imporre il proprio progetto: la mobilitazione popolare di fronte al Parlamento di Beirut continua ininterrottamente dallo scorso 1 dicembre, e la maggior parte delle attività commerciali della capitale e degli altri centri nevralgici del Paese è di fatto paralizzata. Il centro di Beirut offre di sè un’immagine spettrale, fatta di strade deserte e locali e negozi eleganti chiusi, e lo stesso scenario ci è apparso nella località turistica più famosa, l’antica Byblos fenicia.

La mobilitazione è sostenuta da Hezbollah e dall’altro partito sciita, Amal, insieme ai cristiani patriottici del generale Michel Aoun ed a quelli del partito di Suleiman Franjieh, oltre che dai sunniti progressisti e, con proprie modalità, dal Partito Comunista.

 

Un'immagine della tendopoli dell'opposizione davanti al palazzo del governo

La delegazione internazionale ha incontrato il numero 2 di Hezbollah, Naim Qassem, non senza alcune misure di sicurezza. Un rappresentante italiano ha posto esplicitamente la richiesta di conoscere la valutazione di Hezbollah sulla presenza dei militari di UNIFIL 2 in Libano, in quella forza multinazionale che vede il contingente italiano come il più numeroso.
La risposta di Qassem è stata chiarissima. Il dirigente sciita ha detto che, ad un certo punto del conflitto, la resistenza si è trovata di fronte all’alternativa fra il continuare la guerra e il creare una situazione nuova, tenendo conto sia dello scacco inflitto all’esercito sionista, sia delle sofferenze della popolazione. La scelta è caduta sulla seconda opzione, dopo aver concordato con le autorità dei Paesi stranieri le modalità e le "regole" della loro presenza militare. Qassem ha confermato che U.S.A., Israele ed anche una parte dello schieramento governativo libanese si aspettavano e si aspettano un intervento diretto delle truppe multinazionali contro la resistenza libanese, concludendo ironicamente: "Lasciamoli sognare".
In effetti, tanto a Beirut che nel sud del Libano la presenza e l’influenza di Hezbollah ci sono apparse simili, se non addirittura superiori, a quelle che esistevano prima della guerra e dell’arrivo di UNIFIL 2, nonostante una maggiore visibilità sia delle forze multinazionali che dell’esercito libanese, composto peraltro in stragrande maggioranza (oltre il 70%) da sciiti.
Può darsi che l’ottimismo di Qassem e la fiducia nella propria forza di Hezbollah si rivelino errati, ma è difficile immaginare che le truppe italiane, francesi e spagnole possano anche solo tentare di fare ciò che non è riuscito all’esercito israeliano; piuttosto, c’è da chiedersi quanto respiro abbia un’operazione che ha in parte smarcato l’Europa dall’unilateralismo made in U.S.A., ma non l’ha certo collocata a fianco delle legittime aspirazioni del popolo libanese e, soprattutto, sta rischiando di rivelarsi apertamente come una missione di soccorso nei confronti del governo israeliano, un intervento che gli ha consentito di uscire dal pantano in cui si era cacciato e di rifornire i propri arsenali in vista di un secondo round che molti danno come inevitabile. Se e quando questo dovesse accadere, il ruolo delle truppe multinazionali apparirà chiaro a tutti, sia che esse collaborino con l’aggressione, sia che abbandonino precipitosamente il campo, come è più probabile e come hanno già fatto a suo tempo, prima della strage di Sabra e Chatila.

IL POPOLO DELLA NAKBA: I CAMPI PALESTINESI IN LIBANO

A 59 anni di distanza dalla pulizia etnica sionista che costrinse centinaia di migliaia di Palestinesi a fuggire dalla propria terra e dalle proprie case, sono oltre 400.000 i profughi che vivono nei campi libanesi, non rinunciando a rivendicare il loro diritto al ritorno.
Nonostante le condizioni difficili, che peggiorano di anno in anno, i Palestinesi del Libano non abdicano alla propria dignità, e in molti conservano le chiavi della vecchia casa e i documenti che attestano il loro diritto a tornarvi. A questo grande popolo ed alla sua eroica lotta, un grande uomo di nome Stefano Chiarini ha dedicato molti anni della sua vita, ed è anche grazie al suo straordinario lavoro se questi uomini e donne non hanno perso la speranza che il mondo li aiuti ad avere, finalmente, quella giustizia e quella dignità che lo Stato di Israele e i suoi complici gli negano.

Nel XXV anniversario della strage di Sabra e Chatila, la delegazione organizzata dal comitato fondato da Stefano Chiarini ha visitato quattro dei campi in cui sono ancora costretti a vivere centinaia di migliaia di profughi palestinesi dopo che le loro famiglie vennero cacciate dalla pulizia etnica israeliana nel 1948. Abbiamo visitato il campo di Borj el Shemalj, nel sud Libano, quelli di Chatila e Borj El Barainehj a Beirut e quello di Beddawi, alla periferia di Tripoli. Non ci è stato possibile visitare quel che resta del campo di Nahr El Bared, raso al suolo dall’esercito libanese, che continua a presidiare massicciamente la zona.
In generale, ho notato un deciso peggioramento delle condizioni di vita nei campi, rispetto alla mia ultima visita nel 2004. Non saprei spiegare in cosa consista esattamente questo peggioramento (salvo che nel caso del campo di Beddawi, su cui tornerò nella terza – e ultima - parte, dedicata agli avvenimenti di Nahr El Bared), nel senso che le condizioni di degrado e disagio sono rimaste sostanzialmente le stesse. Probabilmente, ad essere cambiato in peggio è il clima sociale dei campi, la consapevolezza di essere stati ulteriormente abbandonati da quella comunità internazionale sempre più complice della politica criminale dello Stato sionista. Ancora, la situazione di scontro fratricida nei Territori Occupati si ripercuote – fortunatamente, non sul piano militare – anche nei campi, e certo non aiuta ad andare avanti. A questi elementi bisogna aggiungere le implicazioni e le conseguenze, sia materiali che politiche, della vicenda di Nahr El Bared, destinata a ripercuotersi negativamente su tutti i Palestinesi rifugiati in Libano, per quanto estranei ad un gruppo, Fatah Al Islam, dai rapporti oscuri e dalle ancora più oscure finalità.
L’ingresso del campo di Borj El Shemalj è presidiato dall’esercito libanese e la maggior parte dei rifugiati vive del lavoro bracciantile che possono effettuare negli appezzamenti dei latifondisti: un lavoro duro e mal pagato, dove, oltretutto, le donne vengono pesantemente discriminate rispetto agli uomini: il lavoro delle prime, infatti, viene retribuito con 5 o 6 dollari al giorno, a fronte dei 10 pagati ai secondi. Naturalmente, per gli uni e per gli altri, la giornata lavorativa va ben oltre le 10 ore quotidiane.
Nei vicoli polverosi e attraversati dalle fogne a cielo aperto, tuttavia, incontriamo bambini e donne sorridenti, felici di vedere che non tutti li hanno dimenticati, e i manifesti con la fotografia di Stefano campeggiano sui muri delle misere case, commuovendo tutti e, più di ogni altro, Antonietta, la sorella di Stefano che ci accompagna in questa prima delegazione priva del suo primogenitore. Il cielo è quasi oscurato dalla fittissima ragnatela di cavi elettrici che caratterizza tutti i campi profughi e che provoca continuamente incidenti anche mortali.

 


La delegazione entra nel campo di Borj El Shemalj

 

Nei vicoli di Borj El Shemalj

 

 


Una casa a Borj El Shemalj

 

I bambini di Borj El Shemalj

In una sala dell’associazione Beit Atfal As Somoud incontriamo Abu Sultan Al Ainain, leader di Fatah, fino a poco tempo fa costretto nel campo di Rashidieh, vicino a Burj El Shemalj, perché su di lui gravava una condanna a morte comminatagli dalla magistratura libanese. Avevo già incontrato Sultan altre volte, all’interno del suo campo, in tenuta militare e sempre scortato da una mezza dozzina di miliziani armati di pistole e kalashnikov. Ora, Sultan si presenta nel campo di Borj El Shemalj proveniente da Beirut, dove si è stabilito; la tenuta militare è stata sostituita da un elegante completo blu e la scorta ha dismesso i vecchi kala per modernissime mitragliette di fabbricazione occidentale. Mi spiegano che la condanna a morte è stata revocata a seguito della solidarietà che il campo di Rashidieh ha messo in campo nei confronti di migliaia di Libanesi fuggiti di fronte all’invasione israeliana dello scorso anno, accolti e sfamati dai profughi palestinesi.
La spiegazione è molto nobile, ma non mi convince del tutto, se non altro perché anche a Borj El Shemalj e ad Ein Al Helwe i profughi si sono mobilitati per accogliere i civili libanesi, ma questo non ha comportato alcuna gratitudine del governo di Beirut nei loro confronti. Mi viene il sospetto che l’improvvisa ascesa di Sultan sia stata dovuta alla sua appartenenza a Fatah ed alla sua ostilità verso Hamas, che non manca di emergere nel suo intervento, accolto dal gelo silenzioso di molti dei Palestinesi presenti nella sala.
Mentre i suoi uomini armati controllavano ogni angolo, Sultan si è scagliato contro Hamas e le altre organizzazioni palestinesi, cui ha imputato il fallimento della possibilità di risolvere la questione di Fatah Al Islam senza costringere l’esercito libanese ad intervenire, con le conseguenze che si sono viste. Il leader di Al Fatah ha sostenuto di aver offerto di far intervenire a Nahr El Bared 400 combattenti, secondo lui in grado di liquidare i terroristi di Fatah Al Islam, ma di essere stato costretto all’immobilità dall’opposizione delle altre fazioni palestinesi, prima fra tutte Hamas.
Aldilà del contenuto, il discorso di Sultan mi ha colpito per il tono aggressivo e persino minaccioso, ed è apparso chiaro a tutti che non parlava tanto alla delegazione internazionale, quanto agli abitanti di Borj El Shemalj, come se volesse richiamarli all’ordine. Mentre lui parlava, però, alcuni giovani del campo hanno avvicinato i membri della delegazione, sussurrandogli nelle orecchie che quell’uomo non li rappresentava e non erano minimamente d’accordo con quello che andava proclamando.
Terminato il suo comizio, Sultan è andato via, sempre circondato dalla scorta armata; confesso che, quando ho visto allontanarsi la sua lussuosa Mercedes blindata, ho provato un senso di liberazione, come altri membri della delegazione, impressionati negativamente dall’arroganza e dalla sgradevolezza del personaggio.
Era ormai buio quando abbiamo lasciato Borj El Shemalj, dopo un ultimo giro nei vicoli ora pieni di gente e illuminati fiocamente da qualche lampadina.

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Nel campo di Borj El Barajnej

A Borj El Barajnehj, a Beirut, abbiamo incontrato – separatamente – il rappresentante dell’OLP in Libano e le organizzazioni “dissidenti”, fra le quali Hamas e il Jihad Islamico.
Per l’incontro con il rappresentante dell’OLP siamo stati accolti da una banda musicale di bambini e da altri che sventolavano le bandiere di Fatah, oltre che da un certo numero di miliziani armati di kalashnikov, la maggior parte dei quali giovanissimi, per niente agitati, anzi talmente rilassati che molti di noi hanno preferito rimanere a chiacchierare e scherzare con loro, piuttosto che sorbirsi il sermone, di carattere più storico che politico, dell’esponente dell’OLP.

 


Accoglienza a Borj El Barainej

 


Uno dei miliziani del campo

Di tutt’altro tenore il faccia a faccia con le organizzazioni non rappresentate nell’OLP, ma sarebbe più corretto dire con Hamas, visto che la consistenza reale di sigle quali Fatah Intifada, Al Saika, Fronte Popolare – Comando Generale, Fronte di Liberazione Palestinese, ecc. è – ci dicono – ben poca cosa. Notiamo l’assenza della sinistra palestinese, cioè del Fronte Popolare e del Fronte Democratico, assenti pure negli incontri precedenti e che la delegazione non avrà modo di incontrare, salvo la loro presenza alla manifestazione per commemorare la strage del 1982, alla quale, invece, non parteciperanno le fazioni in polemica con l’OLP.
A conferenza già iniziata, compare improvvisamente il numero 2 di Hamas, Osama Hamdam, che di fatto catalizza l’attenzione di tutti; anche lui è scortato da uomini armati, ma in maniera molto discreta e affatto appariscente.
Sulle questioni poste da membri della delegazione, Hamdam non si sottrae e, sia pure molto pacate, le sue risposte non lasciano spazi ad interpretazioni. In particolare, sollecitato da una precisa richiesta, Hamdam smentisce categoricamente Abu Sultan Al Ainain, affermando di aver sentito parlare della sua proposta di “ripulire” Nahr El Bared soltanto dai giornalisti e che non c’è mai stato alcun incontro fra le organizzazioni palestinesi a tale proposito. In sostanza, afferma Hamdam (e gli altri Palestinesi presenti lo confermano), quella di Sultan è stata una sparata propagandistica e niente di più.
Alla domanda se esista la possibilità che Hamas faccia qualche passo indietro a Gaza, per riprendere il dialogo con Fatah e la presidenza dell’ANP, Hamdam ha risposto che Hamas ha già fatto tutto quello che doveva e poteva fare, accettando la collaborazione con Fatah in un governo di unità nazionale poi sabotato dagli stessi dirigenti di Fatah, a cominciare dal traditore Mohamed Dahlan, il palestinese (con cittadinanza israeliana) più amato da George Bush e Condoleeza Rice, oltre che da Olmert e, prima di lui, da Sharon. Insomma, ci pare di capire che spazi di compromesso non ne esistano, anche perché la dirigenza di Abu Mazen accentua ogni giorno di più la propria collaborazione con gli occupanti sionisti nella repressione della resistenza, contro la quale usa le armi fornitegli appositamente proprio da U.S.A. e Israele.
Un altro punto che Hamdam ha voluto sottolineare è che la resistenza palestinese è tutt’altro che disposta alla resa, anzi ha avvertito di aspettarsi novità quanto prima.

 


I rappresentanti delle fazioni palestinesi e Samir Al Qariouti,
Presidente della Comunità Palestinese in Italia, che ha svolto
magnificamente il ruolo di interprete negli incontri della delegazione

 

Osama Hamdam, "numero 2" di Hamas

Dagli incontri avuti con le varie fazioni palestinesi, mi sembra sia emerso un quadro piuttosto confuso e sicuramente problematico. Fra l’altro, l’assenza del Fronte Popolare e del Fronte Democratico dagli incontri con la delegazione internazionale ha testimoniato della crisi attraversata dalla sinistra palestinese, lacerata fra la determinazione di lavorare per l’unità della resistenza e la profondità delle divisioni, che hanno prodotto una polarizzazione delle forze e delle opzioni in campo difficilmente conciliabili. Anche se in Libano non si sono avuti confronti militari fra le diverse organizzazioni, è palese l’incomunicabilità fra i gruppi, con Fatah che non parla nemmeno più di resistenza all’occupazione e punta tutto sulla collaborazione – anche poliziesca – con Israele e gli U.S.A., con il risultato di conferire sempre maggiore credibilità e forza all’opzione islamica, che fa della resistenza il punto centrale della propria iniziativa.
Su un solo punto abbiamo registrato una sostanziale convergenza di opinioni fra tutte le fazioni palestinesi, e cioè sull’estraneità del gruppo di Fatah al Islam rispetto al movimento ed al popolo palestinese, estraneità confermata dal ridotto numero di Palestinesi fra i miliziani arrestati o uccisi a Nahr El Bared, fra cui sono invece numerosi yemeniti, siriani, sauditi, algerini, pakistani ed anche bosniaci e ceceni.
E’ opinione comune che Fatah al Islam sia stata robustamente sovvenzionata e armata anche da componenti interne all’attuale maggioranza politica libanese filostatunitense, il che non significa che non esistano settori popolari, sia palestinesi che libanesi, sensibili al messaggio jihadista, anzi… Piuttosto, è necessario denunciare la strumentalità dei presunti legami fra il gruppo jihadista e la Siria e l’Iran, strumentalità lampante se solo si considera che l’estremismo sunnita - wahabita (alla radice dell’ideologia jihadista) ritiene gli sciiti empi nemici da combattere al pari degli “ebrei” e dei “crociati”, e dunque sostenere legami con il regime sciita di Teheran o quello alaouita (setta sciita) di Damasco suona veramente come un controsenso.   
Purtroppo, quello che resta dell’avventura di Fatah al Islam è la completa distruzione del campo di Nahr El Bared, con il conseguente rovesciamento di altre migliaia di profughi sugli altri campi palestinesi, principalmente quello di Beddawi, il più vicino.


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Di Chatila colpiscono i vicoli bui e strettissimi, alcuni dei quali non consentono il passaggio di due persone contemporaneamente, e la continua verticalizzazione delle costruzioni. Poiché non è consentito dalle autorità libanesi l’allargamento dei campi, l’incremento demografico costringe ad aggiungere sempre nuovi piani agli edifici esistenti, con i facilmente immaginabili rischi che ne conseguono.
Nonostante l’incrollabile fierezza delle famiglie palestinesi, che fa sì che a Chatila sia impossibile trovare un’abitazione sporca o mal tenuta, e gli sforzi della municipalità di Ghobeiry e del suo sindaco, la situazione a Chatila va peggiorando. Il lavoro di Beit Atfal As Somoud e delle altre associazioni sociali palestinesi contribuisce ad alleviare le sofferenze della popolazione, ma è innegabile che il passare degli anni, l’assenza di prospettive e – ora – il precipitare della situazione sia in Libano che nei Territori Occupati e in tutto il Medio Oriente stia producendo anche un lievitare della disperazione fra i Palestinesi di Chatila e degli altri campi. Il silenzio colpevole della cosiddetta comunità internazionale, stregata dalla mitologia ossessiva della “sicurezza di Israele”, ha assunto le dimensioni del crimine contro l’umanità.

 


Due immagini del campo di Chatila

L'incontro con i famigliari delle vittime della strage del 1982 è stato uno dei momenti più toccanti del nostro soggiorno in Libano. Il dolore non ha abbandonato le madri dei bambini e dei giovani stuprati, torturati e fatti a pezzi dalla furia falangista, scatenata e supervisionata dall'esercito israeliano per tutti i tre giorni dell'eccidio. Una donna che ha visto la sua intera famiglia macellata dai boia libanesi al servizio di Sharon ci ha esposto lucidamente il suo pensiero: se Sharon sta scontando il suo meritatissimo infermo in terra e se Hobeika è morto, ha detto la signora, altri responsabili di quell'orrendo massacro sono ancora vivi e attivi, a cominciare dagli alti ufficiali israeliani dell'epoca (Eitan, Barak, fra gli altri) e da quel Samir Geagea, criminale falangista all'epoca dei fatti ed ora deputato nel parlamento libanese per l'estrema destra cristiana, dopo essere stato liberato dal carcere in cui era rinchiuso a seguito di quella "primavera libanese" del 2005 che tanto entusiasmo ha sollevato anche in certa "sinistra" italiana, quella che fibrilla per la sicurezza di Israele e ignora il dramma del popolo palestinese. Perchè nessuno persegue quei delinquenti? La domanda della donna di Chatila è destinata a non avere risposta, perlomeno da tutti quelli che governano la cosiddetta comunità internazionale.  

    


I famigliari delle vittime della strage di Sabra e Chatila all'incontro con la delegazione

Nemmeno l’annuale manifestazione per l’anniversario della strage del 1982 riesce a ricomporre, almeno momentaneamente, le fazioni palestinesi. Nel corteo, aperto dal sindaco di Ghobeiry e da notabili palestinesi, sfilano le associazioni giovanili e i famigliari delle vittime, ma le sole bandiere politiche sono quelle di Fatah e del Fronte Democratico. Il Fronte Popolare non partecipa al corteo, si farà vedere solamente al termine della manifestazione, nella spianata sotto la quale si trovano i resti degli uomini, donne e bambini massacrati dalla ferocia falangista, armata, addestrata e supervisionata da Israele. Hamas e le altre organizzazioni palestinesi hanno disertato l’iniziativa. Un segno più brutto di questo non riesco nemmeno ad immaginarlo.  



Chatila: l'ingresso del sacrario delle vittime della strage del 1982, sotto
al quale si trova la fossa comune sottratta al degrado grazie all'impegno di
Stefano Chiarini e del Comitato "Per non dimenticare Sabra e Chatila"

La manifestazione per il XXV anniversario della strage