MEZZO MILIONE DI PALESTINESI IN PIAZZA A GAZA CON HAMAS.

Il silenzio colpevole e complice della "sinistra" italiana sulle evoluzioni possibili in Palestina e l'importanza della manifestazione del 18 novembre a Roma.

La notizia è questa: mezzo milione di Palestinesi della striscia di Gaza hanno partecipato ad una manifestazione indetta da Hamas a sostegno del governo uscito dalle elezioni democratiche svoltesi meno di un anno fa, governo boicottato da tutta la cosiddetta "comunità internazionale" in quanto non gradito ad Israele ed agli USA.
Questa manifestazione - cui ha partecipato un abitante di Gaza su tre - è avvenuta mentre in tutti i Territori Palestinesi occupati dallo Stato sionista si succedono gli scontri e gli agguati che vedono contrapposti i militanti di Hamas ed un settore di Al Fatah, in quella che viene presentata come una guerra civile in fieri ma che appare molto più come un tentativo di golpe, istigato ed armato direttamente da Tel Aviv e Washington.
Nessun osservatore onesto dovrebbe dimenticare che si parla di un popolo - quello palestinese - sotto occupazione militare e coloniale da decenni, che si è espresso in elezioni che nessuno ha potuto contestare in quanto a correttezza e che, per la "colpa" di aver votato a maggioranza una forza politica invisa agli occupanti ed ai loro protettori internazionali, è sottoposto da mesi ad un embargo crudele e illegale, mai deliberato dall'ONU, quell'ONU che pure non si fece scrupolo di sottoporre ad embargo l'Iraq di Saddam Hussein, fino a provocare un milione e mezzo di vittime. Mentre l'embargo internazionale affama il popolo palestinese, lo Stato sionista continua ad assassinare e distruggere, lavorando attivamente per scatenare un conflitto fratricida fra gli stessi Palestinesi. In questo disegno infame, Israele ha trovato la complicità di settori di Al Fatah, quel che resta del partito che fu di Yasser Arafat: in prima fila, naturalmente, l'avventuriero e speculatore Mohamed Dahlan e i suoi tagliagole, ma anche non pochi elementi direttamente legati ad Abu Mazen, lo strano "presidente" di uno Stato che non esiste e che - come non smette di sottolineare l'ottimo Michele Giorgio del Manifesto - cerca di fermare chi resiste all'occupazione invece di guidare la lotta contro l'occupazione. Un po' come se Ho Chi Min e Giap avessero cercato di disarmare i Vietcong, anziché guidarne la lotta contro l'occupazione, francese prima e statunitense poi.
In questo contesto, e di fronte alla vergognosa complicità internazionale (Italia compresa, naturalmente) con lo strangolamento del popolo palestinese, la manifestazione di Gaza è un fatto importante, sia perchè l'enorme partecipazione testimonia della determinazione dei Palestinesi a resistere, sia perchè il discorso tenutovi dal premier Haniyeh contiene degli elementi politici che dovrebbero far riflettere.
Il premier ha accusato alcuni partiti nazionali e internazionali di essere coinvolti nell'imposizione dell'assedio ai palestinesi, e nelle "ingiuste e inique sanzioni Usa".
Haniyeh ha affermato che "non ci imporranno le loro posizioni", e ha aggiunto che il governo attuale è frutto di elezioni democratiche, ed è legittimo. "Siamo stati scelti per il programma di resistenza che abbiamo presentato al popolo palestinese. Non siamo arrivati con tank militari o con la coalizione di Israele e degli Usa".
"Il nostro governo ha legittimità araba e islamica, ma sin dall'inizio abbiamo subito molti tentativi di boicottaggio e di attacco. Ci è stato imposto l'assedio e i valichi sono spesso chiusi. Ci sono merci bloccate nei porti israeliani, e abbiamo assistito a un'escalation massiccia di azioni militari israeliane e di arresti, oltre ad assassinii mirati". E ha aggiunto: "Siamo passati attraverso molte fasi, compresi gli scioperi e le manifestazioni anti-governative. La prossima è l'adozione del Documento dei Prigionieri". Inoltre, "la società palestinese è quasi sull'orlo del collasso e, tra scioperi, illegalità e disordini, è quasi già stato compiuto un colpo di stato contro il governo".
Il premier si è domandato che cosa abbia a che fare la mancanza di salari con i violenti disordini scoppiati in queste settimane, e ha aggiunto che il governo rispetta la democrazia: "Non abbiamo imprigionato nessuno a causa delle sue opinioni o perché è un nostro oppositore". Haniyeh ha aggiunto che il governo ha accettato che il denaro per i dipendenti pubblici, erogato da donatori internazionali, venga accreditato attraverso la presidenza, come è già accaduto per i parziali pagamenti degli stipendi degli ultimi mesi, e ha sottolineato di essere impegnato al meglio perché il dialogo sulla formazione di un governo di unità nazionale abbia successo; per ciò che concerne la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, il premier ha affermato che verrà liberato solo attraverso uno scambio di prigionieri.
Per quanto concerne i disordini interni, Haniyeh ha aggiunto che ha chiesto al ministro degli Interni di fare di tutto per porre fine al caos e all'illegalità e per garantire la sicurezza ai cittadini, e per portare di fronte alla giustizia tutti coloro che hanno commesso assassinii.
Haniyeh ha concluso la sua orazione invitando i leader di Fatah e di Hamas a incontrarsi e porre fine alla guerriglia interna, e il presidente Abbas a recarsi a Gaza per proseguire il dialogo nazionale verso il governo di unità nazionale. Inoltre, Haniyeh ha testualmente affermato
che il suo governo è “pronto a stabilire uno Stato palestinese entro i confini del 1967, ma solo in cambio di una tregua a lungo termine e non cedendo un solo piede di terra della palestina storica”, chiudendo il discorso con un triplo "Non riconosceremo mai Israele!".
Ora, è evidente che Hamas si trovi in una condizione suscettibile di evoluzioni: aldilà della retorica massimalista, il messaggio lanciato è chiaro, nel momento in cui si accetta di costruire lo Stato palestinese entro i confini del 1967, e la negazione del riconoscimento dello stato di Israele non ha nulla di straordinario, trattandosi dell'affermazione del leader di un movimento di liberazione nazionale... la realtà è che, accettando i confini del 1967 in cambio di una lunga tregua, Haniyeh intende mettere in moto un processo politico, dunque alternativo alla guerra. Negare questa realtà - come anche l'Europa e l'Italia continuano a fare - significa promuovere un ulteriore imbarbarimento della situazione, a tutto vantaggio dell'integralismo sionista e neocons ed a tutto danno del popolo palestinese e delle opportunità di pace nella regione.
Un altro fatto politico palestinese importante è stato fatto passare sotto silenzio: sei partiti della sinistra laica e marxista palestinese hanno lanciato un appello ai membri di Hamas e Fatah a mettere fine agli scontri, invitando a ripristinare la calma ed a proteggere il popolo e gli interessi palestinesi, mettendo in pratica il Documento di Unità Nazionale, meglio noto come Documento dei Prigionieri. i sei partiti sono il Fronte Democratico di Liberazione della Palestina, il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, il Partito del Popolo Palestinese, l'Unione Democratica Palestinese, il Fronte di Lotta Nazionale e l'Iniziativa Nazionale Palestinese di Mustafà Barghouti.
Ebbene, anche la responsabile presa di posizione della sinistra palestinese è stata completamente ignorata pure dalla "sinistra" italiana, ormai completamente embedded al governo Prodi - D'Alema e incapace di esprimere una qualsiasi iniziativa politica, come del resto avviene ormai da anni.
In questo contesto, la manifestazione annunciata dal Forum Palestina per il prossimo 18 novembre a Roma appare molto di più di una scadenza rituale: in primo luogo, rappresenta la naturale continuità della manifestazione contro la guerra dello scorso 30 settembre nel marcare l'autonomia dei movimenti dai governi più o meno "amici", e inoltre costituisce un'occasione fondamentale per rilanciare un'iniziativa di massa che non si limita ad esprimere solidarietà alla resistenza palestinese (cosa di per sé sacrosanta), ma afferma un punto di vista generale sulla politica estera italiana in Medio Oriente, a partire dalla centralità della questione palestinese per investire il complesso delle scelte del "nostro" governo in Afghanistan, in Iraq e in Libano. Per questi motivi sarà una manifestazione importante, soprattutto nella definizione dei contenuti e nella rappresentazione di un'alternativa credibile e praticabile all'indecorosa ritirata del ceto politico pacifinto.